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venerdì 4 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/726. Quella cosa che loro chiamavano Poesia

 


Esce di nascosto, piano piano, senza fare rumore. Tutte le altre dormono, perché è ancora notte e anche le formiche devono riposarsi. Ma lei no, Formichina è troppo curiosa e vuole andare a vedere cosa succede fuori. È nata durante l’inverno e ancora non è uscita, le formiche anziane le hanno detto che dovrà aspettare la primavera, quando le giornate saranno più lunghe e il sole riscalderà anche le strade e i prati. Ma lei no, non può aspettare Formichina, così esce di soppiatto e vede coi suoi occhi quello che ha solo sentito raccontare. L’ingresso del formicaio è in un angolo ben riparato del giardino, nascosto alla vista di umani e predatori da un cespuglio di fiori gialli che stanno già sbocciando. Sono bellissimi e Formichina non può fare a meno di sentire un brivido che le corre dalla schiena, giù fino alle zampe e poi si, fino alle antenne. Quando esce dall’ombra dei fiori gialli, si accorge di essere accanto a una di quelle panchine di pietra di cui i giardini, così gli umani chiamano i luoghi pieni di fiori, sono adornati. La panchina non è vuota però, c’è seduta un’umana enorme, forse è una regina proprio come la sua. Ma intorno non ci sono umani più piccoli, ne operaie, né guerrieri. Formichina è curiosa di capire cosa stia facendo l’umana. Di sicuro non sta mangiando perché le mandibole sono a riposo. È grata la giovane e curiosa formica, di essere stata molto attenta alle lezioni delle grandi vecchie che agli umani erano sfuggite più volte. La curiosità della giovane formica era più forte del timore che le incuteva quell’umana enorme, così Formichina iniziò senza alcuna fatica a risalire sulla panchina. Non era difficile, la pietra era rugosa ed era molto facile per le sue zampette attaccarsi e procedere. Tra le mani dell’umana c’era un oggetto né troppo grande né troppo piccolo. Era di forma rettangolare, ma quante cose aveva imparato a lezione?! E di un colore molto particolare. Che non era proprio bianco, ma soprattutto, sembrava che un intero esercito di formiche fosse incolonnato, anche se era fermo. Per guardare meglio risalì lungo il braccio sinistro dell’umana e si fermò a sbirciare dall’altezza del suo gomito. Che però si muoveva spesso e le impediva di capire se l’esercito delle altre formiche fosse in movimento o fermo, in attesa di nuovi ordini. Poi però vide che un dito di quella enorme creatura sfiorò una fila che non si mosse e allora capì che non erano formiche vere quelle, forse erano, come si chiamavano?, erano ritratti. Ma poi la voce della donna, sì era una donna, perché guardandola così da vicino ritrovò tutte le descrizioni che Formicola aveva fatto a lezione, la voce della donna iniziò a dire cose che ancora lei non capiva e mentre quel suono usciva dalla sua bocca, lei seguiva le formichine in fila con la punta delle dita.

 

 

Con passo di gatto

 

Non c’è ombra dove non

ci siamo trovati e abbiamo

aspettato, non c’è sole che

non abbiamo toccato, non

c’è estate che non abbiamo

atteso seduti sulla panchina

in fondo al nostro giardino.

Ora aspettiamo, aspettiamo

il grido della stagione che

muta e il respiro della nuova

primavera che esce dalle

tenebre del tempo e si

avvicina con passo di gatto.

 

Le formiche sono creature molto, molto intelligenti e Formichina lo era in maniera particolare. Con quella speciale abilità che solo le formiche possiedono iniziò a capire le sillabe, le parole e i versi. Perché lei non ascoltava con orecchie umane ma con le sensibili antenne che riuscivano a captare le emozioni e i sentimenti dell’umana che stava recitando quella cosa, quella cosa che loro chiamavano Poesia. Le piaceva molto starla a sentire e si accomodò meglio. Poi si accorse che umana la stava guardando, si guardarono e umana le offrì il dito dove arrampicarsi e seguire ancora più da vicino quelle parole nuove e antiche allo stesso tempo.

Oggi è venerdì 4 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 726 se ne sta appollaiata anche lei su quel dito per leggere la poesia proprio da vicino.

lunedì 21 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/715. Il tempo è un gatto addormentato, un compito non ancora finito nel quaderno nuovo


 


Un gatto addormentato davanti al fuoco sogna di essere una camelia, ma quando si sveglia è ancora un gatto. Allora è la camelia che si addormenta e sogna di essere una ragazzina che corre e corre sotto una pioggia leggera e accanto a una nuvoletta che volteggiava un po’ troppo in basso, un po’ troppo vicino alla terra. La madre sogna e cuce, sogna ad occhi aperti, sogna il giorno in cui smetterà di cucire e i vestiti si limiterà a indossarli e ad andare a passeggio con la giacca nuova e quella bella camelia appuntata sul bavero. Ragazzina ha smesso di correre e adesso è china sui libri di scuola. Ha già finito i compiti di italiano e ora sta studiando scienze naturali e poi farà gli esercizi di matematica e ancora non riesce a decidere cosa le piaccia di più tra tutte quelle materie, cosa le piacerebbe studiare davvero e poi cosa le piacerebbe fare da grande. Da grande è un tempo che non ha tempo, un tempo a venire che oggi ha la dimensione di un sogno e ragazzina lo sa bene, perché anche lei sogna ad occhi aperti, proprio come fa sua madre. Un sogno concreto, ma si realizzerà mai? – è quello di avere una stanza tutta per sé, una stanza dove poter studiare e leggere lontano dagli sguardi dei genitori. Anche se sul tavolo della cucina, in effetti si sta bene. L’unica scocciatura è quella di dover raccogliere tutti i libri una volta finiti i compiti e apparecchiare, riempire la bottiglia con l’acqua del rubinetto e poi una bustina di idrolitina, tagliare il pane e girare il sugo nella pentola. In verità a ragazzina piace stare in cucina ad aiutare sua madre. Quando un giorno avrà non solo una stanza tutta per sé, ma anche una casa tutta sua, molto spesso si siederà al tavolo della cucina per leggere, scrivere e studiare. E in un giorno di fine inverno vedrà una camelia rossa che assomiglia a una gardenia fare capolino, solitaria, su un ramo già gemmato. E la raccoglierà e ricorderà l’altra cucina, il gatto addormentato, il fuoco acceso e la giacca nuova di sua madre, proprio quella giacca che ora è appesa nel suo armadio. È questo il segreto del tempo, tessere con la memoria una camelia rossa, una ragazzina che corre, una ragazzina che studia, un gatto che dorme, una nuvola che diventa pioggia, il vento che osserva tutto e scompiglia la carta e i rami.

