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mercoledì 25 ottobre 2017

Qualcosa che si contrappone al caso

«in quel grande caos della vita ci sono fili che congiungono presente e passato.
Siamo attenti al fatto che c‘è qualcosa che si contrappone al caso, una scheggia di senso. Questo è il nostro vivere».


I fratelli Taviani in una bella intervista di Arianna Finos
pubblicata da Repubblica sabato 21 ottobre 2017

sabato 8 aprile 2017

Uno scrittore, sua madre, la storia

«Scrivere un romanzo significa formulare una domanda complessa nella forma più complessa possibile.» 
(...)

Lo sfondo del romanzo è la guerra civile, ma il vero protagonista non è lo zio franchista. Il libro può essere letto come un confronto intimo con sua madre, con la casa di Ibahernando, con la sua storia di scrittore

«Sì, vero, è mia madre la protagonista segreta del romanzo. Per la prima volta racconto anche il nostro trasferimento dal piccolo e avvolgente villaggio di Ibahernando a Girona. E lo spaesamento che mi ha accompagnato negli anni di formazione. La scrittura è stata una forma di risarcimento, mi ha restituito quella protezione che era venuta meno». 

Qual è stata la reazione di Blanca nello scoprire che lo zio era in realtà un perdente? 
«Forse lo sapeva già, istintivamente. S’è divorata il libro per tre volte di seguito, scoprendo cose che lei stessa non sapeva». 

E lei Cercas cosa ho scoperto più di se stesso? 
«Per tutta la vita ho creduto che mia madre mi volesse come Manuel Mena, l’Achille dell’Iliade che trova in battaglia la morte eroica. E alla fine ho capito che invece mia madre mi voleva come l’Achille dell’Odissea che pensa sia preferibile conoscere la vecchiaia essendo il servo di un servo piuttosto che non conoscerla essendo il sovrano delle ombre. Questo mio romanzo è bellicosamente antibellicista. Ma mia madre è la più antibellicista di tutti, avendo visto la guerra».

Lei scrive: sono diventato scrittore per non essere scritto da mia madre. Però poi… 
«…scopro che alla fine sono stato scritto da lei. Resta una grande ambiguità, ma senza ambiguità la letteratura non esiste. È stata mia madre a farmi scrivere questo libro? Non lo so. Probabilmente sì. L’unica certezza è che dopo averlo scritto mi sono sentito meglio. Chi sono io, Javier Cercas? Ora lo so un po’ di più».

Javier Cercas
frammenti dell'intervista di Simonetta Fiori su Repubblica di sabato 8 aprile 2017

venerdì 17 febbraio 2017

Scrivere è "pensare su carta", per memorizzare e selezionare le cose più importanti

C'è il pianoforte nero che suonava ogni giorno: «Glielo regalò il padre dall'Inghilterra due mesi prima di morire». L'edizione Adelphi di Allucinazioni, El hombre que confundió a su mujer con un sombrero e tutti i suoi libri pubblicati all'estero. La locandina del film tratto da Risvegli, appoggiata a terra. Cechov, Faulkner, Auden, che aveva conosciuto in gioventù, una biblioteca sterminata di letteratura e saggistica. La moquette beige, come l'amorfa porta del suo appartamento. Il letto con la coperta azzurra, come lo ha lasciato. E poi l'adorato dizionario di inglese Oxford «che leggeva ogni sera a letto con me prima di addormentarsi». La foto seppia di Muriel Elsie Landau, madre amatissima e uno dei primi chirurghi della storia britannica. Gli scatti di lui nel suo studio, prima di un tuffo nel lago e quello con la t-shirt rossa di Musicofilia. «Questa foto con i lemuri invece è stata scattata durante il nostro ultimo viaggio insieme, nella riserva di Durham, in North Carolina. Era il luglio 2015, un mese prima che se ne andasse. Oliver studiava molto l'evoluzione, dunque i lemuri gli piacevano molto».
Il 30 agosto 2015, a 82 anni, Oliver Sacks è morto in questo appartamento di New York, nell'alternativo quartiere di Chelsea, a pochi passi dal Whitney Museum di Renzo Piano. Ma qui, in queste stanze semplici del secolo breve, c'è ancora una brezza di vita meravigliosa, di tenue immortalità. Il nostro Virgilio è Bill Hayes, unico vero amore di Sacks. Scrittore e fotografo americano di 56 anni che per la prima volta parla a un giornale dopo l'addio del compagno e che domani pubblica per l'editore americano Bloomsbury il meraviglioso Insomniac City. Il libro, che è nato l'anno scorso dopo un breve soggiorno a Roma, è un diario della vita di Hayes a New York, dove si è trasferito nel 2009, ma soprattutto della sua relazione con Oliver Sacks. Fino agli ultimi, drammatici istanti della sua vita.
(...)
Sacks e Hayes si sono conosciuti nel 2009, nella primavera di New York, davanti a un caffè. L'amore è sbocciato pochi mesi dopo, a dicembre, mentre Oliver salutava Bill in partenza verso Washington dove la sua famiglia lo attendeva per Natale: «Fu lui a cercarmi a inizio di quell'anno: gli era piaciuto molto il mio libro
The Anatomist e mi aveva scritto », spiega Hayes. «Così abbiamo cominciato una corrispondenza. Di carta, ovviamente, perché Oliver sino all'ultimo non ha mai avuto un computer, mai uno smartphone. Solo un cellulare minimale per le emergenze. Era di un altro tempo. Come il nostro amore».
Non a caso, Insomniac City, che allude a New York ma anche alle notti insonni dei due, è una collazione di appunti e scritti di Hayes sulla loro passione. «Una delle prime cose che mi disse Oliver fu: "Devi tenere un diario". Scriveva qualsiasi cosa su carta, in ogni momento, era maniacale. Per lui era cruciale "pensare su carta", per memorizzare e selezionare le cose più importanti».

