Visualizzazione post con etichetta Storie dell'Avvento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Storie dell'Avvento. Mostra tutti i post

venerdì 24 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/656. Nel cuore dell’inverno il bambino divino abbandona la sua trascendenza per farsi uomo

 

 

Storie dell’Avvento/17. Ci sono racconti, una tavola imbandita, l’aria profuma di mandarini. Vieni a sederti con noi

 

Tutte le storie hanno un inizio, è il momento in cui scegliamo di tagliare il tempo e di fare di quella scena, di quelle parole le fondamenta di una narrazione. Lo si fa per istinto, lo si fa per vocazione e lo si fa per scelta, per accanimento e testardaggine. Per questo Parker sta nel suo capanno sul lago a chiacchierare con Jack London e in un’altra casa con un giardino ci sono Emma, il Signor Buio, lo gnomo senza nome e le bambine impossibili Lele e Riri. Ma per questa sera della Vigilia, posso fare un’altra cosa ancora e portarli tutti a cena con i personaggi della storia di Natale dell’anno scorso, con Bimba, Chino e Lino, Geppo e Miren. Il Natale è per me, insieme al giorno del compleanno, il giorno in cui un cerchio si chiude e uno si apre. È l’eterno ritorno della luce e della speranza. Gettati nel mondo da non si quali forze, non percepiamo il nostro eterno vagare, il nostro rotolare in questo spazio-tempo dove la nostra realtà è una costruzione quotidiana e dove la nostra immaginazione costruisce quel che in questo mondo non c’è più o non è mai stato. Questo è il nostro secondo anno senza Natale, un Natale in cui la narrazione dell’immunità di gregge si è frantumata contro l’aggressività di una variante, non è la prima, non sarà l’ultima. Possiamo sperare che i vaccini ci proteggano contro le manifestazioni peggiori dell’infezione, che ci evitino ricoveri, terapie intensive e morte. Proprio lei, la nera signora rimossa dalle narrazioni del reale e continuamente vissuta e rivissuta nei videogiochi, nei film horror, nei libri gialli. Il covid ci ha riportato a vivere, almeno in parte, nelle stesse condizioni dei nostri antenati che morivano di peste nera, lebbra e colera e influenza spagnola senza avere nessun vaccino a difenderli. Abbiamo guadagnato anni di vita, di benessere, di gioia quotidiana, abbiamo perduto l’incanto del mondo, la potenza numinosa del trascendente, quella ancor più misteriosa dell’arte. Eppure mi basta entrare in una chiesa qualunque della mia città, negli ultimi giorni ho visitato la Basilica di San Nazario in Brolo, una delle più antiche di Milano che si trova nell’omonima piazza, con la sua cappella di Santa Caterina; e la chiesa di Santa Maria degli Angeli e di San Francesco che è in piazzale Velasquez per sentire di nuovo quell’incanto. In questi due luoghi pressoché deserti ho sentito intatta la potenza della natività, del Dio che si incarna e trascende la sua onnipotenza per farsi bambino, una delle creature più fragili del pianeta. È sempre un lungo viaggio quello del bambino divino, un viaggio che inizia con un annuncio angelico e finisce su una croce. Ma l’Angelo ritornerà, ritorna sempre, e sempre il bambino nascerà nella prima famiglia non tradizionale della storia. Mentre scrivo in questo venerdì 24 dicembre del secondo anno senza Carnevale, la Cronaca 656 sta finendo di addobbarsi per il cenone e la festa che inizierà questa sera e finirà domani. Nella mia famiglia si festeggia sia con il cenone della Vigilia, che con il pranzo di Natale per far contenti tutti. Che è lo scopo dello stare insieme in queste ore. Ben protetti nelle nostre case, con buon cibo sulla tavola e i nostri cari intorno. Auguri a tutti e tutte – questo è il massimo dell’inclusività linguistica che intendo praticare – Buon Natale e che il bambino divino ci sfiori la mente con la sua grazia.

giovedì 23 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/655. Imparare a chiamare la solitudine con un altro nome

 


Storie dell’Avvento/16. Il richiamo della foresta

 

Ecco, aveva finito di scrivere la terza storia di Natale e l’aveva mandata alla rivista. Decise di non tornare in città, di non andare a nessuno dei numerosi party natalizi dove l’avevano invitata. Di solito si divertiva, ma quell’anno stava apprezzando più che mai la solitudine. Si chiese se la mancanza di un compagno, di figli e nipoti la facesse soffrire. Sorrise, come se qualcuno potesse vederla. Quella solitudine l’aveva difesa ferocemente, anno dopo anno, era per lei l’unica condizione possibile per una vita creativa. Ogni tanto doveva sparire dal mondo, ritirarsi nelle sue stanze dell’immaginazione e stare a vedere cosa sarebbe accaduto. Era quello che stava facendo e ne era contenta. Si alzò, si stirò la schiena, l’alba stava arrivando con il suo passo di leopardo delle nevi. Sorrise di nuovo e la belva nella sua mente ruggì. Era proprio ora di andare a dormire. Fu un sonno bianco, senza immagini e senza sogni, riposante e breve. Quando si alzò era quasi mezzogiorno, decise di andare giù fino al lago prima di pranzare. Il sole faticava a oltrepassare la coltre di nuvole grigie e compatte che si stendevano a perdita d’occhio. Mentre era quasi arrivata nel suo angolo di osservazione, sentì una specie di ruggito, tre spari in rapida sequenza e poi un silenzio innaturale. Chi era l’idiota che era andato a caccia vicino a casa sua? Quando arrivò nella radura che aveva individuato senza fatica, il grande cervo bianco stava fronteggiando l’enorme orso bruno che, però, non osava attaccarlo. Accasciato sulla neve e ben visibile, perché vestito di pelli come un indiano, stava un uomo dalla corporatura imponente. Sembrava addormentato, ma avvicinandosi vide che una chiazza rossa di sangue si allargava all’altezza della sua testa. Dopo l’ennesimo bramito, il grande cervo si slanciò in una corsa a zig tra gli alberi inseguito dall’orso. Parker poté così avvicinarsi all’uomo, anche se era quasi certa che fosse morto. Il segno degli artigli dell’orso partiva dalla fronte in alto a destra, sopra la tempia, sfiorava il sopracciglio sinistro e arrivava sino all’orecchio. Era un segno superficiale che andava a sovrapporsi ad altre cicatrici anche più estese e profonde che l’uomo aveva sul viso. Era ancora abbastanza giovane, più giovane di quanto non lo fosse lei, forse. Gli strofinò il viso con una manciata di neve e l’uomo emise un lamento. Il sangue copioso era uscito dal cuoio capelluto e non si trovava certo in pericolo di vita. Prima che potessero aprire bocca, il grande cervo bianco era tornato al galoppo e li aveva affiancati. Li seguì sino alla casa, anche se Parker aveva quasi l’impressione che lui li stesse scortando per proteggerli. Dopo che lei ebbe aperto la porta di casa, non fece in tempo a voltarsi che il cervo era sparito, mentre un branco di lupi era appena uscito dalla foresta, ma non con l’intenzione di avvicinarsi a loro. Dovevano avere già mangiato perché i giovani lupi si rotolavano nella neve, si rincorrevano sotto lo sguardo delle due madri e i due maschi non si davano pena di rimetterli in fila. “Grazie per avermi salvato, io sono Jack, e voi siete?”. C’era qualcosa di antico in lui, forse il modo di parlare, le maniere un po’ affettate, chissà. “Io sono Parker, e non c’è di che, ma credo sia stato il cervo bianco a salvare entrambi”. Andò a prendere la cassetta del pronto soccorso, mai usata prima, e gli disinfettò e bendò la ferita. Aveva davvero un che di selvatico quel cacciatore che sembrava uscito da un racconto di Jack London. Anzi, assomigliava a Jack London, almeno così le sembrava, soprattutto per via dei riccioli che gli sfuggivano sulla fronte. “Sai che mi ricordi un altro Jack? Jack London per la precisione”.

Lui spalancò occhi e bocca: “Ma io mi chiamo Jack London. E non credo di avere il piacere di conoscervi Miss”. Ma come dannazione parlava quello zotico?

 

Ecco che è arrivato giovedì 23 dicembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 655 è pronta a tornare nella foresta, dove vivono scrittori e immaginazioni.

mercoledì 22 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/654. Fuggire nella notte che si accorcia, fuggire lontano dai fuochi

 



Storie dell’Avvento/15. Dopo la fanciulla è la sacerdotessa a indicare il cammino

 

Continuava a correre nel bosco senza sapere dove stesse andando, era buio e doveva stare lontana dai fuochi, se no l’avrebbero catturata. Correva come una cerbiatta braccata dai cacciatori, la sua stessa gente, quelli che l’avevano vista crescere e che una manciata di minuti prima erano pronti a sacrificare il suo cuore e la sua giovane vita per dissetare il suolo ricoperto di neve e il sole avvolto nella nebbia. Quando l’avevano scelta, cosa che sapeva sarebbe potuta accadere da anni, non aveva provato paura. Piuttosto un misto di curiosità e rassegnazione. Ma quando le avevano porto la ciotola con la bevanda allucinogena a base di funghi ed erbe che lei stessa sapeva raccogliere e preparare, la scagliò lontano da sé con un colpo di mano e si mise a correre come non aveva mai corso in vita sua. Aveva partecipato molte volte alla caccia, tutte le donne non sposate lo facevano, e sapeva riconoscere il respiro della preda braccata, il suo stesso respiro in quel frangente.