Oggi è lunedì 21 febbraio dell’anno dove forse ci sarà Carnevale e questa Cronaca 715 se ne sta proprio come un gatto addormentato.

domenica 20 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/714. Il nome era un fiore o forse un altro fiore, o un gatto addormentato

 



“Non sono una gardenia” -  stava gridando il fiore rosso – “non sono una gardenia, io sono una camelia!”.

Ma era inutile che continuasse a gridare, perché le ragazzine che corrono hanno orecchie solo per il vento e nel cuore il desiderio di fare felice la mamma. “ Mamma, mamma! Guarda che bel fiore che ti ho portato, guarda che bella gardenia rossa!”. La madre alzò gli occhi dal vestito che stava cucendo e sorrise alla figlia. “Bella è davvero bella questa camelia rossa, tesoro. Vedi questo fiore è una camelia e non una gardenia, anche se un po’ si assomigliano e in tanti le scambiano una per l’altra. Ma i fiori non sono permalosi, ragazzina. Camelia sarà comunque felice di esserti piaciuta e che tu l’abbia portata alla tua mamma. Adesso mettiamo il gambo in un bicchiere per tenerla al fresco e più tardi usciremo insieme a fare una passeggiata, prima che faccia buio, così potrò sfoggiare il tuo bel fiore sulla mia giacca nuova. Ma adesso finisci i compiti tesoro, intanto che metto su l’acqua per il tè”. Ragazzina aveva i capelli inghirlandati di goccioline di pioggia che glieli facevano arricciare in teneri riccioli che assomigliavano ai boccioli sui rami dell’albero bellissimo che stava proprio davanti alla finestra della cucina, anche se ogni tanto gli sarebbe piaciuto sgranchirsi un po’ le radici. Camelia intanto si guardava intorno perché non era mai stata in una cucina ed era un fiore curioso. Le piaceva moltissimo guardare le fiamme che si allungavano e si spingevano e ridevano in fondo al camino. Le piaceva molto anche il profumo del tè, era gradevole, profumava di altri fiori di cui lei non conosceva il nome, ma forse lo avrebbe imparato. Ma più di tutto le piaceva stare a guardare un gatto tigrato grigio che stava sonnecchiando proprio davanti al camino. Ogni tanto capitava che qualche gatto randagio passasse davanti al suo vaso, ma non si fermavano mai abbastanza a lungo perché lei potesse coglierne l’essenza. I gatti erano misteriosi, custodivano segreti proprio come fanno i fiori. Per questo chi ama i fiori ama anche i gatti e viceversa. Molto compiaciuta di questa raffinata conclusione cui era giunta, camelia poté lasciarsi andare al tepore della stanza, sbocciare un po’ di più, stendere i petali e riposarsi in attesa che arrivasse il momento di uscire con madre e ragazzina a fare una passeggiata. Il gatto addormentato rizzò il pelo, come se qualcuno lo avesse sfiorato. E in effetti, nel suo sogno gattesco, qualcuno lo aveva sfiorato ed era stato un fiore rosso, forse una camelia, forse una gardenia.

Oggi è domenica 20 febbraio di un anno con pezzetti di Carnevale e questa Cronaca 714 è tornata dopo una lunga passeggiata e si è sdraiata accanto al gatto, in braccio a ragazzina e ha iniziato a fare le fusa.

sabato 19 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/713. Nessun vento è più veloce di una ragazzina che corre, neanche la pioggia può andare più veloce


Se la pioggia era stata nuvola era passato tanto tempo, troppo tempo perché potesse ancora ricordarlo. Sì, certo, la sensazione del vento che ti arrotola, ti arrotonda e ti trasporta, questo lo ricordava. Ricordava la sensazione di essere in un gregge, di essere leggera e pesante allo stesso tempo. Ricordava il sole e il cielo azzurro e profondo e l’ombra delle stelle che si affacciava e diventava luminosa mano a mano che la notte scendeva. Qualcosa ricordava, ma stava dimenticando e dopo qualche ora da pioggia, la pioggia stessa sentì che essere nuvola era solo un suo sogno. Quanto piaceva alle pioggia scendere e impregnare la terra e i vestiti degli umani. Le piaceva tanto quanto scivolare sulle foglie, che erano poche e secche perché si era ancora nell’inverno. Si ripromise pioggerella di tornare a visitare gli alberi dopo che i rami si fossero ricoperti di gemme, già se ne intravedevano alcune che occhieggiavano, tonde, cicciotte e pelose. Era rimasta a lungo nell’incavo di un tetto pioggerellina e anche nell’incavo di una mano che si era tesa oltre il davanzale della finestra aperta e ne aveva raccolta un po’ e poi l’aveva lasciata scivolare su una folta chioma scura di ragazzina, quella ragazzina che stava aspettando che la pioggia finisse per poter scendere in strada e riprendere a correre, non c’era niente di più bello al mondo, niente che le piacesse più della corsa. Pensandoci bene si rese conto che non era mai scesa a correre sotto la pioggia ragazzina, così salutò sua madre che era china su un lavoro di cucito e in un attimo fu in strada e scoprì di poter correre veloce tanto quanto pioggerella, anzi di poterla anche vincere e in questa corsa di poter battere anche il vento, perché nessun vento è più veloce di una ragazzina che corre, che sente il cuore che accelera e l’aria che vibra nei polmoni sino a quando il canto della vita non risuona ed è una campana tibetana e un campanile che suonano insieme, è il ronzio delle api ed il suono, il fruscio delle gemme che scoppiano ingannate dal primo sole, della corolla di una gardenia rossa che si schiude e la ragazzina la vede, smette di correre, si ferma. Come starebbe bene sulla giacca della mamma quella gardenia! Così ragazzina la stacca con un pezzetto di ramo, sa che il fiore poteva vivere ancora qualche giorno sul suo ramo, ma sa anche come sarà bella mamma con quel rosso fiore appuntato sul bavero della giacca, un rosso uguale a quello del suo rossetto, quasi ad annunciare la primavera che sta arrivando. Con il fiore strappato in mano riprende a correre ragazzina e la pioggia si ferma a guardare. Poi arretra e lascia che passi, solo qualche goccia si è accomodata sui petali che risplendono ancora di più, soprattutto quando il raggio di sole li colpisce.