frammento dell'intervista di Antonello GuerreraBill Hayes, compagno di Oliver Sacks

Repubblica lunedì 13 febbraio 2017

giovedì 16 febbraio 2017

La fortuna di trasformare la vita in un racconto

Che rapporto c'è tra memoria e archeologia?
"Strettissimo, anche se la memoria può diventare una deformazione mentale. O meglio qualcosa che serve a giustificare le nostre azioni, quando sappiamo che non sempre possiamo giustificarle. È a quel punto che le narrazioni prendono il sopravvento, le parole volano e si romanzano".

Lei invece non ha mai pensato al romanzo?
"Amo leggerli, non potrei mai scriverli. Non ho fantasia né immaginazione. Scrivo libri su mondi e cose concrete. L'ultimo è dedicato ai mosaici. Ho scritto sui metalli e sulla pittura murale, mi sono occupata della storia del restauro archeologico. Sebbene per lungo tempo abbia sognato a colori, non c'è tra le mie fortune la capacità di trasformare tutto questo in un racconto".

In fondo anche il nostro inconscio può esser visto come uno scavo archeologico.
"È quello che pensava Freud. Ma c'è una differenza. Scavando nell'inconscio non sempre si trova quello che si cerca. Con i nostri strumenti non arriveremo mai fino in fondo alla nostra coscienza. Ci possono casualmente riuscire i poeti".

In che modo?
"Essi riempiono la nostra assenza, la nostra povertà e dimenticanza. Poeti come Celan - che fu per un breve periodo amico di Roman - o come Rimbaud o Dino Campana, testimoniano di sé e del disagio per non aver saputo reggere la vita, le avversità. Quando qualcosa si rompe nella loro esistenza ci accorgiamo che da quelle ferite possono uscire perle di poesia. La cosa strana è che non sempre questi versi si capiscono, ma il loro mistero ci può arricchire egualmente. 


frammenti dell'intervista di Antonio Gnoli Licia Borrelli Vlad
Repubblica 5 febbraio 2017

mercoledì 15 febbraio 2017

Scrittore e Narratore: trova la differenza

Però so che a lei sotto sotto Gadda non piace.
"Sono in minoranza, lo riconosco. Io credo che quando è al meglio Gadda è un grande scrittore, ma non un grande narratore".

Qual è la distinzione?
"Lo scrittore maneggia il linguaggio, il narratore estende il discorso al di là della lingua".

Lei ha più volte manifestato entusiasmo per la prosa d'arte.
"È la pura verità. Sono molto interessato alle arti figurative. Dopo aver scritto un saggio su Longhi, conclusi che la prosa dei critici merita di essere studiata come prosa di invenzione".

Grandi critici, a chi pensa oltre che a Longhi?
"Contini e Debenedetti. Il primo lo considero a tutti gli effetti la persona che ha più influito su di me. Al punto che talvolta scrivendo mi soffermo a pensare: questo l'ha già scritto lui".

E Debenedetti?
"Una sensibilità moderna straordinaria".

Sui narratori del Novecento che giudizio esprime?
"Ci sono stati narratori di grande valore. Tra questi Svevo, Morante, Fenoglio, ovviamente Calvino. Potrei allungare il brodo".

Si concentri su questi nomi, perché sento come una lontana riserva, un dubbio.
"Sono grandi, ma non sono dei giganti. Svevo non regge il confronto con Kafka o Proust, nonostante ciò che ne pensa Debenedetti. Morante non è Thomas Mann. E il resto...".

Il resto?
"È come se i personaggi della narrativa italiana quando parlano debbano esprimere sempre la verità, mai una conversazione brillante, leggera, mai un dialogo persuasivo!".

Ha avuto la tentazione di passare dalla parte dei narratori?
"Non so narrare. La sola cosa che so fare è ricordare".

