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venerdì 3 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/817. Il sole mi interessa soltanto perché fa ombra

 


Mi piace sempre quando a un giorno di festa segue un altro giorno di festa. Ho finito di rivedere i tre film originali della saga Millennium e ho ricordato perché la storia di Lisbet e Mikahil mi era piaciuta così tanto: perché loro due combattono le ingiustizie, non si arrendono mai e se anche diventano vittime, trovano sempre il modo di rialzarsi e di continuare a combattere a prescindere da quanto siano feriti, malconci e delusi. Dopo un buon pranzetto alla trattoria Burla Giò in compagnia di mio nipote Marco, siamo andati a fare un giretto alla libreria American Bookstore in Cairoli, libreria che non è solo una miniera di libri in lingua, ma anche di oggetti vintage, soprattutto scatole e cofanetti, e di edizioni fuori commercio di tanti magnifici libri in italiano. Siamo stati a curiosare tantissimo, lasciato gli acquisti in deposito e poi siamo andati a vedere la mostra di Ferdinando Scianna a Palazzo Reale Viaggio RaccontoMemoria che ci è piaciuta moltissimo, soprattutto i ritratti, soprattutto quelli di Borges e Sciascia. Il payoff della mostra è una bella frase del fotografo: “Io guardo in bianco e nero, penso in bianco e nero. Il sole mi interessa soltanto perché fa ombra”. Le fotografie in bianco e nero hanno una potenza espressiva che difficilmente quelle a colori riescono a raggiungere. Forse perché noi umani sogniamo anche in bianco e questi sono i colori della memoria. Non vi è mai successo di vedere foto del passato, della Seconda Guerra Mondiale in particolare, e di provare un certo sgomento? Per ricordare questa esperienza notevole pubblico anche una poesia di Borges tratta da Storia della notte (a cura di Francesco Fava, Adelphi 2022)

 

Un sabato

 

Un uomo cieco in una casa vuota

logora circoscritti itinerari

e tocca le pareti che si allungano

e il vetro delle porte delle stanze

e sfiora i dorsi ruvidi dei libri

preclusi al suo amore e l’annerita

argenteria che fu degli antenati

e i rubinetti e le modanature

e alcune vaghe monete e la chiave.

È da solo e nessuno è nello specchio.

Va e viene. La sua mano tocca il bordo

di uno scaffale. Senza aver voluto,

si è disteso sul letto solitario

e sente che ogni atto che ripete

all’infinito in questo suo tramonto

segue le regole di un gioco oscuro

che è diretto da un dio indecifrabile.

Con alta voce e cadenzata, sillaba

frammenti di poemi antichi e tenta

variazioni nei verbi e negli epiteti

e bene o male scrive questi versi.

 

Oggi però è venerdì 3 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 817 scruta il cielo con occhi borgesiani.

sabato 26 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/720. Un mattino di sole, una città degli anni Settanta, una città notturna

 



Alla ricerca di una normalità sempre più difficile, sconcertata come tutti per quanto accade in Ucraina, mi dedico alle faccende che mi ero ripromessa di fare. Scelgo oggetti, butto oggetti, mi fermo a ricordare con oggetti in mano che non so se tenere o eliminare. Poi vado al mercato di quartiere del sabato mattina con mio fratello e compriamo pollo arrosto, patate al forno, peperoni ripieni. Dal pizzicagnolo olive taggiasche denocciolate, olive greche, olive pugliesi e lupini di cui mia madre andava matta e che non mangiavo da anni. Sembra una giornata qualunque di pre-pandemia, c’è il sole, incontriamo persone conosciute. Scopro che la vecchia panetteria è chiusa per sempre e che non riaprirà. Sono qui, nella mia città, preparo il pranzo, scaldo un po’ di pollo eppure nelle orecchie sento il cigolio dei carri armati che avanzano e il fragore delle bombe che esplodono, troppa immaginazione come sempre?

Nel pomeriggio inizio a seguire un nuovo laboratorio con Fiammetta, ritrovo vecchi amici e un tema nuovo da affrontare con curiosità e passione. “Il romanzo del paesaggio. Sublime contemporaneo” è un percorso dove andremo a esplorare, osservare e narrare il paesaggio italiano a partire dall’osservazione di luoghi, paesaggi e opere che suscitano emozioni sublimi o il sentimento del sublime. Il paesaggio italiano è quanto di meglio ci sia al mondo, le tre ore filano via e riesco a non pensare a cosa a accadendo in Ucraina. Dopo il laboratorio vado a una prima visione privata del nuovo film di Valeri Finessi, Donnarte dedicato alla nota gallerista Gigliola Rovasino che è presente. Una balda ottantenne sorridente e disponibile che ha attraversato il secolo scorso a contatto con le avanguardie artistiche e che ha gestito per anni la nota Galleria di Porta Ticinese che ho visitato pure io. Tra le mostre da lei ospitate c’è n’è una che voglio ricordare: Solidarietà transatlantiche. La Mostra Incessante per il Cile a Milano (1973-1977).

