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martedì 13 maggio 2014

Nella notte le frasi, mi girano attorno, bisbigliano, diventano poesie

Leggo ancora un po' se ho qualcosa da leggere, alla luce del lampione, poi, mentre mi addormento tra le lacrime, nascono delle frasi nella notte. 
Mi girano attorno, bisbigliando, prendono un ritmo, delle rime, cantano, diventano poesie.

Agota Kristof 
L'analfabeta
traduzione di Letizia Bolzani
Casagrande 2005

venerdì 28 marzo 2014

L'attesa insopportabile e l’inesprimibile silenzio


Credo che presto sarò guarito.
Qualcosa si romperà in me o in qualche parte dello spazio.
Partirò verso altezze sconosciute. Sulla terra non c’è
che la mietitura, l’attesa insopportabile
e l’inesprimibile silenzio.

Agota Kristof
Ieri
Einaudi 1997
traduzione di Marco Lodoli


questi versi sono una forzatura delle ultime righe del racconto di Agota Kristof e che a me sono sempre sembrate poesia.

giovedì 27 marzo 2014

Diventando assolutamente niente si può diventare uno scrittore


- ... è diventando assolutamente niente che si può diventare uno scrittore. D’altronde le cose si sono presentate così e non in un altro modo.
- Lo dici sul serio, Sandor? Che bisogna diventare assolutamente niente per essere scrittore?
- Credo di sì.
- Io credo che per diventare uno scrittore bisogna avere una grandissima cultura. Inoltre bisgona avere letto molto e scritto molto. Non si diventa scrittore dall’oggi al domani.
Dico:
- Io non ho una grandissima cultura, ma ho letto molto e scritto molto. Per diventare uno scrittore bisogna assolutamente scrivere. Certo, capita che non si abbia niente da dire. E a volte, anche quando si ha qualcosa da dire, non si sa come dirlo.
- E alla fine che cosa ti resta di ciò che hai scritto?
- Alla fine niente o quasi niente. Un foglio o due con  un testo e il mio nome scritto in basso. Raramente, perché brucio quasi tutto quello che scrivo.

Agota Kristof
Ieri
traduzione di Marco Lodoli
Einaudi 1997

lunedì 30 settembre 2013

Scrivere con lo sguardo di un bambino

“Io penso che si debba scrivere senza interiorità, con lo sguardo di un bambino che è talmente oggettivo da sfiorare il cinismo”.

Agota Kristof citata in un'intervista di Sandra Petrignani

mercoledì 5 dicembre 2012

Agota Kristof raccontata da me


Anche questa voce l'ho scritta per l'Enciclopedia delle donne.