Oggi è sabato 19 febbraio di un anno con abbastanza Carnevale e questa Cronaca 713 è ancora fiabesca e corre, corre con ragazzina.

venerdì 18 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/712. La sensazione di essere pioggia, il coraggio di diventare pioggia

 

Cos’è una città? Si chiese la nuvola piccolina che svolazzava su e giù in un cielo cristallino, portata da un vento dispettoso che continuava a farle il solletico. La nuvola grandicella sapeva già la risposta e si avvicinò alla piccolina per darle qualche spiegazione.

“Una città è dove vivono, lavorano, dormono e mangiano gli umani. Noi le città possiamo vederle dolo dall’alto. Perché se le vediamo troppo da vicino vuol dire che non siamo più nuvola ma pioggia”. La spiegazione era molto interessante, ma la nuvoletta stentava a credere di non poter essere più la stessa nuvola se si fosse avvicinata troppo. Così approfittò di ogni singola zaffata di vento per avvicinarsi sempre più verso la terra e verso le case. Quel che vide le piaceva moltissimo, era proprio curiosa quella nuvoletta. Ma proprio mentre era pronta a lasciarsi andare al tuffo finale, ecco che sbaf! E il vento l’aveva riportato nel gregge delle sorelle, tutte molte, molto più grandi e maestose di quanto non lo fosse lei. Si rassegnò, nuvoletta, pensando che alla prima occasione ci avrebbe riprovato, ma poi guardò il sole e capì che l’attraeva tanto quanto la città degli uomini. “Ma il sole è forse la città delle nuvole?” chiese la nuvolina a una nuvola più grande che stava sonnecchiando proprio in coda alla carovana. “Macché cosa dici nuvolina sciagurata! Mai ti devi avvicinare al sole perché se ti lasci trasportare da una corrente ascensionale gli arriverai talmente vicino che evaporerai in mille e mille goccioline di vapore acqueo e poi più nulla. Nessuno sa cosa accada dopo, nessuno riesce a vedere se in quel vapore c’è ancora traccia della nuvola originaria”. Nuvoletta rinunciò così alla salita verso il sole che non le sembrava poi così interessante. Ma non riusciva a smettere di pensare a quanto le sarebbe piaciuto andare a capofitto verso la città. Fu un momento e riuscì a cavalcare un refolo di vento discendente che la portò giù, giù, sempre più giù a una velocità sorprendente. All’inizio sentì solo un brivido, poi punture, poi scosse elettriche, conosceva quelle sensazioni perché una nuvolona scura e arcigna gliene aveva parlato qualche giorno prima – e badate che un giorno di una nuvola non è come il nostro giorno, il giorno di una nuvola dura tanto quanto un nostro anno. Si lasciò andare nubilotta e all’ennesimo scossone sentì che si stava moltiplicando che ogni sua molecola si stava rimescolando e diventava acqua, acqua piovana. Era questo allora diventare pioggia? Era questa la sensazione? Ma era bellissimo! Ogni goccia era uno sguardo, una carezza, un salto. Nuvolina toccò terra, toccò i tetti e le cime degli alberi. Toccò anche molte teste di umani, i bambini ridevano, le signore un po’ meno, soprattutto se erano state dal parrucchiere. Era felice anche la terra di sentire quel solletico, era felice l’ombrello rosso e il bambino che lo impugnava saltò a piedi uniti in una pozzanghera che nuvolina aveva creato all’improvviso. Fu in quel momento che capì la nuvoletta, capì che essere nuvola è solo una possibilità, ma per conoscere il mondo bisognava avere il coraggio di diventare pioggia.

Oggi è venerdì 18 febbraio dell’anno con un quasi Carnevale e questa Cronaca 712 è diventata pioggia insieme alla nuvolina.

martedì 16 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/618. Cronaca della cronaca scomparsa in un bosco di parole

  


 

C’era una volta, e c’è ancora, una piccola Cronaca novembrina che si stava preparando a uscire per il mondo.

Ma quando era ferma sulla soglia di casa, si girò all’improvviso e con decisione affermò:

« Piove! È freddo! Fa buio presto e io non esco! ».

L’esausta narratrice smise di scrivere e cercò di farla ragionare:

« Ma dai, cosa vuoi che sia un po’ di pioggerella! E poi quando uscirai mica sarai sola, troverai le tue 617 sorelle maggiori. Loro conoscono bene sia il mondo che raccontano che il bosco delle parole, dai, fidati, vai da loro ».

Ma la piccola e incerta Cronaca nuova decise di restare ancora al calduccio tra la penna e la tastiera del computer e non ci fu verso di convincerla a uscire.

Poi, però la narratrice trovò un biglietto scritto con una grafia ancora acerba:

« Ciao, io esco, porto con me solo le cose indispensabili vado nel bosco delle parole, poi torno, non preoccuparti per me».

