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mercoledì 12 agosto 2026

Sono io che entro nel tuo silenzio

 Arrivederci, o magari addio

Non è necessario che tu mi ascolti,
non è importante che tu senta le mie parole,
no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso
(eppure sapessi com’è strano, per me, scriverti di nuovo,
com’è bizzarro rivivere un addio…)
Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio.

Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera
mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami,
proprio quando il vento riappare tra i lampioni,
sotto i quali passavi in solitudine.
Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore.

Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e soffrire…

Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto;
so bene quanto questo ti sia indifferente,
e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza
della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza,
per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona.

Tutto quello che valichi e rimuovi
tutto quello che lambisci e poi nascondi,
tutto quello che è stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
di sera, di mattina, d’inverno, d’estate o a primavera
o sugli spenti prati autunnali – tutto resterà sempre con me.

Io accolgo il tuo regalo, il tuo mai spedito, leggero regalo,
un semplice peccato rimosso che permette però
alla mia vita di aprirsi in centinaia di varchi,
sull’amicizia che hai voluto concedermi
e che ti restituisco affinché tu non abbia a perderti.

Arrivederci, o magari addio.
Librati, impossessati del cielo con le ali del silenzio
oppure conquista, con il vascello dell’oblio, il vasto mare della dimenticanza.

Josif Brodskij

Lettera a D. 

da Posta invernale 

mercoledì 8 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/549. Il mondo non può stare tutto intero nella vita di nessun uomo

 

Guardo il fiume scorrere verso la sua mèta, che non è il mare ma un altro fiume. Acqua su acqua, verde su verde. Cosa proverà l’acqua che non diventa salata, ma solo moltiplica la sua dolce verdezza? Guardo l’acqua che oscilla, freme e luccica sotto un diverso sole. Non sono più affacciato al mio balcone che guarda verso le piantagioni di caffè, sono seduto all’aperto, riconosco Venezia e accanto a me Iosif Brodskij che mi parla come se fosse un oracolo:

“Ripeto: acqua è uguale a tempo, e l'acqua offre alla bellezza il suo doppio. Noi, fatti in parte d'acqua, serviamo alla bellezza allo stesso modo. Toccando l'acqua, questa città migliora l'aspetto del tempo, abbellisce il futuro. Ecco la funzione di questa città nell'universo. Perché la città è statica mentre noi siamo in movimento. La lacrima ne è la dimostrazione. Perché noi andiamo e la bellezza resta. Perché noi siamo diretti verso il futuro mentre la bellezza è l'eterno presente. La lacrima è una regressione, un omaggio del futuro al passato. Ovvero è ciò che rimane sottraendo qualcosa di superiore a qualcosa di inferiore: la bellezza all'uomo. Lo stesso vale per l’amore, perché anche l’amore è superiore, anch'esso è più grande di chi ama”.

Mi sveglio con un sussulto, non ero a Venezia, ero in un sogno veneziano sognato da qualcun altro. Le piantagioni di caffè sono sempre l’immensa distesa che tinge il mio occhio, mi alzo e torno al mio tavolino, vorrei scrivere ancora di Maqroll e Bashur.

“Il mondo non può stare tutto intero nella vita di nessun uomo. Lo attraversiamo, lo riduciamo in immagini, forse in parole. Dal particolare vogliamo arrivare al tutto. Forse la letteratura ci riesce, forse ci riesce anche la pittura. Ma io posso dipingere solo attraverso le parole, se anche sapessi disegnare e tenere in mano un pennello, sono solo le parole che mi attraggono. Non ho scelto il mondo dove nascere, né i primi grandi viaggi con i miei genitori. Ho scelto dopo di andare dove loro non erano mai stati e tornare dove ho visto il mondo con gli occhi di un bambino. Questo altipiano è la mia vera casa, le storie di questa gente si intrecciano alla mia stessa storia. Sono quasi un vecchio, ma la forza del mio sguardo è sempre la stessa di allora. Mi concentro su un particolare e lo espando, lo fisso e come fa Lucente con le sue foglie di tè, vedo un altro mondo muoversi e chiamarmi a dirlo con parole nuove. La maggior parte della gente non è ossessionata dalle parole, certo amano le storie, ma basta loro ascoltare da una voce viva o guardarle al cinema, sempre meno al teatro. Quelli che leggono non vogliono usare i loro occhi e le loro orecchie, non vogliono esplorare il mondo esterno. Noi che leggiamo usiamo l’occhio interiore e l’orecchio che non ascolta ma sospira. Cerchiamo il mondo invisibile dei ricordi e delle storie, vogliamo che si manifesti nel teatro della nostra mente, nient’altro è importante, solo quando abbiamo finito di leggere una storia, pian piano il mondo si manifesta di nuovo, il solito mondo nel quale dobbiamo vivere, che l’abbiamo scelto o no”.

