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venerdì 7 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/670. Canzone del figlio dimenticato in fondo al giardino

 


Mi sono svegliata con due frasi in inglese che mi ronzavano in testa: “the morning son” e “the morning song” così le ho raccolte dal nido dei sogni e le ho portate con me nella città più depressa che silenziosa. Alcune scuole hanno riaperto, ma pare che da lunedì parta di nuovo la DAD, le code davanti alle farmacie che fanno i tamponi sono sempre chilometriche, i saldi sono partiti in sordina, le notizie sulla pandemia sono sempre sconsolanti. Così ho deciso che quelle poche parole inglesi sarebbero state una migliore compagnia per le mie parole, le intenzioni per questa nuova Cronaca e le cose da fare in questa giornata interlocutoria dopo la fine del periodo festivo. Così questa mattina ho letto un racconto di Irène Némirovsky che avevo comprato da tanto tempo: Legami di sangue, una storia familiare, madre anziana, una figlia nubile di mezza età, tre figli con rispettive consorti e loro figli e le dinamiche relazionali scandagliate con l’usuale profondità e sottigliezza psicologica da grande scrittrice qual è stata.

Il desiderio di fuga e di libertà del fratello più piccolo, disposto ad abbandonare moglie e figlie per raggiungere la propria amante e il bambino avuto con lei, sembra concretizzarsi solo quando sembra che la madre sia ormai sul letto di morte. Ma lei sopravvive, il dolore e il sollievo dei congiunti si ritirano come la marea e tutto torna a orbitare intorno ai tremendi pasti domenicali che tutti destano ma cui nessuno osa sottrarsi. Eppure c’è stato un tempo dove questa è stata una famiglia felice, quando i figli erano bambini e nella casa delle vacanze si tenevano feste bellissime. Nel presente è la vecchiaia della madre che tiene imprigionato il resto della famiglia:

 

“Nel frattempo, la madre aveva richiuso la porta dietro Alain e Alix, gli ultimi ad andarsene. Rimasta sola, passò un istante da una stanza all’altra, aprendo tutte le finestre. Che silenzio! Di solito non lo sentiva, ma quella sera, dopo che i passi dei suoi figli si erano allontanati, che tutte quelle giovani voci avevano taciuto, quel silenzio la opprimeva. Spaventoso silenzio della vecchiaia, dove tutto sembra tacere nello stesso istante, il rumore della vita fuori e quel tumulto gioioso dell’anima che si sente risuonare come una fanfara durante la giovinezza…”.

Così le due frasi che mi accompagnano dal risveglio fanno crasi con questo racconto e il suo silenzio e una poesia si presenta nella testa, nelle orecchie e negli occhi.

 

 

Il figlio di un mattino che ha cantato

 

Cammina nell’alba il ragazzo,

ancora non sa dire se il cielo

sarà grigio o rosa. È lunga

questa strada che lo allontana

dalla notte, è stanco di buio e

cerca solo la luce, lui che è

figlio di un mattino e di una

rosa. Inizia così, con queste

parole il canto mattutino del

giorno nuovo e del figlio

dimenticato dalla rosa in fondo

al giardino. È silenzioso ora

quel canto lontano, il figlio non

è più bambino, ma nell’alba cerca

ancora il distacco dal buio e

dalle stelle.

 

 

Intanto che scrivevo questa Cronaca sono anche venuta a sapere della morte, forse per un gesto volontario, dello scrittore Vitaliano Trevisan. Forse la sua notte non lo ha mai lasciato, ma qui mi fermo perché solo il silenzio, di nuovo il silenzio, può contenere tutto lo sgomento e il dolore.

Oggi è venerdì 7 gennaio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 670 fischietta un motivetto in inglese che mi sembra di riconoscere.

domenica 10 gennaio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/308: se la prosa è una casa, la poesia è un uomo in fiamme che la attraversa correndo

 



È silenziosa questa casa e confortevole, profuma di arance e mandarini, di incenso verde e di legna bruciata nel camino. È ordinata questa casa e con la sua solida presenza dà ordine al mondo.

L’architettura della prosa ha un ordine logico che è possibile smontare e rimontare. Scegliere la voce narrante, il punto di vista, il narratore, la prima o la terza persona, il tempo presente o l’imperfetto, il destinatario del racconto, la struttura in capitoli, paragrafi e scene. L’ordine del tempo è stabilito dallo scrittore, così come i personaggi, i loro nomi e le biografie.

A questo proposito è interessante leggere come procedeva Irène Némirovsky che “ha spiegato spesso che, prima di iniziare a scrivere, riempiva interi quaderni di dati biografici su ogni singolo personaggio - la fase che lei definiva la «vita anteriore del romanzo». Poi rileggeva, censurando e commentando, ed esprimendo appassionanti riflessioni sul suo mestiere di scrittrice”.

La struttura narrativa si può scomporre e ricreare e ogni storia ha un ingresso, altre stanze, una cantina, un tetto e molte, molte finestre. Vediamo come ne scrive Alice Munro:

“Una storia non è come una strada da seguire... una storia è più come una casa. Entri e rimani lì per un po', vai avanti e indietro e ti fermi dove ti piace e scopri come la camera e i corridoi sono in relazione tra loro, come il mondo esterno cambia per essere visto da queste finestre. E tu, il visitatore, il lettore, cambi proprio per lo stare in questo spazio chiuso, che può essere ampio e semplice o pieno di curve tortuose, scarsamente o riccamente arredato. Puoi tornare indietro ancora e ancora, e la casa, la storia, contiene sempre più di quello che hai visto l'ultima volta”.