 

-     " Cerva, cerva della mia notte perché vuoi fuggire al tuo destino?

-      Chi mi chiama? Chi mi chiede conto della mia fuga e di questa corsa?

-      Cerva, cerva tu sei e nera, sorella della notte. Nessuna si ribella a questo destino. Nessuna se non una. Lei, quella che andrò a cercare notte dopo notte, prima di acconsentire al mio destino.

-      Non sapevo di avere gambe veloci e leggere, fuggo e penso alla stessa velocità. Ora ti ho riconosciuto mio signore. Tu sei il re cervo prima che il destino si compia. Ma la terra vuole anche il mio sangue prima del tuo, solo così la neve si scioglierà e il sole ritornerà, e il ghiaccio si creperà e scioglierà e noi sentiremo l’acqua cantare il canto misterioso della primavera.

-      Tu sei la prescelta, ma non per dare il sangue. Segui le tue gambe e arriva alla grotta d’oro, dove il sole risplende nel buio più profondo. Quella sarà la tua nuova dimora, i cacciatori non ti seguiranno sino a lì. Cerva, cerva della mia perfezione, tu sei la prescelta e io il tuo sposo divino. Amami prima che i fuochi si spengano e poi lascia che i lupi si possano cibare della mia carne e la terra bere il mio sangue. Io muoio nel dolore per poter risorgere. Non c’è nascita senza morte, il nuovo non può manifestarsi se il vecchio non gli cede il passo. Muore terrorizzato questo vecchio re, ma solo dopo che tu avrai lasciato andare la sua mano.

-      Tu sei il mio re e io la tua regina, il bambino divino, d’oro i riccioli e di cielo gli occhi, lo metteremo insieme nella culla. Ora vieni, mio sposo della notte. Amami sino a quando il lupo non ti chiamerà per nome".

 

Così aveva preso corpo una storia nuova, un miscuglio di leggende conosciute e di storie inventate. Parker decise che questa era una delle storie di Natale. Una delle tante, una delle prime. Ne avrebbe fatto un libro per il Natale dell’anno successivo, ne era certa. Ora doveva solo finire questa leggenda del re cervo e della sacerdotessa che sarebbe nata dalla morte della fanciulla.

 

Oggi è mercoledì 22 dicembre del secondo anno senza Carnevale, Milano è fredda e avvolta in una leggera coltre di nebbia. Le luci di Natale si moltiplicano alle finestre e ai balconi e sembra chiamino tutte queste storie, perché noi possiamo scriverle e leggerle. Questa Cronaca 654 lo sa, per questo gongola e si sente molto, molto importante.

martedì 21 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/653. Nel giorno del solstizio d’inverno tornano a splendere i miti

 


Storie dell’Avvento/14. Il re cervo e i lupi

 

Fuori era ancora buio, la neve scendeva fitta, il silenzio era assoluto. Un sogno l’aveva svegliata, un sogno marino, una spiaggia di sabbia rosa in un piccola isola del Mediterraneo.

La stufa era ancora tiepida, accese le luci basse sulla cucina e alla scrivania, preparò il caffè e poi iniziò a scrivere e il mondo intorno non esisteva più. Di tanto in tanto si fermava, chiudeva gli occhi, faceva qualche esercizio per il collo, allargava le dita e le stirava. Scriveva veloce come una dattilografa e le prime cartelle del racconto di Natale erano pronte. Rimase con gli occhi chiusi ancora per un po’, ma poi li aprì di colpo, c’era qualcuno fuori dalla finestra. Il mattino era entrato nella sua fase finale, l’orso era passato a salutarla senza che lei se ne accorgesse, come sempre, le impronte erano ancora ben visibili sulla neve fresca. Ma non era la presenza dell’orso ad avere fatto scattare il suo sesto senso. Fuori dalla finestra c’era un maestoso cervo bianco che la stava fissando. La pelliccia si confondeva con il manto nevoso alle sue spalle. Aveva occhi colore dell’ambra e il palco delle corna indicava un’età ragguardevole per la sua specie. Guardandola negli occhi il cervo girò la testa verso destra con un piccolo movimento, come se la stesse invitando a uscire. Si allontanò di corsa e poi tornò, fermo nella stessa posizione e di nuovo le fece cenno di uscire. La scrittrice infilò in fretta pantaloni imbottiti, stivali, giacca a vento, cappello e occhiali da sole e si precipitò fuori. Il cervo bianco era alto almeno due metri, le corna svettavano verso il cielo e il loro profilo si confondeva con quello degli alberi spogli nella radura dietro la casa. Com’era la leggenda del re cervo e della cacciatrice vergine? Si mise a ridere e lo seguì senza chiedersi cosa stesse facendo. Non si allontanarono poi molto dalla casa, avevano costeggiato il lago fino al capanno del vecchio Lee che ormai non ci andava più da un sacco di anni. il cervo bramì e strofinò il muso nella neve. Aveva voglia di giocare e lei lo accontentò mettendosi a correre in direzione opposta a quella dove si trovava lui, che la inseguì. Quando lei si fermò di colpo, lui fece altrettanto e scartò per non andarle addosso. Fu allora che, dopo essersi inginocchiato nella neve, il re cervo si sollevò sulle due zampe posteriori e aveva perso le sue sembianze di cervo e solo il re era rimasto. Ricoperto da pelli di orso bianco e volpi artiche, aveva i capelli così biondi da essere quasi bianchi, sovrastati dallo stesso palco di corna del cervo maestoso. La guardò e sorrise, emise un lunghissimo ululato e dalla foresta arrivò correndo un branco di lupi guidato da un maschio alfa nero e bianco e con gli occhi rossi. Cosa diceva la leggenda del re cervo? Oggi era il giorno del solstizio d’inverno, di questo era sicura. Cosa sarebbe accaduto? Quello che accadeva sempre, il re si avventò sui lupi e li allontanò da lei. Il cervo si fece sbranare, la notte era scesa veloce e mille fuochi rischiaravano la neve. Nell’ombra di queste luci remote, il re e il cervo danzavano allo stesso passo, il rito era compiuto, la notte aveva divorato la maggior parte del tempo, la notte più lunga e una delle più sacre, si era stesa su tutto l’emisfero settentrionale. Parker, così amava chiamarsi tra sé e se stessa, tornò nella casa riscaldata e si sedette a scrivere nello stesso posto che aveva lasciato qualche ora prima. Quanto era stato veloce il tempo? Quanto il cervo? Quanto la luce? Quanto la sua creatività mentre scriveva? Il re cervo le aveva indicato che doveva scrivere un’altra storia, non quella che aveva iniziato quel mattino. Prese un foglio nuovo e iniziò a scrivere una diversa storia di Natale.

 

Oggi è martedì 21 dicembre del secondo anno senza Carnevale, giorno del solstizio d’inverno e dell’apparizione di un animale che appartiene al mito e alle leggende. Cosa trarrà da questa visione Parker, la nostra scrittrice e compagna di queste ore? Se lo chiede anche questa Cronaca 653 che siede impaziente sul bordo della sedia in attesa di ascoltare questa nuova storia.

lunedì 20 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/652. La vita è meravigliosa disse l’angelo, la vita è vita disse la scrittrice

 


Storie dell’Avvento/13. Sprofondare sotto il peso del metallo e dell’inchiostro

 

