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domenica 5 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/637. Dove la grande frontiera cede sotto il peso dei tortellini

 


 

Storie dell’Avvento/2. La maestra Margherita e la biblioteca sugli Appennini

 

La stazione era così piccola e così poco importante che non costruirono il muro intorno se non quando tutta la frontiera era già stata definita e nei paesi più grandi la gente cercava di scappare, ma era troppo tardi. La casa cantoniera, di mattoni rossi, con il tetto di tegole rosse, le imposte e le porte verdi e bianche sembrava una di quelle casette delle favole fatte di canditi e pan di zenzero. Quando le due squadre di muratori, una che arrivava da est e l’altra da ovest furono a pochi metri dal giardino, si fermarono a pranzare e a decidere se far passare il muro davanti o dietro la casa. Quando la signora Margherita li aveva invitati a mangiare i tortellini in brodo col pezzo di parmigiano intero e il cappone, agli operai non era sembrato vero. E mica c’erano solo i tortellini, la padrona di casa aveva fatto anche lo stinco di maiale al forno con le patate e dei tortelli alla crema che si scioglievano in bocca. Aveva servito anche del Lambrusco non troppo vivace e lasciato che gli operai si prendessero tutto il tempo per mangiare e fare anche una pennichella. Mentre dormivano tutti, lei sussurrò nelle orecchie dei due capomastri la soluzione per finire di costruire il muro. Senza più consultarsi le due squadre terminarono il lavoro e così quella che arrivava da est finì il muro contro lo spigolo della facciata che guardava a sud e la squadra che veniva da ovest, aveva finito il muro contro lo spigolo della facciata nord. Così si entrava da una parte e si usciva dall’altra, cosa che tutto il paese e la regione seppero nel giro di pochi mesi, ma che nessuno si sognò di segnalare all’autorità suprema. Con il tipico spirito che aveva contraddistinto quell’antica nazione che si chiamava Italia, non c’era legge o norma o regolamento che non potesse essere battuto dal sano pragmatismo che aveva permesso al popolo di sopravvivere a qualunque forma di potere. Anche quando la pandemia dell’inizio del terzo decennio del secolo aveva fatto implodere l’ordine costituito, e non solo in Italia ma in tutto il mondo, i sopravvissuti avevano dovuto fare i conti con l’interruzione di qualunque rete di comunicazione per parecchio tempo. All’inizio fu il panico, perché dopo quella che sembrava una normalizzazione, il coronavirus era esploso con una forza che neanche l’influenza spagnola aveva avuto nel secolo precedente, quando aveva sterminato circa l’otto per cento della popolazione mondiale. Nel giro di pochi mesi la popolazione era dimezzata, le pire funebri offuscavano tutti i cieli del pianeta, la società cercava di riorganizzarsi intorno ai sopravvissuti. Sparirono tutti quei mestieri legati alla società iperconnessa, basta marketing e pubblicità, basta moda e intrattenimento. Le metropoli erano diventate monumentali deserti battuti dal vento e dai cani inselvatichiti che si muovevano in branco a cercare cibo. La vita era diventata possibile solo nei piccoli centri agricoli e manifatturieri e bisognava sperare che non arrivassero bande di giovinastri a cercare di rubare il cibo. Ma bande di giovinastri non ce n’erano, perché il virus aveva colpito soprattutto i giovani e i bambini e risparmiato gli anziani. Per fortuna dei sopravvissuti c’erano molti che ancora sapevano fare lavori manuali e c’erano infermiere e dottori, qualche militare e gente che sapeva cucire e cucinare, badare agli animali, mucche, pecore e maiali non mancavano, così come non mancavano gli orti e i campi di grano che potevano essere coltivati con grande fatica, ma qualcosa cominciava a funzionare quando la grande frontiera era stata disegnata per tenere lontani quelli che arrivavano da sud e che spesso, erano portatori del virus. Le scorte di cibo accatastate nei paesi ancora non erano finite, sarebbero bastate ancora per qualche anno, ammesso che dopo qualche anno ci fossero ancora sopravvissuti in giro. Quando Margherita aveva visto i muratori aveva deciso di dare fondo alla dispensa, convinta che ormai non sarebbe vissuta ancora a lungo. Invece, le cose andarono meglio, erano stati ripristinati i telegrafi e le radio per tenersi in contatto. Nei paesini venivano usati di nuovo i piccioni viaggiatori e il mondo occidentale si era ritrovato a vivere come se la rivoluzione industriale non fosse ancora iniziata. Margherita era una maestra in pensione e ci vollero un paio d’anni prima che ci fossero abbastanza bambini e ragazzi da far studiare a Modigliana. Lei era contenta che il paese si fosse ripopolato e che i comuni della Romagna fossero riusciti a federarsi con quelli dell’Emilia, ma ognuno era padrone della propria terra e della lingua. Anche la biblioteca aveva riaperto e c’erano abbastanza libri e vecchi film per poter raccontare com’era il mondo prima della nuova era.

 

Oggi è domenica 5 dicembre del secondo anno senza Carnevale e una nuova storia ha bussato alle porte della mia Cronaca 637 che un po’ si sente medioevale e un po’ futurista.

martedì 13 luglio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/492. Una felicità di carta e parole


 

Leggere libri crea dipendenza, comprare libri crea dipendenza. Niente di meglio da annusare di un bel libro di carta, niente di meglio che guardare i libri nelle mie librerie domestiche e nelle incerte torri accanto al letto. È vero, i libri compongono un paesaggio che non sta solo nei nostri occhi ma che ogni giorno ci aiuta a ricordare e definire chi siamo, da dove veniamo e dove vorremmo andare. A Milano hanno chiuso molte belle librerie, la Feltrinelli di via Manzoni e la libreria Utopia tra le ultime, che avrebbero potuto conferirmi la carta di platino come miglior cliente! E ogni tanto compro libri anche su Amazon – Italia, Gran Bretagna, Francia, Spagna e Stati Uniti, perché a volte non resisto all'urgenza di avere tra le mani una novità e non voglio aspettare l’occasione di andare in libreria e perché i libri nelle altre lingue che leggo – inglese, francese e spagnolo – arrivano nel giro di pochi giorni o settimane e mi sembra inutile passare da una libreria fisica visto che a Milano, chiusa la Feltrinelli di piazza Cavour e fatto salvo per la Hoepli, proprio non saprei dove andare a procurarmeli i libri stranieri.

