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venerdì 23 settembre 2016

la scrittura immersa in una luce solare

A me e a Pavese, Calvino portava da leggere i suoi racconti.
Erano scritti a mano, in una calligrafìa minuta, arrotondata e fitta di cancellature. Ci sembravano molto belli. Vi si scorgevano paesaggi festosi, immersi in una luce solare; a volte le vicende erano vicende di guerra, di morte e di sangue, ma nulla sembrava offuscare l’alta luce del giorno; e non
un’ombra scendeva mai su quei boschi verdi, frondosi, popolati di ragazzi, di animali e di uccelli. Il suo stile era, fin dall'inizio, lineare e limpido; divenne più tardi, nel corso degli anni, un puro cristallo. In quello stile fresco e trasparente, la realtà appariva screziata, variegata, e colorata di mille colori; e sembrava un miracolo quella festosità, quella luce solare, in un’epoca in cui lo scrivere era abitualmente severo, accigliato e parsimonioso e nel mondo che tentavamo di raccontare non regnava che nebbia, pioggia e cenere.

Natalia Ginzburg ricorda Italo Calvino
L'Indice dei Libri del Mese
settembre - ottobre 1985

martedì 26 agosto 2014

Ogni scintilla che sprizza dalle parole

Alle volte mi sembra che un'epidemia pestilenziale abbia colpito l'umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l'uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l'espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.

Non mi interessa qui chiedermi se le origini di questa epidemia siano da ricercare nella politica, nell'ideologia, nell'uniformità burocratica, nell'omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. 
La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l'espandersi della peste del linguaggio.


Italo Calvino
Lezioni americane

Garzanti 1988 

venerdì 27 giugno 2014

Scrivere è sapere che dall’altro lato delle parole c’è qualcosa che cerca d’uscire dal silenzio

Nella mia esperienza la spinta a scrivere è sempre legata alla mancanza di qualcosa che si vorrebbe conoscere e possedere, qualcosa che ci sfugge. E siccome conosco bene questo tipo di spinta, mi sembra di poterla riconoscere anche nei grandi scrittori le cui voci sembrano giungerci dalla cima d’una esperienza assoluta. Quello che essi ci trasmettono è il senso dell’approccio all’esperienza, più che il senso dell’esperienza raggiunta; il loro segreto è il saper conservare intatta la forza del desiderio.
In un certo senso, credo che sempre scriviamo di qualcosa che non sappiamo: scriviamo per rendere possibile al mondo non scritto di esprimersi attraverso di noi. Nel momento in cui la mia attenzione si sposta dall’ordine regolare delle righe scritte e segue la mobile complessità che nessuna frase può contenere o esaurire, mi sento vicino a capire che dall’altro lato delle parole c’è qualcosa che cerca d’uscire dal silenzio, di significare attraverso il linguaggio, come battendo colpi su un muro di prigione”.
Italo Calvino 
Mondo scritto e mondo non scritto 
Mondadori 1983

lunedì 7 gennaio 2013

La vera biografia di uno scrittore dovrebbe coincidere con il suo stile

«Devo a Nabokov se ho cambiato il modo di vedere non solo la letteratura, ma anche la vita». 
Lei ama la letteratura ma dichiara di aver "paura dei libri e della lettura". «Perché è un amore che richiede uno sforzo enorme: chi vuole assorbire la sostanza di un libro deve pagare un prezzo. Per leggere Ada ci ho messo cinque mesi, ma quel libro mi ha fatto capire che una delle funzioni più importanti della letteratura è quella di insegnare a vedere il mondo». 
È d'accordo con Nabokov quando afferma "non è possibile leggere un libro, si può soltanto rileggerlo"? 
«Certo: Paul Valéry sosteneva che la letteratura comincia alla seconda lettura: la prima volta si segue la letteralità, poi arriva la consapevolezza,e si apprezza la magia del linguaggio, entrando in un mondo diverso». 
Perché sostiene che sia necessario "indovinare i libri che desideriamo con il cuore o di cui abbiamo realmente bisogno"? 
«Perché purtroppo la vita è troppo breve per poter leggere tutto. Sta a noi intuire i libri che possono cambiarci la vita, e ricordo che in Se una notte di inverno un viaggiatore Calvino scrive una cosa suggestiva: anche i libri non letti che teniamo vicino a noi ci impregnano della nostra sostanza». 
Nabokov scrive: "Perfino nell' oscurità o nella morte le cose vibrano di radiosa bellezza. La luce si trova ovunque" si tratta di un approccio religioso? 
«In Nabokov è presente una grande dimensione metafisica e mistica, della quale parla in maniera pudica. Era una persona che aveva fede nella bontà fondamentale di ogni cosa, e questa concezione ha radici nella religione. Nonostante la violenza e il caos del mondo, continuava a credere che esistesse un disegno armonico nell' universo, del quale sta a noi cogliere la trama nascosta. Lui usa il termine russo "blazenstvo",e nei suoi libriè sempre presente una luminosità unica, che a volte si coglie in dettagli che ci fanno intuire un disegno più grande. Io ritengo con Nabokov che il crimine più grande dell' uomo moderno sia stato quello di aver smesso di guardare, e cito sempre quel suo racconto in cui scrive: "Quest' uomo è un pessimista, e come tutti i pessimisti era una persona ridicola per quanto non sapesse osservare"».

(...)

Lei scrive: "La vera biografia di uno scrittore dovrebbe coincidere con il suo stile". 
«Era una cosa in cui credeva Nabokov: non sono mai stata troppo interessata alle convinzioni o alla biografia degli scrittori. Non riuscirei, ad esempio, ad apprezzare un grande autore come Celine. Per lo scrittore la sostanza è nella lingua, nell' originalità e nell' immaginazione che finisce per prevalere sulla realtà». 
È vero che polemizzò con un editor del New York che gli chiedeva di semplificare alcuni passaggi di un suo scritto? 
«Sì e difese la "tortuosità che mi appartiene, e che solo a prima vista può sembrare sgraziata e oscura", concludendo: «perché non lasciare che il lettore rilegga un periodo di tanto in tanto? Non può fargli male».

frammento dell'intervista di Antonio MondaLila Azam Zanganeh
in occasione dell'uscita del suo libro Un incantevole sogno di felicità 
traduzione di Stefania Rega
L' ancora del Mediterraneo 2011

mercoledì 28 luglio 2010

Mentre si scrive

Mentre si scrive non si pensa a nessuno in particolare, si scrive al buio, possibilmente sottovoce, a voce sempre più bassa, per quella che una volta era considerata l’anima degli uomini. Poi ci si accorge che nelle difficoltà delle rese stilistiche, nei dubbi e negli smarrimenti, a cui lo stile inevitabilmente approda, si cerca qualcuno, di cui si vorrebbe un assenso, un battito di ciglia, un cenno. Nel mio caso è Calvino, nella sua limpidezza, nella sua capacità d’essere semplice e cristallino. È dunque un morto a raccogliere la sparsa attenzione dei vivi. Ma a volte penso a lettori che conoscano « l’âge du fondamental», che abbiano conosciuto le delusioni e il crollo delle ideologie (la loro età non importa), che si regolino sul battito del sole, del cielo, del mare, sull’amore, sulla morte, su ciò che la vita ha di più primordiale, che abbiano conosciuto quel tanto che il vento porta via con la cenere degli astri.
Si scrive sul fondo di una prigione ideale, a cui si affacciano rari volti amici. Scrivere non è un colloquio, ma un soliloquio. Le ultime pagine di un testo di fantasia si scrivono quasi in ginocchio.

Ancora Francesco Biamonti, da Scritti e parlati
Einaudi 2008