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giovedì 24 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/746. Chiara voce dell’alba, prologo di ogni mattino

 

 


Quando la notte prende il sopravvento e ci tiene tra le sue braccia, ecco che una nuova possibilità si apre. Mentre l’oscurità sfuma nell’argento dell’alba, noi possiamo anche udirne la voce, che è la voce degli uccellini sopravvissuti all’inverno. Ancora i suoni dell’umanità non si manifestano e si può restare ad aspettarli, perché cresceranno con l’avanzare della luce. L’alba è il primo evento di ogni giorno, ogni giorno è la speranza che ogni cosa vada bene, che ogni cosa vada meglio del giorno che l’ha preceduta. È cristallina la voce dell’alba, è alta e chiara e invita il sole a mostrarsi nei suoi drappi rossi e argentati.

Guardo fuori dalla finestra aperta, non importa se fa ancora freddo. Sdraiata sul divano, avvolta in un plaid di lana, guardo il colore degli alberi che trasmuta dal nero della notte che li confondeva con sé, al timido marrone appena scheggiato dalle gemme nuove. Di notte gli alberi sono come parole ancora immerse nell’inchiostro. È solo la luce che riesce a scrivere nel cielo e a rendere la natura partecipe del progetto misterioso di ogni giorno che inizia.

 

 

Prima che la parola sia stata pronunciata

 

Chiedo alla luce questa

prima parola, la chiedo

perché la luce conosce

la differenza tra un silenzio

che precede la parola e

il silenzio che la segue.

Così avviene ogni giorno

questo miracolo: sentire

l’eco di ogni intenzione

prima ancora che la parola

sia stata pronunciata.

 

 

Così è trascorso questo giovedì 24 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 746 si esercita ancora al silenzio, lei che vorrebbe solo trillare con gli uccellini che hanno cantato tutto il giorno in fondo al giardino.

giovedì 28 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/599. Cosa è realtà? Cosa è immaginazione?

 


Di colpo il buio arriva prima che il pomeriggio sia finito, mi sorprende alle spalle mentre scrivo e solo le ombre degli oggetti nella stanza mi fanno capire che un altro giorno è passato.

Quanto tempo è trascorso per arrivare sino a questo momento diverso, quello in cui un giorno e la vita finiscono con il coincidere? Smetto di scrivere e guardo dalla finestra le sagome dei rami immobili nell’assenza di vento. Ci sono le tende, i vetri, le imposte sono aperte, il mio sguardo è protetto dal mondo esterno, posso concentrarmi su quello che accade in questa stanza e nel mio cuore.

 

 

Se la realtà è solo un vetro trasparente

 

Si riempiono a turno

il vaso della realtà e

quello dell’immaginazione.

Con che lacrime sto

abbeverando il tempo

di queste parole? Dorme

sulle tue spalle come

un predatore notturno,

esce a dissetarsi solo

all’alba, quando crede

che io non stia guardando.

Ma è nel presente che

sto piangendo e il vaso

trabocca e solo allora

vedo in un angolo quel

terzo vaso tutto sbreccato,

è di un azzurro pallido,

il suo colore è un tono che

mai avrei usato per dire

il passato. Guardo intorno e

ogni sillaba decade come

un atomo radioattivo quando

mi muovo nella stanza dove

solo i ricordi sembrano avere

vita. Alcune scivolano nel

vaso e si acquattano, altre

cadono a terra e si polverizzano,

poche prendono il volo e vanno

a sbattere contro la finestra

chiusa e mi dicono che questa

è la nostra realtà: un vetro

trasparente che non riusciamo

a oltrepassare.

 

 

Raccolgo le sillabe cadute per la mia collezione, brillano come ciottoli raccolti in riva al mare. Mi ricorderò di questi momenti quando le prenderò in mano in quel giorno in cui tempo e memoria saranno all’unisono nelle mie parole?

