..."La mia notte è più trasparente della luce.
Mi incrino - terra
che trema per unire in sè
Interno ed esterno,
unificare profondità e mura..."
Adonis
Elena Petrassi: Una città è un sogno di cemento e pietra sognato da centinaia di anni: io sono il sogno. Milano parla, io racconto Milano e il mondo visto e immaginato da questo sogno. Raccolgo frammenti dal mondo e dai libri e li trascrivo.
..."La mia notte è più trasparente della luce.
Mi incrino - terra
che trema per unire in sè
Interno ed esterno,
unificare profondità e mura..."
Adonis
Dopo la gita in un vivaio che ho fatto ieri
pomeriggio con le mie vicine di casa Lucrezia e Claudia, oggi abbiamo finito di
trapiantare quanto acquistato anche oggi: quattro piante di gelsomini, un’azalea
bianca, un ranuncolo bianco e rosso, una camelia invernale, due piantine di
basilico, una di salvia. È bello vedere come le piante cambino subito l’aspetto
e il tono anche di una vecchia casa di ringhiera. Le piante e i fiori fanno
bello tutto quanto le circonda, come se la loro semplicità e bellezza si
irradiassero sul mondo intero e lo trasformassero. Non so se i gelsomini
fioriranno e profumeranno già oggi, ma so già immaginare come sarà il loro
profumo, come sarà bello lasciarsi andare nelle sere d’estate, ascoltare anche
il canto sommesso dei grilli, sì ormai ce ne sono anche in città, e come i
suoni e i profumi mi riporteranno a lontane notte d’infanzia e di gioia, prima
che ogni giorno diventasse un piccolo naufragio. Vado a ripescare, su questa
immagine, un’altra poesia di René Char:
A occhi chiusi e nello sforzo di prendere
sonno,
vedo brillare, sul fondo delle mie palpebre,
una brace: è l’anima ostinata,
il relitto lampeggiante
del naufragio glorioso del mio giorno.
Non è magnifica questa immagine del naufragio
associata a quella della brace? È tutto un accendersi e spegnersi di immagini,
di ricordi, di sensazioni il nostro teatro notturno. Nelle notti fortunate ne
resteranno tracce, proprio quelle tracce che poi approdano a una poesia.
Oggi è giovedì 31 marzo del terzo anno
senza Carnevale e questa Cronaca 753 ha vesti rosse e arancioni, proprio come
il ranuncolo della fotografia.
Per quanto cerchi conforto e senso anche in altre arti e discipline, è sempre e soltanto la poesia che ha il potere di calmarmi e di darmi senso, di nutrire la mia anima e la mia immaginazione. Dal quaderno ho scelto un altro verso, ancor più lapidario, di René Char e l’ho utilizzato per il titola della Cronaca. Mi piace questa immagine del poeta come custode, non solo del volto, ma degli infiniti volti di tutto ciò che vive. Se il volto è ciò che mostriamo di noi al mondo e agli altri, se un volto è quasi sempre il primo particolare su cui ci soffermiamo quando incontriamo qualcuno, se il volto di un neonato è la sua prima carta d’identità, quali sono i volti degli altri viventi?
Il
vero volto della rosa è il suo profumo
Delle onde riconosco la spuma,
del vento il rumore, volto
invisibile del tutto che lo anima.
Del cielo è il volto ombroso che
ci offre al mattino, della notte
è l’incrinatura del buio, annuncio
del giorno. Amo il volto della città
che si illumina al tramonto, ma più
di tutti amo il volto della rosa, non
solo la bellezza che si mostra nella
fioritura, è il contorno segnato dal
suo profumo, questo credo sia il suo
vero volto, diverso per ciascuno.
Quello che io intravvedo è color
Avorio pallido, screziato di rosa.
Anche se la rosa è una rosa rossa
che svetta nell’alba impertinente
come l’allodola e l’usignolo.