Grande soddisfazione mi dà comprare libri su Maremagnum che è una libreria virtuale che aggrega centinaia di librerie non solo italiane. Ho comprato decine di libri anche da loro perché il gusto di un libro di seconda mano, non somiglia a null'altro al mondo e la mia passione bibliofila si esprime proprio quando compro libri usati. A volte, quando sono molto fortunata, ci sono foglietti e annotazioni, dediche e riflessioni dei proprietari precedenti e questo rende per me quel libro ancora più prezioso. Il momento che amo più di tutti è quando mi arrivano i pacchetti e ogni volta è come se fosse la mattina di Natale quando avevo sei anni. Quando mi capita di leggere un e-book, mi manca la sensazione tattile della carta, il peso nella mano, la copertina, poter sottolineare e segnare e scrivere sui margini come faccio sempre quando leggo un libro che mi piace e scelgo citazioni per il mio blog. Mi manca il non poterli annusare e sfogliare e poi decidere se è un libro che vorrei rileggere, se non rileggerò mai ma voglio comunque tenere, o se è un libro che potrei decidere di vendere al Libraccio o regalare alla biblioteca vicino a casa. Mi piacciono le copertine dei libri di poesia, quelle bianche di Einaudi, quelle colorate di Adelphi, quelle eleganti dei libri di poesia di Crocetti Atì (editore con cui ho pubblicato gli ultimi tre libri di poesia). Prima della pandemia prendevo tutti i giorni la metropolitana per andare in ufficio e così, visto che gli e-reader non hanno copertine, quando i pochi lettori che incrociavo in metrò ogni mattina leggevano su Kindle o Kobo, il non sapere cosa stessero leggendo un po’ mi scocciava. Un giorno c’erano due uomini coi capelli grigi che leggevano libri di carta: il primo, molto più alto di me, leggeva Anna Karenina di Tolstoj e non leggeva nella mente, ma compitava con le labbra e sussurrava parola dopo parola, e non avevo fatto fatica a scoprire il titolo del volume. L’altro, più basso di me, stava leggendo i racconti di Gianrico Carofiglio Non esiste saggezza e si era un po’ seccato perché ho continuato a girargli intorno finché non sono riuscita a vedere la copertina del libro. Ero sempre contenta quando incontravo gente che leggeva in metropolitana anziché sfogliare compulsivamente i social o fare qualche giochino. Una volta ho addirittura incrociato una signora che leggeva Proust in francese e un ragazzo che leggeva il Don Chisciotte.

Anche io, come quasi tutti i lettori forti, quando scopro uno scrittore che mi piace divento un temibile lettore seriale. Devo leggere tutto quello che è stato pubblicato e se ci sono in circolazione biografie, autobiografie, epistolari, carteggi, saggi critici, devo leggere pure questi e sono in preda alla frenesia più assoluta fino a che non ho finito.

Mi era accaduto con Simone de Beauvoir e Grazia Livi, con Colette, con Sylvia Plath, con Rimbaud BaudelaireProust Marie Cardinal, con Alberto Moravia e Eugenio Montale, con Katherine MansfieldVirginia Woolf Marina Cvetaeva, tra gli altri, quando ero ragazza e via via negli anni  Anton Cechov, Tolstoj e Dostoevskij, Raymond Carver, Irène NémirovskyGianrico CarofiglioAlicia Gimenez BartlettAgota Kristof, Philip Roth, Paul Auster e Siri Hustvedt, Karen Blixen e Audrey Thomas, Andrei Makine, Alvaro Mutis e Danilo Bramati, Anne Michaels e Francesco Biamonti, Antonella Anedda e Amos Oz, Marguerite Yourcenar, Mishmima e Murakami. (E qui chiudo, per oggi, la lista perché finirei con il riscrivere la Garzantina della Letteratura).

Leggere è una delle cose che più amo al mondo, i libri sono tra i miei oggetti preferiti. E credo che il segreto di ogni lettore forte stia nella felicità fatta di carta e parole che un libro è.

È una felicità fatta dalla consapevolezza di appartenere a una vasta comunità di lettori e scrittori che conversano e crescono, maturano, amano, imparano, pensano e si divertono attraverso il tempo e lo spazio. Se il tempo è la quarta dimensione, i libri sono la quinta, ogni libro è un mondo da scoprire e condividere. Ogni libro scritto è un dono al mondo, ogni libro letto è la felicità della condivisione. I primi due libri da “grandi” di cui sono diventata proprietaria sono stati il Libro de poemas di Federico Garcia Lorca e un vocabolario Zingarelli della lingua italiana edito da Zanichelli. Le poesie le leggevo senza capire le metafore, avevo sette anni, e il vocabolario lo leggevo in ordine alfabetico. Mi piace pensare che questi due libri abbiano fatto scoccare la scintilla che mi ha spinto non solo a diventare una lettrice forte ma anche a scrivere. Ho pubblicato 5 libri di poesia sinora: Il calvario della rosa; Sillabario della luce; Figure del silenzio; Scrivere il vento; Un’estate invincibile. E anche romanzi, di cui due pubblicati sino ad ora: Frammenti del tredicesimo mese e In giornate identiche a nuvole; e poi a scrivere i profili delle scrittrici che amo per l’Enciclopedia delle donne e recensioni per varie riviste, blog e siti. 

Aveva ragione Umberto Eco quando scriveva che leggere è un’immortalità all'indietro e George R. R. Martin quando dice che leggere è vivere mille vite. Non so se riuscirò a leggere tutti i libri che ho comprato e che mi hanno regalato prima di morire. Ma non ci penso, sono troppo impegnata a leggere.

Oggi è martedì 13 luglio del secondo anno senza Carnevale e la pigna dei libri in lettura mi sta aspettando insieme a questa Cronaca 492 che legge con me.

mercoledì 31 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/388. L’arcipelago quotidiano dove le isole sono alberi e libri

 



Il viaggio inizia ogni mattina quando la luce è solo un presentimento. Quando apro gli occhi, si oscura il mondo dei sogni e il corpo ritrova tutto il suo peso, la gravità mi colloca in un sopra e un sotto, l’illuminazione notturna della strada, tinge di colori polverosi tutti gli oggetti intorno.

È un viaggio che non ha una sola meta, la notte che tornerà, è un viaggio indeciso tra i rituali quotidiani, una doccia tiepida, un caffè bollente, il lavoro che è rimasto tutta la notte sulla scrivania e non si è concluso grazie a un miracolo o all’opera dei folletti.

Dall’arcipelago notturno, dove ritorno per qualche istante dopo il caffè, mi strappa la luce che irrompe insieme al canto degli uccellini. Un tempo, nelle vie intorno, era tutto un cantare dalla notte sino a giorno inoltrato, il bosco spontaneo, nato sulle rovine della fabbrica De Angeli – Frua, è stato abbattuto proprio trent’anni fa durante un blitz ferragostano mal riuscito e bloccato grazie a una contessa la cui dimora si affacciava proprio su quel luogo incantato. Il quartiere insorse, il progetto del silos per auto con tre piani interrati e sette piani sopraelevati non andò avanti, ma lo scempio del bosco era compiuto. Gli uccellini erano poi ritornati, insieme a molti piccioni che amavano soggiornare sui davanzali delle finestre. Poi ci furono estati feroci e umide, seguite da inverni spietati e la maggior parte di uccelli sparì dal cielo e dagli alberi. Arrivarono poi le cornacchie, la cui voce mi mette i brividi, ma negli ultimi due anni sono sparite pure loro e prima dell’alba ho ricominciato a sentire canti solitari che mi rallegrano. Un tempo, d’estate, mi sdraiavo sul divano che è davanti alla finestra e aspettavo il sorgere del sole e il soggiorno diventava l’arcipelago diurno dove iniziare a tessere le storie. Al posto del silos, incubo metropolitano, qualche altro costruttore geniale, pensò di costruire, anche in questo caso in agosto durante il periodo di ferie, un palazzotto con grandi lucernari per aprirvi un ristorante. La mala abitudine di iniziare i lavori senza permessi, fece sì che i bei muri di mattoni rossi che erano l’ultima rovina della maestosa fabbrica di filati e tessuti, vennero ridotti di oltre la metà e completati con delle inferriate. Solo la cancellata che segnava l’ingresso degli operai rimase intatta e anche gli alberi pluridecennali che segnavano il confine non vennero più toccati. Alla fine il Comune concesse la costruzione di box sotterranei, non di parcheggi, l’allestimento di un modesto, ma gradevole giardinetto con i giochi per i bambini e, la cosa migliore realizzata, la cessione del palazzotto per farne la biblioteca di quartiere, la Biblioteca Sicilia, dal nome della piazza su cui si affaccia il piccolo giardino. Così non ho più avuto gli alberi e le loro foglie, ma libri e libri da sfogliare e prendere in prestito. Nella piccola biblioteca c’erano anche dei comodi tavoli da lavoro dove ho trascorso tante belle ore a studiare e prendere appunti.