Oggi è giovedì 28 ottobre del secondo anno senza Carnevale e la sua Cronaca 599 è stupefatta di essere l’ultima che inizia con il numero 5 e vorrebbe uscire dalla finestra, vorrebbe che io la lasciassi andare e poi ritornare.

martedì 14 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/555. L’autunno che replicava stelle, la finestra e la cornice di abete

 

 



Oggi tante cose da fare, incontri, conversazioni, impressioni. Ho dovuto tralasciare le Cronache, salvo che per la ricerca di una poesia giusta per questa giornata. E l’ho trovata.

 

Settembre, notte

 

Ora solo il linguaggio può ridire quei gesti

scriverne piano ripetendo l’ardore con cautela

fissando perché restino ancora in questa stanza

le grandi ombre di allora.

 

Schianta ancora il tuo petto contro il mio

perché questa è l’unica orma dell’amore

l’autunno che replicava

stelle quasi da un mondo uguale

la finestra, la cornice di abete

l’addolorato trattenersi delle schiene.

 

 

Antonella Anedda, da Notturni, in Notti di pace occidentale, Donzelli, 1999

 

Oggi è martedì 14 settembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 555, si gode la sera in compagnia di uno dei più bei libri di poesia del secondo Novecento.

martedì 13 aprile 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/401. Riflessioni seduta alla scrivania, con tutto il mare intorno

 



Ogni giorno scrivo la mia Cronaca sul bordo della sera, colleziono i frammenti d’ombra, i lembi di cielo, le immagini dei passanti, le voci che presto saranno dimenticate. Chiedo molto al tempo, agli istanti in cui possiamo sminuzzarlo. Poi mi siedo in riva al mare ed erigo il fragile castello di parole che darà conto di questa giornata. Il senso sprofonda, come da un anno a questa parte, con le dure statistiche dei nuovi contagi e dei morti. Ogni giorno ci vengono proposti anche i numeri dei piani vaccinali e dell’efficacia dei vaccini. La mia sensazione è di essere su una barca a vela dei tempi antichi, dove le preghiere erano efficaci quanto la maestria dei marinai. D’altro canto non è assurdo questo navigare a vista, la pandemia è una di quelle esperienze dove siamo costretti a navigare a vista perché non abbiamo precedenti, protocolli e azioni efficaci e consolidate per continuare ad attraversare questo deserto, o questo guado, o questo mare con la sensazione che arriveremo, di certo arriveremo. Intanto preparo un tè, assaggio un pezzetto di zenzero candito, torno alla finestra a guardare le foglioline appena sbocciate. La bella giornata primaverile è il proscenio del mio tempo e delle mie riflessioni che vanno accumulandosi sui soliti taccuini prima che sullo schermo. Stavo per uscire nel pomeriggio, ma poi ho sentito fortissimo il richiamo della pagina bianca, così tornata alla scrivania e ho ricominciato a scrivere, una pagina nuova per il nuovo romanzo. Stare in compagnia dei propri personaggi è un’esperienza davvero bizzarra, ma una delle migliori esperienze della vita, molto simile a quella della compagnia dei personaggi di cui andiamo leggendo. È proprio vero che noi siamo storie, che le storie vengono dalla vita, dall’immaginazione e dai libri già scritti. Desiderio e intenzione si alleano sulla pagina e una nuova storia ne scaturisce, una storia già scritta e già letta, tutte le storie sono già state scritte, la novità è quella del nostro sguardo, interiore ed esteriore, e di come andremo a combinare le parole sulla carta. Per alcuni è un richiamo irresistibile raccontare storie e in questa routine quotidiana sta la felicità dell’esistenza, insieme alla gioia di sapere che avremo condiviso la nostra tessitura di parole con le amiche e gli amici che ci leggeranno. Sapendo che scrivere è lanciare sempre un messaggio in una bottiglia, che il mare è vasto e che la fortuna di essere letti è dovuta, in prima istanza, proprio al caso, che della fortuna è padre. Scrivere è sfidare il silenzio e credere che il nostro viaggio possa essere, in qualche modo, governato.

 

Si parte alla ricerca del nome nuovo

 

Né domani, né oggi è

il tempo della narrazione.