In compagnia delle parole di Char, lascio
aperta la porta alla poesia, so che mi raggiungerà perché l’attesa e l’annuncio
della venuta sono qualcosa di fisico prima ancora che mentale o spirituale. Ecco
la rosa e il suo profumo, ecco la poesia, in questo martedì 29 marzo del terzo
anno senza Carnevale e del primo anno di guerra. Anche questa Cronaca 751 ha un
volto di rosa per questa sera.
Mi piace ascoltare le persone, mi piace ascoltare storie vere d persone vere, tanto quanto mi piace leggere storie più o meno inventate in romanzi e racconti. Ieri sera il mio amico Luciano mi ha raccontato una storia tragica e toccante che riguarda sua sorella. Ero appesa al filo del suo racconto, talmente intenso e perfetto, che l’ho ascoltato senza parlare, fino alla fine. Eravamo in piedi nella sua cucina, abbiamo pelato le patate, messo del petto di pollo a friggere, stappato una bottiglia di vino, e all’improvviso lui ha iniziato a raccontare una storia che inizia con una bella storia d’amore e finisce con una tragedia, la morte di un’amata nipote. Ci siamo fermati, l’aria intorno si è fermata e il tempo si è fermato e ci siamo trovati a camminare nel cuore di un inverno canadese. Lui è una persona che ha il dono dell’amicizia, che sa mettere in relazione le persone, è accogliente, intelligente, colto e affronta la vita con lo stesso entusiasmo di un sedicenne. Poi oggi a pranzo, ancora immersa nell’atmosfera di ieri sera, sono uscita a pranzo, in una vecchia trattoria milanese che ci ha portato indietro nel tempo, con Elvio, che conosco dai tempi delle scuole superiori. Anche lui è un uomo di rara intensità, ci siamo aggiornati sulle cose accadute in questi ultimi mesi o anni, abbiamo iniziato a parlare di progetti futuri insieme, di libri, di poesia. E poi di pandemia e di guerra, perché alla realtà è impossibile sottrarsi. E dopo Elvio una lunga chiacchierata con Fiorella, nuova amica, anche lei con un’energia giovanile incredibile. Poi al telefono con Elis e i problemi idarulici a casa sua e con Giuseppe che è in grado di risolvere qualunque problema pratico e di aggiustare qualunque cosa. E poi lavoro, tanto lavoro, tante cose da leggere e da scrivere. E di nuovo fuori a cena, questa volta con la mia amica poetessa Annalisa. Siamo andate nel solito cinese dove mangiamo sempre gli stessi piatti e siamo state bene, eravamo avvolte in una bolla di intimità, di confidenza e di vicinanza. Abbiamo parlato di guerra, pandemia, lavoro, colleghi, amicizia e di poesia, di moltissima poesia e lei mi ha letto le poesie nuove tra cui un testo profetico, con immagine di guerra che ha scritto un mese prima che davvero i russi invadessero l’Ucraina. Non so come sono arrivata alla fine di questa giornata, ho parlato e ascoltato tantissimo, ho imparato cose nuove, mi sono angosciata, ho riso e scherzato e la notte è scesa su di noi, non benevola, non ostile. Noi, che viviamo in questo angolo di mondo ancora tranquillo e ancora protetto.
Scrivere come se
fosse la cosa più importante
E adesso scrivo, scrivo
per non perdere nulla
di questa giornata, scrivo
come se fosse la cosa più
importante, più importante
ancora dell’avere respirato
e riso e pianto e avere
alzato insieme gli occhi verso
queste cielo innocente che
accarezza le nuvole e sorride
al vento. È quasi primavera,
è quasi pace, è quasi, tutto
deve ancora arrivare a
compimento. Sorrido con
il cielo e mi abbandono
alle nuvole. Respiro, svanisco.
Ora posso abbandonarmi alla notte e al sonno, sperare che
il cielo di domani si risvegli con me in un mondo più quieto, senza guerra,
senza dolore. Oggi è giovedì 10 marzo del terzo anno senza Carnevale e del
primo anno di guerra e questa Cronaca 732 è già addormentata.