Da quando è scoppiata la pandemia non ci si può più fermare a leggere, ma il luogo è comunque un’isola del mio arcipelago quotidiano dove approdo abbastanza spesso.

Il resto del viaggio, o della navigazione, avviene nelle vie del quartiere, dove i passi si espandono in cerchi concentrici e i particolari architettonici delle case si arricchiscono nella memoria. Quando mi stanco di girovagare tra strade e libri, allora me ne torno nella terra delle Montagne della Nebbia e da lì posso andare dove mi pare.

Ogni giorno diventa così un viaggio più o meno incerto e più o meno riuscito. Quel che non è accaduto oggi, potrà accadere domani o domani l’altro. L’importante è non smettere di viaggiare mai con l’immaginazione.

Oggi è mercoledì 31 marzo del secondo anno senza Carnevale e questa è la Cronaca 388, narrativa e non poetica, perché in certi giorni svagati, come oggi, la poesia va covata e la Musa corteggiata.

domenica 15 novembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/252: come un vento d’autunno il mondo mi vortica intorno, i libri mi danno respiro in quel vento

 


La domenica è sempre una giornata spezzata in due, due metà che si fronteggiano e si ostacolano a vicenda.

La prima metà è la mattina che significa non alzarsi per andare a lavorare, la spremuta d’arancia, i giornali intonsi che profumano d’inchiostro, almeno nella memoria perché mi sembra un po’ meno ora, il caffè con la moka grande, una passeggiata, la Messa per i credenti, il passaggio in pasticceria per un vassoio di pasticcini succulenti, il fiorista e un mazzo di fiori misti con le ortensie oppure una pianta di orchidea bianca o ancora una composizione a base di rose dai colori sfumati dell’autunno, dove tutta la gloria della natura impallidisce sino a spegnersi.

Poi il pranzo domenicale, un rito novecentesco con parenti di vario grado, la pasta al sugo o al forno, l’arrosto, le patate fritte. Un rito che ho compiuto centinaia di volte con la mia famiglia d’origine e che tengo vivo nel ricordo e nella nostalgia.

Dopo il rito del pranzo spesso seguiva quello del riposino e poi della lettura, si chiudeva così la prima mezza domenica.

La seconda metà di una giornata che ho sempre detestato, come accade a molti, e che invece ho ricominciato ad amare quest’anno dall’inizio della pandemia. Il risveglio dalla pennichella, per chi la fa, e l’inizio delle vere ore di libertà sono un tutt’uno.

Oggi non ho pisolato, benché ne avessi voglia, ma a letto ho fatto una cosa che non facevo da decenni. Ho letto lo stesso libro due volte di fila. E ho ritrovato la stessa gioia provata quando, a otto anni, avevo letto due volte di fila Il richiamo della foresta di Jack London. Che piacere, che stupore, che ansia e che festa quella lettura.

Oggi il libro che mi ha rapita è Vivere con i libri. un'elegia e dieci digressioni, un libro per amanti dei libri e per chi voglia diventarlo o che ancora non sa di esserlo.

Alberto Manguel, scrittore e bibliofilo, che già amavo per Una storia della lettura e Una storia naturale della curiosità, mi ha trasportata nel suo mondo di libri e biblioteche dove regnano i sovrani indiscussi Borges e Kafka, Flaubert e Dante.

Il racconto oscilla tra le innumerevoli biblioteche private e quelle pubbliche, tra le residenze nate per ospitare i libri, sino a quella che diede loro una dimora stabile per parecchio tempo.

"L’ultima biblioteca che ho avuto si trovava in Francia, all’interno di un’antica canonica in pietra a sud della valle della Loira, in una borgata tranquilla di meno di dieci case. Io e il mio compagno avevamo scelto quel posto perché vicino alla casa c’era un granaio, crollato in parte secoli addietro, grande abbastanza per sistemarci la mia biblioteca, che a quel tempo aveva raggiunto i trentacinquemila volumi. Pensavo che una volta che i libri avessero trovato il loro posto, anch’io avrei trovato il mio. I fatti mi avrebbero smentito. Capii di voler vivere in quella casa la prima volta che aprii i pesanti battenti di quercia del passo carraio, che dava su un giardino. Incorniciata dall’arco di pietra dell’ingresso, mi si presentò la vista di due antiche sofore che ombreggiavano la dolce distesa di un prato che arrivava fino a una lontana muraglia grigia. Ai tempi delle guerre contadine, ci dissero, sotto quel terreno erano stati scavati dei cunicoli a volta, che collegavano la casa a una torre distante, oggi fatiscente. Nel corso degli anni il mio compagno badò al giardino, piantò un orto e dei cespugli di rose e si prese cura degli alberi assai maltrattati dagli ultimi proprietari, che oltre a riempire di spazzatura un tronco cavo avevano trascurato i rami alti, lasciandoli indebolire pericolosamente. Ogni volta che passeggiavamo nel giardino ci dicevamo di esserne solo i custodi, non i proprietari, perché quel luogo, come tutti i giardini, sembrava posseduto da uno di quegli spiriti indipendenti che gli antichi chiamavano numi. Plinio, per spiegare la numinosità dei giardini, la riconduce al fatto che un tempo gli alberi erano i templi degli dèi, e che gli dèi non l’hanno dimenticato. Gli alberi da frutto in fondo al giardino erano cresciuti sopra un cimitero abbandonato del IX secolo; può darsi che anche lí gli antichi dèi si sentissero a casa."

I riti della vita quotidiana sono segnati dalla presenza non solo dei libri tanto amati, ma anche da quel giardino di cui la coppia si prendeva cura.

"In quel giardino cintato regnava una tranquillità straordinaria. Tutte le mattine, verso le sei, scendevo le scale ancora insonnolito, preparavo una tazza di tè nella scura cucina di travi e mi sedevo fuori sulla panchina di pietra con la nostra cagna a guardare la luce del mattino che risaliva lungo il muro in fondo. Poi, sempre con lei, andavo a leggere nella mia torre, di fianco al fienile. Solo il canto degli uccelli (e d’estate il ronzio delle api) infrangeva il silenzio. Al crepuscolo piccoli pipistrelli svolazzavano in cerchi, mentre all’alba i gufi nel campanile della chiesa (non abbiamo mai capito perché scegliessero di farsi il nido sotto le campane che rintoccavano) si lanciavano in picchiata a caccia della cena. Erano barbagianni, ma nelle notti di capodanno un’enorme civetta bianca, simile all’angelo che secondo Dante conduce la nave delle anime alla riva del purgatorio, scivolava silenziosa nel buio."

Miguel bambino ritorna uguale a se stesso, nella beatitudine del sistemare i libri nei loro scaffali.

