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martedì 23 giugno 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/107: l’arte è quell’Itaca di verde eternità, non di prodigi

Seguo il fiume controvento, l’acqua corre verso il mare e io vado in senso inverso.

Conosco bene il luogo dove le acque si mescolano e quelle dolci lasciano il passo al sale e al verde profondo. Le rive sono sabbiose e incerte, dalla spiaggia costellata di gigli marini bianchi, che hanno un profumo insopportabile, siamo costretti a spostarci nella pineta.

Il profumo dei pini marittimi è diverso, mi ripulisce il naso dall’odore morboso dei gigli, mi libera i pensieri.

I gigli mi riportano alle estati dell’infanzia, ai brividi del primo bagno la mattina presto, al bagno delle dieci, ora strategica per poter mangiare una pizzetta e poi fare di nuovo il bagno a mezzogiorno, prima di pranzo.

Aspettare che tutti vadano a sedersi all’ombra della pineta e poi rituffarsi per l’ultimo bagno nel silenzio delle voci umane.

Il sole riverbera sulla cresta delle onde e poi nei miei occhi, mi lascio cullare dalle onde, chiudo gli occhi, mi distendo, galleggio, sento che la corrente mi sposta, mi abbandono.

Quando esco dall’acqua gli altri stanno già mangiando, pomodori, cetrioli, cipolle rosse di Tropea, tonno sotto’olio, pane fresco, origano e sale.

E poi angurie, pesche, albicocche e susine. Ci sono ancora alcune pizzette, le migliori del mondo, poi una fetta di pane conzato.

Qualcuno pisola dopo pranzo, il suono delle onde culla, i padri iniziano a giocare a bocce, io mi stendo sotto l’ombrellone sulla sabbia fresca e leggo.

La vita di chi un giorno scriverà è prima di tutto la vita di chi osserva.

Vivere osservando, il primato dello sguardo, mentre la voce del mondo si intesse con la propria voce.

Sono tutti lì, ancora, che mangiano e giocano e ridono. Gli anni difficili sono ancora lontani, oggi è per sempre.

Questo è l’infanzia, vivere ogni giorno come se fosse l’eternità.

Torno sui miei passi e riprendo a seguire il corso del fiume.

L’acqua è verde, i pesci passano sfiorando le gambe. È difficile nuotare nei fiumi, ma qui il fiume è davvero stretto e poco profondo.

Una volta di rami d’albero intrecciati frantuma i raggi del sole.

Cosa ha reso indelebile questo ricordo? Eravamo sempre noi, gli stessi della spiaggia. L’incanto è il colore di quell’acqua, di quel fiume dove non siamo mai più ritornati.

Ora sono arrivata alle sorgenti dello Ouadi Arugot, le stesse cascate, il vento discreto, non una sola voce intorno.

Ognuno di noi ha un fiume nel cuore, un fiume che scorre sotto la pelle e porta ricordi e sogni più ancora che speranze.


Io sono il mio fiume

Io sono il mio fiume, il mio chiaro fiume che passa
ruzzolando sulle pietre.
Mi circondano le ore e le onde,
non so dove mi trascinano,
ignoro la mia fine e il mio inizio,
vado attraversando il mio corpo come l’arcata di un ponte.
Le nubi mi seguono tra i campi
con caldi riflessi.
Svio tra gli alberi, tra le ombre;
portai alla terra soltanto questo rumore
per attraversare il mondo,
l’ho sentito crescere dal fondo delle mie vene.
Queste voci che dico
hanno rotolato per secoli purificandosi nelle sue acque,
fuori dal tempo.
Sono echi dei morti che mi nominano
e mi rincorrono come pesci.
Io sono il mio fiume, il mio chiaro fiume che passa
e senza tregua mi trascina.
So che esiste un vascello
che passa alle mie spalle;
le sue vele palpo nel sogno;
seguo la traccia che lascia al passaggio,
però non so che cerca nel mio solco
né quando arriveremo
nemmeno chi c’è a bordo.


I poeti hanno fiumi, non solo gli oceani, non solo il mare. Perché l’acqua ci avvolge con questa grazia? È forse solo davvero il ricordo del grembo materno che ci ha cullato? Amo questa deriva di pensieri e parole che condivido con il misterioso architetto intento a scrivere a Soledad.