Cosa intende?
"Saper scrivere ciò che si ricorda. Chi lo ha fatto meravigliosamente è stato Luigi Pintor con Servabo e Carmelo Samonà con Fratelli.
Si tratta però di memorialistica. Narrare è altra cosa. Presuppone l'uscire da sé, dalla propria vita. Occorre possedere talento per trasferire la propria esistenza in un'altra esistenza. Non ho questa capacità di lasciarmi possedere da qualcosa che non sia io".

Ogni grande narratore è in questo senso una specie di Dio.
"È un creatore, le teologie sono successive".


frammenti dell'intervista di Antonio Gnoli a Pier Vincenzo Mengaldo
Repubblica 12 febbraio 2017

sabato 11 febbraio 2017

sono andato a scrivere nel mio capanno tutti i giorni

Ti sei preparato in qualche modo per scriverlo?

L'idea mi ronzava in testa da un bel pezzo. Ora che so di avere un tempo limitato a disposizione è importante provare a farne buon uso. Così sono andato a scrivere nel mio capanno tutti i giorni. Di solito, ho in testa una storia molto precisa prima di iniziare a scrivere. Questa volta sapevo solo genericamente dove stavo andando, e ignoravo moltissimi dettagli. Così mi sono messo a scrivere con l'intenzione di di far crescere il romanzo quotidianamente. Ogni giorno ho aggiunto un breve capitolo. Un'esperienza che non mi era mai capitata prima. Non voglio sembrare troppo sofisticato, ma è come se qualcosa si fosse messo all'opera per aiutarmi a finire il romanzo. Chiamala musa, o guida spirituale, non saprei. So solo che era convinto di riuscire a scrivere ogni giorno, e questa fede mi ha aiutato. L'idea di provare a lasciare una traccia di me era parte di quanto avevo in mente.

La Stampa - TuttoLibri
sabato 11 febbraio 2017

frammento dell'intervista di John Moore a Kent Haruf a proposito del romanzo Le nostre anime di notte
traduzione di Fabio Cremonesi
NN editore 2017

sabato 28 gennaio 2017

il mare ha tutta un'altra apertura di sogno

Genova non ha i giorni tutti uguali; sono io che le chiedo di tornare ai nostri giorni tutti uguali. Anche i liguri sono un po' ritrosi come noi; ma il mare ha tutta un'altra apertura di sogno. E la luce è completamente diversa.

Paolo Conte intervistato da Aldo Cazzullo in occasione del suo 80° compleanno
Il Corriere della Sera
sabato 28 Gennaio 2017

venerdì 13 gennaio 2017

le nostre storie: intrecciarle e farle rivivere, scomporle e ricomporle

Credi in Dio?
«Sono tranquillamente ateo. Ma capisco che in un mondo nel quale molte cose sfuggono la religione può essere una forma di consolazione. Con Franco Fortini frequentammo per anni l'arcivescovado di Milano. Spesso si discuteva con il Cardinal Martini e un giovane Ravasi, biblista agguerrito. Detto ciò sento molto il senso del sacro».

Che definizione ne daresti?
«Per me il sacro è lo stupore e l'inquietudine di essere in un mondo senza volerlo. Ho un corpo e contemporaneamente vivo qualcosa che non mi appartiene del tutto. Mi sento ospite della vita e il sacro ne manifesta il rispetto e il timore».

E la filosofia cos'è per te?
«Perle cose che stiamo dicendo è una forma di igiene mentale; un aiuto a orientarsi nel mondo. È un insegnamento che ho appreso da Gadamer quando studiai con lui a Heidelberg».

Sei il filosofo italiano che più ha insegnato all'estero.
«È vero. Sommando le varie esperienze sono stato almeno quindici
anni fuori».

Dove?
«Negli anni Sessanta e Settanta a Tubinga, Friburgo, Heidelberg, Bochum, Berlino. Negli anni Ottanta in Canada e a Parigi. Quattro anni alla New York University; in Messico, Argentina, Brasile. E infine a Los Angeles, dove sono "Full Professor". Richard Rorthy diceva che ero il meno peninsulare tra i filosofi italiani. Per uno che ha vissuto il trauma del distacco dalla Sardegna, è stato tutto molto sorprendente».

Ti sorprende il tempo che passa?
«Se alludi alla vecchiaia, non lo considero un problema. E non sento l'angoscia del tempo né mitizzo l'infanzia. Ricordo che con Bobbio si condivideva l'idea che si vive per perdere e che bisogna accettare questa perdita progressiva di sé».