Per arrivare nello studio di Alberto Calcinai che ospita la proiezione, prendo la famosa filovia 90, la circolare destra, per un certo numero di fermate. Una Milano antica si dispiega sotto i miei occhi e una volta di più sento quanto sia grande il mio amore per questa città. Il film è davvero bello, emozionante ritrovare le immagini di quella Milano che non esiste più. Il padrone di casa è un noto fotografo e decine di sue fotografie adornano i muri, un altro elemento di piacere estetico in una serata ben riuscita, dove il mondo reale del presente è rimasto fuori dal perimetro delle stanze dove ho abitato in questo strano sabato di fine inverno, il 26 febbraio del terzo anno senza Carnevale con questa Cronaca 720 che sta girovagando nella notte in cerca di ispirazione. Mi fermo qui stasera, perché nonostante tutta la bellezza che mi ha circondato, continuo a sentire i carri armati e le bombe. La fotografia della Galleria fa parte dell’archivio dell’artista Giovanni Rubino.

giovedì 16 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/557. E sono i nostri occhi a guardare e le nostre orecchie ad ascoltare

 


Ha solo dodici anni la bambina Assunta quando è costretta a lasciare la scuola e ad andare a lavorare presso la fabbrica tessile del paese. Mani, mani quante mani ha visto muoversi sui filati e sui telai? Forse quelle mani le sono rimaste negli occhi, forse tutta la povertà, la miseria morale e materiale che ha visto e vissuto le sono rimaste negli occhi. Nel Novecento non erano molte le strade che i poveri potevano imboccare per cercare un riscatto sociale. Ad Assunta lo studio era stato precluso, ma era bella e intensa e questo le aprì la strada degli studios hollywoodiani. Tina Modotti interpretò tre film prima di allontanarsi da quella che allora era chiamata la Mecca d’oro del cinema. Ma non le era piaciuto come il suo volto e il suo corpo erano stati messi in gioco. Si ritira dal cinema, incontra il fotografo Edward Weston, di cui sarà modella e amante, scopre di essere una fotografa dotata. Non le interessa la fotografia come forma d’arte, la fotografia per lei è una rappresentazione fedele della realtà, della miseria della povera gente, della sofferenza. In Messico, dove conoscerà l’amore della sua vita, il politico cubano Julio Antonio Mella, incontrerà anche Frida Khalo, non ancora famosa, e suo marito Diego Rivera già molto famoso. Anche loro sono ritratti nella piccola ma esaustiva mostra “Tina Modotti. Donne, Messico e libertà” che è in corso al MUDEC di Milano e sarà aperta sino al 7 novembre prossimo.

Sono molte le fotografie dedicate al popolo messicano, ci sono fotografie di mani e piedi segnati dalla fatica, di volti che sorridono, nonostante la fatica. Ci sono particolari architettonici, nature morte con cactus e calle, che mi hanno ricordato i dipinti di Georgia O’Keeffe, ci sono alcuni dei ritratti che le fece Weston, dove lei è nuda e bellissima. Ha sempre lo sguardo malinconico Tina, riesce a difendersi a stento dalle turpi accuse di complicità quando Mello viene assassinato. Non vivrà molti anni dopo, si spegnerà a causa del suo cuore ammalato nel 1942 a soli 45 anni. Nonostante il suo diniego della fotografia come arte, le sue immagini ci restituiscono uno sguardo poetico e dolente sul mondo. La fotografia, come le altre forme d’arte avviene in almeno due momenti principali, quando il fotografo scatta e poi quando stampa, cioè quando decide come e quanto ampia sarà la cornice di mondo intorno a quel che il suo occhio ha veduto. La mostra è bella, con la mia amica Elisabetta, siamo andate avanti e indietro un paio di volte per guardare meglio alcune fotografie e intanto parlavamo di scrittura. All’uscita, la vecchia sede dell’Ansaldo, impresa metalmeccanica ancora attiva negli anni Ottanta del secolo scorso, ci ha accolto in questo baretto all’aperto, proprio davanti alle vecchie officine. Il tempo è peggiorato rapidamente, siamo andate di buon passo a prendere la filovia circolare destra mentre si scatenava un acquazzone di fine estate. Sull’autobus c’erano quasi solo persone immigrate, quasi tutte donne, quasi tutte sudamericane ed è come aver ritrovato di nuovi vivi i volti che avevamo visto in fotografia.

La magia dell’arte è proprio questa, tenere in vita, riproporre le vite, i volti, le parole di chi è stato e anche di chi è solo stato sognato. E sono i nostri occhi a guardare e le nostre orecchie ad ascoltare.

 

Oggi è giovedì 16 settembre del secondo anno senza Carnevale, e questa Cronaca 557 sta camminando per il Messico degli anni Trenta.

giovedì 5 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/515. Scrivere è aiutare l’eternità a rapire gli attimi

 


Catturare l’attimo e farlo diventare eterno, fermare la luce su una tela usando i colori o in una fotografia, dove non sempre i colori servono, perché il bianco e nero è una forma di memoria potenziata.

Scrivere con la luce è l’arte di pittori e fotografi, la lotta con la materia è limitata a tele, pennelli, spatole e colori, olio di lino, acqua per i pittori. E macchine fotografiche analogiche, le digitali le lascio in sospeso, pellicole, negativi, stampe su carta fotosensibile, e poi le fasi di sviluppo, fissaggio e lavaggio. E le fotografie stampate, stese come i panni del bucato e le immagini che prendevano vita sotto ai nostri occhi, immersi nella luce rossa del ripostiglio utilizzato come camera oscura. E non bastava lo scatto originale per la stampa, quel che faceva la differenza erano l’ingranditore e lo sguardo del fotografo che ritagliava l’immagine perfetta all’interno di quella scattata.

Così abbiamo lasciato impronte di luce per un secolo e mezzo e poi, le macchine digitali prima e gli smartphone poi, hanno permesso a chiunque di scattare fotografie e anche di registrare video, così abbiamo smesso di vivere per guardare attraverso uno schermo la vita.