- Tieni – gli dico – prendi anche questa poesia. E disegna una coppia di stelle binarie per te e Soledad e una per me e il poeta.
Da soli non andremo lontano, non sapremo parlare di questi fiumi, del tempo e della memoria.


Arte poetica

Guardare il fiume fatto di tempo e d’acqua

e ricordare che il tempo è un altro fiume.
Sapere che ci perdiamo come il fiume
e che passano i volti come l’acqua.

Sentire che la veglia è un altro sogno,

sogno di non sognare e la morte
che il nostro corpo teme è questa morte
di ogni notte, che chiamiamo sonno.

Vedere nel giorno o nell’anno un simbolo

dei giorni dell’uomo e dei suoi anni,
trasfigurare l’oltraggio degli anni
in una musica, un rumore, un simbolo,

vedere nella morte il sonno, nel tramonto

un triste oro, questo è la poesia
che è povera e immortale. La poesia
si volge come l’aurora e il tramonto.

Talora nel crepuscolo un volto

ci guarda dal fondo di uno specchio;
l’arte deve esser come quello specchio
che ci rivela il nostro proprio volto.

Ulisse, dicono, stanco di prodigi,

pianse d’amore, scorgendo la sua Itaca
umile e verde. L’arte è quell’Itaca
di verde eternità, non di prodigi.

È anche come il fiume senza fine

che passa e resta; è specchio di uno stesso
Eraclito incostante, uno e diverso
sempre, come il fiume senza fine.


Un fiume senza fine, il ritratto dell’eternità, le stelle che risplendono nei tuoi occhi ne sono lo specchio.


La prima poesia è di Eugenio Montejo, tradotta da Alessio Brandolini per il numero 17 della rivista fili d'aquilone.
La seconda poesia è di J. L. Borges


Yo soy mi río


Yo soy mi río, mi claro río que pasa
a tumbos en las piedras.
Me circundan las horas y las ondas,
no sé adónde me arrastran,
desconozco mi fin y mi comienzo,
voy cruzando mi cuerpo como el arco de un puente.
Las nubes me siguen por los campos
con cálidos reflejos.
Entre los árboles derivo, entre los hombres;
sólo traje a la tierra este rumor
para cruzar el mundo,
lo he sentido crecer al fondo de mis venas.
Estas voces que digo
han rodado por siglos puliéndose en sus aguas,
fuera del tiempo.
Son ecos de los muertos que me nombran
y me recorren como peces.
Yo soy mi río, mi claro río que pasa
y me lleva sin tregua.
Sé que existe un navío
que cruza a mis espaldas;
palpo sus velas en mi sueño;
sigo la estela que deja en su camino,
pero no sé qué busca entre mi cauce
ni quién va a bordo
ni cuándo llegaremos.





Arte Poética

Mirar el río hecho de tiempo y agua 

y recordar que el tiempo es otro río, 
saber que nos perdemos como el río 
y que los rostros pasan como el agua. 

Sentir que la vigilia es otro sueño 

que sueña no soñar y que la muerte 
que teme nuestra carne es esa muerte 
de cada noche, que se llama sueño. 

Ver en el día o en el año un símbolo 

de los días del hombre y de sus años, 
convertir el ultraje de los años 
en una música, un rumor y un símbolo, 

ver en la muerte el sueño, en el ocaso 

un triste oro, tal es la poesía 
que es inmortal y pobre. La poesía 
vuelve como la aurora y el ocaso. 

A veces en las tardes una cara 

nos mira desde el fondo de un espejo; 
el arte debe ser como ese espejo 
que nos revela nuestra propia cara. 

Cuentan que Ulises, harto de prodigios, 

lloró de amor al divisar su Itaca 
verde y humilde. El arte es esa Itaca 
de verde eternidad, no de prodigios. 

También es como el río interminable 

que pasa y queda y es cristal de un mismo 
Heráclito inconstante, que es el mismo 
y es otro, como el río interminable. 


venerdì 22 maggio 2015

come due lenti fiumi uno accanto all'altro

Il tempo ora
 A Américo Ferrari 



Il tempo non mi parla della morte,
in quella città più non viviamo.

E non è che io mi scordi di morire a ogni istante
assieme alle foglie, agli alberi, al vento.

Muoio quanto posso, ma non in anticipo.
In questa primavera le mie missive hanno altre lettere.
Non sono più giovane. Vado piano.
Ho imparato molto dal passero
che al mattino mi risveglia.