"Uno dei miei primi ricordi (dovevo avere due o tre anni all’epoca) è una mensola piena di libri appesa alla parete sopra al mio lettino, da cui la tata sceglieva la storia per la buonanotte. È stata quella la mia prima biblioteca; quando ho imparato a leggere per conto mio, all’incirca un anno dopo, la mensola, spostata per maggior sicurezza a livello del suolo, diventò il mio regno privato. Mi rivedo a sistemare e risistemare i libri secondo regole segrete che inventavo a mio uso e consumo: tutta la collana «Golden Books» doveva stare raggruppata insieme, le voluminose raccolte di fiabe non dovevano toccare i libriccini di Beatrix Potter, gli animali di peluche non potevano occupare lo stesso ripiano dei libri. Mi dicevo che se queste regole fossero state violate, le conseguenze sarebbero state terribili. Superstizione e arte bibliotecaria sono strettamente intrecciate. Quella prima biblioteca si trovava in una casa di Tel Aviv; la mia collezione successiva si formò a Buenos Aires, nel decennio dell’adolescenza. Prima di tornare in Argentina, mio padre aveva chiesto alla segretaria di comprare tutti i libri che occorrevano per riempire gli scaffali della biblioteca della nuova abitazione; cortesemente, la signora ordinò caterve di volumi da un negozio di libri usati di Buenos Aires, ma si accorse, al momento di metterli a posto, che molti non entravano negli scaffali. Senza perdersi d’animo, li fece prima scorciare alle giuste dimensioni e poi rilegare in una pelle verde scuro, che accostata al legno di quercia donava all’ambiente l’atmosfera di una radura in un bosco. Da quella biblioteca sgraffignavo qualche volume per rimpolpare gli scaffali della mia, che coprivano tre delle quattro pareti della mia camera da letto. La lettura di quei libri circoncisi richiedeva lo sforzo supplementare di sostituire il pezzo mancante di ogni pagina, un esercizio che sicuramente mi allenò a leggere in seguito i romanzi «cut up» di William Burroughs."

Ecco che la passione accesa dai libri presenti in casa, diventa adolescente come il bibliofilo che inizia a mettere insieme una biblioteca che fosse davvero sua, ma che sua lo era fino a un certo punto perché:

"Poi venne la biblioteca della mia adolescenza, costruita negli anni del liceo, e che conteneva quasi tutti i libri di cui ancora oggi mi importa. A costruirla mi aiutarono insegnanti generosi, librai appassionati e amici per i quali il dono di un libro era un gesto supremo di intimità e fiducia”.

Chi ama i libri e le biblioteche, conversa con gli scrittori e vive in mezzo ai fantasmi.

Il giovane Alberto incontra Borges - che era diventato direttore della Biblioteca Nazionale e cieco nello stesso periodo nel 1955, di cui scrisse che “Dio, con magnifica ironia, mi aveva dato insieme i volumi e la notte” – e ne divenne lettore ad alta voce, amico e discepolo.

I libri ci fanno perdere nei loro intrecci ma fanno sì che ci ritroviamo nella nostra comune umanità smarrita. I libri danno conforto e ci fanno riconoscere i volti anche di chi non abbiamo mai incontrato.

"Quest’ansia di essere circondati dalle parole e dai volti degli altri permea tutte le nostre storie. Nella Roma di Petronio, Encolpio vaga per un museo osservando le immagini degli dèi nei loro intrecci sentimentali e capisce di non essere il solo a sentire le pene d’amore. In Cina, nell’VIII secolo, Du Fu scrisse di un vecchio studioso che nei suoi libri vedeva il popoloso universo vorticargli intorno come un vento d’autunno. Al-Mutanabbī, nel X secolo, paragonò la carta e la penna con cui scriveva all’universo mondo: al deserto con le sue insidie, alla guerra con i suoi scoppi violenti. Petrarca, più che possedere la sua biblioteca, ne è posseduto. «Mi possiede una passione insaziabile che sino ad oggi non ho saputo né voluto frenare. […] Non so saziarmi di libri», scrive. «I libri ci offrono un godimento molto profondo, ci parlano, ci danno consigli e ci si congiungono, vorrei dire, di una loro viva e penetrante familiarità. A chi legge non offrono soltanto se stessi, ma suggeriscono anche nomi di altri e ne fanno venire il desiderio»."

Così la mia mezza domenica pomeridiana è trascorsa in compagnia di un libro fatto di libri, nella terra dell’immaginazione e in quella della memoria e ne ho tratto davvero un grande, grande conforto.

Oggi è il quindici novembre dell’anno senza Carnevale e voglio chiudere questa Cronaca 252 con l’esergo del libro di Manguel che è una citazione dal De amicitia di Cicerone.

“Se qualcuno salisse al cielo e contemplasse la forma dell’universo e lo splendore delle stelle, tale spettacolo non gli darebbe alcun piacere, mentre sarebbe fonte di grande gioia se avesse qualcuno a cui raccontarlo”.

martedì 21 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/44: postille a una specie di devozione tra santi e scrittori


Mi è diventato chiaro solo stamane che nella Cronaca precedente ho saltato un passaggio fondamentale che appartiene al moto dell’animo noto come “del furore dell’avere libri”.

Se un devoto colleziona immaginette e visite le reliquie, noi lettori furiosi collezioniamo libri a prescindere dalla loro lettura.

I libri sono le reliquie laiche residuo di un mondo che, anche se secolarizzato, non può fare a meno di una forma di trascendenza, di un “altrove” che ha radici nel “qui”, un altrove che si concretizza nella Biblioteca di Babele di Borges, immaginaria ma altrettanto reale per chi ne legge, e nelle biblioteche personali dei posseduti dal furore di avere libri, soprannominati anche “libridinosi”, neologismo attestato dalla Treccani online dal 2008.

Ho visto più volte il video in cui Umberto Eco passeggia nell’appartamento che ha trasformato in biblioteca personale, ho avuto la fortuna di vedere di persona la mitologica biblioteca di Giuseppe Pontiggia nella sua casa milanese di via Farneti. In rete ci sono molte fotografie che la mostrano e leva il fiato anche così, dal vivo era come muoversi in un sogno.

Le biblioteche romanzesche non sono poche. I lettori più giovani conosceranno soprattutto quella di Harry Potter a Hogwarts, ma io preferisco tornare a gironzolare nella biblioteca del professor Kien in Autodafé di Elias Canetti che si muoveva sempre con almeno due libri in tasca. Abitudine che ho trovato notevole da quando ho letto il romanzo e quindi ho sempre almeno due libri con me ovunque io vada. Potrei sempre trovare il tempo di leggere durante un blocco della metropolitana o del tram, o in coda al bar, in posta o al ristorante.

Nella sua autobiografia Canetti racconta della passione smodata per i libri e l’intensa attività di compravendita di libri usati che gli permetteva di mangiare nei periodi di ristrettezze economiche. Ho rinunciato a provare a vendere i libri che non mi interessano più, forse perché ho preso coscienza di non essere immortale e che quindi un giorno mi dovrò separare da tutti i libri, pensiero che mi rattrista non poco, la maggior parte viene rifiutata dai librai dell’usato qui a Milano, quindi li porto nella mia biblioteca di quartiere e quelli che non interessano ai bibliotecari e alla biblioteca finiscono, come credo di aver già raccontato, sul davanzale del book crossing dove, di tanto in tanto, ho la tentazione di prendere qualcosa e non solo di lasciare.

Mendel dei libri è un piccolo, denso, imperdibile librino di Stefan Zweig, altro scrittore che siede nel mio umano Olimpo degli scrittori preferiti. Jakob Mendel è un venditore di libri usati che ha una prodigiosa memoria, è lui stesso, quindi, una biblioteca umana anche se non ambulante, visto che trascorre, sino al momento in cui si scopre che è ancora cittadino russo durante la Grande Guerra, le sue giornate al Caffè Gluck.