Ancora non sono pronto a scrivere un’altra storia da questa mia isola del tempo, così metto da parte il taccuino e continuo a leggere Iosif. So che c’è un luogo, al monastero di Colorno, dove gli scrittori, vivi e morti, vanno per incontrarsi e avere accesso alla Biblioteca di Babele, credo di essere quasi pronto a partire. Ma non subito, devo dire ancora qualcosa di Adelina e Lucente, devo loro almeno una storia che profumi di nebbia e caffè, che oscilli tra il fiume e il mare invisibile che da qui non riusciamo a vedere.

Continuo a stare in compagnia di Alvaro Mutis e di Maqroll il gabbiere anche in questa Cronaca 549 di mercoledì 8 settembre del secondo anno senza Carnevale, un anno di paure e mascheramenti, di fiumi indolenti e parole sognatrici. La citazione di Iosif Brodskij è tratta da

Fondamenta degli Incurabili, traduzione di Gilberto Forti, Adelphi 1991.

venerdì 3 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/26: questo paesaggio, capace di fare a meno di me


Nelle mie immaginazioni pomeridiane, sono a loro a cercarmi ogni giorno dopo le diciotto, continuo a chiedermi quale città vorrei poter visitare in assenza dei suoi abitanti. Stasera ho finalmente deciso che quella città è Venezia. Ci sono stata tante volte e le immagini si sovrappongono, così mi fermo a pensare alla prima volta che ci sono andata, ero già adulta, reduce dalla rottura di una relazione importante. Così avevo deciso di iniziare a fare tutte le cose che nei lunghi anni di quel sodalizio avevo sempre fatto in coppia. Viaggiare era in cima alla lista e così, una mattina di un caldo ma non afoso luglio, sono partita dalla Stazione Centrale di Milano alle 7 circa. Nella fretta della partenza ho dimenticato il libro che stavo leggendo, La via del mare di Ursula K. Le Guin una delle scrittrici che adoro, sul bancone della biglietteria e che non sono mai più riuscita a leggere, come se il libro fosse rimasto imprigionato in quell’istante.

Senza niente da leggere, avevo trascorso il lungo viaggio, che all’epoca durava oltre cinque ore, guardando fuori dal finestrino e scrivendo. Quando uscii dalla stazione due dei miei sensi furono colpiti d’impatto. La mancanza del rumore delle auto spiazzò il mio udito e la qualità della luce la mia vista. Presi il traghetto per Piazza San Marco e andai a vedere due mostre che mi interessavano. La prima era dedicata a Giorgione, la seconda ai Normanni. Mi ero data due ore in tutto, come faccio sempre scelgo su cosa fermarmi, salto molte cose, evito le visite guidate e razzolo per i percorsi seguendo l’istinto. Furono due visiti felici e, forse, inadeguate alla bellezza delle opere esposte, ma ero contenta anche perché imparai molte cose sui Normanni che avevano dominato per secoli il paese natio di mio padre, San Marco Argentano e dove si trovano ancora la torre a pianta circolare, una delle uniche due intatte nel nostro meridione, le rovine del castello e la Fonte normanna di Sikelgaita. Il quartiere ai piedi della Torre del Guiscardo era il ghetto ebraico detto La Giudecca. C’era infatti una fiorente comunità in loco, che si dedicava all’allevamento dei bachi da seta, alla filatura e al commercio della seta, e l’antica sinagoga è da decenni una residenza privata.

Con quella visita avevo vissuto un po’ del passato di famiglia e con gli occhi pieni di bellezza, avevo deciso di lasciarmi trascinare dalla città senza seguire nessun suggerimento della guida che pure avevo portato con me.