Non importa quanti siano i chilometri che ci separano dai territori dove la guerra è in corso, la guerra è entrata in noi, ci ha invaso la mente e i cuori. Il peggio del Novecento, il secolo che non finisce mai, è piombato tra di noi con il suo carico di ideologie malate, carri armati, bombardamenti, famiglie nei rifugi, giovani soldati ignari mandati a combattere senza sapere perché. Non c’è niente che giustifichi gli atti del dittatore, niente. Passo un sacco di tempo a leggere articoli per farmi un’idea, mi angoscio, decido di non continuare a leggere. Poi mi capita sotto il naso la notizia che allo scrittore Paolo Nori viene bloccato un corso su Dostoevskij all’università Bicocca di Milano. Non ci credo, mi sembra tutto così assurdo, e lo è. Il pro-rettore si rimangia la decisione e Nori decide comunque di andare altrove a tenere il corso, bravo. Siamo tutti sospesi su un abisso che abbiamo tenuto a bada in questi due anni di pandemia e abbiamo imparato che basta la folle volontà di pochi uomini a decidere il destino di milioni. Smetto di leggere le notizie, vado a cercare Notti di pace occidentale il libro in cui Antonella Anedda combatte con la poesia le atrocità del Novecento. Queste nuove notti di pace occidentale sono ancora più insensate, più atroci, dove possiamo far sentire le nostre voci sui social, ma dall’altra parte non c’è nessuno ad ascoltare. La poesia che ho scelto per oggi è uno dei Notturni:
marzo, notte
Nel solco di meli duri che scava la settimana di marzo
con lo sguardo al muro di cucina
dove ho inchiodato un verso mai finito che leggo e leggo
trascinandomi acqua sulle dita.
Nell’alba spezzata dalla sete, quando corro sul pavimento
e nell’oscurità non riconosco le stanze ma incido –
con la stessa mano che forse mi sbarrerà l’orecchio nel
dolore – lettere immense lungo le pareti.
Ci saranno altre notti insonni, altri versi incisi sui
muri, altro dolore e altro silenzio. E noi saremo qui, chiusi nella nostra
attesa, nella speranza di una parola diversa, di un giorno nuovo.
Tutto il giorno non ho fatto altro che pensare a quei poveri bambini che sono morti sotto i bombardamenti russi. La morte dei bambini, di tutti i bambini, è insopportabile. E più invecchio, più diventa difficile. Oggi ho perso le parole, io che ne scrivo centinaia ogni giorno. Vado a rileggere una poesia di Elsa Morante, una poesia che è una preghiera laica.
Addio
I
Dal luogo illune del tuo silenzio
mi riscuote ogni giorno l’urlo del mattino.
O notte celeste senza resurrezione
perdonami se torno ancora a queste voci.
Io premo l’orecchio sulla terra
a un’eco assurda dei battiti sepolti.
Dietro la belva in fuga irraggiungibile
mi butto sulla traccia del sangue.
Voglio salvarti dalla strage che ti ruba
e riportarti nel tuo lettuccio a dormire.
Ma tu vergognoso delle tue ferite
mascheri i cammini della tua tana.
Io fingo e rido in un ballo disperato
per distrarti dall’orrenda mestizia
ma i tuoi occhi scolorati di sotto le
palpebre
non ammiccano più ai miei trucchi d’amore.
Alla ricerca dei tuoi colori del tuo sorriso
io corro le città lungo una pista confusa.
Ogni ragazzo che passa è una morgana.
Io credo di riconoscerti, per un momento.
E mendicando rincorro lo sventolio di un
ciuffetto
o una maglietta rossa che scantona…
Ma tu rintanato nel tuo freddo nascondiglio
disprezzi la mia commedia miserabile.
Buffone inutile io deliro per le vie
dove ogni fiato vivente ti rinnega.
Poi, la sera, rovescio sulla soglia deserta
un carniere di piume insanguinate.
E chiedo una tenerezza al buio della stanza,
almeno una decadenza della memoria,
la senilità, l’equivoco del tempo volgare
che medica ogni dolore...
Ma la tua morte cresce ogni giorno.
E in questa piena che monta io cado e mi
riavvento
in corsa dirotta, per un segno,
un punto nella tua direzione.
O nido irraggiungibile e caro,
non c’è passo terrestre che mi porti a te.