La lotta con la materia è stata vinta dalla virtualizzazione delle immagini e solo gli scultori, che con la materia continuano a lottare, non possono lavorare con i pixel, ma solo con la pietra.

Anche chi scrive ha cambiato strumenti, dalla ticchettante macchina da scrivere, tutto il mondo degli scriventi è migrato sulle tastiere di PC, tablet e smartphone. Sono quarant’anni che lavoro coi computer, e l’unico vantaggio reale che danno agli scrittori è la facilità con cui si possono fare correzioni e collage di testi senza dover ricopiare tutto da capo. Ma questa facilità di esecuzione non ha semplificato o reso più facile il processo immaginativo e creativo che sta a monte di ogni scrittura. Perché le cose appaiono prima negli occhi della mente e poi cercano le parole per manifestarsi. Anche i suoni saltellano e rimbombano nella nostra testa prima di cedere il loro ritmo alle parole sulla carta. Ma almeno una parte della lotta con la materia è rimasta, almeno per chi appartiene alla vecchia scuola, perché editare e fare correzione bozze viene molto meglio se lo si fa su fogli stampati con penne colorate e segni convenzionali per le correzioni e variazioni da apportare.

Tutto quello che cerchiamo è forse davvero solo l’immortalità dell’attimo, la cattura della luce, il significato che la nostra mente narrativa dà alle immagini, ai paesaggi e ai volti.

Scriviamo, dipingiamo, scattiamo fotografie, scolpiamo, per aiutare l’eternità a rapire gli attimi, a popolare di immagini, parole e suoni, quei luoghi, musei o biblioteche di Babele, dove troveremo per sempre quel che di questo mondo, di questa realtà è stato importante per noi.

 

 

Sono le onde a scrivere questa poesia

 

Rotondo, fermo sulla

carta, immortale sei

mio attimo di luce che

ho intravisto nell’eternità

e che cerco di replicare

come se fossi una dea

fertile e immortale. Anche

di questo pomeriggio

ambrato resterà un poco

tra le mie parole e il tuo

desiderio che intuisco

ma ancora non conosco.

Battono le sei al campanile

che sorveglia la baia e

lascio che siano le onde a

scrivere il finale di questa

poesia, luce in altra forma

e dimensione, un silenzio

solo, unico e ripetuto.


Oggi è giovedì 5 agosto del secondo anno senza Carnevale e questa è la Cronaca 515 che sta sfogliando vecchi libri di fotografi del secolo passato (e l’immagine è una foto di Lee Miller ritratta da Man Ray), mentre se ne sta seduta con i piedi a mollo nel bagnasciuga.

venerdì 21 maggio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/439. Inventario delle nuvole e dei pensieri

 


Scrivere delle nuvole, guardarle e fotografarle o dipingerle non è niente di eccezionale, ma è una delle mie attività preferite. Perché le nuvole sono imprendibili e mutevoli, quando abbiamo finito di descriverle già non esistono più, così come i nostri pensieri, le sensazioni e le emozioni. Le nuvole appartengono al passato come tutto ciò che è in nostro potere cantare. La particolarità delle nuvole, come dei fiocchi di neve, dove mai ne troveremo due uguali anche se potessimo restare per millenni con il naso all’insù a osservarle.

Nell’articolo “Le mille e una nuvola” sul suo bellissimo blog Didatticarte, che vi invito a esplorare, Emanuela Pulvirenti ricorda Gavin Pretor-Pinney autore di Cloudspotting:

“Cosa c’è di più bello di un cielo azzurro? Un cielo pieno di nuvole”.

Seguono poi immagini dei quadri di John Constable, Mallord William Turner, Caspar David Friedrich e Gustave Courbet. È un articolo talmente interessante che spesso vado a rileggerlo e a guardare le immagini che lo corredano.

Ma perché sono ossessionata dalle nuvole? Oltre che dal cielo, dalle foglie, dagli alberi, dall’acqua, dalle ombre, dalla luce, dal vento, dal mare e via elencando?

Osservare le nuvole non è solo godimento estetico, le immagini delle nuvole sono chiavi che aprono porte con serrature che non combaciano.

Quando guardiamo una nuvola, la seguiamo nel suo cammino, lento o veloce, poco importa, ecco che mille forme si manifestano e poi svaniscono e nel guardarle noi ci troviamo a immaginare, altre forme e altri luoghi.

Nel nostro nuvolario personale una nuvola non è mai soltanto una nuvola, una nuvola è una porta o una finestra e attraversandola giungiamo in un luogo rarefatto della mente dove pensiamo per immagini prima e per parole poi.

 

 

Una nuvola, due nuvole, molte nuvole

 

Osservare le nuvole è davvero

il lavoro perfetto per imparare

a guardare e poi a stare nel

tempo e nell’impermanenza

di tutte le cose, perché le nuvole

sono filosofe naturali e sanno

che le risposte stanno nelle domande

e nell’altrove, in tutti i luoghi da

cui proveniamo e in quelli verso

cui andiamo. Andiamo? Ma non

è certa la direzione e neanche

il senso. Come scriveva Jean Cocteau

per la poesia, lo stesso possiamo

dire di tutte le nuvole. A cosa servono

dunque le nuvole? Sono indispensabili.

Ma non so per cosa.