Nei libri si perde anche il giovane Malte di Rilke nei quaderni e si aggirano in me i ricordi delle letture giovanili di Simone De Beauvoir e di Françoise Sagan che ha letto la Recherche di Proust a pancia in giù nel corso di un’estate indimenticabile; e anche le letture di Virginia Woolf rapita dalla biblioteca paterna già giovanissima.

Così queste divagazioni si collegano a quelle della Cronaca precedente e a quelle “del ritratto dei libri nelle loro dimore”.

Noi siamo l’opera finale, e mai conclusa, delle nostre letture e delle nostre biblioteche e delle letture e delle biblioteche degli scrittori che amiamo, così giù in fondo nel tempo.

Le prove tangibili di queste relazioni, delle passioni che non si possono celare sono i libri che collezioniamo, che leggiamo, che leggeremo, che teniamo anche se non leggeremo.

Alcuni sono prime edizioni, alcune prime edizioni autografate, alcuni prime edizioni autografate con dedica: Amos Oz, Orhan Pamuk, Nadin Gordimer, Giuseppe Pontiggia, Grazia Livi, Danilo Bramati, Milo De Angelis, Gianna Manzini, Guido da Verona, Yves Bonnefoy, Fabio Pusterla, Ardengo Soffici, Erica Jong, Isabel Allende, Nadia Fusini, Liliana Rampello, Nicola Gardini, Valerio Magrelli, Antonio Prete, Edoardo Zuccato, Annalisa Manstretta, Dario Arkel, Camilla Miglio, Giancarlo Montedoro, Michele Napolitano, Antonella Anedda, Marisa Bulgheroni… e mi fermo perché per continuare dovrei andare a cercare nella mia biblioteca e se lo faccio non finisco questa Cronaca.

I libri sono le reliquie più vive del mondo, fondano il mondo, le religioni, la vita stessa.

Finiranno come noi un giorno, quando l’universo imploderà o esploderà e le stelle bruceranno ogni cosa.

Ma tanto noi saremo nel Paradiso dei lettori con tutti i libri, tutti gli scrittori e i lupi che vegliano su di noi.

lunedì 6 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/29: la rosa irraggiungibile e un sogno di Borges


Un antico poeta sentiva che il tempo era il fiume che lo trascinava e sapeva di essere il fiume, che il tempo era una tigre che lo divorava e sapeva di essere quella stessa tigre.

Il mondo era reale, troppo, reale, a nulla erano valsi i tentativi di smembrarlo e ricostruirlo nell’infinito gioco di specchi, nelle infinite gallerie della biblioteca universale.

Mentre l’assassino riponeva la sua lama in una teca e la vedova ne custodiva il nome, mentre le creature più disparate trovavano il loro posto in un bestiario fatto solo di parole, mentre gli Achei sconfitti contemplavano ancora il viso di Elena e invidiavano la perseveranza di Ulisse, Borges il poeta si arrendeva alle ombre che erano il suo unico mondo.

Contemplava nel silenzio della sera l’ultimo fuoco e ne fece versi, costringeva il mistero del colore della rosa a svanire nel suo stesso profumo che imprigionò in più di una poesia.

Mille fiumi si raccoglievano nell’incavo del suo collo e costringevano quelle valli inesplorate a cedere alla luce.

I gelsomini fiorivano a ogni stagione ed erano essi stessi la patria cui ritornare, anche il loro profumo venne imprigionato in versi che stringevano la madre in un abbraccio.

Cosa resta di un poeta che non può più guardare? Cosa resta di uno sguardo accecato dal tempo villano e ostile?

Dio diede a Borges il dono della più grande biblioteca di Buenos Aires e gli prese in cambio il dono della vista e gli regalò lo sguardo fedele del giovane che sarebbe diventato Alberto Manguel.

Senza più occhi capaci di comprendere la sapienza di quelle antiche torri e attraversare tutta la pianura con uno solo battito di ciglia, Borges l’anziano scelse un lago per poter provare una vera nostalgia per ciò che non poteva più vedere.

O almeno, così raccontò al mondo prima di morire.

Ma io so, l’ho sognato tanti anni fa, che il poeta ha abbandonato Borges al suo destino mortale e si è ritirato in un convento di pietra e mattoni rossi. Io l’ho visto uscire da una cella spoglia e recarsi senza bastone al giardino delle rose.

Solo lì allo scrittore venne dato il permesso di tornare, ci sono parole che si lamentano in agonia se cerchi di trasportarle oltre il confine della sillaba.

Seduti al centro del giardino delle rose, stavano il poeta e lo scrittore finalmente riconciliati e in pace.

Entrambi potevano sentire il profumo accecante di tutte quelle rose, era colpa loro se avevano perduto la vista e il dono?

Glielo chiesi nel sogno, ma i due Borges si rivolsero con lo sguardo al cielo che diventò uno specchio e si infranse al bordo di quel giardino.

Non so se fu il poeta o invece lo scrittore a porgermi le rose che abitano la mia poesia e la vivificano e la fanno inesauribile e misteriosa.

Il canto di ogni rosa resta un enigma e un mistero: il poeta può cantare ciò che sente e vede ma non il suono originario, quello della rosa delle rose.

Qui mi congedo, dopo avere svelato un sogno che ancora non mi spiego, solo mi fermo di tanto in tanto in quel giardino a cercare la rosa che ancora, non ho cantato.

La rosa
Jorge Luis Borges

Fervore di Buenos Aires
Adelphi 2010
Traduzione di Tommaso Scarano



La rosa,
l'immarcescibile rosa che non canto,
quella che è peso e fragranza,
quella del buio giardino a notte alta,
quella d'ogni giardino e d'ogni sera,
la rosa che per arte d'alchimia
nasce di nuovo dalla tenue cenere,
la rosa dei persiani e dell'Ariosto,
quella ch'è sempre sola,
quella che è sempre la rosa delle rose,
il giovane fiore platonico,
l'ardente e cieca rosa che non canto,
la rosa irraggiungibile.
  
§§§

La rosa, la inmarcesible rosa que no canto,
la que es peso y fragancia,
la del negro jardín de la alta noche,
la de cualquier jardín y cualquier tarde,
la rosa que resurge de la tenue
ceniza por el arte de la alquimia,
la rosa de los persas y de Ariosto,
la que siempre está sola,
la que siempre es la rosa de las rosas,
la joven flor platónica,
la ardiente y ciega rosa que no canto,
la rosa inalcanzable.

lunedì 16 marzo 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/8: ritratto dei libri nelle loro dimore