Non molto tempo dopo ero passata davanti a una trattoria dove pranzavano alcuni gondolieri. Mi fermai anch'io e il gusto di quel pranzo, spaghetti con le vongole e un fritto misto indimenticabili, lo sento ancora sulle mie papille gustative. Avevo bevuto anche un paio di bicchieri di vino bianco fresco e leggero e il momento rasentava la perfezione. L’acqua del canale su cui si affacciava la trattoria era verde e silenziosa, i gondolieri ridevano e seminavano la loro allegria intorno. In un taccuino riposto in non so più quale cassetto, scrivevo via via i nomi delle calli e delle rive, delle fondamenta e dei campielli che si aprivano davanti a me come una mutevole e affascinante quinta teatrale.

Il mio treno sarebbe partito alle 20.30, così a un certo punto avevo iniziato a seguire le indicazioni dipinte sulle facciate delle case e, non molto tempo prima della partenza, ero arrivata sul piazzale della stazione e mi ero fermata a spigolare tra le bancarelle dei libri dove avevo ricomprato i racconti di Katherine Mansfield e una vecchia edizione del Viaggio in Italia di Ruskin. Riempii molte altre pagine di quel taccuino che ho deciso di non consultare oggi, e a memoria ricordo di avere pensato che i veri abitanti di Venezia sono i palazzi prima ancora che gli abitanti.

Le emozioni di quella prima visita le ho provate tutte le volte e ho deciso di tornarci non appena potremo uscire. L’ultima volta che sono andata a Venezia è stato tre anni fa per un workshop di lavoro, ho ancora negli occhi l’acqua e il cielo bianchi, presi in unico abbraccio dalla nebbia con un sole tondo e netto che pareva un fermaglio rosso appuntato su un mantello di velluto.

Questa sera vi saluto con una doppia citazione, cullata da quelle acque e dai sussurri dei palazzi.

Prima un’impressione di Venezia.

“Eravamo a Venezia in aprile, e io ero ebbra di luce acquamarina. È una luce impalpabile, che gioca con le superfici mobili e scure dei canali, che luccica sulla pietra e sul marmo fondendoli insieme con molteplici sfumature, sempre acquamarina. Sperimentavo una bizzarra sensazione. Ogni volta che chiudevo gli occhi - e lo facevo sempre più spesso, deliberatamente - vedevo un verde molto inglese, molto più giallo, un’amalgama di luce scintillante su prati rasati e di pastosa luce verde dei boschi inglesi, una luce che svanisce dentro tronchi nodosi, guizzando tra le ombre di strati di foglie estive”.

Antonia S. Byatt
Fortuny
sulla rivista Gondola days
traduzione di Maria Nadotti

E poi una poesia

Strofe veneziane
VIII

Scrivo questi versi, seduto all'aperto
su una sedia bianca,
d'inverno, con la sola giacca addosso,
dopo molti bicchieri, allargando gli zigomi
con frasi in madrelingua.
Nella tazza si raffredda il caffè.
Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi
la torbida pupilla con l'ansia di fissare nel ricordo
questo paesaggio, capace di fare a meno di me.

Iosif Brodskij
Poesie italiane
traduzione di Giovanni Buttafava e Serena Vitale
Adelphi 1996

mercoledì 21 febbraio 2018

La poesia è il modo in cui per te la luce o il buio si rifrangono

Che funzione abbia la poesia davvero non lo so. 
È semplicemente, per così dire, il modo in cui per te la luce o il buio si rifrangono.

Iosif Brodskij
Conversazioni
traduzione di Matteo Campagnoli
Adelphi 2015



martedì 31 maggio 2016

In ombra e in luce

Io ero solamente ciò
che tu toccavi, quello
su cui - notte fonda, corvina -
la fronte reclinavi tu.
Io ero solamente ciò
che tu là in basso distinguevi:
sembiante vago, prima, e poi
molto più tardi, tratti.
Sei tu ardente, che
sussurrando hai creato
la conchiglia dell'udito
a destra, a manca, là, qui.
Tu che nell'umida cavità,
tirando quella tenda,
hai messo voce, perché
potesse te chiamare.
Cieco ero, nulla più.
Tu, sorgendo, celandoti,
hai dato a me la facoltà
di vedere. Si lasciano scie
così, e si creano così
mondi. Spesso, creati,
si lasciano ruotare così,
elargendo regali.
E, gettata così,
in caldo, in freddo, in ombra, in luce,
persa nell'universo,
ruota la sfera e va.