Bisogna fidarsi del tredicesimo

mese e lasciare che accada

ogni giorno di nuovo, che

la mente approdi su una spiaggia

nuova, che Circe e Nausicaa

siamo sempre innamorate

del loro Ulisse. Il mio è

salpato di nuovo, preferisco

andare o restare? Seguirò

la mia vela e il nome nuovo

che ho ancora non ho avuto.

 

 

Bene mi congedo ora che il sole non è ancora tramontato, ascolterò molte storie stasera, la navigazione continua, in fin dei conti è vero, è sempre vero che la vera mèta è il viaggio.

Questa è la Cronaca 401 di martedì 13 aprile del secondo anno senza Carnevale.

sabato 20 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/377. Siamo fermi a metà di un ponte sospeso che unisce due lembi di cielo

 



Noi guardiamo ogni giorno il mondo intorno a noi, lo guardiamo e impariamo, fantastichiamo, immaginiamo.

Ogni giorno il mondo ci guarda e si mette in scena, nulla sfugge alle regole dello sguardo che ci chiedono attenzione e cura.

 

Le declinazioni delle nuvole e della notte

 

Ogni nido cerca l’albero giusto,

ogni respiro il suo cielo, ogni finestra

i suoi palazzi e scorci. Non è il caso a

governare la nostra visione, è l’alfabeto

delle immagini che abbiamo imparato,

quando le parole erano solo suoni, sono

le declinazioni dei voli in picchiata

delle rondini, e quelle imprecise delle

nuvole e della notte. Per questo

lascio che gli occhi vagabondino ancor

più dei miei passi. Perché quando

cammino nei miei mondi immaginari

sono gli occhi e guidarmi e l’eco della

tua voce.

 

Stare chiusi nelle case e nelle botteghe, riparati dai sogni e dalla pioggia, consolati dai libri e dalla scrittura, come torneremo a una vita piena di persone? Lo chiedo ai miei personaggi e le risposte sono vaghe. Quello che abbiamo imparato di noi e del tempo, è fermo a metà di un ponte sospeso che unisce i lembi del cielo, prima ancora di quelli della terra. Anche se guardiamo indietro non possiamo che procedere, nel luogo da dove siamo partiti taglieranno le corde e il futuro è l’unico luogo dove cercare una possibile salvezza.

Per questa Cronaca 377 di sabato 20 marzo, giorno dell’Equinozio di primavera del secondo anno senza Carnevale, ho scritto la poesia Le declinazioni delle nuvole e della notte, che mi sta conducendo verso un lembo di cielo e la sua terra.

giovedì 5 novembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/242: il tempo è una piccola finestra riempita dalla luce

 

Nell’ultimo giorno non rosso di questo tiepido novembre, ho scelto di chiedere asilo alla poesia.

Ho sfogliato un mucchio di libri prima di decidere dove andare e poi, come sempre, è la poesia che mi ha chiamata.

È un lungo testo del neo premio Nobel per la Letteratura Louise Glück e bisogna entrarci molto piano, lasciarsi prendere dalle immagini più che ancora dalle parole.

Se il mondo esterno è un groviglio di pericoli e preoccupazioni, starsene rinchiusi in una poesia come in un guscio d’uovo perfetto, mi sembra davvero una buona strategia di sopravvivenza immaginativa.

L’anima ha bisogno di essere supportata e nutrita, accarezzata e curata.

Facciamolo in compagnia di questi versi che vi invito a leggere e rileggere per prepararsi al primo giorno rosso per lombardi e piemontesi, giallo o arancione per il resto d’Italia.

 

Albata

 

Il mondo era molto grande. Poi

il mondo era piccolo. Oh

molto piccolo, piccolo abbastanza

per essere contenuto in un cervello.

 

Non aveva colore, era tutto

spazio interiore: niente

entrava o usciva. Ma il tempo

si infiltrava comunque, quella

era la dimensione tragica.

 

Prendevo il tempo molto seriamente in quegli anni,

se mi ricordo bene.

 

Una stanza con una sedia, una finestra.

Una piccola finestra, riempita dalle forme create dalla

luce.

Nel suo essere vuoto il mondo

 

era sempre intero, non una scheggia di qualcosa, con

il sé al centro.