Lui era molto amareggiato negli ultimi anni.
«È vero. Una delle ragioni, diceva, era di aver vissuto più di concetti che di affetti. Poi ha scritto quel libro bellissimo, De Senectutedove si intravedeva la convinzione di un'esistenza piena, lunga e, infine, malinconica. La sua fu una storia bella, importante ma parziale. Come tutte le nostre storie. Intrecciarle e farle rivivere è il vero compito che ci spetta: scomporle e ricomporle».

frammenti dell'intervista di Antonio Gnoli a Remo Bodei
Repubblica - Robinson
domenica 8 gennaio 2017

martedì 15 novembre 2016

Vivere, amare, leggere libri

Vivere, amare, leggere libri di nobili princìpi e ideali e fingere di uscirne diverso. E ascoltare ogni tanto le canzoni di Nina Simone.

Leonard Coehn
da un'intervista del 2007

martedì 19 luglio 2016

La poesia è vita che rimane impigliata in una trama di parole

Cos'è l'emozione in poesia e in letteratura?
"L'unico estremismo che mi è rimasto è quello della poesia. Tutto il resto mi pare una minestra tiepida. La poesia no. La poesia o dà un'emozione oppure non esiste".

C'è una definizione che la soddisfa?
"La poesia è vita che rimane impigliata in una trama di parole. Vita che non appartiene più a un corpo né a un tempo o a un'epoca. Non è più legata a nulla. O dà questa emozione oppure è un giocare con le parole che tutti possono scrivere".


frammenti dell'intervista di Antonio Gnoli a Sebastiano Vassalli
Repubblica domenica 14 settembre 2014

lunedì 16 maggio 2016

Poesia e filosofia non sono sostanza ma intensità, come il vento, le nuvole o una tempesta

Giorgio Agamben ha scritto un bellissimo libro. I suoi libri sono sempre densi e tersi (e imprevedibili come quello dedicato recentemente a Pulcinella, edizioni Nottetempo). Hanno lo sguardo rivolto al passato remoto. È il solo modo per intensificare il presente. Prendete il suo ultimo lavoro Che cos'è la filosofia? (edito da Quodlibet), cosa nasconde una domanda apparentemente ovvia? 

"È mia convinzione" - dice Agamben - "che la filosofia non sia una disciplina, di cui sia possibile definire l'oggetto e i confini (come provò a fare Deleuze) o, come avviene nelle università, pretendere di tracciare la storia lineare e magari progressiva. La filosofia non è una sostanza, ma un'intensità che può di colpo animare qualunque ambito: l'arte, la religione, l'economia, la poesia, il desiderio, l'amore, persino la noia. Assomiglia più a qualcosa come il vento o le nuvole o una tempesta: come queste, si produce all'improvviso, scuote, trasforma e perfino distrugge il luogo in cui si è prodotta, ma altrettanto imprevedibilmente passa e scompare".

(...)
Un antidoto allo scadere nella pratica burocratica può essere la poesia. Tu hai spesso ribadito il legame tra filosofia e poesia. Che lo stesso Heidegger pose al centro della sua riflessione. In cosa consiste questo legame?
"Ho sempre pensato che filosofia e poesia non siano due sostanze separate, ma due intensità che tendono l'unico campo del linguaggio in due direzioni opposte: il puro senso e il puro suono. Non c'è poesia senza pensiero, così come non c'è pensiero senza un momento poetico. In questo senso, Hölderlin e Caproni sono filosofi, così come certe prose di Platone o di Benjamin sono pura poesia. Se si dividono drasticamente i due campi, io stesso non saprei da che parte mettermi".


frammenti dell'intervista di Antonio Gnoli a Giorgio Agamben
Repubblica domenica 15 maggio 2016

martedì 2 febbraio 2016

L'ordine della lingua richiede gerarchie, ma altresì scoppi di libertà, divagazioni

Cosa nasconde il cuore di una persona? Bice Mortara Garavelli è una donna apparentemente felice. Il suo Manuale di Retorica è giunto alla sedicesima edizione. Da più di 60 anni la lingua italiana è il suo territorio di caccia. Una laurea con il grande Benvenuto Terracini conseguita a Torino negli anni Cinquanta sulle parentesi e gli incisi. Bice è una donna arguta, curiosa. Vive a Torino con un marito che è stato un importante magistrato e compagno di banco di Umberto Eco. Mario Garavelli coltiva l'arte della discrezione.

È una presenza costante nella vita di Bice. Ma, in un certo senso, invisibile. Almeno è ciò che percepisco, tuffandomi nella vita di questa donna che mi accoglie con una eleganza mentale trafelata, dubbiosa, tormentata. Ma anche ironica.


(...)

Dove ha studiato?
"Università di Torino. Mi laureai nel 1954 con una tesi sulle incidentali nelle proposizioni. Più semplicemente sulle parentesi".

Meraviglioso. Scelse l'argomento più superfluo che ci fosse.
"Superfluo? Forse. Ma un enunciato parentetico aggiunge, chiarisce, caratterizza. Nella scrittura l'inciso è segnalato da parentesi tonda, virgole, lineette. In quello orale da un cambio dell'intonazione della voce".