 

 

Oggi ho guardato molte nuvole, nel cielo, nei quadri, nelle fotografie e sono piena di gioia. Sì perché le nuvole mi fanno questo effetto e anche i pensieri sono più leggeri dopo averle guardate.

Questa è la Cronaca nuvolosa numero 439 di venerdì 21 maggio del secondo anno senza Carnevale, le nuvole della fotografia sono antiche nuvole del 2013 viste a Torri del Benaco sul lago di Garda.

Nel nuvolario delle Cronache, ogni Cronaca cerca la sua poesia e la sua nuvola e io mi incanto a guardarle sdraiata sulla mia.

martedì 27 aprile 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/415. Guardare nel tempo, mentre il tempo ci guarda

 

 


 

Di tanto in tanto apro il cofanetto dove custodisco vecchie fotografie, a partire da quelle in bianco e nero dei miei genitori e che risalgono alla loro adolescenza negli anni Cinquanta. La tenerezza che provo è immensa, cerco di ricordare i loro racconti, mi commuovo sempre più man mano che procedo nel tempo e arrivo agli anni Sessanta, dalle fotografie in bianco e nero di famiglia, parenti vicini e lontani, amici, compaiono le prime polaroid che hanno ormai assunto quella patina azzurro-arancione che le contraddistingue. Ci sono poi alcune foto che ho scattato io a partire dagli anni Settanta fino a pochi anni fa, quando ho smesso di stampare le foto e ho creato confusi archivi digitali che di rado vado a sfogliare. Le fotografie mi hanno sempre incantato, soprattutto quelle in bianco e nero, come se questi colori fossero gli unici ammessi per il passato, e forse è così. Quando mi è capitato di guardare fotografie e vecchi documentari che sono stati colorati, lo spiazzamento è sempre stato enorme.

Le foto raggruppate nel cofanetto sono quelle per me più significative e più care. Prima o poi dovrò decidere che farne di tutte le altre, interessano solo me, comunque, e non vorrei che finissero gettate accanto a un bidone della spazzatura per strada, come è accaduto a un album di fotografie di un matrimonio degli anni Sessanta, qui a Milano, poche settimane fa. Forse bisognerebbe creare un archivio nazionale anche per gli album fotografici in analogia a quello esistente dei diari nella cittadina di Pieve Santo Stefano. Il passato familiare e collettivo racchiuso nelle vecchie fotografie ha, secondo me, molto più senso degli album sui social. Quando sono andata a Pavia a vedere la mostra di Vivian Maier mi sono commossa fino alle lacrime, quanto storie in ogni fotografia. E con lei ho sempre amato altri grandi fotografi del passato come Henri Cartier-Bresson, Man Ray, Robert Capa, Robert Doisneau, Eduard Boubat William Claxton, W. Eugene Smith, Alfred Stieglitz, Ansel Adams, ecc. ecc. che se continuo non faccio altro che duplicare liste facilmente reperibili in rete, quindi mi fermo qui.

Amo le vecchie fotografie soprattutto perché i selfie, che si chiamavano autoscatti un tempo, sono rarissimi e la nostra immagine ci ritorna mediata dallo sguardo di qualcun altro, molto spesso un genitore e poi amici e amori. Ogni fotografia ci suggerisce un punto di vista, un paesaggio, uno sguardo e una storia. Per questo ho comprato in sperduti mercatini di provincia fotografie in bianco e nero che appartenevano a famiglie estinte. Mi è sempre piaciuto immaginare storie a partire dalle vecchie fotografie scattate da sconosciuti che tali resteranno per sempre. Le fotografie dei grandi fotografi sono ciascuna un racconto in una infinita antologia.

 

 

 

Ogni immagine è un mistero

 

Non hai voce, non hai colore,

sei solo un’immagine fissata

per sempre a un istante, a

quella carta, a quello sguardo.

Nessuno svelerà il tuo mistero,

quel mistero che noi presumiamo

perché il tempo ti tiene ancora

tra le braccia e ti guarda, come

sto facendo io.

 

 

Voglio ringraziare Valentina Durante e  Giulio Mozzi per le infinite sollecitazioni e idee che zampillano durante i loro incontri dedicati proprio a Immaginare le storie, il cofanetto delle mie fotografie si è improvvisamente animato e mi ha chiamato a iniziare una nuova strada. Così sfoglio e immagino in questa Cronaca 415 di martedì 27 aprile del secondo anno senza Carnevale.


lunedì 6 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/120: quella parte della notte che non diventa mai luce, che non passa, che permane


Leggo sempre con grande curiosità le biografie e i memoriali degli scrittori, così come i diari, le autobiografie e gli epistolari. Così tra ieri notte e questa mattina ho letto il nuovo libro di Emanuele Trevi Due vite, in cui lo scrittore rievoca e racconta per frammenti, così come la memoria funziona, le vite degli scrittori Rocco Carbone e Pia Pera, suoi grandi amici di gioventù. Amo i libri di ciascuno di loro e non potevo che amare questa narrazione dove la vita di Trevi stesso diventa parte della geometria variabile di tre esistenze segnate dalla passione per la letteratura, per il senso dell’amicizia, per le vite esemplari di una generazione, la mia, troppo piccola per il ’68, ma abbastanza grande per il ’77.