E al centro del sé,

dolore al quale non credevo sarei sopravvissuta.


Una stanza con un letto, un tavolo. Lampi

di luce sulle superfici nude.

 

Avevo due desideri: desiderio

di essere al sicuro e desiderio di sentire. Come se

il mondo stesse prendendo

 

una decisione contro il bianco

perché disdegnava il potenziale

e voleva al suo posto sostanza:

pannelli

d'oro dove la luce colpiva.

Nelle finestre, le foglie

rossastre del faggio ramato.


Fuori dalla stasi, fatti, oggetti

sfuocati o intessuti insieme da qualche parte

 

il tempo era agitato, il tempo

reclamava di essere toccato, di essere

palpabile,

 

il legno lustrato

scintillante di decorazioni -

 

e poi io ero di nuovo

una bimba in presenza di ricchezze

e non sapevo di cosa le ricchezze fossero fatte.

 

Rimando di nuovo a domani il girovagare nei tre libri acquistati ieri e vi auguro una buona notte. Oggi è giovedì 5 novembre dell’anno senza Carnevale e questa Cronaca 242 risplende di poesia e autunno. La poesia è tradotta da Elisa Biagini e inclusa nella raccolta Nuovi poeti americani, Einaudi 2006

 

 

Aubade

The world was very large. Then
the world was small. O
very small, small enough
to fit in a brain.

It had no color, it was all
interior space: nothing
got in or out. But time
seeped in anyway, that
was the tragic dimension.

I took time very seriously in those years,
if I remember accurately.

A room with a chair, a window.
A small window, filled with the patterns light makes.
In its emptiness the world

was whole always, not
a chip of something, with
the self at the center.

And at the center of the self,
grief I thought I couldn't survive.

A room with a bed, a table. Flashes
of light on the naked surfaces.

I had two desires: desire
to be safe and desire to feel. As though

the world were making
a decision against white
because it disdained potential
and wanted in its place substance:

panels
of gold where the light struck.
In the window, reddish
leaves of the copper beech tree.

Out of the stasis, facts, objects
blurred or knitted together: somewhere

time stirring, time
crying to be touched, to be
palpable,

the polished wood
shimmering with distinctions--

and then I was once more
a child in the presence of riches
and I didn't know what the riches were made of.


lunedì 26 ottobre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/232: dove la pioggia canta e i bambini ridono ancora

 


Pioggia, la pioggia cade, ma non è l’unica azione che compie perché la sento cantare. Certo, ho le mie allucinazioni uditive da poeta, e la voce della pioggia non è la sola che sento oggi, ma è la più forte.

 

Quel che la pioggia canta

 

Cosa canti pioggia, in queste

ore del nostro scontento? Come

riesci a fare quello che fai

sempre, come quando eravamo

felici? Le gocce rallentano un

poco la corsa, mi guardano

dall’altro lato della finestra.

E non cantano, non parlano,

non hanno davvero niente

da dire. Così presto loro

la mia voce e le sento che

implorano solo che la caduta

non sia veloce perché possano

guardare ogni cosa intorno e

ascoltare ogni suono e immaginare

di essere ancora nuvola nella nuvola.

 

Mi fermo a guardare il cielo che piomba sulla terra, la terra che si spacca, i mulinelli d’acqua accanto ai marciapiedi, le foglie che pure si sono arrese. Finiscono così anche i sogni d’amore, in un vortice e in un rimpianto autunnale.

Tutte le strade sono diventate quest’unica strada che posso compiere a mio piacimento tra le stanze della casa.

Si lamentano gli oggetti, piagnucolano i mobili e i libri tremano nelle copertine, come se temessero di essere destinati alla rimozione.

Dobbiamo imparare a ricollocare il nostro corpo in spazi chiusi che in questi mesi stiamo rimodulando intorno a noi.

Ma i corpi si ribellano, vogliono fuggire e spesso lo fanno anche contro la nostra volontà.