I libri abitano con noi, nelle nostre case, nelle nostre librerie e biblioteche personali.  
Iniziano la loro vita mondana in una libreria i nostri libri che ancora non sono tali. Milano, in un tempo non troppo lontano, pullulava di librerie e bancarelle di libri usati che erano una gioia per gli occhi e per la mente. Qui ne citerò poche, ma sono quelle che più ho frequentato negli anni, molte non ci sono più e me ne dolgo ancora, ma dentro di me, eccome se ci sono.
La prima libreria di cui ho varcato la soglia è stata la Rizzoli in Galleria. Con il mio primo modesto stipendio da impiegata-ragazzina ho comprato le poesie di Quasimodo, Saba, Ungaretti e Montale. Avevo quindici anni e avevo scritto la mia prima poesia sull’arrivo della primavera. Oltre ai poeti che leggevamo, malamente, a scuola, avevo bisogno di confrontarmi con altri. In Rizzoli ho poi comprato anche Baudelaire, Mallarmé, Rilke, Bramati, Anedda, De Angelis, nei decenni successivi. Nelle estati delle scuole superiori lavoravo in una ditta che faceva import/export di materiale per elettronica ed elettrotecnica che era ubicata in Via Manzoni 31, dove ora c’è l’hotel Armani. Anche questa storia del mio primo lavoro la lascio in sospeso per futuri racconti, ma in Via Manzoni c’era anche la prima libreria Feltrinelli della città. Ci andavo quasi tutti i giorni e c’era sempre qualcosa di nuovo da scoprire. Lì ho conosciuto Roberto Cerati che si intratteneva spesso con il libraio Casati, ho assistito a non so quante presentazioni ed era bellissimo. Per uno strano caso del destino l’ultima volta che ho incontrato Cerati, è stato a Parigi nella libreria Shakespeare and Company, non molto tempo prima della sua scomparsa. In via Manzoni, in un angoletto nascosto c’era la libreria Einaudi, ma non ci andavo spesso. Sempre in Galleria c’era la storica libreria Garzanti, anche lì scorazzavo di frequente e ci compravo soprattutto saggistica. Spostandomi dal centro, avevo iniziato a frequentare la libreria Gorizia Due in viale Gorizia. Giuliana e Clementina, libraie e ragazze del Sessantotto, sono state tra le amiche più care della mia gioventù. Da loro ho comprato i diari di Anais Nin, i romanzi di Marie Cardinal, a partire dal fondamentale Le parole per dirlo, i racconti di Katherine Mansfield, i due volumetti con la copertina viola editi da Adelphi. Andavo spesso anche alla libreria Sapere di piazza Vetra, alla libreria della facoltà di Scienze Politiche Cuesp, alla libreria delle Donne in via Dogana, alla libreria Utopia di largo La Foppa, libreria che avrà sempre un posto speciale nel mio cuore e con la quale ho collaborato nell’organizzare presentazioni di libri e interi cicli di conferenze per venti anni circa dal 1987 al 2006. Sì, anche questa della libreria Utopia è una storia che apre una divagazione nei miei ricordi e quindi la terrò buona per un futuro racconto.
Non posso tralasciare il libraccio, anche perché via Corsico 9 è la mia casa natale e dove ora c’è il Libraccio “nuovo” c’era un forno con negozio e credo che i panettieri si chiamassero Cesira e Giovanni, mentre nei locali di fronte c’era una salumeria gastronomia di cui ricordo, soprattutto e chissà perché, le olive in salamoia.
Delle librerie statunitensi voglio ricordare la Pageant Book and Printshop di New York e la libreria del campus di Harvard. A Parigi la già citata Shakespeare and Company, la Hune e le Divan. A Londra la libreria di 84 Charing Cross Road, che quando ci sono andata non esisteva già più ma ci sono meravigliose altre librerie antiquarie nei paraggi, e Foyles dove sono uscita con libri a chili.
Delle bancarelle, cugine delle librerie, dove spigolavo, in piazza Cavour, in piazza Cordusio, in Via de Amicis, in largo Cairoli, in piazzale Cantore credo ne sia rimasta solo una. In piazzale Cantore, Angela Pasqua e suo marito compravano e vendevano libri fondamentali e dove ho comprato il cofanetto appartenuto a Cesare Musatti della traduzione della Recherche. Di bancarelle dove spigolare me ne sono rimaste solo due, per me simboli di resistenza umana in piazzale Baracca quella di Stefano Cesana e quella in piazzale Loreto. Le bancarelle sono le dimore dei libri che sono già appartenuti a qualcuno, per questo mi piace andarci a curiosare e l’ho fatto in tutte le città, i paesi dove sono stata, anche se non ne parlavo la lingua come in Germania, ma soprattutto ricordo i bouquinistes del lungo Senna parigino.
Dunque, le librerie sono le prime dimore dei libri che vengono acquistati e poi sbarcano, come astronauti su Marte, nelle nostre librerie. E qui viene il bello, perché ci sono tanti modi di sistemare una libreria tanti quanti sono i lettori e i bibliofili. Da bambina saccheggiavo, senza controllo alcuno, la biblioteca paterna e iniziavo ad accumulare i miei libri. Quando sono andata a vivere da sola, per il trasloco dei libri mi aiutarono mio fratello e i suoi amici, ci vollero un paio di giorni per governare quella migrazione. A mio fratello ho destinato uno dei regali più costosi, e utili, mai fatti in vita mia. Quando finì le superiori andammo nella Feltrinelli di Via Manzoni e gli regalai, in varie visite, un milione di lire in libri. Nella casa successiva alla prima casa da single, quella dove vivo tutt’ora, a un certo punto della vita mi sono arresa all’ordine perché i libri mi hanno dettato dove volevano stare. Così ci sono i ripiani dei libri più amati, quelli tematici, poesia, antropologia, viaggi, psicologia, psicoanalisi, femminismo - passioni antiche - fisica, neuroscienze e storia - passioni più recenti, dove i libri letti e quelli da leggere sono ordinati per autore. Anche i romanzi sono ordinati per autore e, se è il caso, per editore. E in questi giorni, nel tardo pomeriggio, dopo il lavoro flessibile, ho iniziato a riordinare e a raggruppare i libri dedicati alla scrittura e alla lettura e anche all’uso terapeutico che se ne può fare. Altri ripiani molto popolati sono quelli delle biografie, autobiografie, monografie, epistolari e diari di scrittrici, scrittori e poeti. Grazie a questa dotazione ho potuto a scrivere le voci biografiche di Anne Sexton, Sylvia Plath, Agota Kristof, Irène Némirovsky, Grazia Livi, Marie Cardinal, Virginia Woolf e Katherine Mansfield per l’Enciclopedia delle donne.
Alcuni libri passano poi dalle librerie alle biblioteche e sono, forse, i più fortunati perché avranno molti più amanti e amici di quelli reclusi nelle dimore private, da cui a volte arrivano donazioni verso le biblioteche pubbliche.
Ecco, per oggi ho finito e per chiudere questa nuova Cronaca, faccio una breve scorribanda in biblioteche più o meno note ma che hanno quel qualcosa in più perché sono state nominate da grandi autori del recente passato. Riporto qui alcune citazioni che ho già utilizzato nel blog, ma in questi giorni ho bisogno dell’immaginazione e della sapienza degli scrittori e scrittrici che amo.
La biblioteca infinita e celestiale di J. L. Borges era la sua idea di Paradiso.
Umberto Eco si è fatto riprendere mentre cammina nella sua biblioteca labirinto di Milano.
Marguerite Yourcenar scriveva in dei suoi due libri per me più belli Memorie di Adriano “Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. Ho ricostruito molto, e ricostruire significa collaborare con il tempo, nel suo aspetto di "passato", coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo quasi verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti”.
Alberto Manguel nella sua Una storia della lettura racconta una storia di tempi lontanissimi “Nel X secolo Abdul Kassem Ismael, gran visir del regno di Persia, per non far confusione con la sua collezione di 117.000 volumi, quando se li portava in viaggio, li faceva caricare su una carovana di quattrocento cammelli che dovevano marciare in ordine alfabetico”.
Amos Oz tocca un vertice quando narra in Una storia d’amore e di tenebra del suo desiderio di diventare un libro e non uno scrittore “Solo di libri, da noi, c’era abbondanza da una parte all’altra, in corridoio e in cucina e in ingresso e sui davanzali delle finestre e dappertutto. Migliaia di volumi, in ogni angolo della casa. C’era come la sensazione che mentre gli uomini vanno e vengono, nascono e muoiono, i libri invece godono di eternità. Quand’ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Anche uno scrittore non è difficile ucciderlo. Mentre un libro quand’anche lo si distrugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preservi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato in qualche sperduta biblioteca, a Reykjavik, Valladolid, Vancouver”.
Virginia Woolf racconta di lettori e biblioteche in Voltando pagina. Saggi 1904-1941 “Cominciamo col chiarire la vecchia confusione tra chi ama apprendere e chi invece ama leggere, sottolineando che non esiste alcuna relazione fra i due. Un uomo colto è un tipo sedentario, un entusiasta assorto e solitario che cerca di scoprire attraverso i libri un granello di verità che gli sia particolarmente a cuore. Quando lo prende la passione della lettura, il sapere da lui conquistato vacilla e gli svanisce fra le dita. D’altro canto, un autentico lettore deve tenere a bada sin dall'inizio il suo desiderio di apprendere: se la conoscenza si impone a lui tanto meglio, ma mettersi alla sua ricerca, magari per leggere secondo un sistema, o per diventare uno specialista e un’autorità in materia ha forti possibilità di uccidere quella che a noi piace considerare la più nobile passione per la lettura pura e disinteressata. Detto questo, possiamo facilmente tracciare un ritratto benevolo del topo di biblioteca senza trattenerci dal ridere un po’ alle sue spalle. Proviamo a immaginare una figura pallida e delicata in vestaglia, persa in rimuginazioni, incapace di alzare un bollitore dal fuoco o di rivolgersi a una signora senza arrossire; uno che non sa le notizie del giorno, per quanto sia informatissimo sui cataloghi delle librerie dell’usato nei cui oscuri paraggi trascorre le ore in cui il sole è alto: è indubbiamente un tipo gradevole nella sua burbera semplicità, ma per nulla somigliante all'altro al quale vogliamo rivolgere la nostra attenzione. Perché il vero lettore è giovane nella sua essenza. È una persona d’intensa curiosità, piena d’idee, aperta e comunicativa, per la quale leggere ha più il carattere di un vigoroso esercizio all'aria aperta che non quello di studiare al chiuso; egli va avanti per la sua strada, s’arrampica sempre più in alto su per le colline ché l’aria non diventa troppo sottile anche solo per respirare; leggere per lui non è affatto una ricerca da svolgere a tavolino”.
Ettore Scola intervistato da Antonio Gnoli dice una cosa che ogni lettore e bibliofilo sente come imprescindibile “Ho imparato ad amare i libri. Oggi mi sorprendo a volte a spostarli nella mia biblioteca. Perché? Perché c'è un ordine segreto. I libri non puoi metterli a caso. L'altro giorno ho riposto Cervantes accanto a Tolstoj. E ho pensato: se vicino ad Anna Karenina c' è Don Chisciotte, di sicuro quest'ultimo farà di tutto per salvarla”.
Wilhelm Schmid indica al punto 87 Essere a casa nei libri, del suo L'arte dell'equilibrio. 100 tessere per l'arte di vivere “Anche voi vi sentite a casa dove ci sono dei libri? La libreria casalinga dà un senso di protezione. La biblioteca pubblica sembra una via di fuga permanente dalle angustie quotidiane. E le librerie diventano luoghi in cui vivere, soprattutto quando ci sono angoli in cui sedersi e sprofondare nelle letture del cuore. Perché i libri ci danno un sentimento di protezione? Certo è innanzitutto il fatto che i libri figurano possibilità. Provocano la domanda su ciò che si nasconde dentro di noi. Ben oltre la realtà da cui siamo dominati, i libri lasciano parlare i sentimenti, ci spingono a pensare, risvegliano la fantasia e dischiudono le nostre idee, ci lasciano fantasticherie sulle storie e sui destini nascosti dentro di noi”.
Siri Hustvedt in L’estate senza uomini scrive che le biblioteche sono fabbriche di sogni erotici. “Era cominciato tutto in biblioteca, con Kant. Le biblioteche sono fabbriche di sogni erotici. Li stimola il languore del corpo, che deve trovare una posizione comoda – gambe accavallate, gomito a cui appoggiarsi, schiena allungata – ma non deve andare da nessuna parte. Li stimola anche la lettura e il fatto di alzare lo sguardo da quello che si sta leggendo: la mente lascia il libro e vaga verso un polso o una coscia, reali o immaginari. Li stimola anche l’oscurità degli scaffali, perché dà l’idea di nascondere qualcosa. Li stimola l’odore della carta e delle rilegature, e probabilmente anche quello di colla vecchia. Kant non era difficile: La critica della ragion pratica era molto più della Ragion pura, ma avevo vent’anni, e la Pratica era già abbastanza difficile, e lui si era proteso verso di me per vedere cosa stavo leggendo…”.
E lascio per oggi l’ultima parola di nuovo a J. L. Borges che nelle lezioni americane raccolte in L’invenzione della poesia scrive “Il vescovo Berkeley (che, vi rammento, è stato un profeta della grandezza degli Stati Uniti) ha detto che il sapore della mela non si trova nella mela - che non può gustare se stessa - né nella bocca di colui che la mangia. Ci vuole un contatto fra l'una e l'altra. Lo stesso accade nel caso di un libro o di una raccolta di libri, una biblioteca. Un libro è un oggetto fisico in un mondo di oggetti fisici. È un insieme di simboli morti. Poi arriva il buon lettore e le parole - o meglio, la poesia che sta dietro le parole, perché le parole in sé sono semplici simboli - tornano in vita. Ed ecco la resurrezione della parola”.
Ecco la resurrezione della parola.