Il tempo trascina il sole dietro la collina
e si porta via i miei giorni uno dopo l'altro,
ma non parliamo della morte.

Vaghiamo lontani con le ore che passano,
contemplando le nuvole in fondo alle strade,
le pietre sotto la pioggia, i suoni silvestri,
come due lenti fiumi uno accanto all'altro,
quasi sempre in silenzio.

Eugenio Montejo
La lenta luce del tropico
traduzione di Luca Rosi
Le Lettere 2006




El tiempo ahora


 A Américo Ferrari 

El tiempo no me habla de la muerte, 
en esa ciudad ya no vivimos. 

Y no es que me olvide de morir cada instante junto a las hojas, los árboles, el viento. 

Muero lo que puedo, pero no me adelanto. 
En esta primavera mis cartas tienen otras letras. 
Ya no soy joven. Voy despacio. 
He aprendido mucho del gorrión que en la mañana me despierta. 

El tiempo arrastra al sol tras la colina 
y se lleva mis días uno tras otro, 
pero no hablamos de la muerte. 

Vagamos lejos con las horas que pasan, 
contemplando las nubes al fin de los caminos, 
las piedras en la lluvia, los sonidos silvestres, 
como dos lentos ríos uno al lado del otro, 
casi siempre en silencio.

martedì 28 aprile 2015

Fedele alla notte e al fuoco di tutte le sue stelle

Soltanto la terra
      a Reynaldo Pérez-Só
A tutti gli astri conduce il sogno
ma solo sulla terra ci svegliamo.


Addormentati flottiamo nell'etere,
navi invisibili ci trascinano
verso mondi remoti
ma soltanto sulla terra si aprono le palpebre.


La terra amata giorno dopo giorno,
meravigliosa, errante,
che da così lontano porta il sole sulle spalle
e lo offre alle nostre case.


Sempre sarò fedele alla notte
e al fuoco di tutte le sue stelle
ma viste da qui, non potrei
andarmene: non so abitare in un paesaggio diverso.
Neanche con la morte lascerei
che le mie ceneri escano dai suoi campi.
La terra è l’unico pianeta
che preferisce gli uomini agli angeli.



Più che il silenzio della tomba
temo l’ora della resurrezione:
troppo spaventoso
è svegliarsi domani da un’altra parte.

Eugenio Montejo
da Territudine 1982
traduzione di Alessio Brandolini


SÓLO LA TIERRA
      a Reynaldo Pérez-Só
Por todos los astros lleva el sueño
pero sólo en la tierra despertamos.

Dormidos flotamos en el éter,
nos arrastran las naves invisibles
hacia mundos remotos
pero sólo en la tierra abren los párpados.
La tierra amada día tras día,
maravillosa, errante,
que trae el sol al hombro de tan lejos
y lo prodiga en nuestras casas.
Siempre seré fiel a la noche
y al fuego de todas sus estrellas
pero miradas desde aquí,
no podría irme, no sé habitar otro paisaje.
Ni con la muerte dejaría
que mis cenizas salga de sus campos.
La tierra es el único planeta
que prefiere los hombres a los ángeles.
Más que el silencio de la tumba
temo la hora de resurrección:
demasiado terrible
es despertar mañana en otra parte.

giovedì 25 settembre 2014

È il paesaggio che modula le voci

TROPICO ASSOLUTO
Palmeti azzurri e bianchi,
splendente sole marino sulla costa,
vento iodato, corpi nudi, mareggio...
Sto contemplando questa terra come se la vedessi per la prima volta
o stessi per lasciarla.
Ad essa mi afferro, celebro l'antico desiderio
in ogni roccia, in ogni piccolo ciottolo.
È lo stesso paesaggio che modula le voci
tante volte sentite in città e villaggi,
lo stesso sole che bruciava
nelle assorte retine dei miei genitori.
Non so più se questa terra la vedo da un altro mondo
e ora vago assente
attraverso i tratti del sogno.
Questa luce ha in sé la vita e la morte
in un fascio di fluttuanti colori
che il mio silenzio mi disegna in parole.
In questa luce la falsa perla del truffatore
la donna nera col turbante che si fa il segno della croce,
gli stracci del bimbo venditore ambulante,
l'alcatraz, la cicala, la calura delle maremme,
mi appaiono in un ampio arcobaleno
dove la magia del tropico assoluto
cresce in un urlo nel profondo del mio sangue.