Cosa fa di uno scrittore uno scrittore? Nelle biografie, più o meno letterarie, si cerca sempre di scoprire l’evento, l’azione, il moto dell’anima, cioè la causa che porta un essere umano a chiudersi in casa a scrivere, così come anche Trevi confessa. Il tempo del vivere e il tempo dello scrivere, le ambizioni della gioventù, sia Carbone che Pera parevano destinati a una brillante carriera universitaria, l’intrecciarsi di amori e amicizie, dove scopriamo che Chiara moglie di Trevi è la scrittrice Chiara Gamberale che è stata grandissima e intima amica di Rocco.

C’è una fotografia scattata da Rocco che ritrae Emanuele e Pia sorridenti: “Inspiegabilmente, alla fotografia si associa l’idea dell’«immortalare», ma è più un modo di dire sbagliato, non c’è nulla che più della fotografia, in un modo o nell’altro sempre vincolata all’attimo e al presente, ci ricordi la nostra transitorietà e futilità. Come l’angelo con la spada infuocata (il più incazzato e inflessibile degli angeli) il tempo ci sbarra ogni via del ritorno a quel paradiso terrestre che vediamo nelle fotografie, trasformando ogni gesto e ogni presenza nell’emblema di una caduta inarrestabile. D’altra parte, quell’attimo che la fotografia ritaglia nella durata può rendere visibile un’essenza, un aspetto permanente del carattere”.

La fotografia è un modo formidabile che fissa nella nostra memoria un istante preciso del tempo e ci permette di riviverlo all’infinito. Un tempo, dove non esistevano ritratti e dove era impossibile riconoscere qualcuno che aveva attraversato la tempesta degli anni, era il symbolon, un oggetto diviso in due parti di cui una veniva consegnata a chi partiva e che lo rendeva riconoscibile al ritorno. La fotografia è simbolo di ciò che è stato e, come la scrittura, permette ai morti di ritornare tra noi o di congedarsi definitivamente. Trevi racconta della presenza inquieta del suo amico, dell’insonnio, del panico insorti dopo la sua morte e che finirono solo quando lui si prese cura del romanzo inedito e incompiuto di Rocco. Le fotografie di un tempo, hanno un gusto particolare perché sono in bianco e nero o in colori sbiaditi, come se la luce fosse stata costretta a restare nel luogo dove ci ha strappato la forma per imprimerla sulla carta.

Prendersi cura in ognuno dei mondi che abitava, umano, animale e vegetale, era la cifra di Pia Pera, finissima traduttrice dal russo, squisita narratrice che aveva smesso di scrivere romanzi dopo una brutta causa che le aveva intentato il figlio di Nabokov. L’eredità di un casale di famiglia, le offrì la possibilità di reinventarsi, di nuovo, la vita. Con l’orto e il giardino nasceva una nuova scrittrice che aveva anche il piacere di gironzolare per librerie a raccontare questa passione e infatti l’avevo conosciuta alla libreria Utopia di Milano al tempo dell’uscita di L’orto di un perdigiorno che avevo letto e poi segnalato, forse anche regalato alla mia amica Paola detta “del giardino” come la chiamava mia madre per distinguerla dall’altra Paola nata lo stesso giorno, il 28 giugno, e con le Paoline, come le chiamo io, abbiamo festeggiato compleanni e onomastici, sempre più a distanza ma senza mai dimenticarci anno dopo anno.

I due scrittori scomparsi, Rocco per un incidente in motorino, Pia per un’inesorabile malattia degenerativa, rivivono ed emozionano nella narrazione di Trevi e lasciano tracce su di noi la loro scrittura, il loro dolore, la depressione bipolare di Rocco e la SLA di Pia, come la polverina, un insieme di scaglie colorate e microscopiche, che sta sulle ali delle farfalle e le rende riconoscibili alla specie, oltre che oggetto di incanto per noi umani. Le parole degli scrittori e dei poeti sono una polverina immaginaria che colora la memoria e riporta in vita i morti.

Al duo degli scomparsi, fatti rivivere da Trevi, si accompagna sempre l’ombra dello scrittore che confessa: “Scrivere di una persona reale e scrivere di un personaggio immaginato alla fine dei conti è la stessa cosa: bisogna ottenere il massimo nell’immaginazione di chi legge utilizzando il poco che il linguaggio ci offre”.

Se Rocco era infelice, e questa infelicità era parte fondante del suo essere, Pia era una creatura incantevole.