lunedì 31 dicembre 2018

Come ringraziano i poeti


In quest’ora della sera, da questo punto del mondo,
io ringraziare desidero il divino labirinto delle cause e degli effetti,
per la diversità delle creature che popolano questo universo singolare
ringraziare desidero per l’amore che ci fa vedere gli altri come li vede la divinità,
per il pane e il sale, per il mistero della rosa che prodiga colore e non lo vede,
per l’arte dell’amicizia, per l’ultima giornata di Socrate.

Ringraziare desidero per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per le parole che in un crepuscolo furono dette da una croce all’altra,
per i fiumi segreti e immemorabili che convergono in noi,
per il mare, che è un deserto risplendente e una cifra di cose che non sappiamo
per il prisma di cristallo e il peso di ottone, per le strisce della tigre,
per l’odore medicinale degli eucaliptus, e la speranza, la fiducia, la lavanda.

Io ringraziare desidero per il coraggio e la felicità degli altri
per la patria sentita nei gelsomini, per lo splendore del fuoco
che nessun umano può guardare senza uno stupore antico,
e per il mare, il più vicino e il più dolce fra tutti gli dei.
Io ringraziare desidero perché sono tornate le lucciole
e per noi, per quando siamo ardenti e leggeri
per quando siamo allegri e grati,
per la bellezza delle parole, natura astratta di dio
per la lettura e la scrittura, che ci fanno esplorare noi stessi e il mondo
per la quiete della casa, per i bambini che sono nostre divinità domestiche,
per l’anima, perché se scende dal suo gradino la terra muore
per il fatto di avere una sorella
perché consola il mio girovagare errante,
per il respiro che è un bene immenso
.