La grande stufa divorava legna come un drago l’aria intorno. Era bello rientrare nel tepore della casa e provare quella sensazione di essere al sicuro, che niente di male sarebbe potuto accadere. Quella sensazione arrivava dritta dritta dall’infanzia, dai giorni precedenti il Natale, dove si portava in casa un giovane abete con le radici che era stato fatto crescere in un vaso e che con la primavera successiva, avrebbe provato il brivido di radicarsi, di scendere nella terra. C’erano palline di Natale che arrivavano dall’infanzia dei nonni, di vetro trasparente con delicate decorazioni di abeti verdi e fiocchi rossi. C’erano le boule de neige comprate a Parigi, con la torre Eiffel, Notre Dame e le Sacre Coeur, ricordo di un viaggio dei genitori. C’erano tre palline di vetro smaltato rosa, bianco e oro, le superstiti di una scatola da dodici, anche questa proveniente dall’Europa ma comprata da Bergdorf. C’erano le palline di legno intagliate dal nonno e dipinte da lei. C’erano quelle ricoperte di elaborati lavori all’uncinetto, come fossero delle teiere. C’era una mezza pallina rossa, ricordo del gatto Merlino che era riuscito a farla cadere proprio il suo ultimo Natale. Quante storie sono nascoste in questi semplici oggetti che stanno chiusi in una scatola per la maggior parte dell’anno. Mise il puntale a forma di stella cometa, quello era il momento del culmine, quando papà la prendeva in braccio per permetterle di compiere il rito. Ecco, aveva trovato la storia di Natale da scrivere per il New Yorker. Ma non sarebbe stata una storia dolce e rassicurante. Sarebbe stato il racconto di un Natale in cui le palline restano rinchiuse nella scatola e si chiedono come mai, cosa possa essere successo di così grave al punto da non meritare di uscire a festeggiare quel mese scarso privo di luce ma ricco di cibo. Cosa poteva essere successo allora? Certo, la morte di un componente della famiglia, la tremenda morte della madre. No, ancora più crudele, la morte della bambina che metteva la stella cometa in cima all’albero. Ma noi adulti, si chiese la scrittrice, siamo bambini che sono scomparsi o bambini che sono sopravvissuti all’infanzia? Poteva decidere di essere meno crudele, niente morti, bastava un divorzio, i genitori che litigano sempre perché il papà ha una relazione con la segretaria. Oppure la mamma con il dentista. Oppure lui con la cameriera del caffè sotto l’ufficio e lei con l’idraulico. Era terra di divorzi l’America e New York più di qualunque altra città al mondo. Però decise di scrivere anche una seconda storia di Natale, una storia agrodolce come quella di Auggie Wren raccontata da Paul Auster e diventata uno dei suoi film preferiti, Smoke, che guardava ogni anno intorno a Natale. Ecco, avrebbe scritto la storia di una donna che ripercorre la sua vita a partire dai film di Natale che l’hanno segnata. E doveva cominciare con La vita è meravigliosa di Frank Capra. Avrebbe scritto la storia a lieto fine sempre per la stessa rivista, ma avrebbe usato un altro dei suoi pseudonimi. La scrittrice che pensava di essere Fernando Pessoa, c’era da farsi venire le vertigini. L’albero di Natale era pronto, accompagnò se stessa a mettere la stella cometa in punta, era leggera, leggera come la bambina che era stata. Poi si mise al tavolo da lavoro, un tavolo di legno appena sgrezzato che le aveva costruito il nonno quando era ragazzina, non accese il computer, ma infilò un foglio nel rullo della macchina da scrivere Remington portatile su cui aveva imparato a battere a macchina. Era uno di quei giorni in cui le piaceva sentire il ticchettio metallico dei tasti e vedere la carta sprofondare sotto il peso del metallo e dell’inchiostro. Mentre lei si immerge nelle sue storie, noi lettori possiamo svolazzare per la stanza come un angelo di marzapane, atterrare sul davanzale, fare le smorfie all’orso che è passato a salutarla ma che lei non vede mai, ballare con le tazzine e la teiera come in un film Disney, e anche di questo lei non se ne accorge, perché sta vivendo in quell’altro mondo della sua immaginazione.

Bene, adesso prepariamoci a questi due racconti, cosa ci farà leggere per primo? Quello triste triste o quello litigioso? O magari ci sorprenderà con una storia degna dell’angelo Clarence?

Tamburello le dita sul tavolo, in attesa di scoprire io stessa qual è la storia più scalpitante e vera.

 

Oggi è lunedì 20 dicembre del secondo anno senza Carnevale, l’ultimo giorno d’autunno, mentre nel mondo impazza la variante Omicron e non si sa se i vaccini possano tenerla a bada. Nel dubbio, questa Cronaca 652 esce sempre con una vezzosa mascherina FPP2 di un bel rosso natalizio, con le renne e gli angioletti.

domenica 19 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/651. Un grande talento per la solitudine e il silenzio

 

Storie dell’Avvento/12. Dove una donna pensa e guarda la superficie scintillante del lago ghiacciato

 

Tutto era bianco e scintillante intorno alla casa, così decise di uscire a fare una passeggiata sino al lago. Era coperta come solo in quel luogo era necessario fare, aveva messo anche occhiali da sole e un berretto di lana multistrato e multicolore. L’aria era cristallina e pungente, le piaceva godersi tutto quel nitore, compreso il suono meraviglioso di quella parola e le immagini che subito le evocava. Sentiva la neve scricchiolare sotto i suoi passi e candele di ghiaccio erano appese ai rami verdi dei pini e ai rami spogli delle betulle. Se i pini facevano tanto Monti Adirondacks, le betulle la trasportavano nella steppa siberiana e avrebbe voluto avere una slitta trainata dai cavalli, coperte di pelliccia e una meta difficilissima da raggiungere. Non fu difficile arrivare al lago, la superficie era ghiacciata e scintillante come le rive intorno. Un viaggiatore inesperto avrebbe potuto non accorgersi di essere arrivato a camminare sulla superficie dell’acqua, ma lei conosceva quel luogo dai tempi dell’infanzia, poteva muoversi alla cieca, riconoscere gli alberi dalla corteccia, la stagione dal profumo dell’aria. Non era la prima volta che andava a rifugiarsi da sola nel capanno costruito dai suoi nonni, ereditato da sua madre e poi ceduto a lei, quando la donna si era trasferita a vivere all’estero con il secondo marito, dieci anni dopo essere rimasta vedova. Era davvero il luogo dell’infanzia, dei giochi sfrenati d’estate, del nonno che le insegnava l’arte paziente della pesca, della nonna che le insegnava a intrecciare ceste e a raccogliere bacche e frutti di bosco che diventavano squisite marmellate e crostate indimenticabili. Si fermò a riflettere di quanto le piacesse usare gli aggettivi anche quando pensava. Era qualcosa che faceva d’istinto, sapeva che ogni sostantivo poteva brillare di maggior luce con accanto i giusti aggettivi. Sul lago Moran aveva trascorso i dieci anni felici dell’infanzia, in ogni stagione c’erano cose interessanti da fare, oltre alla pesca, nuotare e andare in canoa d’estate, raccogliere funghi e pigne in autunno, usmare i germogli in primavera, raccogliere i bucaneve, appiccicarsi le dita con le resina delle conifere e con il miele dei favi che erano sfuggiti agli orsi che abitavano nel fitto della foresta, così si diceva, ma che lei non aveva mai visto. L’anno in cui morì suo padre, a causa di un banale incidente d’auto, mamma si rifugiò con lei nel capanno per tutta l’estate, perché non voleva vedere nessuno, perché il dolore rende ancora più fragili e vulnerabili, bisogna proteggersi dal mondo e dai finti amici che del dolore altrui si nutrono. Proprio così le aveva detto mamma, anche se non aveva fatto nomi in merito, e questa affermazione aveva nutrito in lei una naturale diffidenza nei confronti degli altri esseri umani. Nonna le diceva che aveva un carattere da gatto, e di fidarsi del suo istinto. Per questo aveva deciso di non portare mai nessun uomo a trascorrere del tempo con lei nel capanno. Anzi, la maggior parte di quelli con cui ebbe una relazione neanche lo avevano saputo che quando spariva andava a rifugiarsi laggiù, solo pensavano che lei fosse in viaggio per lavoro. L’altra cosa che nessuno di quegli uomini sapeva, e solo poche, fidatissime amiche conoscevano, era che lei fosse una scrittrice tra le più vendute del paese. Aveva scelto un nom de plume all’inizio della carriera, quando ancora non sapeva bene cosa davvero le piacesse fare nella vita. A vent’anni, dieci anni dopo la morte del padre, sola nella grande casa del Village, aveva iniziato a scrivere racconti e a inviarli a tutte le riviste che conosceva, cui era abbonata sua madre, grande lettrice e donna curiosa. Aveva specificato nelle lettere di accompagnamento di voler essere pubblicata con il nome di Sylvia Parker Bishop, il nome e i cognomi di tre delle autrici più amate. Non aveva alcun istinto per il suicidio, né per l’autodistruzione, due tentazioni che sembravano imprescindibili dal talento letterario, ma aveva un grande talento per la solitudine e per il silenzio. Questo faceva per lei la differenza, questa era la cifra della sua scrittura. Ai racconti della ricca e interessante vita della sua città, alternava storie di viaggio, di fughe e di ritorni. La maggior parte della gente voleva scappare dalla propria vita, lo aveva imparato stando seduta per ore nel bistrot vagamente parigino dove passava il tempo ad ascoltare i vicini di tavolo fingendo di stare leggendo, o a scrivere quei racconti scintillanti, sì proprio scintillanti, che rendevano giustizia all’atmosfera dell’ambiente artistico della capitale del mondo e allo spirito del tempo. Erano ancora gli anni Ottanta del Ventesimo secolo, l’adrenalina dei due decenni precedenti ancora scorreva nelle vene delle persone e delle città. Il male sarebbe arrivato nei decenni successivi, l’epidemia di AIDS, le guerre in Iraq e Afghanistan, l’attentato alle torri gemelle, la crisi finanziaria, le ondate migratorie che premevano sui confini, gli uragani fuori stagione, poi la pandemia, arrivata come un assassino invisibile in un romanzo che sembrava di color rosa e non lo era. Anche le sue storie sembravano storie di famiglie e persone felici, ma non lo erano mai davvero, mai tutti, mai insieme. Succedeva sempre quella piccola cosa, Anna Karenina che nota le orecchie del marito o Gabriel che sente la neve cadere alla fine di Gente di Dublino. Con gli anni era diventata un’esperta anche nel fare bilanci sommari e sempre provvisori della sua vita e le riusciva proprio bene. Cominciava ad avere freddo e decise di tornare al capanno.

 

Oggi è domenica 19 dicembre del secondo anno senza Carnevale e questa scrittrice misteriosa è venuta a cercarmi questa mattina, mentre ero ancora intrappolato in un affollato dormiveglia. Così ho deciso di condividere con questa Cronaca 651 le sue riflessioni in riva al lago.

sabato 18 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/650. Le feste a sorpresa sono le feste meglio riuscite

 

 

Storie dell’Avvento/11. Bisogna scegliersi un nome per diventare grandi

 

Ssssttt, silenzio, solo questo Emma riconosceva in fondo alla buca. Questo silenzio fatto di nulla, poi di respiri sommessi, poi di battiti di piccoli cuori impazziti. Si accorse subito che in fondo alla buca non c’erano le due bambine, ma due donne di mezza età come lei. Quando si accorsero che le aveva riconosciute, mutarono aspetto e diventarono due ragazze, e poi di nuovo le bambine.