Forse fuori dai giorni e dai luoghi?
La tua morte è una voce di sirena.
Forse attraverso una perdizione? o una
grazia?
o in quale veleno? in quale droga?
forse nella ragione? forse nel sonno?
La tua morte è una voce di sirena.
Voglia di un sonno che pare una tua dolcezza
ma è stata già l’impostura dove ti ho perso!
La tua morte è una voce di sirena
che vorrebbe sviarmi da te nelle sue fosse.
Forse, io devo accettare tutte le norme del
campo:
ogni degradazione, ogni pazienza.
Non posso scavalcare questa rete spinata
mentre al tuo grido innocente non c’è
risposta.
La tua morte è una luce accecante nella notte
è una risata oscena nel cielo del mattino.
Io sono condannata al tempo e ai luoghi
finché lo scandalo si consumi su di me.
Io devo, qui, trescare e patteggiare con la
belva
per rubarle il segreto del mio tesoro.
O pudore d’una infanzia uccisa,
perdonami questa indecenza di sopravvivere.
Oggi è lunedì 28 febbraio del primo anno di guerra e del terzo anno senza Carnevale, nessuno parla più di Covid, travolti come siamo dalle immagini della guerra in Ucraina. Ci sarà riposo sulla terra? Ci sarà mai una pace duratura? Mi chiede questa Cronaca 722 e io sfoglio i libri di poesie e non trovo risposte.
Non cercherò vie di fuga da questa giornata di silenzio e gelo perché anche in quest’atmosfera rarefatta di fine inverno hanno trovato senso anche le prime ore del mattino che non sono riuscite a uscire dal grigio, né le ultime del giorno che hanno faticato a lasciare le strade e gli alberi con cui avevano appena iniziato a prendere confidenza. Anche le stagioni procedono tra queste tensioni, e poi all’improvviso, la mutevolezza della luce annuncia che tutto sta per cambiare, così come la telefonata di una nuova amica illumina il tardo pomeriggio di un sole siciliano. Così le lunghe ore di silenzio e lettura si illuminano di un racconto vivo e l’inverno sembra davvero meno inverno.
Dove non stavo
guardando è arrivata l’ombra dei tuoi passi
Cerco un libro, lo sposto,
ne cerco un altro, lo trovo.
Pagina dopo pagina traccio
un sentiero, lascio dei segni
per poter ritrovare il senso
di marcia, per poter riconoscere
o vedere se non stavo guardando,
se stavo cercando l’ombra dei
tuoi passi e la tua assenza mi
ha distratto dal paesaggio
intorno. È fatto di piccole
cose questo giorno, piccole
che si restringono quando
la luce scema e posso
attraversare la soglia della
sera senza perdermi o
ritrovare cose che non
stavo cercando. Benvenuta
notte, mio giorno più chiaro
che non ha bisogno della
luce per declinare il senso
del nostro stare al mondo.
Parola dopo parola facciamo ordine nel mondo e ci
confrontiamo con l’ordine del tempo che muta nella felicità dell’amicizia
condivisa e del calore della vicinanza. Oggi è mercoledì 16 febbraio 2022,
terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 710 brilla come una lucciola fuori
stagione.
Una giornata gelida di pioggia, niente passeggiate, molto
lavoro e nessuna poesia che bussa alla mia porta. Sono inutili i tentativi
della Cronaca di irretirmi, me ne sto bene al calduccio anche senza il calore
delle mie stesse poesie. Preferisco leggerne questa sera e recupero diversi
testi di Gottfried Benn, tutti molto belli, sul blog Poesia in rete e decido di prenderne uno per la mia scrittura
quotidiana.
Brina
Qualcosa si è dissolto
dalle arie nebulose e di notte
è cresciuto come un’ombra bianca
lungo l’abete, l’albero, il bosso.
E risplendeva come il morbido
bianco che cade dalle nubi,
e redimeva in silenzio un mondo buio
tramutandolo in pallida bellezza.