Nel bosco delle parole cominciavano a vedersi quelle lucine che lo illuminavano quando il sole calava. La narratrice ci era stata più volte, quindi non aveva paura per l’avventurosa piccola Cronaca di martedì 16 novembre del secondo anno senza Carnevale, ancora non ci racconta nulla e le sue storie resteranno segrete, ma a volte è meglio così.

sabato 8 maggio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/426. Il tuo viso è la forza stessa della natura, un arcobaleno nel cielo senza pioggia


 

 

Ogni cuore contiene un paesaggio, ogni vento è un respiro che attraversa il petto, ogni tetto è una casa. Le gemelle bevono tè e dipingono su grandi tele paesaggi e cieli che non hanno mai visto. Fuori dal cancello c’è ancora l’uomo che è rimasto incantato dalla ragazza addormentata, forse potrebbero farlo entrare in giardino e chiedergli perché continua a fissare la sorella di pietra. Cambierebbe il suo punto di vista se vedesse anche loro due?

Lo sguardo di un artista è sempre un punto di vista, una mediazione tra quello che vede e quello che sente. Paesaggi ignoti fioriscono sulle tele, i tetti sono rossi e angeli d’oro svettano in cima alle cupole delle cattedrali. Le gemelle decidono che non è ancora il momento di far entrare in casa il giovane sconosciuto. Quando finiscono di bere il tè posano su un cavalletto vuoto il quadro che hanno deciso di copiare: tre gemelle, due paesaggi, un arcobaleno e cinque rondini. Ciascuna copierà il dipinto senza guardare cosa sta facendo l’altra. Potranno fare una sola variazione e poi confrontare le loro opere. Accadrà anche oggi che la variazione sarà la stessa? Vorrebbero incontrare quel pittore che le ritrae senza averle mai viste, forse scoprirebbero cose di se stesse che ancora non sanno. Così come non sanno che l’uomo al cancello è proprio quel pittore, che il destino lo ha portato a visitare la loro città e a scoprire che le fanciulle che lo visitano in sogno da quando era ragazzino, esistono anche fuori dal suo teatro onirico.

 

 

Inseguire il tuo silenzio

 

Appare un arcobaleno nel

cielo senza pioggia, sopra

la terra che sembra riarsa,

ma è solo il colore del grano

maturo che aspetta la mietitura.

Esiste quella città con i tetti

rossi? Sì, esiste a un miglio

esatto tra il mio cuore e

il tuo ricordo, là dove quel

fiume di cobalto precipita

nell’oceano e ogni viso

è solo una polaroid stanca

dei suoi colori degli anni

Settanta. Ci sono angeli

Con le ali d’oro e le vesti

turchine, ci sono le perle

tutte uguali, giorni d’infanzia

perfetti che abbiamo dimenticato,

ci sono le poche rondini che

scendono lungo la linea della

tua spalla e io invano cerco

di attirare la tua attenzione e

mi fermo ad ascoltare quelle

campane che ci chiamano

al vespro serale. Non senti

come corre il vento? Come

la sua voce insegue questo

tuo silenzio?

 

 

Dato che le gemelle esitano, l’uomo che non è poi giovane come appare da lontano, entra di nuovo nel giardino, si ferma ad ammirare la fanciulla addormentata che oggi indossa un abito d’oro e di turchino e poi, spedito, va alla porta che è aperta. Forse le gemelle lo stanno aspettando?

 

Continua questa fiaba del pittore russo Andrey Remnev e delle gemelle che abitano nei suoi quadri e in questa Cronaca 426 di sabato 8 maggio del secondo anno senza Carnevale che è passato tra la contemplazione di alcuni dipinti e la scrittura di questa nuova poesia.

lunedì 5 aprile 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/393. Il fuoco e il vento che trasportano, che trasformano i nomi

 



 Come il giorno si trasforma nella notte e l’oscurità trasluce fino a diventare la nuova alba, così le cose mutano una nell’altra senza che noi riusciamo a vedere questo mutamento. Un pezzo di intonaco rosso diventa un raggio di sole, i petali della rosa sono alghe in riva al mare. Cantano gli uccelli nel giardino, ma noi udiamo solo il suono delle campane a festa. La Svizzera è un’isola tropicale e un sogno ha reso inutile la fuga dalla realtà, visto che l’ha proprio sostituita.

 

Una scia infuocata che indica la strada

 

Si è fermata accanto al camino

questa colomba con le piume di

brace, si riposa nel tepore mentre

continua a bruciare perché è

una fenice e non la messaggera

della pace. Mi guarda con i suoi

occhi di tizzoni ardenti, mi chiede

di andarle vicino. “Ho completato

il cerchio e tu con me. Ora diventerò

cenere e tu il mio legno nuovo.

Quando l’ultimo bagliore sarà spento

io spiccherò il volo e tu prenderai

la forma che più ti piace”. Dico che

vorrei crederle, ma il mio legno è

troppo fresco per bruciare, farà,

piuttosto, molto fumo. Lei replica

che il fumo esiste solo sopra un fuoco,

a me il dovere di credere alla rinascita

o di restare quella che sono. Anche

il Cristo era una fenice, ha abbracciato

il fuoco oscuro dell’eternità ed è

ritornato, non importa cosa accadrà

dopo, quel che importa è non avere

paura di morire, di mutare e poi

ritornare. Mentre non so più cosa

risponderle, hanno preso fuoco

le mie mani e le braccia sono

ali che mi fanno spiccare in volo

seguita da una scia infuocata che

indica la strada all’alba di domani.

 

 

Pare che il mutamento sia il destino nostro e di tutte le cose, gli atomi non stanno mai fermi, non sorridono al tempo ma lo sbeffeggiano, perché è la loro danza a costruire ogni cambiamento, è la loro danza a essere il nostro destino.