“Tanto so chi siete ragazzine, fantasmi del tempo passato, spettri del tempo che non sarà. È inutile che continuiate a vagare nelle età della vita. In casa non c’è posto per voi due arrabbiate, scontente e cattive. Se volete tornare nella casa con me, voglio che ci torniate come bambine, questo può essere un nuovo inizio per noi. Dimenticate chi siete e cosa non avete fatto, dimenticate chi avreste voluto essere e quello che avete fatto. Io torno su e se non mi seguite, prendo la buca e la chiudo in un cassetto, così avrete modo di pensarci su”.

Ciò detto Emma, improvvisamente diventata saggia, con un balzo fu fuori dalla buca, la piegò senza aspettare le bambine e la chiuse nell’armadio dei cappotti, proprio accanto alla porta d’ingresso. Non ci volle molto tempo che sentì bussare sempre più forte e gridolini, colpi di tosse e implorazioni. Così andò ad aprire e le bambine erano lì che si tenevano per mano, sembravano più piccole di com’erano quando erano scappate in fondo alla buca. Gli occhioni chiari di Riri la guardavano cercando di farla sentire in colpa. Ma la maestra dei sensi di colpa era lei, non aveva bisogno della bambinetta capricciosa a incalzarla. Mentre si sfidavano a colpi di sguardi feroci, arrivarono il Signor Buio e lo gnomo senza nome.

“Ehm, ragazze, avremmo il piacere di invitarvi a una cerimonia del tè in cui il Signor Gnomo senza Nome, ci dirà qualcosa di molto, molto importante”.

Fu dichiarata una tregua senza parole e tutti e cinque gli abitanti della casa andarono a sedersi intorno a una tavola imbandita per un tipico tè all’inglese, con tramezzini, pasticcini, burro e marmellate, torte squisite e panini fragranti”.

Mentre si accomodavano, qualcuno bussò alla porta. Emma non poté fare a meno di pensare a quella vecchia canzoncina che diceva più o meno “E se prima eravamo in due a ballare l’Alligalli, adesso siamo in tre a ballare l’Alligalli. E se prima eravamo in tre a ballare l’Alligalli, adesso siamo in quattro a ballare l’Alligalli”.

Si alzò e andò ad aprire e sulla soglia c’erano una Signora dall’aspetto evanescente, la Signora Alba, sorella del Signor Buio e uno gnomo dall’aspetto regalo, molto più anziano del suo ospite. I due si presentarono parlando una buona lingua con due accenti stranieri pesantissimi. Lo gnomo era uno zio dello gnomo senza nome ed era venuto a portare al nipote le felicitazioni da parte di tutto il popolo degli ometti che vivevano nei boschi e negli anfratti. Felicitazioni? Ma per cosa? Il mistero fu subito svelato, la festa era stata organizzata perché lui aveva finalmente deciso il suo nuovo nome. Così presero posto, iniziarono a gustare le prelibatezze imbandite sulla tavola, a scambiarsi sorrisi di circostanza. Alla fine tagliarono anche una torta di pan di Spagna, panna e fragole, che chissà da dove arrivavano, e fu il momento in cui lo gnomo dichiarò di chiamarsi Aloysius e che d’ora in avanti avrebbe passato il suo tempo a dipingere. Riri si illuminò quando sentì parlare di pittura ed esclamò: “Anch’io, anch’io voglio dipingere e nient’altro!”.  Così da una tasca il Signor Buio estrasse una scatola di acquarelli per Riri e una valigetta di colori a olio per Aloysius. La Signora Alba regalò a tutti i presenti album intonsi di diverse fogge e spessori, pastelli a olio e a cera, matite colorate e temperini, così ciascuno avrebbe potuto farne l’uso che più gli piaceva. Lo zio gnomo baciò in fronte il nipote neonato e saltellò fuori dalla finestra. La tavola venne sgombrata e tutti gli altri iniziarono a usare i colori e i quaderni nuovi e Riri si era messa vicino allo gnomo con il nome nuovo e a copiare ogni suo gesto.

 

Ma che storia dell’Avvento è mai questa, vi starete chiedendo? E come faccio a saperlo, io che sono solo la scrittrice?

Anche per oggi, sabato 18 dicembre del secondo anno senza Carnevale, si chiude questa strana giornata e decido così di andare a fare compagnia a questa Cronaca 650 che si è impadronita di una scatola di pastelli a cera e sta disegnando forsennatamente una sua versione dell’albero di Natale, e chi sono io per impedirglielo? Torneremo in questa casa prima di Natale? Dipende, se gli abitanti ci chiameranno, torneremo molto volentieri.

venerdì 17 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/649. Storia delle gemelle che non si assomigliavano e dei colori diversi ma uguali

 

 

Storie dell’Avvento/10. In fondo alla buca, in fondo, si sta al sicuro

 

E se una diceva bianco, per l’altra era nero. Se una aveva fame, l’altra rifiutava il cibo. La più problematica tra le due bambine, era la biondina. Tirarla fuori dalla buca era stata un’impresa, anche perché, come avevano scoperto il giorno stesso dell’arrivo delle bambine a casa, la buca era una specie di palloncino gonfiabile che la piccola tirava fuori da una tasca ogni qual volta, cioè spesso, non le piaceva come stavano andando le cose. La morettina era un po’ credulona, si vedeva che voleva bene all’altra e per questo si lasciava tiranneggiare senza opporre grande resistenza. Fu così che la vecchia signora pazza, sempre meno in giardino e sempre più in casa, visto il freddo che faceva, capì la forza di quelli che sembravano deboli, come la bambina mora. Le due si chiamavano Lele e Riri, si conoscevano da sempre e gli altri abitanti della casa non erano proprio sicuri della loro età, perché capitava, quasi sempre di notte, che le due vagassero per casa, ma non erano più due bambine, ma a volte due ragazzine, a volte, due giovani donne. Il Signor Buio e lo gnomo senza nome, che ambiva ad averne uno e lo avrebbe avuto, si ingegnarono a costruire un’altra stanza per le bambine, accanto alla loro, esposta a sud, così che d’inverno fosse più calda. Le bambine ebbero letti gemelli, scrivanie gemelle, armadi gemelli, comodini gemelli e librerie gemelle. Almeno nella forma, perché Lele la morettina li volle pitturati di giallo chiaro e verde, mentre Riri la biondina, li volle azzurri e blu. Nell’insieme la camera aveva un aspetto gradevole e quando fu allestita, la biondina si cacciò nella buca portatile gridando e saltò fuori solo dopo un paio d’ore portando con sé un battipanni, un bambolotto lacero, un manuale di psicologia generale e un cappuccetto rosso. Nel frattempo Lele era uscita in giardino ed era tornata con una bambola Susanna, un libro di mitologia greca, una pezza di tessuto nero e una scatola da cucito. Senza che Emma glielo chiedesse la moretta le si sedette accanto e l’aiutò a fare a mano gli orli dei vestiti del Signor Buio e dello gnomo.

Nel frattempo Emma aveva tagliato e cucito vestiti nuovi anche per le bambine e le invitò a fare un bagno e a cambiarsi. Riri non si fece pregare e tornò in soggiorno con i capelli corti e vaporosi che scintillavano ancora di goccioline d’acqua. Per Lele la cosa fu laboriosa perché aveva capelli lunghi e ricci e pettinarli non era impresa da poco. La giornata era trascorsa così velocemente che neanche avevano pranzato, ma erano stati i due ospiti maschi a cucinare un ottimo arrosto di tacchino con le patate al forno e avevano anche cotto un bel pane a ciambella nel forno a legna. Le bambine avevano indossato i vestitini nuovi, Lele un vestitino di velluto rosso e Riri un vestitino gemello ma di velluto azzurro che faceva risaltare i suoi occhioni chiari. Iniziarono a mangiare dopo una preghiera di ringraziamento, o almeno così sembrava, recitata a mezza voce dallo gnomo. Riri prima di mangiare calcolò tutte le calorie del piatto e dimezzò la quantità di patate. Lele, invece prese una seconda porzione di tutto e continuava a sorridere e a ringraziare gli eccellenti cuochi. Trascorsero così i primi giorni di convivenza e non c’erano mai problemi, tranne quando Riri iniziava a gridare come se la stessere squartando e andava a nascondersi nella buca. Prendendo esempio da Lele che doveva essere abituata a quelle crisi, anche gli altri cominciarono ad accettare quelle scenate come un dato di fatto. Ma fecero male, perché un pomeriggio, mentre Lele stava cucendo due canottiere gemelle per sé e per Riri, questa iniziò a gridare, si buttò nella buca, salvo saltare fuori dopo qualche istante per trascinare con sé l’altra bambina. Dopo lo sconcerto iniziale, Emma provò a chiamarle, ma non sentiva altro che i lamenti animaleschi di Riri e i singhiozzi sommessi di Lele. Non sopportava il pianto dei bambini, si ricordava come fosse stare da sola a piangere non consolata da nessuno, quando era piccola. Così decise di scendere nella buca anche lei. Ma come fece, miei cari lettori? Con una scala? Appesa a un pallone aerostatico che aveva sgonfiato? Niente di tutto questo. Emma fece come le bambine e si buttò nella buca con un salto a gambe tese. Come aveva immaginato atterrò senza problemi e senza danni. La buca era stretta, ricordava un pozzo, e un debole chiarore illuminava i due angoli opposti dove stavano le bambine. Da chi andare per prima? Cosa dire loro? Emma non ci mise molto a capire cosa fare.