È come chiudere una frase dentro una gabbia, sacrificarla per meglio far risplendere il resto della proposizione.
"L'ordine della lingua richiede gerarchie, ma altresì scoppi di libertà, divagazioni".


(...)

Qual è il fascino della retorica?
"Direi l'arte di persuadere".

E il limite?
"La capacità di ingannare".

In un politico?
"Se è sprovvisto del senso della cosa pubblica la menzogna diventerà essa stessa cattiva persuasione ".

Quanto incide la retorica in pubblicità?
"Tantissimo. Ma in modo inconsapevole. Un brano pubblicitario mette in gioco tutti i congegni della retorica, ma senza esserne profondamente cosciente ".

La retorica è una forma di potere?
"È il potere di "fare presa" sui destinatari. Ma per catturare le persone cui ci si rivolge bisogna identificarsi con loro. Le diverse maniere di raggiungere tale identificazione sono l'oggetto della retorica".

(...)
Non crede che la retorica ci abbia allontanati dalla verità?
"Nietzsche aveva compreso che il linguaggio è eminentemente retorico e che per questo non vive di verità ma di assenza di verità. Le mobili metafore non sono il riflesso della realtà ma la sua falsificazione o trasformazione".

Come reazione a tutto questo ha deciso di occuparsi del silenzio?
"Anche il silenzio è un linguaggio. Un modo di parlare senza usare le parole. In letteratura e in poesia il silenzio è accostato alla notte, al buio, alle ombre. Ma anche alla quiete e alla pace, come suggerisce Leopardi. Il silenzio vive in ogni tristezza ci ricorda Walter Benjamin; ma alberga anche nell'indicibile come sperimentò Primo Levi ad Auschwitz".

(...)
E lei dove cerca la verità?
"Non lo so. Essa ci appare brutale, drammatica, o magari meravigliosa, solo in alcune circostanze. Non bastano tutte le icone della letteratura, né le figure della lingua per dirci cos'è la verità. Quando penso agli animali che rifiutano il cibo ho la sensazione che in quel dolore o in quell'approssimarsi alla morte si nasconda la verità".


frammenti della bellissima intervista, della serie Straparlando, di Antonio Gnoli a Bice Mortara Garavelli 
Repubblica domenica 15 novembre 2015

venerdì 22 gennaio 2016

Cercare l'iconografia interiore adatta alla propria vita

Il Libro rosso racconta come Jung è diventato Jung. Ciò che più ha toccato i lettori è stato il senso di assertività che comunica, incoraggiando ciascuno ad affrontare la propria esperienza, a scorgere il valore di questa impresa, a comprendere che per quanto folli possano essere sogni e fantasie rientrano comunque nel registro umano e c'è qualcun altro che ne ha avute di simili e si è preso la briga e ha avuto la pazienza di cercare di capirle. Ha dato ai lettori la sensazione di non essere soli. Quindi, a mio parere, il suo successo non riguarda né la psicologia di Jung né una sua particolare cosmologia. Il senso è che vale la pena appoggiarsi alla propria esperienza per spingersi più avanti in una qualsiasi iconografia interiore adatta alla propria vita.

frammento dell'intervista di Silvia Ronchey a Sonu Shamdasani
Repubblica 16 novembre 2015

C.G. Jung
Il Libro Rosso
Liber Novus
a cura di Sonu Shamdasani
traduzione di Anna Maria Massimello, Giulio Schiavoni e Giovanni Sorge
Bollati Boringhieri 2010


venerdì 15 gennaio 2016

Prima riflettere, poi scrivere: la scrittura secondo Annie Ernaux

Nelle prime pagine de Il posto, lei parla di «scrittura piatta» per raccontare il suo rapporto con le parole, con il tempo che passa e con i ricordi che aiutano a metterle insieme in una nuova forma, particolare e universale, che non si approfitta dei sentimenti e che non cerca alcuna complicità con il lettore. Cosa prova ogni volta che si trova davanti a un foglio bianco? Cosa rappresenta per lei la scrittura? E ai lettori, ogni tanto ci pensa?
Non mi metto mai davanti a un foglio bianco senza avere a lungo riflettuto in precedenza, a volte anni, su un progetto di scrittura. C’è una fase preliminare di ricognizione, in cui mi concentro sulla struttura del testo, sulla sua importanza, e che si potrebbe definire una specie di «diario di scrittura». La sensazione, quando entro nella vera e propria fase di stesura, è quella di un lavoro che nessuno potrebbe fare all'infuori di me e nel quale mi devo impegnare, costi quel che costi.
La scrittura è innanzitutto per me un modo di esistere – quando non scrivo mi sento inutile, vuota – e anche di intervenire nel mondo portando alla luce ciò che mi colpisce ma che avrebbe potuto colpire chiunque. Sempre più, è anche una lotta contro l’oblio, quello della Storia, della nostra vita collettiva, in un’epoca che mi appare come quella della fugacità e delle emozioni senza memoria.
Non penso mai a un lettore in particolare mentre scrivo, mi immergo completamente in una dimensione dove l’unica cosa che conta è esprimere nella maniera più giusta situazioni ed emozioni. Allo stesso tempo, scrivo pensando che nella società in cui vivo, insieme alla quale costituisco un’epoca, questa scrittura troverà qualcuno che sarà colpito dai miei libri. Ma questo ipotetico lettore non influisce in nessun modo sulla mia maniera di concepirli. Significherebbe piegarsi al gusto dominante, e se l’avessi fatto di sicuro non avrei mai scritto Il posto o Gli anni. 
incipit dell'intervista di Giorgio Biferali a Annie Ernaux