Eugenio Montejo
da Tropico assoluto 1982
traduzione di Alessio Brandolini
dalla rivista Fili d'aquilone


TRÓPICO ABSOLUTO
Palmares azules y blancos,
nítido sol marino a la orilla de la costa,
viento yodado, cuerpos desnudos, oleajes...
Estoy contemplando esta tierra como si la viese por primera vez
o fuese a dejarla.
Me aferro a ella, celebro su antiguo deseo
en cada roca, en cada pequeño guijarro.
El mismo paisaje modulando las voces
tantas veces oídas en ciudades y aldeas,
el mismo sol que ardía
en las absortas retinas de mis padres.
Ya no sé si la veo desde otro mundo
y vago ausente ahora
a través de los aires soñando.
Esta luz me compendia la vida y la muerte
en un haz de flotantes colores
que mi silencio me dibuja en palabras.
En esta luz la falsa perla del truhán,
la negra de turbante que se santigua,
los harapos del niño buhonero,
el alcatraz, la cigarra, el bochorno de las marismas,
se me despliegan en un vasto arco iris
donde la magia del trópico absoluto
crece en un grito al fondo de mi sangre.
(de Trópico absoluto, 1982)

mercoledì 24 settembre 2014

Credo nelle nuvole, nelle loro pagine nitidamente scritte

CREDO NELLA VITA

Credo nella vita sotto forma terrestre,
tangibile, vagamente rotonda,
meno sferica ai poli,
in ogni luogo piena di orizzonti.
Credo nelle nuvole, nelle loro pagine
nitidamente scritte
e negli alberi, soprattutto d’autunno.
(Talvolta mi sembra d’essere un albero).
Credo nella vita come territudine,
come grazia o disgrazia.
Il mio più grande desiderio fu quello di nascere,
e ogni istante aumenta ancora.
Credo nel dubbio agonico di Dio,
ovvero, credo di non credere,
anche se di notte, da solo,
interrogo le pietre,
ma non sono ateo di nulla
se non della morte.

Eugenio Montejo
traduzione di Alessio Brandolini
dalla rivista Fili d'aquilone

lunedì 22 settembre 2014

Parlano poco gli alberi, si sa. Passano tutta la vita meditando

Parlano poco gli alberi, si sa. 
Passano tutta la vita meditando 
e muovendo i loro rami. 
Basta guardarli in autunno 
quando si riuniscono nei parchi: 
soltanto i più vecchi conversano, 
quelli che donano le nuvole e gli uccelli, 
ma la loro voce si perde tra le foglie 
e assai poco percepiamo, quasi niente.
È difficile riempire un piccolo libro 
coi pensieri degli alberi. 
Tutto in essi è vago, frammentario. 
Oggi, ad esempio, mentre ascoltavo il grido 
di un tordo nero, di ritorno verso casa, 
grido ultimo di chi non attende un'altra estate, 
ho capito che nella sua voce parlava un albero, 
uno dei tanti, 
ma non so cosa fare di quel grido, 
non so come trascriverlo


Eugenio Montejo
La lenta luce del tropico
traduzione di Luca Rosi
Le Lettere 2006

giovedì 10 luglio 2014

Con la stessa scrittura del mare sulle sabbie

ALFABETO DEL MONDO

Invano mi attardo a decifrare
l'alfabeto del mondo.
Leggo nelle pietre un oscuro singhiozzo,
echi soffocati tra torri e palazzi,
grazie al tatto indovino la terra
piena di fiumi, paesaggi e colori,
ma quando li copio mi sbaglio sempre.
Per scrivere devo aggrapparmi a una linea
sul libro dell'orizzonte.
Disegnare il miracolo di quei giorni
che galleggiano avvolti nella luce
e si liberano in canti di uccelli.
Quando in strada gli uomini che oscillano 
dal rancore alla fatica, cavillosi,
mi si rivelano più che mai innocenti.
Quando il baro, il furfante, l'adultera,
i martiri dell'oro o dell'amore
sono soltanto segnali che non ho saputo leggere,
che ancora non riesco ad annotare nel mio quaderno.
Quanto vorrei che almeno per un istante
questa pagina febbricitante di poesia
incidesse ogni lettera nella sua trasparenza:
la o del ladro, la t del santo
il gotico dittongo del corpo e del suo desiderio,
con la stessa scrittura del mare sulle sabbie,
la stessa cosmica pietà
che la vita distende davanti ai miei occhi.