Imprigionati tra il terrore irrazionale di cadere ammalati – un francesismo – e il bisogno innato di aria e spazio intorno, stiamo attraversando quest’ultimo lunedì di ottobre come se sapessimo che qualcosa di tremendo accadrà. E forse è proprio così ed è al di là dalla nostra possibilità di reagire.

L’unica nota di allegria di questa giornata sono le voci e le risa dei bambini che a metà pomeriggio sono usciti da scuola. I bambini sono un bel pensiero, sono il desiderio e la speranza di futuro che nascono e rinascono generazione dopo generazione.

Oggi è il 26 ottobre dell’anno senza Carnevale, è l’ora del tè e della scelta di un nuovo libro per questa sera. La poesia è inedita ed è frutto di questa giornata pioggiosa e piovosa.

sabato 17 ottobre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/223: la pazienza delle cose comuni e la generosità di una finestra

La finestra è aperta, c’è il sole pallido e autunnale, durerà ancora poche ore. Latrati di cani in lontananza, odore di castagne arrostite, un refolo di vento.

Queste sono le ore di questo pomeriggio, precedute da quelle quiete del mattino, voci dei bambini davanti alla scuola, qualche auto in più, i cani nei giardini accanto alla biblioteca. Poi una breve passeggiata, la colazione in pasticceria, la spesa all’Esselunga. Un’altra passeggiata per il quartiere, la posta, il colorificio.

La vita quotidiana nella sua compostezza, tutti con la mascherina, tanti anziani soli, tanta gente che parla da sola. Nella mascherina il respiro si diffonde su tutto il viso, è pesante, umido, insopportabile. Non ho mai smesso di portare la mascherina all’aperto e continuerò a farlo. Non potendo prevedere cosa accadrà preferisco esagerare e rassegnarmi a questa bardatura.

Quel che sta accadendo nel mondo non ci dà alcuna certezza, si naviga a vista. I contagi aumentano in maniera esponenziale giorno dopo giorno e dobbiamo sperare che il virus non muti e diventi ancor più letale.

Viviamo ogni giorno in uno spazio ristretto, mancano l’aria, le idee e la compagnia. Ma almeno ci sono i libri, mi dico. Così leggo per la seconda volta le vicende edimburghesi della filosofa Isabel Dalhousie nata dalla penna di Alexander McCall Smith. Lascio che il profumo del tè invada la cucina insieme a quello di un pan di spagna appena sfornato, chiudo gli occhi e respiro, libera.

Inizio a sfogliare i quaderni delle citazioni a cercare qualche consolazione ed ecco quella giusta per oggi.

 

La pazienza delle cose comuni

È una specie d’amore vero?
Come la tazza contiene il tè,
Come la sedia si regge gagliarda sulle quattro gambe,
Come il pavimento riceve la suola delle scarpe.
O le dita dei piedi. Come la pianta dei piedi conosce
dove si trova.
Stavo pensando alla pazienza
delle cose comuni, come i vestiti
che aspettano rispettosamente negli armadi.
E il sapone che si scioglie quietamente sui piatti,
E gli asciugamani che assorbono l’umidità
dalla pelle della schiena.
E l’amorevole ripetizione delle stelle.
E cosa, infine, è più generoso di una finestra?

 

Ecco, ora posso chiudere la finestra e rivolgermi alla casa, al suo calore, alla sua normale bellezza adorna di libri.

Questa Cronaca molto pigra è già acciambellata davanti al fuoco insieme alle poesie di Bartolo Cattafi che mi accingo a rileggere. Oggi è il diciassettesimo giorno del decimo mese dell’anno senza Carnevale. La poesia è di Pat Schneider, tradotta e pubblicata sul suo blog da Nicoletta Cinotti (che ringrazio), di seguito la versione originale.

 

The Patience of Ordinary Things

It is a kind of love, is it not?
How the cup holds the tea,
How the chair stands sturdy and foursquare,
How the floor receives the bottoms of shoes
Or toes. How soles of feet know
Where they’re supposed to be.
I’ve been thinking about the patience
Of ordinary things, how clothes
Wait respectfully in closets
And soap dries quietly in the dish,
And towels drink the wet
From the skin of the back.
And the lovely repetition of stairs.
And what is more generous than a window?