“Più la conoscevo, o credevo di conoscerla, più Pia mi sembrava distaccata da una concezione comune del tempo. Per tutti noi, voglio dire, c’è un tempo evidente, che è quello in cui prendiamo forma e veniamo consumati, seguendo una direzione irreversibile, come una pallina su un piano inclinato. Ma esiste anche un tempo meno percepibile e non misurabile in giorni o anni, nel quale non facciamo che spendere energie puramente negative, necessarie a respingere oscure minacce, a ricercare un instabile equilibrio tra forze contrarie, a fuggire da ciò che i nostri genitori hanno desiderato per noi. Non ce ne accorgiamo nemmeno, eppure, quando ci sentiamo stanchi, non dovremmo pensare solo a ciò che abbiamo fatto, ma all’oscuro lavoro di sottrazione e rinuncia che ci costa la nostra stessa consistenza, nella veglia e nel sonno. Credo che avessero ragione gli antichi filosofi che supponevano uno strato della nostra anima in comune con altre specie di esistenza, una dimensione “vegetativa” del nostro essere che tende a sfuggire alla coscienza come l’attività di un organo involontario. L’individuo che recupera alla sua consapevolezza questa forza negatrice, questo potere cieco di pura persistenza, questo ritmo stagionale di espansione e contrazione, riconoscendosi per questa via intuitiva in ogni fenomeno della vita cosmica, non considerandosi molto diverso da un cane randagio, da una venatura del marmo, da un cespuglio di rosmarino, ha ottenuto qualcosa di molto simile alla salvezza. Invece di rinunciare all’egoismo (come se fosse possibile!) lo ha attraversato fino in fondo, ed è sbucato nella libertà senza bisogno di abiurare nessuna maschera indossata in precedenza.
Questa è stata la strada di Pia, e questa strada conduce a qualcosa che è insieme metafisico e fisico al grado supremo: un giardino. È un’idea che si può calpestare, che lascia tracce sulle scarpe, in un giardino, ciò che pulsava nel buio, la forza oscura e caparbia che si consuma resistendo alla morte, affiora alla luce. La freccia e il circolo trovano il loro punto di identità.
Quando immagino Pia nel suo giardino, una cesta di vimini in una mano e una piccola zappa nell’altra, non mi viene in mente solo un essere umano che rende vivibile o addirittura bello uno spazio estraneo. Quella che mi si fa incontro è un’immagine della totalità della vita, un’immagine che racchiude in sé ciò che è possibile sapere e ciò che non si può sapere, il giorno e quella parte della notte che, come nelle sonate di Chopin, non diventa mai la luce dell’alba, non passa, permane”.

Così è la nostra vita, un frammento di spazio/tempo che non passa e permane, libro dopo libro, parola dopo parola, scrittore dopo scrittore, lettore dopo lettore.

Ecco, anche per oggi ho finito di raccontare una storia ai miei amici reali e immaginari, quelli che vivono nella città non più silenziosa, dove, teoricamente risiedo anch’io e quelli che popolano le terre ai piedi delle Montagne della Nebbia. Gli uni sono specchio degli altri e in ciascuno di essi io pure mi rispecchio, come ha fatto Emanuele ricordando Rocco, che rivive in un ulivo piantato nel luogo dell’incidente mortale, e Pia con il suo giardino segreto.

Gli scrittori, è sempre Trevi a ricordarcelo, come i bambini riescono a costruire un mondo dentro il mondo, un regno che è sempre un regno e che offre un luogo alla memoria, anche se incerta e fugace: “Come i fiori di melo appena sfiorati dalla brezza, anche i ricordi di chi abbiamo conosciuto talmente bene che la consuetudine è diventata quasi un riflesso condizionato, si staccano e volano via con rapidità inconcepibile. Pensiamo di averne accumulati tantissimi, così numerosi e vividi da renderli inestinguibili – e invece in mano ci resta poco più di uno sfarfallio di immagini incerte e fuggitive. Forme di memoria talmente insignificanti e sbriciolate da equivalere alla dimenticanza”.

Noi non ricordiamo ciò che abbiamo dimenticato, ricordiamo solo ciò che abbiamo già ricordato sentenzia la sacerdotessa.

Qual è allora la scintilla che rende un ricordo tale e come riconoscere quel cono d’ombra che inghiottirà la maggior parte di quel che abbiamo vissuto?

Con queste domande si chiude l’ultimo pomeriggio, qui sul mare quieto che ondeggia e scivola ai piedi delle Montagne della Nebbia.



Le citazioni sono tratte dal libro di Emanuele Trevi Due vite, Neri Pozza Editore, maggio 2020


venerdì 27 marzo 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/19: questo splendore o il ricordo della sua assenza


Vado a memoria, la memoria è il tempo che ha fatto il nido nella nostra mente. È il mondo che è diventato noi e che costruisce il senso di tutto il nostro affannarsi. Siamo come rondini che ritornano ogni anno nel luogo dove sono nate e che aggiustano i resti del nido precedente che il vento e la pioggia hanno sbriciolato. Terra, un rametto, saliva e poi un volo e il nido che cresce intorno. Un’immagine isolata che riappare negli occhi mentre facciamo altro, una vecchia polaroid che mi restituisce mio padre nello splendore dei suoi sessanta anni, allegro e simpatico proprio come è stato. Questo il primo ramo del mio nuovo nido, raccolgo una foglia dell’anno passato che ho conservato in un libro, apro il Meridiano di Bertolucci e papaveri della primavera in cui lui morì si ergono come un tetto rosso e fragile sulla mia costruzione. Una vecchia fotografia in bianco e nero, il giorno del mio primo compleanno, sono in piedi nel lettino, rido e guardo verso mia madre che non è inquadrata. A vent’anni sorrido sorniona con indosso un abito messicano color avorio e cerco di condurre a me chi mi stava fotografando. Nella foto accanto siamo in Norvegia e la fotografia mi tiene imprigionata mentre spazzolavo i miei lunghi capelli. Indossavo un vestito indiano rosso porpora con ricami dorati. Erano anni così quelli, dove tutto ciò che era etnico mi catturava. Poi c’è una foto scattata da mio padre, venti anni dopo e lì sto leggendo con un quaderno aperto accanto; dopo essere fuggita verso i fiordi norvegesi a vent’anni, a quaranta sono tornata a fare le vacanze con i miei genitori sulla costa marchigiana. Lì ho capito che per poter ritornare bisogna allontanarsi. Tutto quel che resta di quelle estati lontane sono queste fotografie, i fiori essiccati e la memoria che accoglie e protegge quei frammenti di luce.