Eugenio Montejo

La lenta luce del tropico
Antologia poetica 
traduzione di Luca Rosi
Le Lettere 2006

ALFABETO DEL MUNDO
En vano me demoro deletreando
el alfabeto del mundo.
Leo en las piedras un oscuro sollozo,
ecos ahogados en torres y edificios,
indago la tierra por el tacto
llena de ríos, paisajes y colores,
pero al copiarlos siempre me equivoco.
Necesito escribir ciñéndome a una raya
sobre el libro del horizonte.
Dibujar el milagro de esos días
que flotan envueltos en la luz
y se desprenden en cantos de pájaros.
Cuando en la calle los hombres que deambulan
de su rencor a su fatiga, cavilando,
se me revelan más que nunca inocentes.
Cuando el tahúr, el pícaro, la adúltera,
los mártires del oro o del amor
son sólo signos que no he leído bien,
que aún no logro anotar en mi cuaderno.
Cuánto quisiera al menos un instante
que esta plana febril de poesía
grabe en su transparencia cada letra:
la o del ladrón, la t del santo
el gótico diptongo del cuerpo y su deseo,
con la misma cósmica piedad
que la vida despliega ante mis ojos.
(de Alfabeto del mundo, 1986)

mercoledì 4 giugno 2014

Il silenzio si addensa nel ticchettio degli astri

Il canto è al di fuori del gallo;
goccia a goccia sta cadendo nel suo corpo,
ora che dorme sull'albero.
Sotto la notte cade, non smette di cadere
dall'ombra tra le sue vene e le sue ali. 
Il canto sta riempiendo, incontenibile,
il gallo come fosse un'anfora;
riempie le sue piume, la sua cresta, i suoi speroni,
fino a straripare e si ode immenso il grido
che attraverso il mondo si sparge senza tregua.
Poi il battito delle ali torna alla sua quiete
e il silenzio si addensa.
Nuovamente il canto resta fuori
diffuso all'ombra dell'aria.
Dentro al gallo ci sono solo viscere e sonno
e una goccia che cade nella notte profonda,
silenziosamente, al ticchettio degli astri.

Eugenio Montejo
La lenta luce del tropicoAntologia poetica 
traduzione di Luca Rosi
Le Lettere 2006 

EL CANTO DEL GALLO
      a Adriano González León
El canto está fuera del gallo;
está cayendo gota a gota entre su cuerpo,
ahora que duerme en el árbol.
Bajo la noche cae, no cesa de caer
desde la sombra entre sus venas y sus alas.
El canto está llenando, incontenible,
al gallo como un cántaro;
llena sus plumas, su cresta, sus espuelas,
hasta que lo desborda y suena inmenso el grito
que a lo largo del mundo sin tregua se derrama.
Después el aleteo retorna a su reposo
y el silencio se vuelve compacto.
El canto de nuevo queda fuera
esparcido a la sombra del aire.
Dentro del gallo sólo hay vísceras y sueño
y una gota que cae en la noche profunda,
silenciosamente, al tic-tac de los astros.

(de Alfabeto del mundo, 1986)

lunedì 26 maggio 2014

Io sono il mio chiaro fiume che passa

IO SONO IL MIO FIUME

Io sono il mio fiume, il mio chiaro fiume che passa
ruzzolando sulle pietre.
Mi circondano le ore e le onde,
non so dove mi trascinano,
ignoro la mia fine e il mio inizio,
vado attraversando il mio corpo come l’arcata di un ponte.
Le nubi mi seguono tra i campi
con caldi riflessi.
Svio tra gli alberi, tra le ombre;
portai alla terra soltanto questo rumore
per attraversare il mondo,
l’ho sentito crescere dal fondo delle mie vene.
Queste voci che dico
hanno rotolato per secoli purificandosi nelle sue acque,
fuori dal tempo.
Sono echi dei morti che mi nominano
e mi rincorrono come pesci.
Io sono il mio fiume, il mio chiaro fiume che passa
e senza tregua mi trascina.
So che esiste un vascello
che passa alle mie spalle;
le sue vele palpo nel sogno;
seguo la traccia che lascia al passaggio,
però non so che cerca nel mio solco
né quando arriveremo
nemmeno chi c’è a bordo.