mercoledì 16 settembre 2015

Una reciproca corrispondenza, una coesistenza, una simbiosi: l'amore secondo Luigi Nono

Alla fine dell'intervista Nuria va a cercare il testo di Incontri la traduzione musicale del loro amore. Non resta che trascrivere le parole di Nono. 

"Nella composizione Incontri si incontrano due strutture. Ognuna delle due strutture è in sé autonoma e si differenzia dall'altra nella costruzione ritmica, nel timbro e nella dinamica della proiezione armonica e melodica. Ma tra le due strutture esiste un rapporto di proporzioni costanti. Così come due esseri, distinti l'uno dall'altro e in sé autonomi, s'incontrano e possono nel loro incontro divenire non tanto un'unità, ma una reciproca corrispondenza, una coesistenza, una simbiosi".

frammento della bella intervista di Simonetta Fiori a Nuria Schoenberg moglie di Luigi Nono
Repubblica martedì 15 settembre 2015


martedì 27 gennaio 2015

Volare è molto più facile che scrivere un libro

Una perfetta felicità ha uno stile molto essenziale, qualità che ricorre in altri suoi libri. Lei in passato ha dichiarato che il suo romanzo ideale avrebbe dovuto infondere «una devastante gioia estetica» in ogni sua pagina. Ha raggiunto quest’obiettivo? 
«No. Anche perché ho cambiato idea. Le pagine di un romanzo devono risultare piacevoli alla lettura, ma non è una catastrofe se qualcuna non lo sia. Un libro non può essere giudicato da questo. Piuttosto, credo che l’impegno e il duro lavoro di un aspirante scrittore siano sicuramente importanti per avere successo in letteratura. Tuttavia, ciò non basta. Puoi sbatterti quanto vuoi, ma, se non hai talento, non vai da nessuna parte».

E che cos’è il talento? 
«È difficile da spiegare. Talento non significa solo saper scrivere bene. È altro. È un istinto, ecco». 

Come quello di volare, nella sua precedente vita? 
«No, non vedo una connessione in tutto questo. Avevo iniziato la carriera in aeronautica ed ero diventato pilota. Poi ho abbandonato tutto per fare lo scrittore. Ma sono due cose diverse. Volare è molto più facile che scrivere un libro, mi creda»

frammento dell'intervista di Antonello Guerrera a James Salter 
Repubblica martedì 27 gennaio 2015

martedì 20 gennaio 2015

Lo stile e le parole necessarie sono il "centro" di ogni scrittore

In definitiva lei è arrivata a crearsi un suo stile molto personale. Posso chiederle quali strumenti ha usato?

Gli strumenti sono stati molti, lo sono per ogni scrittore. La cosa importante è riuscire a fonderli così come si cerca di fondere le varie componenti di sé fino ad arrivare al proprio “centro”.
Lo stile è espressione di questo centro, di questo “unicum”, che lo scrittore degno di questo nome (tanti, nel mondo, sono gli scriventi) cerca di esprimere con le sue parole più necessarie.
L’autenticità, infatti, è il fondamento di ogni scrittura che si rispetti.

frammenti di untervista di Maria Antonietta Cruciata a Grazia Livi
pubblicata sulla rivista Caffè Michelangiolo gennaio-aprile 2007

mercoledì 30 luglio 2014

Attraverso lo stile, attraverso una forma

Marc Augé è uno dei maggiori pensatori della contemporaneità. Il suo sguardo appuntito, che si nutre di filosofia, scienze sociali, letteratura, illumina gli aspetti meno ovvi della realtà.
Etnologo di culture primitive, dagli anni ’90 applica in modo originale gli strumenti della propria disciplina alla società occidentale, al nostro presente, alla metropoli. Sua l’espressione “etnologo nel metrò” e sua la fortunata definizione dei “non-luoghi”, i luoghi attuali della socialità(sale d’attesa, stazioni, ipermercati…).