 

Ho ascoltato la fenice che mi abita, mi sono lasciata trasportare nel fuoco e nel vento. Ora che sono sull’orlo della notte, dovrò aspettare la luce del mattino per scoprire la nuova forma e il colore di queste forma che abitano in questa realtà.

Oggi è lunedì 5 aprile del secondo anno senza Carnevale, e senza Pasqua. La città era così silenziosa e vuota che sembrava disabitata da sempre. Questa Cronaca 393 nasce da un sogno e da questo silenzio, genitori della poesia che la abita dal centro.

lunedì 22 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/379. Cantare nell’ombra la vita nuova

 

 


Quando sei una ghianda e rotoli via dalla pianta madre, ancora non sai se diventerai una quercia o mangime per gli animali o farina per gli umani.

Poi dopo un po’ senti le radici che affondano nella terra e i primi minuscoli rami che premono per toccare il cielo. È con le radici che senti, non troppo lontano da te, che un albero gemello sta seguendo il tuo stesso percorso, senti la stessa fretta e la stessa voglia di vivere. Senti gli scoiattoli, il picchio rosso, qualche insetto e i funghi. La quercia tua gemella cresce alla stessa velocità, festina lente, e mentre le stagioni si alternano, il cielo è sempre più vicino e la terra rivela profondità che non immaginavate. Parlate tu e la quercia gemella, parlate nella lingua della linfa e delle foglie, nella lingua del vento e della pioggia. Siete cresciute lontano dalla pianta madre, perché il terreno è scosceso e voi siete arrivate quasi in fondo alla collina.

Intorno a voi sono cresciute altre piante, non solo querce, ma avete permesso a una piccola radura di prosperare alla vostra ombra e con lei tutti gli animali che vivono nel sottobosco. Non sapete quanto tempo è passato da quando avete respirato aria con le prime foglie, non contate il tempo come fanno gli umani, sentite le stagioni, ascoltate le nuvole, giocate con la pioggia che vi solletica e siete felici, come solo le piante sanno esserlo. Poi un giorno, durante un temporale estivo, un fulmine colpisce la tua gemella che si spezza e si schianta al suolo perché era più fragile di te e il tronco era in parte cavo. Quando gli umani passano accanto alla quercia spezzata, portano via un po’ alla volta i rami e buona parte del tronco, ma non quello cavo che resta sul terreno e dà rifugio alla volpe, ai topolini, e anche al serpente.

Hai temuto di essere rimasta sola mia antica quercia che accarezzo anche in sogno. Invece, le radici della tua gemella continuano a parlarti e la solitudine è solo una parola umana, non vegetale. Solo gli umani sanno cosa significhi non avere radici e non avere parole.

 

Sibila il serpente nella mattina chiara

 

Sono seduta sul tronco

spezzato della seconda

quercia che vegliava

il sentiero. Mi fermo a

riposare e chiedo al

vento di portarmi voci

nuove, storie inaudite.

Mi risponde il sussurro dei

rami e sibila il serpente

nella mattina chiara che

mi avvolge i pensieri, chiaro

mantello di giorni in affanno e

desideri non ancora pensati.

Avrei voluto che fossero

ancora due le mie querce,

ma una ha sposato il vento e

freme a ogni sua folata,

mentre l’altra è sposa della

terra umida e nell’ombra canta

e vive la sua vita nuova.

 

Preferisco la terra dell’Altipiano della Luna, i suoi boschi, gli amici che non sono tornati e quelli che non se ne andranno mai, mentre la mia città soffre sotto cieli sempre uguali. Sibila il serpente nella mattina chiara è una poesia che ho scritto oggi pomeriggio per ricordare questa giornata nella Cronaca 379 di lunedì 22 marzo del secondo anno senza Carnevale.

domenica 3 gennaio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/301: dove gli angeli non cantano, è l’acqua a raccontare l’amore

 


Non scriviamo storie solo perché cerchiamo la verità in compagnia del nostro piccole lume, scriviamo storie soprattutto per il piacere di scriverle e poi di leggerle.

 

Fu così che Falena e Cicala si incontrarono durante un tramonto d’estate, poco prima che Falena, giovane e vezzosa, uscisse a caccia e Cicala, che aveva cantato tutto il giorno si ritirasse sul suo ramo rifugio.

Non sappiamo di preciso come accadde, ma sappiamo che fu Cicala a notare i bei disegni sulle ali di Falena e che attirò la sua attenzione alzando ancora un po’ il tono della sua voce.

Non si era mai visto che due creature così diverse, una notturna e l’altra diurna, riuscissero a comprendersi e a passare insieme ogni giorno quegli istanti bagnati di luce che separano il giorno dalla notte.

Il segreto del loro amore era proprio quello, l’attrazione per la luce. Mentre Cicala alzava i suoi altissimi gloria verso il cielo azzurro e le nuvole, Falena riusciva solo a intravedere gli ultimi bagliori del giorno e si lasciava attrarre, correndo grandi pericoli, ogni giorno dalla luce di lampade e candele.

Non so se sia stata la mia lampada estiva in terrazzo, non so se siano state le luci delle candele, ma Falena arrivava ogni sera a contendere lo spazio aereo intorno a noi con i pipistrelli, così come Cicala doveva alzare la voce verso il tramonto, quando erano le rondini a uscire e a rubargli il Teatro del Mondo.

Sapevano l’estate scorsa Falena e Cicala che il loro amore sarebbe durato solo i mesi della luce? Certo che no, non potevano saperlo, come nessuno di noi sa quando l’amore arriva e ci sconvolge come un vento improvviso, come un lupo curioso.

Ho trovato Falena aggrappata alle imposte di legno del soggiorno, era intatta, perfetta, sembrava dormisse e solo minuscole lamelle di ghiaccio ricoprivano il bordo delle ali. Mi piace pensare che si sia addormentata ascoltando il canto di Cicala e sognando di poter passare con lui almeno una di quelle gloriose giornate estive, ancora.