 

martedì 22 settembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/198: di cosa odora una buona poesia? Di tè e profumo di pioggia, di legna tagliata

Ecco, è arrivato l’autunno! Impetuoso e freschetto qui nella città silenziosa, un po’ meno impetuoso ai piedi delle Montagne della Nebbia. Però il cielo chiuso ci invita al raccoglimento e a pensieri lievi di tè e profumo di castagne arrosto. Così scrivo questa poesia per salutare la nuova stagione.

 

 

 

Ecco è arrivato l’autunno!

 

Arriva col temporale, così

si annuncia e disfa la tela

leggera dell’estate. Incede

con passo guerriero, oscura

il cielo e strappa le foglie mille

a mille e intorno lo temono

le rondini che partono e anche

gli uccellini che stanno nei nidi,

lo temono i pochi fiori dai calici

appassiti. Ma non le rose, le rose

sanno che la stagione è solo un

nome, solo un modo per dirci

come prepararsi al freddo che

viene, alle castagne, al vento

e alla memoria che si apre, si

apre al cielo e lascia che questo

tempo ci attraversi senza dolore.

 

 

 

Nel falò di ieri sera abbiamo gettato carte, pergamene, un piccolo scrigno, una tazza di legno, una sciarpa rossa, qualche frammento delle stelle che il misterioso architetto ha recuperato dalla sua casa, vecchi manoscritti del sapiente guerriero. E poi una corona di cartone e uno scettro vero, dono del re e della regina a questo fuoco. La sacerdotessa ha bruciato una poesia trascritta a mano su un foglio già strappato che è la poesia giusta per celebrare questo primo giorno d’autunno della seconda stagione che sta tutta intera in un unico anno. Il poeta

 

 

Ho tre poesie,

disse.

Pensa, contare le poesie.

Emily le gettava

in un baule, io

non credo proprio che le contasse,

apriva solo un pacchetto di tè

e ne scriveva una nuova.

Era giusto. Una buona poesia

deve odorare di tè.

O di terra umida e legna appena tagliata.

 

 

Torno alla finestra a guardare la pioggia che scende, mi piace, mi piace l’odore di terra umida e legna appena tagliata.

Questa Cronaca 198 nasce come un fungo dal primo giorno d’autunno dell’anno senza Carnevale.

  

La prima poesia è mia ed è inedita.

La seconda poesia è di Olav H. Hauge, La terra azzurra, traduzione di Fulvio Ferrari, Crocetti editore 2008

domenica 6 settembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/182: metafisica delle finestre aperte, a volte chiuse

 

Le finestre sono gli occhi delle case e anche il naso. La maggior parte delle finestre è a una via, possiamo cioè affacciarci dall’interno verso l’esterno ma non viceversa. A meno che non stiamo attraversando in treno una cittadina e, curiosi, sbirciamo vite che non sono la nostra ma che potrebbero esserlo.

Le finestre sono un assoluto nei climi temperati e un’assenza dove il clima non è mite, dove il vento soffia implacabile da Nord e ci fa voltare la schiena alle intemperie. 

Nella città silenziosa la mia finestra preferita si affaccia sull’albero bellissimo, sulle sue foglie danzanti, sui muri di una vecchia scuola e su quelli ancor più antichi di una fabbrica che non esiste più dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Il davanzale è molto basso, quindi non posso affacciarmi in senso stretto, posso, però posso sdraiarmi sul divano e godere dell’alba argentata che arriva sempre più tardi in questo scorcio di fine estate.

Dalle finestre della casa dove vivevo da bambina contemplavo soprattutto il cielo e le vite dei bambini che abitavano nel palazzo di fronte. La maggior parte delle finestre della mia vita sono finestre sul mondo esterno, sul grande o piccolo paesaggio che in città si riesce ad abbracciare con lo sguardo.

A volte mi sono affacciata da finestre a piani molto alti e lo sguardo poteva correre libero verso l’intero orizzonte. Ma, quasi sempre, lo sgomento era più forte del piacere, perché veniva meno una delle funzioni fondamentali della finestra, cioè contenere il mondo in una cornice e favorire lo sguardo convergente che tanto piace alla poesia.