Josif Brodskij

martedì 10 maggio 2016

Nel cielo turchino la promessa di un lungo meriggio, di un giorno infinito

Mattina a Vicenza
In memoria di Iosif Brodskij e Krzysztof Kieslowski 

Il sole era così fragile, così giovane,
che un po’ temevamo per lui; un gesto distratto
poteva scalfirlo, persino un grido se qualcuno avesse 
gridato poteva minacciarlo; solo alle rondini in volo
dalle ali temprate, come fuse in uno stampo di ghisa,
era concesso stridere forte, poiché la loro infanzia
era stata breve, colma d’affanno, in nidi d’argilla,
insieme ai fratelli, minuscoli, folli pianeti,
neri come more silvestri.
Nel piccolo caffè un cameriere assonnato sotto i suoi occhi
confluivano le ultime ombre della notte cercava spiccioli
in una tasca fonda, e il caffè profumava solenne
d’inchiostro di stampa, di dolcezza, d’Arabia. Nel cielo turchino
la promessa di un lungo meriggio, di un giorno infinito.
Ti guardavo come se fosse la prima volta.
Persino le colonne del Palladio
parevano sorte in quell'istante, emerse dalle onde dell’alba
come Venere, la tua sorella maggiore.
Iniziare di nuovo, contare le perdite, contare i caduti,
iniziare un nuovo giorno, anche se non ci siete più, tu,
che due volte abbiamo seppellito e pianto
hai vissuto due volte più degli altri, in due continenti,
in due lingue, nella realtà e nella fantasia –, e tu, dal viso affilato,
e dallo sguardo che ingrandiva oggetti e cuori (sempre troppo minuscoli).
Non ci siete e per questo noi ora condurremo una duplice vita,
nella luce come nell'ombra, nell'abbagliante sole del giorno
e nel freddo dei corridoi di pietra, nel lutto e nella gioia.


Adam Zagajewski
Dalla vita degli oggetti 
a cura di Krystyna Jaworska
Adelphi 2012

martedì 1 marzo 2016

perché anche l’amore è superiore, anch'esso è più grande di chi ama

Ripeto: acqua è uguale a tempo, e l'acqua offre alla bellezza il suo doppio. Noi, fatti in parte d'acqua, serviamo alla bellezza allo stesso modo. Toccando l'acqua, questa città migliora l'aspetto del tempo, abbellisce il futuro. Ecco la funzione di questa città nell'universo. Perché la città è statica mentre noi siamo in movimento. La lacrima ne è la dimostrazione. Perché noi andiamo e la bellezza resta. Perché noi siamo diretti verso il futuro mentre la bellezza è l'eterno presente. La lacrima è una regressione, un omaggio del futuro al passato. Ovvero è ciò che rimane sottraendo qualcosa di superiore a qualcosa di inferiore: la bellezza all'uomo. Lo stesso vale per l’amore, perché anche l’amore è superiore, anch'esso è più grande di chi ama.

Iosif Brodskij 
Fondamenta degli Incurabili
traduzione di Gilberto Forti
Adelphi 1991

martedì 9 febbraio 2016

Che ci siano tormente, nevi, piogge e lo scoppiettio furioso della fiamma

Addio,
dimentica
e perdona.
E brucia le lettere,
come un ponte.
E che sia il tuo viaggio
coraggioso,
che sia dritto
e semplice.
E che ci sia nell'oscurità
a brillare per te
un filo di stelle argentato,
che ci sia la speranza
di scaldare le mani
vicino al tuo fuoco.
Che ci siano tormente,
nevi, piogge
e lo scoppiettio furioso della fiamma,
e che tu abbia in futuro
più fortuna di me.
E che possa esserci una possente e splendida
battaglia
che risuona nel tuo petto.

Sono felice
per quelli che forse
sono
in viaggio con te.