Non sappiamo quando la nostra stagione inizierà e ancora meno quando finirà. Siamo attratti dalla luce quanto Falena e Cicala, ma abbiamo compreso, durante l’anno senza Carnevale, che non dobbiamo rifuggire l’ombra, che l’ombra va cercata e protetta quanto la luce. Senza luce l’ombra non esiste, come noi non saremmo visibili. Ed è grazie alla luce che la nostra ombra prende consistenza e popola il lato inferiore del mondo. E a volte anche il lato infero di noi, che siamo come angeli caduti in cerca di una possibile redenzione.

 

Dove gli angeli non cantano

 

L’unica voce che sento oggi è

il chiocchiolio dell’acqua nella

fontana, dove il gelo si è

ritirato e aspetta una nuova

discesa verso di noi per imparare

come impadronirsi del mondo.

Ma non è l’unico figlio della Natura

che ci contende la vita su questa

terra. Aspetta, come aspettano

le api addormentate nell’alveare,

aspetta, come aspettiamo noi,

qui, in fondo al giardino, mentre

ascoltiamo l’acqua che canta dove

gli angeli non osano più farlo.

 

 

Oggi è domenica 3 gennaio del secondo anno senza Carnevale, e questa è la Cronaca 301. A dire il vero sembra domenica da tre giorni ed è una sensazione piacevole. Dove gli angeli non cantano è una mia poesia inedita che ho scritto ascoltando il canto della fontana che mi ha riportato all’estate e mi ha raccontato la storia d’amore, l’eterna storia d’amore tra Falena e Cicala.

mercoledì 30 dicembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/297: tessere il tempo, tirare un filo, scoprire che uno non è mai solo, uno è sempre molti

 


Com’è e come non è tutti gli anni del Novecento stanno continuando a litigare, mentre quelli del Ventunesimo secolo assistono straniti e d’improvviso si rendono conto di avere vissuto una vita che non era la loro.

Perché, vedete mie care lettrici e miei cari lettori, accorgersi, magari in età tarda, che non si è vissuta la propria vita ma quella che la famiglia d’origine, il coniuge, il lavoro, la società in cui viviamo ci hanno spinto a vivere, è un momento da cui non si torna indietro.

E quei due primi decenni proprio a questo stavano pensando. Perché il Novecento è stato un fardello pesantissimo, il Novecento è morto con la pandemia del 2020. Qui abbiamo un anno nuovo che non vuole arrivare, lì abbiamo un secolo che non vuole andarsene.

Ma è lo spirito del tempo che alla fine prende sempre il sopravvento e lo spirito del tempo è la finissima tessitura di pensieri, azioni e intenzioni degli umani. Che ormai sono all’incirca 8 miliardi e non il miliardo e duecento milioni di 100 anni fa.

Forse aveva ragione il filosofo (Sartre?) che scriveva che libertà significa assumersi la propria responsabiltà. Ha ragione la preghiera variamente attribuita a una popolazione nativa: “Aiutami Grande Spirito a cercare di cambiare le cose che possono essere cambiate, ad accettare quelle che non possono essere cambiate e, soprattutto, a capire la differenza tra loro”.

Tutti noi siamo figli di un’epoca, di una storia, di una famiglia, degli incontri che facciamo, delle amicizie e degli amori. Moltiplicate tutto ciò per 8 miliardi e capirete come si sente VentiVenti e perché VentiVentuno abbia paura.

In questa giornata di sole leggero che ha fatto sciogliere la neve, la pigrizia ha preso il sopravvento, una lunghissima passeggiata a fine pomeriggio ha liberato la mente di ciascuno dei contendenti. Così, stasera, ospito davanti al caminetto acceso e scoppiettante VentiVenti e VentiVentuno. Mentre il primo sta perdendo la sua aria da vegliardo e ringiovanisce, perché sa che tra un giorno sarà finita in questa dimensione e sarà altrove, a riordinare l’immenso archivio dell’anno che è stato, dell’anno che sarà ricordato come il peggiore da parecchi decenni, e suo malgrado, VentiVentuno continua a imbozzolarsi nei dubbi.

-     VentiVentuno, vieni più vicino. Voglio fare con te lo stesso ipotetico bilancio dell’anno che verrà. VentiDiciannove lo ha fatto con me e, devo dirti, non abbiamo azzeccato una sola previsione, come fossimo dei banalissimi astrologi terrestri. Inizia tu giovanotto…

VentiVentuno, girò la testa e disse soltanto queste parole:

-     Non ho bilanci da fare, non ho desideri, se non uno soltanto: spero di non assomigliarti mai, mai, mai.

Su queste parole perentorie e definitive chiudo questa Cronaca 297 che, di colpo, sente tutto il peso del Tempo sulle proprie spalle ed è come se non avesse la forza di andare avanti.  

Oggi è mercoledì 30 dicembre dell’anno senza Carnevale, il vecchio e triste VentiVenti. Ma a volte è vero che la vecchiaia diventa una grande opportunità. Quale sara l’eredità di quest’anno terribile? Penseremo alle parole che lo contraddistinguono e domani sera sapremo cosa avrà deciso VentiVentuno.

 

lunedì 28 dicembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/295: un viaggio d’inverno che tiene la musica racchiusa nel cuore

 


Ecco che sono partiti nel cuore della notte, mentre la neve iniziava a scendere qui nella città silenziosa e a cantare quel canto segreto che solo le città conoscono.

Il vecchio VentiVenti camminava a testa bassa nella tempesta, avvolto in un mantello che lo ricopriva da capo a piedi. Il giovane ribelle VentiVentuno lo seguiva spavaldo a capo scoperto, con un mantello corto e i calzari come se non sentisse la neve e il gelo. Ma forse davvero non li sente, perché non è ancora nato e questa dimensione non è ancora la sua, se mai lo sarà.