Si vuole introdurre nelle scuole la “educazione sentimentale” pensando alla lotta contro bullismo e violenza di genere. Ma basterebbe parlare di educazione al rispetto. L’espressione “educazione sentimentale” mi sembra vaporosa. In fondo già la letteratura a scuola dovrebbe educare i sentimenti, se ci sono insegnanti bravi capaci di mettere in relazione i libri e la vita.
«L’educazione sentimentale secondo Flaubert è la lezione della vita così come la concepisce: la fine delle illusioni amorose e politiche, il disincantamento del mondo e delle passioni. L’espressione mi sembra mal scelta per definire un progetto di formazione volontaristico. Una lettura informata e critica dei grandi romanzi del XIX secolo sarà al contrario una iniziativa ricca e promettente ma richiederà molta sottigliezza; bisognerà far sentire ai giovani lettori e alle giovani lettrici che le loro questioni e i loro problemi non sono inediti».
(…)

Come Calvino ritiene che l’immaginario creativo (legato all’arte, al mito) è oggi messo in crisi dalle troppe immagini che ci invadono?
«È vero che l’immagine può apparire come qualcosa che uccide l’immaginazione. È vero anche che ogni giorno siamo alienati davanti alle immagini degli altri e di noi stessi».
(…)
Ma alla fine cosa educa i sentimenti?
«Noi pensiamo di vivere in un mondo caratterizzato dalla istantaneità e dall’ubiquità nel momento in cui tempo e spazio sono i due costituenti della simbologia sociale necessaria appunto alla relazione con gli altri, la quale è poi indispensabile alla affermazione dell’individuo. Questo aspetto della crisi anima la riflessione artistico. I momenti di crisi sono talvolta portatori di elementi che permettono di uscirne: crisi di coscienza, presa di coscienza. Dunque: cosa educa i sentimenti? Due cose, tra loro connesse: la relazione con gli altri e poi l'arte, la letteratura, la quale ritrae il momento di crisi, la difficoltà di essere autentici o spontanei, ma ci indica sempre il modo di uscirne, attraverso lo stile, attraverso una “forma”».

Frammenti dell’intervista di Filippo La Porta a Marc Augé

Il Messaggero martedì 29 luglio 2014

mercoledì 2 luglio 2014

Scrivere è nascondersi, smarrirsi fuori dal tempo

L'inconscio è fondamentale nella scrittura?
"Ne sono convinto".

È una relazione rischiosa?
"Scrivere è anche nascondersi. Julien Gracq ha detto che dentro a un libro che leggiamo ci sono le tracce di più testi fantasmi che sono stati rifiutati o scartati. Un buon critico si mette alla ricerca di quei fantasmi".

Viene in mente Flaubert.
"È un punto di svolta interessante per il nostro discorso. Penso allo straordinario controcanto alla sua opera che è l'Epistolario, in cui butta fuori tutto quello che viceversa nei romanzi trattiene. Lui paga qualsiasi parola scriva".

Nel senso?
"Deve costruire virgola per virgola il suo edificio letterario. Una fatica e una sofferenza terribile. È una figura cruciale della modernità. Un altro autore dell'800 che amo moltissimo è Balzac. Ma è uno scrittore diverso, meno problematico".

Più di superficie?
"Non proprio. C'è tutta una zona oscura che lievita nei suoi romanzi. Fa da sottofondo".

Cosa l'affascina del sottofondo?
"L'oscurità può diventare una risorsa narrativa. Non è un caso che mi sia laureato su Dino Campana. La sua follia mi incuriosiva. Impiegai alcuni strumenti analitici derivati, però, più da Jung che da Freud".

Una preferenza che giustificherebbe come?
"La psicoanalisi di Freud applicata alla letteratura mi risulta meccanica e prevedibile. Jung opera una discesa agli inferi. Provò a spiegare anche Joyce, che pure non amava la psicoanalisi".


(...)
Gli anni di Parma?
"Più esattamente gli anni in cui, durante la guerra, sfollammo nella campagna del parmense. Ricordo certe sere in cui un vecchio si fermava da noi, chiedendo alla mamma un piatto di minestra. In cambio adunava in una stalla noi bambini e quelli delle case coloniche vicine e raccontava delle storie meravigliose. Fu un'esperienza straordinaria che mi fece capire che la lettura anche quando è un fatto individuale, riflette un mondo di legami collettivi".

È il meccanismo dell'ascolto della fiaba.
"Quasi tutto parte da lì. È vero. Walter Benjamin disse che quando il narratore raccoglie attorno al fuoco un po' di gente produce una specie di miracolo. Ognuno di coloro che ascolta diventa lui stesso narratore. Si crea una catena emotiva fortissima".


Mi pare difficile che oggi si legga ancora in quel modo.
"Si pensi al Processo: un uomo passa quasi l'intera vita davanti a una porta, si sente dire che non può varcarla e poi scopre che quella è la sua porta. Nel racconto Nella colonia penale la scrittura stessa è una forma di tortura che pian piano incide sulla schiena del condannato la sentenza. Cosa c'è di più crudele?".