 

Ecco che anche oggi, venerdì 17 dicembre del secondo anno senza Carnevale, continuano le storie dei nostri strani amici e questa Cronaca 649 è saltata anche lei nella buca perché vuole scoprire cosa sta succedendo.

giovedì 16 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/648. Fare cose belle per qualcuno cui vogliamo bene, anche questo è spirito natalizio

 

Storie dell’Avvento/9. Dove raddoppiano i vestiti, le camere da letto e gli ospiti

 

Il Signor Buio fu il primo a svegliarsi. Quando la Signora Alba arrivava, prima ancora di vederla, sentiva un pizzicorino lungo la schiena e sapeva così che era ora di ritirarsi. Da quando aveva conosciuto la vecchia pazza del giardino e lo gnomo senza nome, aveva meno voglia di stare in giro. Prima lo faceva volentieri di gironzolare per le strade, i cortili e i tetti, dove c’erano sempre incontri interessanti da fare, a partire dai gatti. Ma adesso era bello stare con loro a godere di quell’intimità quasi natalizia, del calore del fuoco, delle zuppe buonissime. Forse stava invecchiando, forse era il momento di passare il testimone a un giovane Signor Buio che ancora stava facendo pratica nell’emisfero australe. Si ripromise di pensarci su e si girò sull’altro lato, per riaddormentarsi subito dopo. Fu Emma a svegliarsi poi e ad alzarsi senza esitazione. Lei era una di quelle persone che non avevano bisogno di mediare con la realtà e il mondo per decidere di alzarsi. Apriva gli occhi e un attimo dopo i suoi piedi toccavano terra e la giornata iniziava. Dopo essersi lavata con acqua fredda, come in qualsiasi stagione, si vestì, mise il bricco del caffè sul fuoco e andò alla macchina da cucire. Ormai sapeva che i suoi ospiti avevano il sonno profondo e non si sarebbero svegliati. Cucì per un paio di ore buone prima che qualche sottile lama di luce iniziasse a forare le persiane. I pantaloni verde smeraldo erano pronti e ora toccava alla giacca. Le venne in mente che sia il Signor Buio che lo gnomo senza nome avevano bisogno di un cambio d’abito e così riprese in mano i cartamodelli e tagliò altri due abiti per ciascuno. Giallo zafferano e rosso melograno per il Signor Buio e pantaloni blu e giacca grigio argento, così avrebbe potuto combinare in tre diversi abbinamenti gli abiti, e giallo zafferano e rosso melograno anche per il terzo completo dell’omino. Quando i due, ormai erano quasi le dieci del mattino, si alzarono e si presentarono a tavola, lei aveva finito di tagliare e loro capirono subito che si trattava di altri abiti confezionati su misura. Compiaciuti e contenti bevvero il caffè e mangiarono pane e marmellata, prima di andare a iniziare un lavoretto che gli era venuto in mente il giorno prima. Alla casa della signora pazza era unita anche una legnaia, una casetta abbastanza grande per poterne ricavare due stanzette per gli ospiti. Così avrebbero potuto stare da lei senza darle troppo fastidio, senza utilizzare la stanza da lavoro e senza invadere il divano. Quando le dissero cosa avevano in mente lei li ringraziò e li lasciò fare. Aveva sempre il dubbio di star parlando con due creature immaginarie, ma tanto valeva lasciarli lavorare. In men che non si dica la casetta fu ripulita, imbiancata, dotata di due stufe a legna. I pavimenti furono ricoperti da robusti listoni di quercia lucida, vennero montati i due letti a nicchia con pesanti coltri che avrebbero difeso i dormienti dal freddo della notte. Poi fu la volta degli armadi, dei tavolini sotto una delle due finestre, delle poltroncine, delle librerie e dei cassettoni. Le due stanze gemelle furono pronte per ora di pranzo, un record cui nessun umano avrebbe mai potuto aspirare, evento che fece dubitare la padrona di casa ancor di più. Ma poi si arrese al fatto che due creature magiche come i suoi ospiti non seguivano le leggi di quella realtà, quindi era normale che fossero riusciti ad allestire le loro stanze in così poco tempo. Quando li chiamò per pranzo loro la invitarono a visitare la nuova ala della casa e aperta la porta che dava sul corridoio comune, le due stanze gemelle la colpirono per la semplice bellezza che in così poco tempo gli ospiti erano riusciti a creare. Il resto della adesso casa sembrava ancor più vecchio e malridotto e il Signor Buio intercettò i suoi pensieri. “Sappiamo che anche il resto della casa ha bisogno di una rinfrescata, così se dopo pranzo vai a fare un giretto, noi la sistemiamo”. “Ma devo finire di cucire i vestiti!”. “Ma lo puoi fare più tardi, e domani. Per ora siamo ben vestiti e ancora non abbiamo bisogno del cambio. E poi ci sarà una sorpresa bellissima”, le disse ancora il Signor Buio. “Cerrtto, sarrà propprio cossì!”, disse in una lingua in netto miglioramento lo gnome senza nome. Finito il pranzo Emma andò a passeggiare in giardino, gli abiti marroni, lisi e vecchiotti, le stavano proprio male. Decise che era arrivato il momento di rinnovare anche il suo guardaroba. Dentro casa i due novelli muratori e arredatori d’interni, avevano già costruito le due stanze che non c’erano mai state. Quella più piccola con il water e un lavamani e una vera stanza da bagno grande, con la vasca con i piedini di leone, una doccia e un lavandino doppio. Montarono con l’arte della magia mensole e armadi che già profumavano di lavanda, mentre i pavimenti di piastrelle bianche e azzurre erano tirati a lucido. Non vedevano l’ora di finire il loro regalo per la casa e di andare a cercare Emma in giardino. E fu proprio in fondo al giardino che lei incontrò due bambinette, due vere mocciose con i vestiti laceri. Sembravano avere la stessa età, una era bionda con grandi occhi azzurri, mentre l’altra era mora con occhi scuri. Difficile che fossero sorelle anche se si tenevano per mano. La guardavano fisso, ma quando lei si avvicinò per chiedere loro se si fossero perse, la bionda lanciò uno strillo altissimo e si gettò in una buca che era coperta dalle foglie. La mora, invece, non si mosse ma grandi lacrime le rigavano le guance. “Fa sempre così sai. Quando le cose non vanno come vuole lei, grida, si mette le mani sulle orecchie e poi si nasconde nella buca”.

 

Chi sono le due bambine? Da dove arrivano? Emma accoglierà anche loro in quella casa solitaria via via sempre più affollata? Lo scopriremo, forse, domani. Per oggi, giovedì 16 dicembre del secondo anno senza Carnevale, questa Cronaca 648 si crogiola nella nuova vasca da bagno e vi saluta.

mercoledì 15 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/647. Cucire vestiti nuovi può diventare un gesto d’amore?

 



 

Storie dell’Avvento/8. Dove Giorgio Strehler si trasforma in David Bowie

 

Come fu e come non fu, si erano addormentati tutti intorno al tavolo. Emma fu la prima a svegliarsi e attizzò il fuoco, perché il calore nella stanza stava scemando. Poi andò a svegliare i suoi ospiti, accompagnò lo gnomo senza nome in camera e il Signor Buio sulla poltrona davanti al fuoco. In effetti era cambiato qualcosa in lui, era diventato più solido, più consistente.

Il mattino dopo il Signor Buio non era scappato come ogni giorno a nascondersi in un angolo, era rimasto in poltrona a guardare la miracolosa metamorfosi che si era compiuta. Non era più evanescente, multiforme, aveva sembianze umane e mani, braccia, un petto, delle spalle e una schiena. Aveva cosce forti e gambe lunghe, un sorriso che gli piaceva immaginare bello e capelli disordinati che gli ricadevano sulle spalle. Era ancora avvolto nel suo tabarro, l’abbigliamento tradizionale di tutti i Signori Buio della storia, me per la prima volta si rese conto di non avere niente sotto e in più sentiva lo stomaco brontolare per la fame. Ecco come si sentivano gli umani, allora! Mentre passava in rassegna il suo corpo nuovo di zecca a partire dalla pianta del piede destro per salire sino ai capelli e poi ricominciare dall’altro lato, lo gnomo senza nome si avvicinò per salutarlo. Ben pettinato, sbarbato e ben vestito, si pavoneggiava negli abiti nuovi che gli aveva cucito la vecchia pazza del giardino. Buio avrebbe voluto trovare il coraggio per chiederle di cucire anche per lui un abito, ma non ce ne fu bisogno. Perché lei arrivò con delle pezze di stoffa di diversi colori e di diversi tessuti. Anche a lui piaceva molto il velluto e glielo disse. “Sì, avevo pensato che il velluto potesse essere il tessuto adatto anche per te. Però quando ti guardo, così tutto nero, mi vengono in mente solo due modelli. O la tenuta pantaloni e maglione neri alla Giorgio Strehler o la tutina nera di Diabolik, ma non credo che nessuna delle due sia adatta per te”.