Non c’era bisogno di percorrere tutta quella strada, ma il vecchio voleva che il giovane capisse il valore dei riti di passaggio. Quando arrivarono nella città silenziosa, nella mia città, ma potrebbero essere arrivati ovunque, l’alba era già sorta e tutto era bianco sia sopra che sotto.

Il cielo continuava a scaricare neve e la terra accoglieva tutto quel bianco che diventava una coperta gelida e immacolata, almeno sino a quando gli umani non sarebbero passati a calpestarla.

Nessuno li ha visti camminare sotto le mie finestre, se non io. Questa fiaba la sto immaginando io, giorno dopo giorno, e fino a che non scrivo, io sola vedo quello che accade intorno e dentro questo livello di realtà.

L’anno presente e l’anno futuro hanno attraversato le vie sino a uno dei più grandi ospedali, hanno visto uomini e donne che respiravano solo attaccati ai macchinari. Hanno visitato uno di quei ricoveri dove gli anziani sono morti come mosche nella calura. Hanno visitato le scuole vuote da mesi, i supermercati, i tanti negozietti di quartiere che hanno chiuso per sempre, i ristoranti e i bar che forse riapriranno, i teatri e i cinema, i parchi.

-     Vecchio, cosa pensi di ottenere da me, facendomi vedere tutta questa devastazione? Così mi convinci, semmai, a restare nella mia stanza all’infinito, non certo a venire qui.

VentiVenti pensava al Teatro del Mondo, dove Lino e Chino, con Miren e Geppo e il bambino divino, Bimba e la Sirenetta si stavano scaldando intorno al piccolo fuoco.

-     Ti comporti come i giovani umani che pensano di fermare il tempo continuando a fare vite adolescenti. Neanche tu puoi mutare l’ordine del tempo. Noi siamo solo servitori e dobbiamo piegarci al mistero che lui è e che noi, di conseguenza, siamo. Noi siamo l’ineluttabile. Guarda questi fiocchi di neve, non hanno chiesto di esistere, non in questa forma almeno, non hanno chiesto di scendere dal cielo e planare su queste strade nella città silenziosa, anziché nella terra ai piedi delle Montagne della Nebbia. Eppure, scendono, fioccano, brillano un istante e poi si spengono. La vita è questa e non sarai certo tu a rivoluzionarla. Tutto quello che possiamo fare è riparare i danni, le storture e, quando siamo fortunati, vivere in questa dimensione con un corpo umano e i loro sensi. Tu ancora non sai quanto sia bello questo posto, quanto sia profumata l’aria e dolce bagnarsi nel mare o in fiume tranquillo. E cibarsi del loro cibo, innamorarsi, provare emozioni. Potrai essere uno di loro, per un anno soltanto tutto di seguito. E potrai tornare, se lo desideri, ma solo per aiutare gli altri e vivere nei loro panni.

VentiVentuno, che del Teatro del Mondo conosceva solo quello che gli altri vecchi gli avevano raccontato, era sempre più curioso e si chiedeva se non fosse il caso di fidarsi. Fidarsi, cioè affidarsi al Tempo, al suo inarrestabile fluire, al senso che nessuno comprende di primo acchito.

-     Prima di prendere la mia decisione definitiva voglio che mi porti a vedere alcuni dei posti che tu hai trovato bellissimi. Vediamo se riesci a convincermi.

VentiVenti sorrise tra sé e sé… sapeva che la curiosità del giovane apprendista avrebbe avuto il sopravvento e iniziò a elencare mentalmente i luoghi che avrebbero potuto vincere le incertezze di VentiVentuno.

-     Vieni – gli disse – siamo in Italia, qui sono concentrati la maggior parte dei paesaggi, dei luoghi e delle opere d’arte imperdibili. Qui mangerai cibi deliziosi, ma solo dopo che sarai “nato”.

Mentre VentiVenti e VentiVentuno si incamminarono verso la prima tappa di questo inaspettato e inconsueto viaggio, mi insinuo nella mente dell’anno che sta per finire e gli suggerisco posti che vorrei rivedere o vedere anch’io.

Questa è la Cronaca 295 di lunedì 28 dicembre dell’anno senza Carnevale e, sotto fiocchi di neve veduti e poi solo immaginati, parto anch’io per questo viaggio d’inverno che tiene la musica racchiusa nel cuore.

venerdì 25 dicembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/292: la tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri

 


 

Allora, bisogna che io chiarisca subito che questa è una fiaba di Natale, per questo nessuno dei personaggi indossa una mascherina. Ma tutti, proprio tutti, coloro che si sono affacciati in queste pagine stanno subendo l’anno della pandemia. Queste Cronache avrei anche potuto intitolarle così, ma era scontato.

È stata la mancanza del Carnevale, la prima festa collettiva che è saltata a darmi il titolo. Per questo Chino – cioè Arlecchino – ha la giubba malconcia ed è disoccupato da marzo insieme a centinai di migliaia di lavoratori e artisti del mondo dello spettacolo, dell’arte, del cinema e del teatro, dei musei eccetera, eccetera.

Il Natale appena trascorso, in tono minore, mi ha ispirato il personaggio di Lino, cioè di Babbo Natale, Natalino, Lino.

Miren e Geppo, la maestra elementare e il falegname, hanno patito il lockdown come tutti noi. Ma gli artigiani più degli impiegati e gli insegnanti, le maestre, i bambini e i ragazzi ancora più di noi adulti e privilegiati smartworker.

Maria e Giuseppe hanno messo al mondo una nuova creatura, un bambino divino che ancora non ha nome.

Mettere al mondo, un bambino prima di tutto, una fiaba, una storia, una musica, una poesia, un dipinto è una delle azioni più potenti che un essere umano possa compiere.

La nascita non è un’abilità individuale, la nostra specie si riproduce così e il corpo femminile diventa la porta tra i mondi.

Mettere alla luce significa dare a una creatura nuova la possibilità di attraversare con un corpo umano, con i nostri sensi, un tragitto dello spazio-tempo strappato all’eternità.