L’esilio dalla lingua materna, la convinzione che l’esistenza trasposta sulla carta possa assumere una valenza assoluta, il senso di perdita continuo, il desiderio feroce di sopravvivere a qualunque costo, uno sguardo implacabile che non cede mai al sentimentalismo, al buonismo, alla riconciliazione, ma che sempre accetta di guardare la vita nel suo male e la sfida nel volerla descrivere cosi com’è. Sono i temi chiave della vita e dei libri di Agota Kristof, scrittrice contemporanea tra le più ispide e sgradevoli. I luoghi si presentano come quinte teatrali, sono miseri, claustrofobici, perduti. I personaggi sono le marionette chiamate a riempire con le loro azioni questi scenari e non sono connotati tanto dall’aspetto fisico, sempre descritto con crudele precisione, né da una dimensione psicologica che ce li renda vivi: sono sempre le azioni compiute a dire chi essi siano. Se sentimenti mostrano non sono mai sentimenti buoni ma sempre negativi: l’avarizia, la crudeltà, il tradimento, la disperazione, la codardia, il sadismo. Scrive nel suo libro autobiografico L’analfabeta: «All’inizio non c’era che una sola lingua. Gli oggetti, le cose, i sentimenti, i colori, i sogni, le lettere, i libri, i giornali, erano quella lingua. Non avrei mai immaginato che potesse esistere un’altra lingua, che un essere umano potesse pronunciare parole che non sarei riuscita a capire. Perché avrebbe dovuto farlo? Per quale motivo?». La bambina Agota legge, come una malattia, qualunque cosa le capiti sotto mano. Il mondo è diviso tra la cucina della madre, con i suoi odori di cibo e umanità, e la scuola del padre che odora di gesso e di libri. Questa infanzia contadina, povera ma felice ci viene resa con la sua semplicità e normalità. La fine di questo mondo coincide con il primo esilio dalla vita di campagna alla vita di città in un collegio. «La voglia di scrivere verrà più tardi, quando si sarà rotto il filo d’argento dell’infanzia, quando verranno giorni cattivi, e arriveranno gli anni che potrei definire “non amati”. Quando separata dai miei genitori e dai miei fratelli, entrerò in collegio in una città sconosciuta, dove, per sopportare il dolore della separazione, non mi resterà che una soluzione: scrivere». La vita nel collegio è una pena, meglio allora scrivere un diario in una scrittura segreta perché nessuno possa leggerlo. Alla scrittura si alterna un pianto lungo e senza consolazione, al punto che la scrittrice dichiarerà che per il resto della sua vita piangere le risulterà pressoché impossibile, come se in quegli anni avesse esaurito tutte le lacrime. Piange per la libertà e l’infanzia perdute, per le cose svanite «le corse a piedi nudi per il bosco sulla terra umida fino alla “roccia blu”; svaniti gli alberi su cui arrampicarsi, da cui cadere quando un ramo marcio si rompe; svanito anche Yano che mi aiuta a rialzarmi; svanite le passeggiate notturne sui tetti; svanito Tila che va a fare la spia da mamma». Le prime composizioni poetiche di Agota sono frasi nella notte che le girano attorno bisbigliando e poi prendono un ritmo, cantano. Fuggita in Svizzera con il marito e una neonata legata sulla schiena nel 1956, a seguito dell’invasione dell’Ungheria da parte dei sovietici, la Kristof si trova ad affrontare la sfida con una nuova lingua che questa volta, dopo il tedesco e il russo, è il francese: «Parlo il francese da più di trent’anni, lo scrivo da vent’anni, ma ancora non lo conosco. Non riesco a parlarlo senza errori, e non so scriverlo che con l’aiuto di un dizionario da consultare di frequente. È per questa ragione che definisco anche la lingua francese una lingua nemica. Ma ce n’è un’altra di ragione, ed è la più grave: questa lingua sta uccidendo la mia lingua materna». Attraversando il deserto della lingua senza poter leggere quasi nulla per 5 anni, lavorando come operaia in una fabbrica di orologi, è con la scrittura che la giovane Agota trova il suo riscatto. «Come si diventa scrittori? Prima di tutto, naturalmente, bisogna scrivere. Dopo di che bisogna continuare a scrivere. Anche quando non interessa a nessuno. Anche quando si ha l’impressione che non interesserà mai a nessuno. Anche quando i manoscritti si accumulano nei cassetti e li si dimentica, pur continuando a scriverne altri». Ricomincia ad andare a scuola a ventisette anni e in due anni soltanto consegue un primo Certificato di Studi. Ora sa di nuovo leggere e la vita ricomincia a essere una festa di libri e autori: Hugo, Rousseau, Voltaire, Sartre, Camus, Michaux, Ponge, Sade e Faulkner, Steinbeck, Hemingway. «Il mondo è pieno di libri, di libri finalmente comprensibili, anche per me… Non appena padroneggio un po’ la lettura, mi fisso un altro obiettivo: scrivere in francese… Questa lingua, il francese, non l’ho scelta io. Mi è stata imposta dal caso, dalle circostanze. So che non riuscirò mai a scrivere come scrivono gli scrittori francesi di nascita. Ma scriverò come meglio potrò. È una sfida. La sfida di un’analfabeta.»

Agota Kristof
Csikvánd (Ungheria) 1935 - Neuchatel (Svizzera) 2011


Fonti, risorse bibliografiche, siti
A. Kristof, L’analfabeta. Racconto autobiografico, Casagrande 2005
A. Kristof, Trilogia della città di K. (che raccoglie i tre romanzi: Il grande quaderno – La prova – La terza menzogna), Einaudi 1998
A. Kristof, Ieri, Einaudi 2002 (la versione cinematografica Brucio nel vento, è di Silvio Soldini)

domenica 10 giugno 2012

Incipit: ieri

Ieri soffiava un vento conosciuto. Un vento che avevo già incontrato.
Era una primavera precoce. Camminavo nel vento a passi decisi, rapidi, come tutte le mattine. Eppure avevo voglia di ritrovare il mio letto e distendermi, immobile, senza pensieri, senza desideri, e di restare sdraiato fino al momento in cui avrei sentito avvicinarsi quella cosa che non è voce né gusto né odore, solo un ricordo vaghissimo, venuto da oltre i limiti della memoria.



Agota Kristof
Ieri
Einaudi 1997
traduzione di Marco Lodoli

Un istante di felicità inattesa


Ieri ho vissuto un istante di felicità inattesa, immotivata. È venuta verso di me attraverso la pioggia e la nebbia, sorrideva, fluttuava al di sopra degli alberi, mi danzava davanti, mi circondava.
Io l'ho riconosciuta.
Era la felicità d'un tempo remoto, quando il bambino e io eravamo tutt'uno. Io ero lui, avevo solo sei anni e la sera nel giardino sognavo guardando la luna.

Agota Kristof
Ieri
Einaudi 1997
traduzione di Marco Lodoli

giovedì 31 maggio 2012

Come si diventa scrittori?

Come si diventa scrittori? Prima di tutto, naturalmente, bisogna scrivere. 
Dopo di che bisogna continuare a scrivere. 
Anche quando non interessa a nessuno. 
Anche quando si ha l’impressione che non interesserà mai a nessuno. 
Anche quando i manoscritti si accumulano nei cassetti e li si dimentica, pur continuando a scriverne altri.


Agota Kristof
L'analfabeta
Casagrande 2005