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giovedì 7 maggio 2015

Le parole scontornate, imperfette, pesanti come cose che permettono al silenzio di filtrare in esse o di circondarle

(...)
E Giovanna non è soltanto l'innamorante compagna di scuola, che " così Giovanna, col suo passo, le sue gambe, la sua nuca, il suo verde e il suo azzurro; così Giovanna", e neppure è la magia d'un nome, ma anche il senso di "una immensa bontà di perdono".
Le parole hanno per Vittorini un'attirante necessità d'imperfezione. Egli le vuole imperfette, scontornate, improprie nel senso di essere aperte all'umano; d'indurre in esse, mutevolmente, l'umano. E al tempo stesso pesanti come cose, da usare come cose, cariche d'una loro potenza affermativa. Risulteranno dunque poche e ripetute col gusto d'una variazione musicale. E dicendo "scontornate", non alludevo a un alone poetico. Tutt'altro. Mi riferivo a una 
non-precisione che permetta al silenzio di filtrare in esse o di circondarle. 
Un silenzio che le renda sospette, che le diffidi, insomma che le rinnovi, togliendole un poco al loro significato originario e alla loro esattezza povera.


Gianna Manzini
Album di ritratti
Vittorini e il Garofano rosso
Mondadori 1964

mercoledì 6 maggio 2015

scrivere è diventare un setaccio che vagli un luminoso delirio, per dare alla vita ciò che ad essa manca di luce per essere più vera

Il garofano rosso di Elio Vittorini ha il fascino dei libri della prima giovinezza, quando il talento è una specie di follia e vivere è come viaggiare in incognito con se stessi. Allora uno non fa che registrare ciò che il suo ospite misterioso gli sussurra all'orecchio. Uno a dettare, l'altro a scrivere: è una corsa gioiosa per tenersi dietro. Da ciò, un Vittorini ansante, trafelato, con i suoi "altro che" come spallate, il suo interrogare tra sbalordito e ossessivo, la sua furiosa vivezza.
E un altro Vittorini attento, attentissimo, alla sospetta naturalezza del suo dettato; a quel flusso di vita incontrollata, eppure dipendente da ragioni d'armonia, da ragioni matematiche e poetiche. Un Vittorini cauto di fronte all'incanto di quella sua immobilità segretamente attiva. 
Fra tanta finta inerzia e tanta focosa attività, Vittorini imparava che scrivere è diventare un setaccio che vagli un luminoso delirio, per dare alla vita ciò che ad essa manca di luce per essere più vera. Imparava che scrivere è essenzialmente non scrivere. Cose, più che parole. E che sfuggano alla prigionia della denominazione esatta, la quale le fisserebbe in un senso avventizio e obbligato al vivere sociale. Per cui "la cava", nel linguaggio dei ragazzi del Garofano rosso, non è soltanto la bottega del fabbro tipografo; è anche "quell'ora speciale di buio e di lumi accesi, tutti quei vicoli là presso in quell'ora, pieni di scalpiti misteriosi di cavalli, e tutte le cose che avevamo da dirci dentro, rosicchiando castagne secche, di donne, di terre, di bastonate, d'aeroplani e d'automobili, di gioco di calcio e libri d'avventure"
(continua)

Gianna Manzini
Album di ritratti
Vittorini e il Garofano rosso
Mondadori 1964