Vorrei tanto che la luce di questa nascita risplendesse sulla difficile, ma non impossibile ripresa che ci attende. Se i vaccini funzioneranno potremo ricominciare a muoverci, a camminare, a respirare. Le cose più elementari che davamo per scontate e che abbiamo imparato a sentire in noi come vitali.

Oggi abbiamo onorato una giornata speciale per centinaia di milioni di persone nel mondo.

Questo solo mi interessa, oggi abbiamo provato quello che scriveva il musicista e compositore Gustav Mahler:

“La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”.

Oggi abbiamo custodito il nostro fuoco e lo abbiamo attizzato con gioia, letizia e speranza.

Non siamo che piccole stelle che brillano un istante nell’eternità, ma quanto splende la nostra luce!

 

Questa è la Cronaca 292 di venerdì 25 dicembre dell’anno senza Carnevale e qui, nel grande Teatro del Mondo, abbiamo terminato la giornata con i tortellini in brodo e il pandoro. Che delizia, spero che anche voi che mi leggete con fedeltà abbiate trascorso una giornata bella e buona. Domani vi racconterò ancora qualcosa di questa fiaba e forse inizierò a raccontarvi quella dell’anno nuovo che stava facendo di tutto per non arrivare.

mercoledì 23 dicembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/290: i molti che stanno salvando il mondo, lavorano nell’ombra


È trascorso un altro giorno di affanni e ricerche a vuoto. Abbiamo scoperto che l’intruso di ieri sera, tanto intruso non è.

È lo spirito del Natale del 2018 e dice che è venuto a cercarci perché Bimba ha dormito quasi tutto l’anno e non ha trovato lo spirito del Natale 2020.

-     Forse se lo cerchiamo insieme troveremo la persona giusta, forse.

Lo dice lo spirito natalizio del 2018 e non ci crede nemmeno lui…

Così è Lino che ci fa una proposta, una proposta che non possiamo rifiutare.

-     Sentite, abbiamo solo domani per trovare il nuovo spirito del Natale, è improbabile che ci riusciamo. Bimba, che avrebbe dovuto cercarlo si è addormentata, lei era l’unica ad avere gli indizi ma pare che se li sia dimenticati insieme a tutto il resto.

Lo spirito dell’ultimo Natale alza le spalle e abbassa gli occhi, non sa cosa dire, ed è già abbastanza mortificata. Inutile infierire.

-     Senti tu, bel tomo! Sei stato lo spirito del Natale di due anni fa e cosa hai fatto di speciale? E come ti chiami?

L’uomo è imbarazzato tanto quanto Bimba, dice di chiamarsi Carlo e che lo spirito del Natale lo ha portato in un laboratorio di falegname che stava per chiudere e lui aveva portato nuovi clienti e il lavoro aveva ricominciato a girare.

-     Mi ricordo di te, adesso – intervenne Geppo – sei stato fondamentale e io te ne sono sono grato. Anche se adesso il laboratorio è di nuovo chiuso e non so quando potremo riaprire.

- Ehi! Signora narratrice, ha qualche suggerimento per noi? Ehi! Dico proprio a lei, quella che ha le idee brillanti e pensa di avere sempre ragione.

Io, che sarei la narratrice, ridacchio, ma che ragione… io sto sempre dalla parte del torto, dico loro con malcelato compiacimento.

E poi mi blocco, perché mi viene da ridere e al contempo un’idea.

-     Sentite, abbiamo solo un giorno, domani è la Vigilia di Natale, Miren non può andare in giro con quella pancia, Geppo devo stare con lei e con gli animali. Lino e Chino ad andare in giro con quelle giubbe scolorite morirebbero di freddo, Bimba è ancora rintronata e tu sei appena arrivato. Sai che vi dico? Lo spirito del Natale lo facciamo noi tutti insieme, qui proprio in questa pagina, così le persone che ci stanno leggendo potranno essere con noi e raccontare questa storia. Con il passaparola vedrete che raggiungeremo molta più gente di quanto non potremmo fare da soli. Anche se non è il numero di persone che è importante.

Mi fermo un attimo e poi apro la cesta della poesia e porgo loro I giusti di J. L. Borges, tratta dalla raccolta La cifra del 1981.

 

 

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.

Chi è contento che sulla terra esista la musica.

Chi scopre con piacere un’etimologia.

Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.

Il ceramista che premedita un colore e una forma.

Il tipografo che compone bene questa pagina, che forse non gli piace.

Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.

Chi accarezza un animale addormentato.

Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.

Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.

Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.

Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

 

-     Ognuno può arricchire questo elenco secondo esperienza e sensibilità. Ognuno di noi conosce dei giusti che lavorano nell’ombra ci dice Lino che parla come un oracolo, al punto che la sua giubba torna a risplendere dell’antico colore rosso.

Allora siamo d’accordo, scriviamo una lista dei giusti e domani, sera della vigilia, la condividiamo e vediamo cosa accadrà.


Questa Cronaca 290 è la quinta parte della mia favola di Natale che si sta avviando alla sua naturale conclusione. Oggi è mercoledì 23 dicembre dell’anno senza Carnevale, spargiamo poesia e parole nuove per dire la speranza che non ci abbandona. Di seguito il testo originale della poesia di Borges.

 

Un Hombre que cultiva su jardín, como quería Voltaire.

El que agradece que en la tierra haya música.

El que descubre con placer una etimología.

Dos empleados que en un café del Sur juegan un silenzioso ajedrez.

El ceramista que premedita un color y una forma.

El tipógrafo que compone bien esta página, que tal vez no le agrada.

Una mujer y un hombre que leen los tercetos finales de cierto canto.

El que acaricia a un animal dormido.

El quel justifica o quiere justificar un mal que le han hecho.

El que agradece que en la tierra haya Stevenson.

El que prefiere que los otros tengan razón.

Esas personas, que se ignoran, están salvando el mundo.