Buio cercò di ricordare i due personaggi cui Emma aveva alluso e le immagini che ricordò gli fecero convenire che per lui ci voleva qualcosa di diverso. La sarta misteriosa si avvicinò con il metro per prendergli le misure e gli fece cenno di alzarsi. Lo misurò per bene e molto soddisfatta andò a prendere la carta da pacco per tagliare il modello. Poi si rese conto che era ancora molto presto e che ancora non avevano fatto colazione. Così li invitò a tavola e servì il pane fresco tagliato a fette, la solita marmellata di arance e il burro grassissimo che lo gnomo adorava. Senza parlare fecero colazione e le due creature dell’immaginazione, la signora pazza non era ancora convinta che quei due fossero proprio veri e reali, sparecchiarono. Così lei poté disegnare e tagliare il cartamodello per l’abito nuovo del Signor Buio. Anche se tutto nero, all’improvviso aveva intravisto nei suoi lineamenti una grande somiglianza con David Bowie, soprattutto perché anche lui aveva un occhio azzurrissimo e l’altro marrone. Dopo avere tagliato il cartamodello, si avvicinò al curiosissimo Signor Buio e gli tagliò i capelli alla Bowie. Il vestito che aveva disegnato per lui era un classico completo anni Settanta, giacca doppio petto e pantalone largo, con camicia bianca e cravatta rossa e argento. L’abito era di velluto di lana e di uno squillante color verde smeraldo che faceva risaltare ancora di più gli occhi stranissimi di Buio. Ci mise tutto il giorno a tagliare e imbastire il vestito e così gli ospiti si occuparono della casa e dell’orto, cucinarono una zuppa squisita, passarono il tempo a giocare a briscola e a scacchi, dove spesso finivano in pareggio. Per la sera fecero abbrustolire della carne di maiale sul fuoco e scaldarono broccoli con peperoni secchi nell’olio di oliva bollente. Era un piatto tipico di una regione meridionale dell’Italia, dove la signora pazza pensava di avere vissuto in gioventù anche se non ne era certa. Anche quella sera si erano addormentati davanti al camino i due ospiti, mentre lei aveva finito l’imbastitura e dopo la prova, il giorno successivo avrebbe potuto cucire l’abito Bowie per il signor Buio. Non aveva mai messo in pratica le sue abilità sartoriali se non in maniera occasionale e scopriva, facendolo, che non solo le piaceva ma le faceva anche bene. Decise di non svegliarli e si ritirò in camera da letto, quella casa era diventata viva con gli strani uomini. Ma esistevano davvero? O erano solo frutto della sua mente sbalestrata?

 

Per questa sera, la sera di mercoledì 15 dicembre del secondo anno senza Carnevale, chiudiamo qui la nostra Cronaca 647 che ha già chiesto un abito alla Bowie anche per sé.

martedì 14 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/646. Dove impariamo che il buio, l’oscurità e la notte non sono la stessa cosa

 



Storie dell’Avvento/7. Il Signor Buio arriva a casa a pretende di essere ascoltato


“E adesso tocca a me!”.

Tutti si girarono a guardarsi intorno, ma non c’era nessuno.

“Ma dove state guardando? Eccomi, sono proprio qui!”.

Di nuovo non c’era nessuno nella stanza e qualcuno si alzò per accendere la luce.

Il Signor Buio, che aveva parlato con voce tonante, ma forse non abbastanza, fu costretto a ritirarsi in un angolo sotto la poltrona. Sua sorella, la Signora Oscurità, continuava a calare in giardino e quando anche le persone nella stanza si ritirarono, il Signor Buio poté uscire e andare a sistemarsi. Si rese conto allora di avere sbagliato casa, così strisciò fuori dalla finestra e attraversò il giardino. Era la casa accanto quella giusta. Entrò senza bussare e vide che poteva confondersi bene nell’ambiente. C’erano il camino acceso, un lume sul tavolo, sulla cucina a legna bollivano una pentola d’acqua e una di ragù. C’era un profumo di cose buone, riusciva a distinguere nell’aria anche il profumo di miele d’acacia che qualcuno aveva mangiato spalmato sulle focaccine salate, e poi aroma di cera d’api, di limoni spremuti, di noci e di melograni. Si stava bene in quella stanza, riconobbe la vecchia pazza del giardino e il suo nuovo amico, lo gnomo senza nome che si era trasferito da poco a vivere con lei. Lo gnomo stava intagliando un pezzo di legno e lei leggeva un libro dalla copertina verde e oro, il cui titolo era “Storie dell’Avvento”. Tossì un poco per far sentire la propria presenza il Signor Buio, e la vecchia del giardino, vestita non solo di marrone, perché indossava una giacca arancione quel giorno, lo riconobbe.

“Ti stavo aspettando Signor Buio, benvenuto”.

“Ma come fai a sapere che io sono proprio io?”.

“Non è poi così difficile. Quando tu arrivi io sento un grande senso di vuoto dentro di me. Vedo sempre passare per prima tua sorella, la Signora Oscurità. Ma lei non ha mai cercato di entrare in casa, si limita a coprire tutto il giardino e il cielo fino a che dura la notte. Ma tu sei diverso Signor Buio. So che vivi non solo intorno, ma anche dentro di me. So che hai scavato gallerie anche nell’anima dello gnomo senza nome, so che ci sei. Ma è la prima volta che decidiamo di parlarci. Cosa ti ha spinto a farlo?”.

Il Signor Buio restò a lungo in silenzio perché non aveva una risposta precisa. Da quando l’omino si era trasferito a casa della pazza del giardino, lui aveva iniziato ad avere una smania di esserci, di essere con loro, anche se non sapeva bene perché.

“Non lo so perché, signora mia. Ma ho capito che dove siete voi, devo esserci anche io”:

“Penso che tu abbia ragione. Perché siamo vecchi amici e io so di essere il tuo lato diurno. Io esisto perché tu sei dall’altro lato del giorno, sempre”.

Il Signor Buio non poté che annuire, sapeva di essere il gemello di quella donna prima ancora che di Sorella Oscurità.

“Sapevo di dovermi mostrare e sapevo che tu mi avresti accolto come hai fatto con lo gnomo. Sai che adesso che sono arrivato, forse dovremmo trovargli un nome? Nessuno può stare senza nome, senza essere riconosciuto, non pensi?”.

Lo gnomo, sentitosi più volte chiamato in causa, saltellò sino alla tavola: “Szzzss@@##!!” pronunciò a voce molto alta, annuendo e gli altri due capirono che era d’accordo.

“Forse possiamo parlarne a tavola, mentre ceniamo cosa ne pensate, miei frammenti di esistenza e di pensiero?”.

Sia lo gnomo senza nome, che il Signor Buio si accomodarono alla tavola già imbandita. La signora pazza aveva gettato gli spaghetti nell’acqua bollente, mentre lo gnomo grattugiava il parmigiano per completare la pietanza. I piatti erano davvero enormi e ben conditi, Emma versò anche del vino rosso e leggero della nuova vendemmia e i tre rimasero in silenzio, sino a che l’ultimo spaghetto non venne risucchiato dalla bocca invisibile del Buio. Fuori soffiava uno strano vento, leggero, che non era tipico della stagione e nessuno, ancora, si decideva a parlare.

“Non so come dirtelo, Emma, ma dovrai rassegnarti alla mia presenza. Non puoi scacciarmi, non puoi farmi scomparire. Io qui sono e qui resto”.

Emma sospirò: “Ti conosco da tanti anni sai? Cosa credi?”. La prima volta che ti ho sentito entrare in casa ero ancora una bambina, non ho mai avuto paura di te, ma della tua capacità di far scomparire tutte le cose, belle e brutte, quello sì, mi faceva paura. E me ne fa tutt’ora”.

Mentre Emma parlava, lo gnomo senza nome guardava il Signor Buio con aria pensierosa, ma senza dire una parola. Sentendosi così osservato, il Signor Buio sentì che qualcosa stava cambiando in lui. Il suo corpo si stava facendo pesante e via via più definito. Ma cosa stava succedendo?