Josif Brodskij
1957
traduzione di Silvia Comoglio
dall’annuario Tellus, n. 29, Editrice LaboS, 2008

***

Прощай,
позабудь
и не обессудь.
А письма сожги,
как мост.
Да будет мужественным
твой путь,
да будет он прям
и прост.
Да будет во мгле
для тебя гореть
звездная мишура,
да будет надежда
ладони греть
у твоего костра.
Да будут метели,
снега, дожди
и бешеный рев огня,
да будет удач у тебя впереди
больше, чем у меня.
Да будет могуч и прекрасен
бой,
гремящий в твоей груди.

Я счастлив за тех,
которым с тобой,
может быть,
по пути.

lunedì 8 febbraio 2016

Scrivo questi versi d'inverno, in questo paesaggio capace di fare a meno di me

Strofe veneziane
VIII

Scrivo questi versi, seduto all'aperto
su una sedia bianca,
d'inverno, con la sola giacca addosso,
dopo molti bicchieri, allargando gli zigomi
con frasi in madrelingua.
Nella tazza si raffredda il caffè.
Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi
la torbida pupilla con l'ansia di fissare nel ricordo
questo paesaggio, capace di fare a meno di me.

Iosif Brodskij
Poesie italiane

traduzione di Giovanni Buttafava e Serena Vitale
Adelphi 1996

martedì 25 agosto 2015

Inondato di luce, ho seguito tutta la lunghezza della tenebra

Chinati, ti devo sussurrare all'orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia retina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.


Iosif Brodskij
Poesie italiane

traduzione di Giovanni Buttafava e Serena Vitale
Adelphi 1996


sabato 13 giugno 2015

Nel vuoto e nel deserto nasce la poesia

Le rive sono deserte, la piazza è vuota.
Più visi dentro i fondi del caffè che nel caffè stesso;
una fanciulla in pantaloni di seta suona un liuto
a un Mustafà vestito come lei.
Secolo decimonono! Oh nostalgia d’Oriente! In posa
l’esule è sulla roccia! E come un globulo bianco nel sangue traspare
la luna nelle opere dei cantori, che bruciano di tisi,
ma dicono che è amore.


Iosif Brodskij
Poesie italiane

traduzione di Giovanni Buttafava e Serena Vitale
Adelphi 1996

mercoledì 10 giugno 2015

Il blu irrompe nel confine oltre il quale prende fuoco la stella

Procida

Baia sperduta: non più di venti barche a vela.
Reti, parenti dei lenzuoli, stese ad asciugare.
Tramonto. I vecchi guardano la partita al bar.
La cala azzurra prova a farsi turchina.

Un gabbiano artiglia l’orizzonte prima 
che si rapprenda. Dopo le otto è deserto 
il lungomare. Il blu irrompe nel confine 
oltre il quale prende fuoco la stella.


Iosif Brodskij
Poesie italiane
traduzione di Giovanni Buttafava e Serena Vitale
Adelphi 1996

sabato 7 giugno 2014

Un romanzo o una poesia sono il prodotto di una reciproca solitudine

Un romanzo o una poesia non sono un monologo, bensì una conversazione tra uno scrittore e un lettore: una conversazione del tutto privata, che esclude tutti gli altri - un atto, se si vuole, di reciproca misantropia.
E nel momento in cui questa conversazione avviene lo scrittore è uguale al lettore, come del resto viceversa, e non importa che lo scrittore sia grande o meno. Questa uguaglianza è l'uguaglianza della coscienza.
Essa rimane in una persona per il resto della vita sotto forma di ricordo, nebuloso o preciso; e presto o tardi, a proposito o a sproposito, condiziona la condotta dell'individuo.

[...]

Un romanzo o una poesia sono il prodotto di una reciproca solitudine - quella di uno scrittore e quella di un lettore.

Iosif Brodskij

giovedì 26 dicembre 2013

Poesia con natura morta e quadro di interni olandese

Le poesie di Seamus Heaney posseggono una straordinaria intimità con la terra e il mondo rurale irlandese. La stessa lingua inglese che lui usa è plasmata e pensata dal paesaggio, in una connessione tra il sé, la storia insanguinata dell' Ulster e la cultura classica che gli fa da guida. 
«Ho bisogno di qualcosa che susciti o risvegli un ricordo per l'ispirazione - confessa Heaney, ospite a Roma dell' American Academy - ma la mia scorta di immagini dell' infanzia si discosta molto dalla mia vita da adulto».
(...)
Pensa di essere cresciuto in una Arcadia?
 «Sì. Ho trascorso l' infanzia in un fattoria, durante gli anni Quaranta, in una parte del paese che si muoveva a ritmo lento. Il materiale delle mie poesie proviene dalla memoria di quel locus amoenus. Come conciliarlo col resto 
dell' esperienza è stato il mio rovello principale. Oggi posso dire che parte della mia poesia è un tipo di natura morta, o un quadro di interni olandese». 
(...)