E Proust?
"È sufficiente seguire il destino dei personaggi della Recherche, vedere come sono spiati dal narratore, che non concede loro né tregua né clemenza, per capire che Proust ha bisogno di quel sentimento per raccontare che un certo mondo, il suo, era finito".


(...)
l mestiere del critico sta morendo?
"C'è sempre una certa enfasi quando si tirano fuori i certificati di morte. Anche del romanzo si diceva che fosse defunto".

E invece?
"È ancora qui".

Però nel Novecento accade qualcosa di decisivo.
"Saltano i tempi narrativi. L'ultimo romanzo in cui ancora il calendario funziona perfettamente è I Buddenbrook di Thomas Mann. Anche un romanzo complesso come I fratelli Karamazov, fatto di piani narrativi molteplici e complicati, è una specie di orologio perfettamente regolato. Se invece si va alla Recherche di Proust si nota che i tempi epici non sono più misurabili con strumenti oggettivi".

Non corrispondono alla vita biologica dei personaggi?
"Proust se ne disinteressa".

Perché il tempo narrativo deflagra?
"È difficile da spiegare. Certamente all'inizio del Novecento accade qualcosa nei vari ambiti: dall'arte figurativa, alla poesia alla musica, alla letteratura e naturalmente nella scienza, basti pensare alle rivoluzioni di Einstein".

E alla psicoanalisi.
"Ovviamente. Non c'è più un tempo oggettivo misurabile".

Tranne che in economia.
"Il tempo lì diventa ferreo. La letteratura e l'arte in genere si sottraggono a questa tirannia".

Meglio smarriti ma liberi?
"In un certo senso. Anche se lo "smarrimento" non è una condizione che viene scelta ma subita".

I quattro grandi dinamitardi della letteratura del Novecento sono considerati Proust, Musil, Kafka e Joyce. La convince?
"Direi di sì. Ci sono altri grandissimi come Faulkner per esempio, o Bulgakov. Ma la statura non è lo stessa di quelli che ha citato".

E tra questi lei predilige Proust.
"Non è un segreto. Ho scritto tantissimo su di lui. Ma ho anche letto moltissimo Kafka, che amo enormemente".

Proust e Kafka sono due mondi opposti.
"Senza dubbio. E tuttavia sia l'occhio dell'uno che dell'altro sono precisi e crudeli".

Crudeli?
"Quel modo di raccontare si chiude con la morte di Tolstoj. Per quanto raffinato, straordinario e in perfetta solitudine, Tolstoj è l'ultimo narratore della tribù. Poi tutto cambia. Il romanzo muta pelle. Va in mille pezzi".


frammenti della conversazione di Antonio Gnoli con Mario Lavagetto
Repubblica 16 marzo 2014

domenica 22 giugno 2014

L’essenziale non è la scrittura, è la visione

È uno sforzo, una sofferenza, lo scrivere?
No, è un lavoro, ma è anche quasi un gioco, e una gioia, perché l’essenziale non è la scrittura, è la visione. Ho sempre scritto i miei libri col pensiero, prima di trascriverli sulla carta, e a volte li ho perfino dimenticati per dieci anni prima di dar loro una forma scritta. La scena tra Zénon e il canonico, ad esempio, io l’ho vista (potrei quasi dire che l’ho scritta nella mia testa) ascoltando musica, Bach mi pare, in casa di un amico, un pomeriggio del 1954 o giù di lì. Sono uscita da quella casa dicendo a me stessa: “Non ho né tempo né modo di scrivere questa cosa adesso, e magari non l’avrò per mesi, o addirittura per anni. Me ne ricorderò o non me ne ricorderò…vedremo” E poi, a distanza di anni, tutto mi è apparso davanti. Nel 1957 – ricordo esattamente la data per via di un viaggio che me la richiama alla memoria – ero andata a fare delle conferenze in Canada; non stavo molto bene, e avevo dovuto prendere un treno in una stazioncina sperduta, da qualche parte negli Stati Uniti. Il treno partiva intorno alle tre del mattino, e mi sono fatta dare una camera in una specie di locanda. Ricordo che faceva freddo, e che mi sono distesa sul letto senza disfarlo. Durante quelle tre ore, ho scritto, col pensiero, tutta la lunga novella di La mort conduit l’attelage. Questo avveniva nel 1957. E ho ripreso in mano il progetto solo l’anno scorso. Me ne sono ricordata come di una storia che mi sarebbe stata raccontata, come se il flusso ricominciasse a scorrere dopo essere stato congelato per più di vent'anni.


Conversazioni tra Matthieu Galey e Marguerite Yourcenar 
Ad occhi aperti
traduzione di Laura Guarino
Bompiani 1986