 

Per oggi, martedì 14 dicembre del secondo anno senza Carnevale ancora non lo scopriremo, ma questa Cronaca 646 mi sussurra all’orecchio che lei ha capito, cosa succederà. Avrà davvero ragione?

lunedì 13 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/645. Dove l’amicizia nasce tra una bagnarola e il camino

 

Storie dell’Avvento/6. Essere capiti e amati con i vestiti nuovi e i colori giusti

 

Mentre lo gnomo si faceva il bagno, Emma aprì l’armadio delle stoffe per sceglierne una adatta a cucire un nuovo vestito per il suo ospite. Cucire le piaceva e la faceva rilassare, non lo faceva più tanto spesso, ma non aveva dimenticato. Scelse del fustagno rosso e della lana cotta verde, voleva replicare gli stessi abiti che giacevano sul pavimento, erano talmente malconci che lavarli sarebbe stato inutile, li avrebbe bruciati. Mentre stava ritagliando nella carta da pacco il cartamodello per tagliare l’abito nuovo, l’omino sbucò da dietro il paravento avvolto nel telo da bagno e con i capelli e la barba gocciolanti. “Plmrb@@##!!” esclamò indicando la faccia e la testa. Così Emma andò nel cassettone a cercare il rasoio e le forbici. Glieli porse e tutto contento lui saltellò di nuovo dietro il paravento, dove su uno sgabello c’era uno specchio la cui superficie era ricoperta di vapore. Finirono di tagliare nello stesso momento e lui si presentò con una zazzera lunga un paio di centimetri e una barba rasa e ben curata che lo faceva sembrare meno vecchio. Guardò i suoi abiti vecchi e il cartamodello e si illuminò, aveva capito che avrebbe avuto un vestito nuovo. “Lalalala***!!!” trillò lo gnomo. Ma quando vide sulla sedia i due tessuti che lei aveva scelto, smise di cantare e si rabbuiò. “Sgruntmufgna@@##!!” sibilò lo gnomo con un tono di voce così triste che lei capì subito di avere fatto un errore. Quei colori da gnomo erano quanto di più grottesco lui potesse indossare. Così prese i tessuti e andò nell’armadio a riporli. Quando ritornò aveva due pezze di velluto di lana, una blu zaffiro e l’altra grigio argento. Anche il tessuto per la camicia, i mutandoni e la canottiera era un filato caldo e sottile di lana. L’omino si avvicinò, accarezzò le stoffe e i suoi occhi si inumidirono. Lei gli porse una grande coperta di lana e gli fece cenno di andare a riposare sulla poltrona davanti al fuoco. Si addormentò senza accorgersene, dormi come uno gnometto felice e sognò anche, cosa che non gli accadeva da secoli. La notte trascorse lenta e veloce, come tutte le notti che hanno uno scopo o che non ce l’hanno. Emma non smise un istante di tagliare e cucire e l’omino non si svegliò neanche quando, all’alba, lei iniziò a usare la vecchia macchina da cucire Singer. Lui dormiva e lei cuciva, ogni tanto aggiungeva un ciocco di legno nel camino e accomodava la coperta intorno all’ospite addormentato. Quando finì di cucire era ormai mattino inoltrato, quasi le dieci, così mise sul fuoco il caffè, tagliò alcune fette di pane, prese il burro e la marmellata di arance dalla dispensa e andò a svegliarlo, con un tocco leggero, perché non voleva farlo spaventare. Lui spalancò i grandi occhi marroni da cerbiatto e si aprì in un sorriso allegro. Lei spostò il paravento dietro al divano e gli portò mutandoni, calze e maglia di lana. Poi i calzoni blu, la camicia bianca, la giubba grigio argento e gli stivali di cuoio nero che arrivavano sopra il ginocchio. Quando lo gnomo uscì da dietro il paravento, vestito di tutto punto, sprizzava gioia. Fece una piroetta su se stesso e un inchino cerimonioso. Lei gli fece cenno di avvicinarsi alla tavola e lui si accomodò sulla sedia che lei aveva alzato con numerosi cuscini. Iniziarono a mangiare insieme, sempre senza parlare, sino a quando lui non si concentrò e a voce bassa ma ben modulata, le disse “Grrazzie!!!”. Emma sorrise, era stanca ma soddisfatta della notte di lavoro. Ora lui avrebbe potuto riprendere il cammino, doveva dirgli di aspettare a partire perché doveva ancora cucirgli un mantello e un cappello. Ma era così stanca, così stanca, che si addormentò di botto. Quando si risvegliò la luce aveva iniziato a calare e, nonostante il suo sonno, la stanza era bella calda e già illuminata. Sul fuoco bolliva un paiolo dove stava cuocendo una zuppa dal profumo squisito di erbe fresche, di patate e di pancetta. Nel forno stava cuocendo una pagnotta, la tavola era ben apparecchiata, la bagnarola era stata svuotata e pulita, accanto al camino era stata rinnovata la catasta di ciocchi di legno. Che bellezza! Era così viva la casa, ma cosa stava accadendo? Quasi non ricordava la presenza dell’ospite, quando lui rientrò portando un cesto di cachi e castagne. Quando vide che lei era sveglia le sorrise “Bnngioorrr***!!!” trillò lo gnomo. “Buongiorno, buongiorno amico mio. Ti stanno proprio bene i vestiti nuovi, sono contenta che ti piacciano”. Lui annuì e mise il cesto sul tavolo e andò a prendere la padella bucata per cuocere le castagne. Emma andò a sciacquarsi il viso e prese una decisione, così andò nella stanza sul retro e passò in rassegna tutti gli oggetti e i mobili in disuso che ci aveva riposto. Avrebbe sgombrato la stanza e portato nel capanno degli attrezzi le cose che forse un giorno le sarebbero servite. Tornò in soggiorno e non ebbe neanche bisogno di apparecchiare, perché tutto era già pronto per la cena. “Senti, non so come ti chiami, ma credo che potresti fermarti per un po’ qui da me. Domani possiamo sistemare la stanza sul retro, se ti va. Per stanotte puoi dormire ancora sul divano.. ecco se ti va”. Lo gnomo si aprì nell’ennesimo ampio sorriso gioioso e annuì. Si lisciò il petto e le maniche, sempre annuendo e girò la testa da un lato e dall’altro, per farle vedere come il colletto della camicia uscisse con grazia dal collo della giacca. Fu in quel momento  che Emma capì che lo gnomo era incattivito dai vecchi abiti verdi e rossi, non doveva essere piacevole essere scambiato per uno di quei folletti natalizi che si vedono in giro per le città. Lui era un distinto signore di una certa età e quegli abiti nuovi gli si confacevano, lei lo aveva capito, lei era un’amica. Sarebbe rimasto, c’erano tante cose da fare in quella casa e nel suo giardino. E lui era stufo di vivere da solo nella foresta. Sorrise ancora e annuì di nuovo, era ora di sparecchiare e andare a dormire. La pazza nel giardino, come la chiamavano in paese, e lo gnomo senza nome si erano incontrati. Ecco dare un nome a ciascuno e non avere paura delle parole, questo era il primo segreto per una vita gioiosa. E gli altri segreti? Mancano ancora tanti giorni a Natale, qualcuno lo scopriremo insieme.

Oggi è lunedì 13 dicembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 645 si pavoneggia con la giubba blu zaffiro e i calzoni grigio argento, Emma li ha cuciti anche per lei.

domenica 12 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/644. Quando le storie arrivano da non si sa dove e neanche si presentano

 


Storie dell’Avvento/5. La vecchia e lo gnomo del giardino

 