Dal mio nido di rondine infreddolita osservo quel che resta del giorno e mi chiedo dove siano finiti tutti, quanta paura stia appesantendo i cuori, quanta memoria che andrà sprecata, perché sopportare il dolore è difficile, portarne il peso quasi impossibile. Cosa sono gli anni scriveva Marianne Moore e Antonella Anedda ha usato questo frammento di verso per uno dei suoi libri più belli. Mi chiedo se so rispondere a questa domanda oziosa, posso costruirci sopra una nuova poesia, continuare a divagare come sto facendo. Stare in silenzio è l’ultima opzione, ma non posso, perché il silenzio ha bisogno di un nido di parole dove potersi riposare.

Ripongo le vecchie fotografie, gironzolo ancora un po’ per casa, che è come camminare per Parigi di sera con la musica giusta e gli occhi socchiusi. O anche a New York a guardare Manhattan in una cineteca a Manhattan sul retro del Plaza Hotel. I film di Allen mi hanno spesso fatto compagnia e adoro tutti i finali. 
Nelle ultime scene di Manhattan il protagonista snocciola la sua lista delle cose per cui vale la pena vivere “io direi... il vecchio Groucho Marx per dirne una e... Joe DiMaggio e... secondo movimento della sinfonia Jupiter e... Louis Armstrong, l'incisione di Potato Head Blues e... i film svedesi naturalmente... L'educazione sentimentale di Flaubert... Marlon Brando, Frank Sinatra... quelle incredibili... mele e pere dipinte da Cézanne... i granchi da Sam Wo... il viso di Tracy...”. 

Inizio a scrivere la mia lista delle cose per cui vale la pena vivere e in cima metto quelle vecchie fotografie. Terra, un rametto, una foglia, il nido intorno cresce.

Mi siedo a un tavolo che non ho mai toccato, dove una donna matura sta scrivendo il libro della sua vita. Ha affittato un appartamento per poter lavorare in pace, un giorno scopre che quello accanto ospita uno studio di psicoanalista e una giovane donna racconta la sua vita in crisi e obbliga l’altra donna a fare i conti con se stessa, con le relazioni importanti, con il passato costellato di abbandoni, rotture e rinunce su cui si interroga sino a chiedersi se “il passato è qualcosa che hai o qualcosa che hai perduto”. Le resto accanto, la capisco, ora so che entrambe le cose sono vere, che non devo scegliere, che posso tenere nel nido che sto costruendo immagini di un mare perduto, il fumo di una sigaretta che sale verso le stelle, una nuova poesia letta al telefono, tutte le strade che ho percorso, tutti i ritorni che mi sono concessa, anche io sono placata nella dolcezza dei ricordi e so che su questi ricordi, sugli amori e gli affetti, sui desideri e sulle passioni, poggiano le fondamenta di chi sono ora, di chi diventerò, della forza con cui la vita ci ha chiamato a fronteggiare qualcosa di cui avevamo solo racconti, storie e vecchie fotografie.

Questa forza fragile che accompagna ogni gesto serale, questo desiderio di vita che resta in noi sino alle più tarda età. L’ho visto nelle mani dei miei genitori che piantavano arbusti e semi. Gli alberi e i cespugli sono sopravvissuti alla loro vita e ancora mi dicono di quell'amore che hanno provato. Un giorno sull'autobus ho visto un vecchio chiudere gli occhi quando il sole è apparso all'improvviso da uno squarcio nelle nuvole. Con gli occhi sempre chiusi lui ha sorriso e l’anima-gatto che teneva chiusa nel petto si è acciambellata sulle sue ginocchia.

Nel saggio L’enigma, tratto dalla raccolta L’estate, Albert Camus scriveva “Fiotti di sole caduti dal sommo del cielo rimbalzano brutalmente sulla campagna intorno a noi. Tutto tace davanti a questo tumulto e il Lubéron, laggiù, è soltanto un enorme blocco di silenzio che io ascolto senza tregua. Tendo l'orecchio, di lontano corrono verso di me, mi chiamano invisibili amici, la mia gioia aumenta, la stessa di molti anni fa. Un felice enigma mi aiuta di nuovo a capire tutto. Dove sta l'assurdità del mondo? È questo splendore o il ricordo della sua assenza?”.

Sono vere entrambe le cose, lo splendore e il ricordo della sua assenza.

Tutto resto scritto nel libro del mondo, tutto resta scritto nel libro della vostra immaginazione.

E vagheremo da un mondo all'altro, da un sogno a un ricordo, da un desiderio a un affanno.

È questa la nostra immortalità. È questa la nostra eternità.

venerdì 19 agosto 2016

la luce che scivola sui volti

La distanza che separa il passato dal presente si misura forse dalla luce che scivola sui volti, proietta le ombre, disegna le pieghe di un vestito di una foto in bianco e nero; dalla sua chiarezza crepuscolare, qualsiasi sia l'ora in cui è stata scattata.

Annie Ernaux
Gli anni
traduzione di Lorenzo Flabbi
L'Orma editore 2015

giovedì 8 ottobre 2015

come quest’autobus notturno: molti finestrini illuminati, molto viso di lei

Mi ha assalito un’acre nostalgia,
come la gente d’una vecchia foto che vorrebbe
tornare con chi la guarda, nella buona luce della lampada.

In questa casa, penso a come l’amore
in amicizia muta nella chimica
della nostra vita, e all'amicizia che ci rasserena
vicini alla morte.
E quanto è simile ai fili sparsi la nostra vita
che più non sperano di tessersi in altro ordito.