In realtà è come se lei scrivesse da sempre della guerra, solo che è una guerra diversa. 
«Sì, lo so. È ciò di cui parla Milosz in The World, in cui le immagini idilliche e ironiche sono usate per andare contro ciò che sta accadendo altrove. Diceva che l' occupazione nazista di Varsavia, la distruzione del ghetto, la ribellione dei polacchi erano come un grido prolungato e la poesia non riusciva a gridare così. In un famoso verso si chiede: "Che cos' è la poesia che non salva i popoli né le persone?". Rispondo citando Brodsky: "L' unica cosa che l'arte ci insegna è che la condizione umana è privata". Ma ogni teoria, suppongo, è 
un' autobiografia».


frammenti dell'intervista di Sebastiano Triulzi a Seamus Heaney
Repubblica 23 maggio 2013

lunedì 24 dicembre 2012

Elogio del frammento


Per speculum et in aenigmate: così il mondo si offre ai nostri occhi, per quanto amore il nostro sguardo contenga. Specchio del mondo, enigma intessuto su altri enigmi, la parola poetica sa avvicinarci al centro delle cose: in suo nome, anch’essa chiede ascolto, accoglienza, meditazione profonda. In cambio, dona la propria vastità, la ricchezza del proprio senso – un dono tutt’altro che pregevole, quali che siano le nostre capacità di accoglierlo.
Al primo incontro con il testo, si attiva in noi un insieme di pensieri: la lettura corretta, la comprensione esatta, l’esegesi rigorosa. A poco a poco, però, altri pensieri sorgono dal nostro intimo che ascolta contemplando il testo, amplificandolo e lasciandolo risuonare in sé, fino a collegarlo con le proprie più vere riflessioni. A questa esperienza vorrei dare voce: a partire dal testo e al servizio del testo per illuminarne, almeno parzialmente, la ricchezza di senso reale e l’ampiezza d’eco possibile. L’obiettivo di questi scritti è qualche frammento di oltre-testo: un po’ di ciò che possiamo udire quando accogliamo una lirica come parola oracolare, come accenno ad altro da sé.
“Acceleratore della coscienza” (J. Brodskij), l’espressione poetica può essere vista come una fune tesa tra noi e il centro delle cose, sulla quale avventurarsi con passo cauto e leggero, guardando avanti a sé.
Per questo si è concentrata l’attenzione sui frammenti che ci vengono incontro nella lettura e che ci abbagliano con la loro bellezza, illuminando, come un cono di luce inesauribile, vasti orizzonti di riflessione e di conoscenza. Sono i piccoli brani che amiamo, ai quali torniamo, che impariamo a memoria e che ricordano a noi stessi nelle più varie occasioni: è bello seguirli autonomamente, ascoltarli uno alla volta, mettendoli in evidenza per sé soli. “In the particular” scrisse Joyce “is contained the universal”: paradossalmente, frammenti di testo sembrano acquistare, a volte, una ricchezza maggiore dell’intera opera in cui sono collocati. Tutto ciò è ben difficile da spiegare, e dipende certamente da noi, dall’atto particolare della nostra lettura; è su questi, comunque, che si vorrebbe richiamare l’attenzione, per desiderio di concentrazione e di essenzialità.
Sono convinto che la verità delle cose appaia di rado, attraverso luccichii improvvisi e imprevedibile, e che sia giusto seguirla, attenderla sul terreno che le appartiene.
L’intenzione è di offrire un momento di sosta, di quiete meditativa al cospetto della parola poetica, senza violare il pudore: esso è sacro anche e soprattutto nella vita della mente. Il discorso, comunque, rimane abbozzato, accennato, spero. Più che lettori, vorrei amici disposti a sostare nella stessa tensione interiore.

Lorenzo Gobbi
introduzione a 
Elogio del frammento
Servitium editrice 2010