Anche potersi affacciare dall’esterno all’interno favorisce questo tipo di visione. Qui, nel giardino della Casa delle Parole, mi affaccio a tutte le finestre del piano terreno per cogliere la casa vuota in modalità “natura morta” e gli altri abitanti come se fossero quadri viventi, colti nei semplici gesti della vita quotidiana, attori inconsapevoli in una storia raccontata da altri.

O in una poesia che arriva da un passato ormai remoto.

 

Stelle alla finestra

 

Avvolge il silenzio questa casa

dove simuliamo infanzia. Un letto

verde, le ali sopra la finestra,

i libri che sono una torre e le parole,

ascolta, già sono fortezza. Si può

aspettare che l’inverno passi sapendo

che mai il suono delle voci sarà

uguale se viene meno un canto.

Tu custodisci questi quaranta anni,

la nostra traversata del deserto,

il tributo al Dio feroce cui non

cedemmo allora ma che oggi ci

impone la caduta. Manna o neve

o stella, nessuno resiste alle leggi

dell’attrazione. Di stelle inghirlando

la finestra, per dare gioia alla notte

che viene.

 

Da una passeggiata nel bosco dietro casa ritorno con un’altra poesia che appartiene a un episodio della vita di Mansfield e Woolf di cui entrambe raccontano nei rispettivi diari, ma senza svelare il contenuto della loro conversazione.

 

Scena da una passeggiata di Katherine e Virginia

 

Tocco la corteccia dell’albero che

chiami platano, sull’angolo della

tua strada vedo la tua casa in

fondo e cerco un senso a questo

mio vagabondare.

Ogni senso è poroso e lascia

passare più sentimenti che

ragioni.

Sillabo il tuo nome con la punta

delle dita e il platano risponde

scuotendo i rami e vedo una

foglia perfetta staccarsi e in volo

arrivare sino alla tua finestra.

Ti vedo prendere la foglia, ti

vedo accarezzare la sua pelle

non liscia e poi ti vedo guardare

verso il cielo, in alto, più in alto.

Poggi la foglia sulla tua guancia,

la baci una volta e poi

ancora. E lasci che il vento

la strappi e io aspetto per

vedere se torna e abbraccio

il platano che conosce il nostro

segreto.

 

Le finestre custodiscono molti più segreti di quanti non ne rivelino, quindi continuo a girare intorno a casa come una rondine impazzita e guardo e riguardo, ma non arrivo a capo di nulla.

Così mi arrendo, mi fermo, accetto i segreti e i custodi che li preservano, accetto il tempo che è una spirale, una scala e una finestra. Accetto la caduta e il sonno lieve, dove tutti i tempi e le creature amate stanno insieme in un luogo dove il male non può arrivare.

 

Cadere dalla scala del tempo


È una linea sottile rossa e non

un giorno, un mese o altro, è

un istante pieno, rotondo che

all’improvviso si affila e cade

dalla scala del tempo.


È il momento esatto in cui

capisci che il tempo non

esiste, perché la bambina e

la donna, camminano allo

stesso passo e il cuore che

batte è uno, soltanto uno.

 

Fuori dalla finestra la notte

si ammanta di nebbia e ricordi,

un intero cesto da cui pescare

a caso, a sentimento.

 

 

Ora che la notte scuote il mantello torno in casa e mi siedo a scrivere, ma prima parlo a lungo con un’amica che conosce la gioia e il tormento della scrittura. Una finestra è per te Edith, che ami i libri e le parole.

 

Questa Cronaca 182 è nata nella prima domenica di settembre, il sesto giorno del nono mese dell’anno senza Carnevale.

Le tre poesie della Cronaca odierna sono mie.

Stelle alla finestra è tratta dalla raccolta Figure del silenzio, Atì editore 2010.

Scena da una passeggiata di Katherine e Virginia e Cadere dalla scala del tempo sono tratte dalla raccolta Un’estate invincibile, Atì editore 2019.