Mi piace sempre quando la poesia arriva come risposta a
domande che non ho fatto, che ancora non ho fatto. Così continua a leggere Benn,
vado a prendere i suoi libri e mi metto comoda, con questa Cronaca 709
acciambellata come un gatto davanti al fuoco. Forse cadrà la neve, forse
qualcuno si sveglierà nel cuore della notte e aprirà a caso un libro o questo
blog e le stesse risposte lo raggiungeranno e le domande si materializzeranno
come il nostro fiato nelle albe invernali e il gelo inciderà nuove sillabe
sulla finestra che protegge il mondo dal nostro sguardo. Oggi è martedì 15
febbraio 2022, il terzo anno senza Carnevale.
la poesia di Gottfried Benn, tradotta da Paola Quadrelli è stata pubblicata dalla rivista “Poesia”, Anno XV, Gennaio 2002, N. 157, Crocetti Editore.
Me ne sono rimasta quieta nella casa a lavorare e poi leggere e scrivere. Oggi sarà per sempre l’anniversario della morte di Sylvia Plath e Amelia Rosselli che ne è stata anche traduttrice. Così, come faccio ogni anno, apro a caso Lady Lazarus e altre poesie e leggo. E penso a quelle due voci uniche che si sono spente troppo presto, al mito che per ciascuna abbiamo costruito, forse perché sentiamo forte quel dolore, quel male di vivere che neanche la poesia ha mai placato in loro. Troppo sentire in quelle menti, troppe voci intorno, troppo freddo, troppa solitudine. Ma la poesia va a scavare nei cuori più indifesi per cercare a sua volta un riparo, a volte lo trova a volte no.
Canto per i poeti
insonni
Recitare ogni poesia come
fosse una preghiera, ad
alta voce, senza testimoni
e poi gettarla nel vento
perché possa iniziare il suo
cammino. Poi cercare l’ingresso,
l’unico ingresso cui poter
accedere e aspettare sulla
soglia che le sillabe aprano
la porta. L’attesa e la pazienza,
di questo son fatti i giorni in
cui la poesia scende fino qui
e si mostra e mi chiama. E io
vado fin dove le mie gambe
reggono questo cammino. Che
finisce di notte, quasi sempre
di notte, a volte già quando
l’alba mi chiama per nome.
Sì, è proprio vero che una buona poesia può cambiare l’esito
di una giornata faticosa, soprattutto se poi si aggiungono l’amicizia e il
calore della casa. Questa Cronaca 705 di venerdì 11 febbraio 2022, terzo anno
senza Carnevale, annuisce convinta e mi si siede accanto e ascolta quando leggo
ad alta voce, ascolta come se non avesse mai sentito la mia voce.
Tra le domande a risposta infinita che mi piace pormi, c’è
sempre quella stessa domanda: come fa il mondo a ricominciare ogni mattina? Quanti
se lo chiedono? Quanti trovano una risposta? Ci giro intorno e la risposta
migliore è quella di andare a chiederlo al giardino e di mettermi in ascolto.
Come la luce intesse
il buio nel giorno
Come fa il mondo a ricominciare
ogni mattina? Me lo chiedo e
lo chiedo alle cose intorno. Sss
sussurra il ciliegio in fondo
al giardino e risponde anche
il vento: “Non vedi come
la luce stia intessendo
il buio per cambiargli colore?”.
Aspetto, allora e mi chino
a sfiorare un’ombra rimasta
sul selciato. È l’impronta
del tuo ultimo passo, è il segno
del tuo ritorno, prima ancora
che della tua partenza. Sss
sussurro all’alba come se
fosse un gatto e aspetto
che l’inizio, inizi anche
in me. È luce, è colore,
sale il vento contro
l’onda, scivola, fa una
giravolta e poi si quieta
per cantare come la luce
abbia tessuto il buio della
notte nel nostro giardino.
Il mondo ricomincia con una poesia e finisce ogni giorno
con una poesia, a volte la scrivo, sempre la leggo. Oggi è giovedì 10 febbraio
del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 704 se ne sta avvolta nel
mantello di luce che il nuovo giorno le ha regalato.