Aveva smesso di piovere durante la notte, se ne era accorta perché il silenzio l’aveva svegliata. Le previsioni dicevano che ci sarebbe stato il sole e sole fu. I platani e gli ippocastani erano nudi, mentre resistevano ancora manciate di foglie gialle e rosse sugli aceri. Sembrava che quegli alberi rifiutassero di accettare che la stagione fosse ormai prossima all’inverno. C’erano addirittura due foglioline verdi, deboli e già stropicciate, che non sarebbero sopravvissute alla prima gelata. La donna, né giovane, né vecchia, ma più vecchia che giovane, uscì a passeggiare in giardino. Le lunghe gonne marroni, che d’inverno indossava a strati, uno sull’altro, spazzavano il sentiero e le foglie secche. Forse aveva iniziato a rimpicciolire come accadeva agli anziani, forse avrebbe dovuto accorciare gli orli. Intanto che camminava, spostava con la punta del bastone foglie morte e sassi. Si poteva giocare alla morra cinese con foglie, sassi e un bastone? Chi avrebbe vinto chi? Quando arrivò al suo acero preferito, il più alto, grande e vecchio di tutto il giardino, vide che su di lui di foglie non ce n’erano più. Di lui poteva fidarsi per valutare l’andamento delle stagioni. Se non c’erano più foglie, l’inverno era arrivato. Quando avrebbe letto i primi germogli tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, sapeva che in un mese e mezzo tutto sarebbe esploso nella nuova fioritura. Fu mentre girava intorno all’albero, piccolo rito che compiva tutti i giorni, vide accanto alla panchina, che d’estate beneficiava dell’ombra dell’acero, uno gnomo da giardino con la faccia arrabbiata che qualche buontempone le aveva lasciato lì. Forse era un gioco, portare un nano in giro e fotografarlo, magari poi se l’erano dimenticato. Quando si avvicinò per guardarlo meglio, le sopracciglia del nano si aggrottarono ancor di più, lo sguardo si alzò verso di lei e un’invettiva tonante uscì da quel petto largo che avrebbe meritato altre spalle e altre gambe. “Vrsmhl@#!!” “prfrs@@##!!!”. Benché non avesse capito un accidente di quelle parole, pronunciate in chissà quale lingua, si rese conto che l’omino si sapeva comunque esprimere con sufficiente chiarezza perché stava indicando la giubba verde senza diversi bottoni, i gomiti lisi anche sulle toppe, il cappello da gnomo, verde con una coccarda rossa, tutto sfilacciato, i pantaloni all’inglese strappati in più punti e anche gli stivali erano malmessi e di sicuro non lo proteggevano dalla pioggia. Ci mise meno di un istante a decidere, fece cenno allo gnomo di seguirla e si incamminò verso casa. Saltellando e continuando a imprecare “Prul@@##! Csss##@@!”, il mancato nano da giardino camminava e saltellava come fanno i bambini e tenne il suo passo. Quel che la donna ancora non sapeva era che, per essere uno gnomo, era ancora molto giovane, poche centinaia di anni appena, anche se doveva essersi allontanato da parecchio dalla sua famiglia, visto com’erano malmessi i suoi abiti. La donna guardò con occhio critico anche le sue vecchie gonne marroni, la giacca lisa e sfilacciata, sentì i capelli sfuggiti allo chignon che ricadevano in ciocche disordinate sul collo e intorno al viso, si vergognò del fazzoletto che metteva per uscire quando non aveva voglia di pettinarsi. Cosa mangiavano gli gnomi? Bacche, felci, funghi crudi? Mentre si poneva le oziose domande, il nano era salito in piedi su una sedia e stava guardando con occhi languidi, il ciambellone con la granella di zucchero che lei aveva sfornato il pomeriggio precedente. Così ne tagliò una fetta abbondante per l’inaspettato ospite e andò alla cucina economica per scaldargli una tazza di caffèlatte. Ma, accipicchia! Non aveva fatto in tempo a girarsi che la fettona di ciambellone era già sparita nella pancia dello gnomo. Aspettò di servirgli anche la bevanda prima di tagliarne un’altra, ma lui fu più lesto e si impadronì della metà torta restante e in quattro bocconi la inghiottì. Accipicchia! Esclamò la vecchia! Ma da quanto tempo non mangiavi? “Fffreupr@@##!!!”, sì doveva essere proprio tanto tempo. Visto che era ancora in piedi sulla sedia, Emma si avvicinò e, lesta quanto lui, estrasse dalla tasca della gonna il suo centimetro da sarta arrotolato e gli misurò le spalle, la lunghezza della braccia, la lunghezza della vita e della schiena, la circonferenza delle braccia, del torace, della pancia e della vita. Lo gnomo guardò in silenzio mentre lei gli prendeva le misure. Quando gli fece cenno di sollevare la giubba per misurare la lunghezza del cavallo dei pantaloni, riuscì anche ad arrossire e chiuse gli occhi. Lei sorrise, non erano molti i maschi così pudici, di solito si offrivano sfrontatamente alle sue mani, ma lui no, lui era diverso. Sotto la giubba c’erano anche un gilet verde e rosso, sopra una camicia e una canottiera di lana. Sotto i pantaloni portava di sicuro dei mutandoni di lana, perché così si usava in quei tempi. E anche dei calzettoni di lana grezza che dovevano fargli prurito sotto ai vecchi stivali. Prima che lui ricominciasse a imprecare, mise a scaldare un pentolone d’acqua per fargli fare il bagno e andò nel ripostiglio a cercare quegli stivali da ragazzo che non sapeva neanche più perché fossero lì. Allo gnomo si illuminò lo sguardo quando vide le calzature nuove e quando lei gli indicò la bagnarola pronta a essere riempita, fece per protestare, ma poi cambiò idea e fece cenno di sì con il testone che non teneva più ciondoloni ma che stava ben ritto sul collo. Dopo avere riempito la bagnarola, la schermò con il paravento che teneva chiuso in un angolo, mise in mano all’ometto un pezzo di sapone di Marsiglia e un grande telo da bagno e gli fece cenno di andare nella vasca. Lo gnomo obbedì senza fiatare.

Curiosi di sapere cosa succede poi? Anch’io e lo scopriremo domani, per oggi, domenica 12 dicembre del secondo anno senza Carnevale dobbiamo accontentarci dell’inizio di una nuova storia. Questa Cronaca 644 ridacchia, perché pensa di sapere cosa accadrà domani. Ma lo sa davvero? Intanto che vada anche lei a farsi un bagno prima di andare a dormire.

giovedì 9 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/641. Le vecchie fotografie sono inviti del tempo per farci narrare vecchie storie

 


Storie dell’Avvento/4. Il romanzo della seconda figlia


Avevo comprato le prime cartoline da un rigattiere che aveva il negozio davanti al Duomo di Cefalù. Erano tutte fotografie della famiglia Lanza, ormai estinta e dimenticata. Uomini con baffi imponenti, donne con ampie scollature e collane di perle a più giri. Feste della Bella Epoque, gli ultimi anni prima che il Vecchio Mondo iniziasse a dissolversi e la vecchia Europa a suicidarsi. L’album che conteneva le venti fotografie era rilegato in una delicata pelle color avorio, probabilmente capretto. Una ghirlanda d’oro zecchino sottolineava la forma rettangolare e le iniziali dell’antica proprietarie erano impresse nell’angolo inferiore destro, sempre in oro. Donna Camilla era la matriarca della famiglia, rimasta vedova ancora giovane, aveva preso in mano le redini della tenuta e l’aveva fatta prosperare garantendo così un futuro ai tre figli, due maschi belli come il loro defunto padre e una femmina bella come la madre. Non era facile essere una donna bella e non maritata a quei tempi. Anche i più rispettabili padri di famiglia si sentivano in diritto di proporre la loro compagnia. Ma donna Camilla, così mi raccontò il rigattiere, non accettò le avances di nessuno. Il vecchio negoziante non sapeva molto altro, però pensava che avrei potuto trovare informazioni nell’archivio del Duomo e di sicuro anche nell’archivio del Museo Mandralisca, perché donna Camilla era stata grande amica della baronessa Maria Francesca. Non avevo, al tempo, intenzione di fermarmi più a lungo nella pur bella cittadina di mare e mi ripromisi che ci sarei tornata. Cosa che non accadde, però, per tantissimo tempo. Fu proprio un paio di anni più tardi che mi trovavo a Parigi in cerca di ispirazione e, come sempre, girovagavo per i mercatini delle pulci. Potete immaginare il mio stupore quando, su una bancarella specializzata in vecchie fotografie, trovai un secondo album di donna Camilla. La festa fotografata doveva essere stata in uno dei palazzi sui grandi boulevard parigini. I soffitti altissimi del salone, i lampadari, i tappeti, gli oggetti rimandavano di certo a un’epoca di poco successiva a quella del primo album. Donna Camilla era sempre al centro delle fotografie, ancora splendida, circondata dai figli e da numerosi amici. Il rigattiere mi disse che possedeva quell’album da parecchi anni, che lo aveva comprato dopo che la casa ritratta era stata sgombrata e venduta perché gli eredi erano troppi perché potessero andarci a vivere tutti. Ricordava Marcel, questo era il suo nome, che un suo collega che aveva una bancarella sulla Rive Gauche, ne aveva comprati altri due e forse avrebbe saputo raccontarmi qualcosa sulla storia delle persone ritratte. Comprai l’album senza questionare sul prezzo, sempre troppo basso secondo me, e mi precipitai a cercare il secondo rigattiere parigino che si chiamava Philippe. Conoscendo la loro scaltrezza, chiesi con aria vaga se avesse vecchie fotografie e lui estrasse da un cassetto proprio i due album di cui mi aveva parlato l’altro. Che, prima che io arrivassi, gli aveva telefonato e lo aveva avvisato che un’italiana sarebbe passata a chiedergli proprio quelle foto. Mi chiese per i due album lo stesso prezzo ottenuto da Marcel e anche questa volta fui ben contenta del mio acquisto. Nel primo album c’erano immagini della vita quotidiana, tavole imbandite, bambini che giocano in un giardino rigoglioso, fotografie di alcune stanze dove dovevano essere stati cambiati i mobili ma non i lampadari perché li riconobbi in diverse inquadrature. Nell’altro album erano riconoscibili le spiagge di Honfleur e Cabourg, le Falaise de Vaches Noires, il porticciolo, le case sulla spiaggia di Bayonne e Biarritz, l’ancor più minuscolo porticciolo di Saint Jean de Luz. C’erano panoramiche, ma anche fotografie di alcuni dettagli delle case e delle spiagge. La particolarità di quest’album era la totale mancanza di figure umane. Non trovai altro materiale sui Lanza, ma tornai a Milano con il mio ricco bottino e la mia piccola collezione che meritava di essere esposta. Mentre mi arrovellavo su chi coinvolgere in questo mio intento, feci un giro alla fiera degli Oh Bej! Oh Bej! Dove mi aspettava una nuova sorpresa. Su uno dei banchetti c’era un altro album di fotografie gemello di quelli già in mio possesso, una borsetta da sera ricamata con perline di vetro e perline di fiume, un ventaglio di piume di struzzo, una spilla di ametiste. Il rigattiere mi disse che li aveva comprati da una vecchia signora che abitava proprio nel quartiere di Sant’Ambrogio e che, ogni tanto, si liberava dei cimeli di famiglia per permettersi di continuare a mantenere il suo stile di vita abbastanza dispendioso. Come si chiamava la signora? Magari Assunta, che era il nome della figlia di donna Camilla? No, mi rispose l’uomo, si chiamava Maria Francesca in onore della baronessa amica di sua madre. Questa seconda figlia non mi era stata citata dal primo rigattiere, ne appariva nelle fotografie in mio possesso. Se le interessa tanto – mi disse l’uomo – vada a trovarla. Le piace chiacchierare, vedrà che magari riuscirà a fare qualche buon affare con lei. Ebbi così il numero di telefono e una volta tornata a casa, la chiamai. Una voce non particolarmente anziana, ferma e gentile, rispose al terzo squillo. E qui inizia la storia che ho raccontato in questo romanzo ancora senza nome.

Oggi è giovedì 9 dicembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 641 sta giocando con le mie collane di perle.