Eugenio Montejo
traduzione di Alessio Brandolini
dal numero 17 della rivista fili d'aquilone

YO SOY MI RÍO
Yo soy mi río, mi claro río que pasa
a tumbos en las piedras.
Me circundan las horas y las ondas,
no sé adónde me arrastran,
desconozco mi fin y mi comienzo,
voy cruzando mi cuerpo como el arco de un puente.
Las nubes me siguen por los campos
con cálidos reflejos.
Entre los árboles derivo, entre los hombres;
sólo traje a la tierra este rumor
para cruzar el mundo,
lo he sentido crecer al fondo de mis venas.
Estas voces que digo
han rodado por siglos puliéndose en sus aguas,
fuera del tiempo.
Son ecos de los muertos que me nombran
y me recorren como peces.
Yo soy mi río, mi claro río que pasa
y me lleva sin tregua.
Sé que existe un navío
que cruza a mis espaldas;
palpo sus velas en mi sueño;
sigo la estela que deja en su camino,
pero no sé qué busca entre mi cauce
ni quién va a bordo
ni cuándo llegaremos.

domenica 25 maggio 2014

leggeri d’autunno, gonfi d’estate, con l’ombra, la memoria, il desiderio,

TERRITUDINE

Stare qui per anni sulla terra,
con le nubi che arrivano, con gli uccelli,
sospesi a fragili ore.
A bordo, quasi alla deriva,
più vicini a Saturno, più lontani,
mentre il sole fa un giro e ci trascina
e il sangue percorre il suo profondo universo
più sacro di tutti gli astri. 

Stare qui sulla terra: non più lontani
di un albero, né più incomprensibili,
leggeri d’autunno, gonfi d’estate,
con ciò che siamo o non siamo, con l’ombra,
la memoria, il desiderio, fino alla fine
(se c’è una fine) voce a voce,
casa per casa,
sia chi porta la terra, se la portano,
o chi l’attende, se l’attendono,
dividendo insieme ogni volta il pane
in due, in tre, in quattro,
senza dimenticare gli avanzi per la formica
che sempre viaggia da remote stelle
per essere puntuale all’ora della nostra cena
sebbene le briciole siano amare.

Eugenio Montejo

traduzione di Alessio Brandolini
dal numero 23 della rivista fili d'aquilone

TERREDAD
Estar aquí por años en la tierra,
con la nubes que lleguen, con los pájaros,
suspensos de horas frágiles.
A bordo, casi a la deriva,
más cerca de Saturno, más lejanos,
mientras el sol da vuelta y nos arrastra
y la sangre recorre su profundo universo
más sagrado que todos los astros.
Estar aquí en la tierra: no más lejos
que un árbol, no más inexplicables,
livianos en otoño, henchidos en verano,
con lo que somos o no somos, con la sombra,
la memoria, el deseo, hasta el fin
(si hay un fin) voz a voz,
casa por casa,
sea quien lleve la tierra, si la llevan,
o quien la espere, si la aguardan,
partiendo juntos cada vez el pan
en dos, en tres, en cuatro,
sin olvidar las sobras de la hormiga
que siempre viaja de remotas estrellas
para estar a la hora en nuestra cena
aunque las migas sean amargas.

martedì 20 maggio 2014

In un paese che è aria, nuvola, notte

Non raggiungo il tempo del tuo corpo,
sono nato lontano, in un paese che è aria, nuvola, notte,
anche se mi ascolti da vicino.
Sono nato fuori dal tempo del tuo sorriso, dei tuoi occhi,
in un altro meridiano.
Ci amiamo da mare a mare,
da un astro a un altro,
non importa che oggi tu mi senta accanto a te.


Sebbene ti risvegli nuda qui con me,
il tuo tempo va avanti,
il tempo delle tue mani, del tuo volto;
sono accanto alla tua ombra e non ti afferro.


Sono lontane da me le ore del tuo amore,
sotto una luce di neve,
in qualche città che non conosco.
Le nostre vite si raggiungono, si confondono,
si scambiano singhiozzi, baci, sogni,
ma siamo lontani mille miglia l’uno dall’altro,
forse in secoli diversi,
su due pianeti che si cercano
stanchi di non trovarsi.

Eugenio Montejo

lunedì 12 agosto 2013

La lenta luce del tropico

Le poesie di Eugenio Montejo sono tratte dall'antologia La lenta luce del tropico edito dalla casa editrice Le Lettere, introduzione di Martha Canfield e traduzione di Luca Rosi.
Grazie alla mia carissima amica Angela Urbano per avermi mandato la poesia di oggi La terra girò per avvicinarci.