L’amicizia e l’amore, i libri letti e quelli scritti, la
stagione che muta, il sole che cala sempre più tardi, la luce chiara, l’intelligenza
luminosa di un’amica adorabile, il buon cibo, la passeggiata nella città
pre-serale, la consapevolezza di avere ben lavorato e la gioia di ricominciare
domattina. Questo è il bello dell’essere vivi e di vivere in una città che amo
e che conosco ogni giorno sempre meglio. Mi interessa sempre più esplorare i
quartieri che ancora non conosco bene, visitare antichi palazzi che portano
pezzi di storia in sé, leggere libri che sono pieni di storie sconosciute e gongolare
per queste storie e vederne i personaggi, appesi come una scimmietta al ramo
preferito. Poi leggere gli incipit dei nuovi racconti di questa giovane mente
luminosa e non vedere l’ora di leggere il seguito. E poi, a fine giornata,
immergersi nello studio, nella casa e nella città ormai silenziose e pronte alla
notte che per me è stato sempre il momento migliore, forse perché ho iniziato a
lavorare quando ero molto, molto giovane e la notte è stata la compagna degli
studi universitari e anche della scrittura. Forse per questo sono una creatura
più notturna che diurna, perché il buio è amico, favorisce il raccoglimento, la
riflessione e la scrittura, l’introversione, mentre il giorno è tutto slancio
verso il mondo e per il mondo.
Non so dove mi
porterà il fiume
Ho smesso da tempo di
contare le ore passate
sui libri di notte, non so
più quante sono, ma
continuo a provare la stessa
meraviglia, a sorridere nel
buio e a continuare a
esplorare tutto il mondo
che i libri custodiscono
e mi donano, pagina
dopo pagina. Poi scrivo
anch’io, seguo una vaga
idea, un frammento, anche
una piccola suggestione e
non so dove arriverò. Fuori
è davvero molto buio e limpido,
intravedo le stelle e poi
torno alla scrivania e apro
un quaderno e scrivo. Non
so dove mi porterà il fiume.
Ecco che posso concludere con questo desiderio di altrove e di scoperta anche questa Cronaca 697 di giovedì 3 febbraio del terzo anno senza Carnevale che adesso mi si siede accanto mentre continuo a scrivere.
Mi piace indugiare al risveglio, prendere il tempo per ritornare sui sogni, decidere se scriverò qualcosa intorno. Indugio perché ogni risveglio è un ritorno da una terra sconosciuta di cui vorrei tenere con me almeno qualche frammento. È poi il profumo del caffè, un’intera carovana di realtà e impegni, a prendere il sopravvento. Ma non riesco a smettere di pensare alla notte che sistema le cose e queste immagini mi hanno accompagnato per tutta la giornata.
Il nuovo giorno è
iniziato
A che punto è la notte? Questa
è la domanda del mattino che
aspetta. Aspetta che la notte
finisca di ripiegare il buio in
quadrati e le stelle nei vasi
di ombra. Per ultimo è questo
sgomento che accompagna
il silenzio notturno, sgomento
che solo i canti dell’alba
acquietano e accarezzano
come il gatto che fa le fusa
accanto al fuoco. Prima che
il fuoco divampi e il giorno
divori gli ultimi lembi del buio.
È mattino, il nuovo giorno
è iniziato.
Ogni giorno che inizia è un foglio bianco, una pagina non scritta, una tela da tessere, un mosaico da comporre. È il filo che il tempo ci tende, cosa ne verrà fuori, alla fine, dipende da noi, soprattutto da noi. Oggi è giovedì 13 gennaio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 676 sta aiutando la notte a dispiegare il buio tutto intorno a noi.
La
casa del buio è invisibile agli occhi, possiamo solo sfiorare le pareti, le
porte e le soglie nel pieno del giorno, ma non entrare nelle stanze. Il buio
non è la notte, il buio è l’essenza del cosmo, la materia che la luce deve
attraversare per arrivare sino a noi. La notte è buio ritagliato, come quando
da bambini facevamo i collage con le carte colorate e il blu profondo era
quello destinato alla notte. Giallo era il colore del sole e delle stelle, il
cielo diurno era azzurro, i prati verde chiaro e gli alberi verde scuro,
bianche le pareti della casa, rossi i tetti e azzurri anche il torrente, il
fiume e il mare. Oppure si poteva colorare con i pastelli a cera di giallo
intenso un intero foglio e poi sopra ricoprire tutto con il nero o il blu
scuro. Poi si disegnavano le stelle rimuovendo un graffio alla volta il
pastello scuro e sembrava che le stelle emergessero come le vedevamo davvero
nelle notti limpide e serene.