Io ringraziare desidero per tutti quelli che sono piccoli, limpidi, liberi
per l’antica arte del teatro, quando ancora raduna i vivi e li nutre
per l’intelligenza d’amore, per il vino, il suo colore
per l’ozio, con la sua attesa di niente,
per la bellezza tanto antica e tanto nuova.

Io ringraziare desidero per le facce degli altri, le facce del mondo
che sono varie e alcune sono adorabili
per quando la notte si dorme abbracciati
per quando siamo attenti, innamorati,
per l’attenzione che è la preghiera spontanea dell’anima,
per i nostri maestri immensi
per chi nei secoli ha ragionato in noi
per tutte le biblioteche del mondo, per quello stare bene fra altri che leggono
e ancora per il bene dell’amicizia, quando si dicono cose stupide e care
per tutti i baci d’amore,
per l’amore che ci rende impavidi,
per la contentezza, l’entusiasmo, l’ebrezza
Per i nostri morti
che fanno della morte un luogo abitato.

Io ringraziare desidero perché su questa terra esiste la musica,
per la mano destra e la mano sinistra, e il loro intimo accordo
per chi è indifferente alla notorietà,
per i gatti, per i cani esseri fraterni carichi di mistero,
per i fiori e la segreta vittoria che celebrano
per il silenzio, i suoi molti doni,
per il silenzio e per il suo oro
per il sole, nostro antenato.

Ringraziare desidero
per Borges, per Whitman, per Hopkins, per Herbert, per Francesco d’Assisi,
perché scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e cambia secondo gli uomini
e non arriverà mai all’ultimo verso.

Ringraziare desidero
per i minuti che precedono il sonno, per gli intimi doni che non enumero,
per il sonno e la morte,
questi due tesori occulti.
E infine ringraziare desidero
per l’antica potenza d’antico amor
per amor che muove il sole e l’altre stelle
e muove tutto, in noi….

Mariangela Gualtieri

(mettendo insieme sue varie versioni)


lunedì 24 agosto 2015

Ore in biblioteca

Cominciamo col chiarire la vecchia confusione tra chi ama apprendere e chi invece ama leggere, sottolineando che non esiste alcuna relazione fra i due. Un uomo colto è un tipo sedentario, un entusiasta assorto e solitario che cerca di scoprire attraverso i libri un granello di verità che gli sia particolarmente a cuore. Quando lo prende la passione della lettura, il sapere da lui conquistato vacilla e gli svanisce fra le dita. D’altro canto, un autentico lettore deve tenere a bada sin dall'inizio il suo desiderio di apprendere: se la conoscenza si impone a lui tanto meglio, ma mettersi alla sua ricerca, magari per leggere secondo un sistema, o per diventare uno specialista e un’autorità in materia ha forti possibilità di uccidere quella che a noi piace considerare la più nobile passione per la lettura pura e disinteressata. Detto questo, possiamo facilmente tracciare un ritratto benevolo del topo di biblioteca senza trattenerci dal ridere un po’ alle sue spalle. Proviamo a immaginare una figura pallida e delicata in vestaglia, persa in rimuginazioni, incapace di alzare un bollitore dal fuoco o di rivolgersi a una signora senza arrossire; uno che non sa le notizie del giorno, per quanto sia informatissimo sui cataloghi delle librerie dell’usato nei cui oscuri paraggi trascorre le ore in cui il sole è alto: è indubbiamente un tipo gradevole nella sua burbera semplicità, ma per nulla somigliante all'altro al quale vogliamo rivolgere la nostra attenzione. Perché il vero lettore è giovane nella sua essenza. È una persona d’intensa curiosità, piena d’idee, aperta e comunicativa, per la quale leggere ha più il carattere di un vigoroso esercizio all'aria aperta che non quello di studiare al chiuso; egli va avanti per la sua strada, s’arrampica sempre più in alto su per le colline ché l’aria non diventa troppo sottile anche solo per respirare; leggere per lui non è affatto una ricerca da svolgere a tavolino

Virginia Woolf
Voltando pagina
Saggi 1904-1941
a cura di Liliana Rampello
Il Saggiatore 2011

martedì 17 giugno 2014

C'è un ordine segreto. I libri non puoi metterli a caso

Ho imparato ad amare i libri. Oggi mi sorprendo a volte a spostarli nella mia biblioteca. 

Perché? 
Perché c'è un ordine segreto. I libri non puoi metterli a caso. L'altro giorno ho riposto Cervantes accanto a Tolstoj. E ho pensato: se vicino ad Anna Karenina c' è Don Chisciotte, di sicuro quest'ultimo farà di tutto per salvarla.

frammento dell'intervista di Antonio Gnoli al regista Ettore Scola
Repubblica 13 gennaio 2013

domenica 23 febbraio 2014

Ho tenuto un diario, tutti i giorni, per quarant'anni

«Ho tenuto un diario, tutti i giorni, per quarant'anni. Da quando ero un ragazzino fino a oggi. E non penso affatto che sia un’abitudine antiquata, obsoleta. Al contrario, credo che oggi sempre più gente affidi i propri pensieri quotidiani a un quaderno, anche se non è necessariamente di carta e non è necessariamente un giornalino segreto, privato, ma pubblico come lo sono Facebook, Twitter, i social network insomma».
Ma adesso anche i pensieri privati di Hanif Kureishi sono diventati un “diario pubblico”: li ha acquistati per centomila sterline, centoventimila euro, la British Library, l’eminente biblioteca nazionale britannica, uno dei custodi di libri, documenti e manoscritti più prestigiosi del mondo. Da qualche parte nel ventre di questa futuristica balena di pietre rosse, come caduta dal cielo fra le vecchie casette vittoriane del centro di Londra, tra Bloomsbury, il quartiere di Virginia Woolf, e la stazione ferroviaria di King’s Cross, in qualche sala o seminterrato, fra la sua collezione sterminata di centocinquanta milioni di volumi, riviste e artefatti risalenti fino al Trecento avanti Cristo, ora ci sono solerti bibliotecari che stanno leggendo, ordinando e sistemando l’archivio personale dell’autore de Il Budda delle periferie, di My Beautiful Laundrette e del recente L'ultima parola (ispirato da V.S. Naipaul, il suo padre letterario). È come una consacrazione per lo scrittore, sceneggiatore e commediografo anglo- pachistano che vent’anni or sono entrò come una furia nella casta wasp della narrativa inglese, aprendo la strada a una narrativa più etnica, globale, ricca, che dopo di lui non è più stata la stessa. «Lì dentro ci sono i manoscritti di tutte le mie opere, bozze di altre che non ho mai completato, lettere, appunti, fotografie, agende di appuntamenti e naturalmente c’è il mio diario, un journal che ho tenuto fino a pochi mesi fa», racconta lo scrittore davanti alla British Library. «Mi fa piacere che restino a Londra, perché questa, a dispetto delle origini asiatiche della mia famiglia, è la mia casa, il luogo che più amo».

È un ritorno a casa anche per un’altra ragione: in questo tempio della lettura lei ebbe il suo primo impiego, non è vero?

«Avevo vent’anni, studiavo all’università e per guadagnare qualche soldo lavoravo alla British Library, che non era ancora questa in cui ora riposano i miei scritti ma una serie di edifici più piccoli, sparsi per la città, comunque in possesso di un’aura che per me aveva un’attrazione speciale. Era come per un bambino goloso di cioccolata ritrovarsi in una pasticceria».

incipit dell'intervista di Enrico Franceschini a Hanif Kureishi
Repubblica domenica 16 febbraio 2014