Giungono dal deserto voci impenetrabili.
Polvere che profetizza polvere. Passa un aereo e ci chiude
sotto la lampo di un grosso sacco di destino.

E il ricordo di un viso amato di ragazza
trascorre per la valle, come quest’autobus notturno: molti
finestrini illuminati, molto viso di lei.

Yehuda Amichai
Poesie
traduzione di Ariel Rathaus
Crocetti Editore 1993

martedì 23 giugno 2015

le parole amano il buio

per leggere davvero 
bisogna spegnere tutte le luci
le parole amano il buio
come l'immagine ama la camera oscura
da sole potrebbero
senza far rumore sostituire il mondo

Jean Portante
Aperto Chiuso
traduzione di Maria Luisa Caldognetto
Euroma 1994

giovedì 17 aprile 2014

Scrivere significa ritornare a guardare il mondo

La mia formazione  tutto ciò che ho scritto e tutto ciò che hanno scritto
gli autori che mi hanno influenzato, discende direttamente da lui. Il neorealismo letterario, iconografico e cinematografico si è nutrito di
Robert Capa.
(...)

Gli piaceva portare immagini di mondo e trasformare lo sguardo delle persone sul mondo. Ma le foto che sto osservando non cambiano solo il mio sguardo sul mondo, è come se facessero nascere un’urgenza, come se lanciassero
un allarme: ritornate a guardare il mondo e non limitatevi a prenderne dei calchi, a strappare dal quotidiano una qualunque immagine per reimmetterla in circuito, per bombardare di fotogrammi inutili che saturano la vista e non raccontano nulla. Questi scatti di Capa, infatti, non basta vederli, non è sufficiente guardarli e poi passare oltre: bisogna fermarsi e leggerli. Sulla rivista Holiday Capa scrive: «Sono tornato a fotografare Budapest perché mi è capitato di essere nato lì; ho avuto modo di fotografare Mosca che di solito non si offre a nessuno; ho fotografato Parigi perché ho vissuto lì prima della guerra; Londra perché ho vissuto lì durante la guerra; e Roma perché mi dispiaceva non averla mai vista e avrei invece voluto viverci».
(...)

Il segreto di Robert Capa non sta nel risultato finale, ma nella ricerca,
nel viaggio, che non può esistere se non compromettendo tutto se stesso. Non c’è altra salvezza se non stare dentro ciò che vuoi capire. Se non stare dentro la vita.

frammenti dell'articolo che Roberto Saviano ha dedicato a Robert Capa
dopo avere visitato della mostra a lui dedicata "Capa a colori" al Center of Photography di New York
Repubblica 13 aprile 2014

sabato 17 agosto 2013

Frammenti di vite nelle case abbandonate

For almost a year now, he has been taking photographs of abandoned things. There are at least two jobs every day, sometimes as many as six or seven, and each time he and his cohorts enter another house, they are confronted by the things, the innumerable cast-off things left behind by the departed family. The absent people have all fled in haste, in shame, in confusion, and it is certain that wherever they are living now (if they have found a place to live and are not camped out in the streets) their new dwellings are smaller than the houses they have lost.

Da quasi un anno fotografa le cose abbandonate. Ogni giorno ci sono almeno due lavori, a volte anche sei o sette, e ogni volta che lui e i suoi colleghi entrano in una casa si trovano di fronte le cose, le innumerevoli cose smesse e lasciate indietro dalle famiglie che sono andate via. Tutti gli assenti sono fuggiti di fretta, nella vergogna, nella confusione, e non c'è dubbio che, ovunque vivano ora (se hanno trovato un posto dove vivere e non sono accampati per strada) le loro nuove abitazioni sono più piccole di quelle che hanno lasciato.

Paul Auster 
Sunset Park
traduzione di Massimo Boccchiola
Einaudi 2010

giovedì 27 dicembre 2012

Leggere: l'ombra

Nell'estate del 1980 Marguerite Duras e Yann Andréa viaggiano con la fotografa Hélenè Bamberger. Duras guarda, Bamberger fotografa e Andréa guida l'auto. 
Dimenticano. Poi nel 1994 Duras scrive alcune brevi e intense prose poetiche.
Eccone una.

Leggere: l'ombra.
È l'ombra del balcone del nostro appartamento al Roches Noires.
Non ci ricorda niente. È lì. È tutto. Lì dove
stiamo quando il calore è intenso. È niente:
ferro, assenza vuoto.
La guerra è diventata lontana come l’età dei
ragazzi, come la guerra, il tempo passato in
guerra. Non si sa più dov’è la guerra. A volte
si arriva perfino a non sapere più se ci sono
ancora guerre, oggi o ieri.
Non si sa più niente, quasi, a forza di sapere
Tutto. Tutto come si crede di sapere. Quel che
si dice un avanzato stato di disperazione.
Marguerite Duras
Il mare scritto
traduzione di Maria Sebregondi
Archinto 1996



domenica 16 settembre 2012

Il lavoro è fatto

Nel mio modo di lavorare, nella scelta del mio soggetto nessuno può informarmi o guidarmi. Possono criticarmi dopo, ma è troppo tardi. 
Il lavoro è fatto. Ho gustato la libertà. È stato magari un lavoro duro,
ma ne valeva la pena.

Man Ray

 

sabato 1 settembre 2012

Dipingo l'invisibile. Fotografo il visibile

Dipingo quello che non può essere fotografato.
Fotografo quello che non voglio dipingere.
Dipingo l'invisibile.
Fotografo il visibile.

Man Ray
1974