Nel tuo cielo di
stelle
Buia
è la notte e senza
vento,
ha scritto lei da
un’isola
remota, è da
allora
che nell’arcipelago
del
tempo qualcuno scruta
le
Pleiadi e rabbrividisce
pensando
a quell’amore
incompiuto.
Avremo ancora
una
possibilità? Ci lascerà
il
buio uscire senza divorarci?
Arriverà
la civetta sino alla
nostra
finestra? Arriverà di
nuovo
il vento e saremo
felici
sotto le stelle che
hai
disegnato? Nessuno
risponde,
nessuno reclama.
Giro
il foglio e inizio
da
capo perché la notte
è
buia e senza vento.
Nella
casa del buio sono buie anche le cose e non ci sono oggetti che sfuggano a una
delle leggi fondamentali di questa realtà. Noi non emettiamo luce, la
riflettiamo e per questo sfolgoriamo dal mondo invisibile a quello visibile. E anche
a occhi chiusi possiamo sentire il corpo, sfiorare il volto, tenere le mani di
chi amiamo. Non servono gli occhi, non serve la luce quando l’amore si muove
nel buio.
Avrei
così tante storie da raccontare e anche un’altra poesia, ma non c’è abbastanza
spazio in questa Cronaca 609 di domenica 7 novembre del secondo anno senza
Carnevale. Così smetto di scrivere e mi metto a disegnare. Quante stelle ci
staranno nel foglio nuovo?
La
notte arriva all’improvviso mentre non stiamo guardando la finestra. Il cielo
di oggi era grigio-azzurro, l’aria ancora calda. Un inganno, un’illusione
d’estate, un prolungamento della stagione bella, uno scarto improvviso e ci
ritroviamo immersi nell’aria d’autunno, l’aria della transizione, quella che
conserva ancora nitide le immagini del mare e della spiaggia, dell’isola e del
giardino.
La marea ha trascinato i nostri sguardi a riva
Quando
cammino non cerco
di
ritrovare le tue impronte e
tanto
meno quelle che ho lasciato
giorno
dopo giorno perché
cercavo
una corrispondenza tra
il
mio cuore e il tuo. Poi la marea
ha
trascinato lontano le acque e
le
nostre impronte sono emerse
scolpite
nella roccia e non erano
i
nostri passi che ho ritrovato,
era
il tuo profilo accanto al mio.
Se
anche le pietre conoscono
la
forza dell’amore, lo capirò
più
tardi, quando vedrò le stelle
e
i tuoi occhi brillare perché
saremo
vicini nell’oscurità.
È
sempre strano ricominciare a camminare nel buio, cedere alla notte i privilegi
del giorno, arrendersi ai capricci delle luci piccole, del vento che non soffia
ma sta fermo a guardare cosa faremo, se le nostre mani si staranno cercando, se
il buio accetterà di dormire quando avremo spento la luce.
Ma
amo l’autunno e lascio andare l’estate, tornerà l’estate con o senza di noi.
Benvenuta
stagione che rosseggia tra il fuoco e le trame delle storie che ancora non ho
scritto.
Ora
posso finire il raccolto, fare ordine tra gli spunti e le piume, scegliere
quale segreto custodire e quale mistero andare a svelare. Dobbiamo arrenderci
alla facoltà di scelta, se non raccontiamo quello sguardo che abbiamo
incontrato, come potrai tu averne nostalgia?
Oggi
è sabato 18 settembre del secondo anno senza Carnevale, quando arriverà la fine
di questa parola, anche la Cronaca 559 starà dormendo, in attesa dei sogni non
ancora sognati.