E.P.

La terra girò per avvicinarci

La terra girò per avvicinarci
girò su se stessa e dentro di noi
fino ad unirci finalmente in questo sogno,
come fu scritto nel Simposio.
Passarono notti, nevi, solstizi;
passò il tempo in minuti e millenni.
Un carro che andava a Ninive
arrivò in Nebraska.
Un gallo cantò lontano dal mondo.
La terra girò musicalmente
con noi a bordo;
non cessò di girare un solo istante,
come se tanto amore, tanto miracolo
fosse solo un adagio già scritto molto tempo fa
tra le partiture del Simposio.

Eugenio Montejo

domenica 11 agosto 2013

Non sarebbero che alberi o pietre

Lascia che ti ami fino a quando girerà la terra
e gli astri inchinino i loro crani azzurri
sulla rosa dei venti.
Galleggiando, a bordo di questo giorno
nel quale per caso, per un istante,
ci siamo destati così vicini.
Ho potuto vivere in un altro regno, in un altro mondo,
a molte leghe dalle tue mani, dal tuo sorriso,
su un pianeta remoto, irraggiungibile.
Sono potuto nascere secoli fa
quando non esistevi in nulla
e nelle mie ansie di orizzonte
potevo indovinarti in sogni di futuro,
ma le mie ossa a quest'ora
non sarebbero che alberi o pietre.
Non è stato ieri né domani, in un altro tempo,
in un altro spazio,
né giammai accadrà
quantunque l'eternità lanci i suoi dadi
a favore della mia fortuna.
Lascia che ti ami fino a quando la terra
graviterà al ritmo dei suoi astri
e ad ogni istante ci stupisca
questo fragile miracolo di esser vivi.
Non abbandonarmi fino a quando essa non si fermerà. 

Eugenio Montejo

sabato 10 agosto 2013

Un solo amore può salvare tutto

Anello 

Un solo amore può salvare tutto,
ciò che se n’è andato, ciò che è partito
e piú non torna,
i naufragi che emergono dall’oblio
e ci perseguitano in fondo a qualche sogno,
le perdite che in ogni ombra ci insidiano
con dadi neri, schivi alla sorte,
la fiamma che fece notte nelle nostre mani,
l’angoscia, la sofferenza, i singhiozzi,
gli oscuri Titanic del sangue,
quel che nacque per non essere e per un attimo
è stato
e il grido azzurro che era il travestimento
della chimera...
Tutto il furore, la polvere e la sconfitta
con un amore, un solo amore, presto si salvano:
un solo amore può salvare tutto.

Eugenio Montejo

venerdì 9 agosto 2013

La poesia attraversa la terra in solitudine

La poesia attraversa la terra in solitudine,
appoggia la sua voce sul dolore del mondo
e niente chiede
- nemmeno parole.
Arriva da lontano e senza orario, non avverte mai;
ha la chiave della porta.
Entrando si sofferma sempre ad osservarci.
Poi apre la sua mano e ci offre
un fiore o un ciottolo, qualcosa di segreto,
ma tanto intenso che il cuore palpita
troppo veloce. E ci svegliamo.

Eugenio Montejo

giovedì 8 agosto 2013

Scrivo sul tardi. È mezzanotte


Mezzanotte

Scrivo sul tardi. È mezzanotte.
Ignoro quando ho percorso questa strada,
come sono arrivato qui dove mi trovo, cosa cercavo.
La Croce del Sud s'è già spostata al centro
della raggiante solitudine notturna.
Di niente qui sono sicuro, neppure di questi galli
che tutt'intorno si sgolano.
Scrivo sul tardi. Cantano troppo i galli,
cantano per Esculapio, per Socrate, per Cristo
e per il vecchio Eduardo,
che continuamente svegliano nella sua tomba
affinché distribuisca adesso le sue grida
come se fossero le briciole di un lampo.

Eugenio Montejo

mercoledì 7 agosto 2013

Stanotte abbiamo dormito in un paese lontano

Risveglio


La luce distrugge i castelli
dove galleggiavamo in sogno;
lascia il suo odore di balena
nel nostro specchio opaco...
Vagabondavamo vicino a Saturno,
ora la terra gira più lentamente.
Tremiamo soli al centro del mondo
e apriamo la finestra
perché il giorno passi con la sua barca.
Stanotte abbiamo dormito in un paese lontano.

Eugenio Montejo