Torniamo adesso all’immagine dell’uomo in fiamme che attraverso il titola di questa Cronaca. È stata la poetessa Anne Carson a dichiarare durante un’intervista del 30 ottobre 2016 al quotidiano The Guardian a dare la sua personale definizione di poesia: “If prose is a house, poetry is a man on fire running quite fast through it. Se la prosa è una casa, la poesia è un uomo in fiamme che la attraversa correndo”.

Un uomo in fiamme in questa citazione, una donna in fiamme e un uomo solo all’Hotel Supramonte di Fabrizio De André, un Ritratto della giovane in fiamme nell’omonimo film della regista Céline Sciamma. E ancora “se io fossi fuoco, brucerei il mondo” di Cecco Angiolieri e “viver ardendo e non sentire il male” di Gaspara Stampa.

Tutte queste immagini risplendono tra le fiamme del camino e io sento che la poesia è davvero questo fuoco che arde ma non brucia, che corre attraversando la casa del nostro essere e ci mostra con la rapidità che le è propria, quanto la sua genesi sia al contempo opera della folgore e opera della brace.

Sì perché la poesia arriva da una folgorazione e ci consuma in un istante e ci arriva dal calore di un fuoco riacceso ogni mattina dopo la quiete della notte. Ma l’uomo in fiamme non può fermarsi, deve correre per consegnarci l’urgenza della poesia e affermare ogni giorno che la casa c’è ancora, che l’abbiamo costruita e che l’abitiamo anche quando siamo nel mondo dei sogni, notte dopo notte.

 

Come saranno ricordati questi giorni

 

Custodisci queste ore brevi che

si affacciano sul mattino e si

rallegrano di essere arrivate là

dove approdano i resti del

naufragio notturno.

 

Custodisci la fiamma chiara

di questo giorno che si eleva

contro il cielo e risponde con

una risata al tuo richiamo, alla

tua voce che nessuno conosce.

 

Custodisci il silenzio della neve e

gioisci di ogni caduta e di ogni

riparo. Torneranno la luce e

il fuoco dove ora dimorano

ombra e cenere.

 

Custodisci il segreto delle

mie parole e falle tonde per

i giorni di tempesta, così che

l’acqua scivoli e falle lisce

per i giorni di sole, così che

il piede non si ferisca.

 

Sii testimone e amico

di questi giorni che

il futuro dirà come se

fossero un unico, infinito

giorno di tristezza e dolore.

 

La Cronaca 308 è figlia di domenica 10 gennaio del secondo anno senza Carnevale. La poesia Come saranno ricordati questi giorni è inedita e l’ho scritta oggi, nel corso di una giornata d’inverno, uguale e diversa da ogni giornata d’inverno. Di seguito l’originale della citazione di Alice Munro, frammento dell'introduzione alle Selected Stories riportata da Maria Popova nel suo bellissimo sito brainpickings.

giovedì 18 giugno 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/102: Sei tu? Sei davvero tu? Tu nella notte sussurrante che profuma di menta?


Inutile che io continui a cercare, alla Casa delle Stelle non c’è nessuno. Il misterioso architetto e Soledad sono scomparsi, così come lo sono la sacerdotessa e il sapiente guerriero, il re e la regina. Oggi nessuno pare abbia voglia di raccontarsi, così apro il mio quaderno delle poesie e trascrivo l’ultima che l’architetto ha copiato e mi ha lasciato leggere. È una poesia che già conosco e che amo moltissimo. Le poesie ci svelano ogni volta a noi stessi e ci portano a oscillare nel misterioso equilibrio tra intimità e socialità.

Qui, nella Casa delle Parole, spesso trovo un eccesso di presenze e confidenza, come se tutti non fossimo altro che una persona frammentata nelle altre. Scrivere è anche questo, essere se stessi nella pelle di un altro. La poesia in particolare, non ti offre solo la pelle ma anche lo sguardo e l’udito di altre persone. La poesia oscilla sempre tra questi due sensi, a volte prevale lo sguardo, quindi le metafore, a volte l’udito, quindi il ritmo. Un gioco sottile di pieni e vuoti, di suggestioni e rimandi, che fanno di una poesia una poesia. Sembra banale, sembra facile, ma non basta mettere un po’ di a capo per fare una poesia. La prova? Leggiamo ad alta voce, gustiamo le metafore, sentiamo il ritmo che ci incalza, le sillabe che si chiamano l’un l’altra. Quanta poesia contemporanea ci fa sentire quel brivido lungo la colonna vertebrale? L’arte, tutta l’arte, trasforma l’esperienza personale in un’esperienza di portata universale.
Leggiamo insieme questa poesia di Mark Strand.



XX

Sei tu tra gli ulivi
al di là del cortile? Tu nel sole che mi fai cenno
di avvicinarmi con una mano mentre con l’altra

ti scherma gli occhi dalla luminosità che trasforma
tutto ciò che non è te in bianco assoluto? Sei tu
intorno a cui le foglie si spargono come spuma?

Tu nella notte sussurrante che profuma
di menta ed è illuminata dal lontano territorio incontaminato
delle stelle? Sei tu? Sei davvero tu?

che ti innalzi sulla calligrafia delle onde, l’estensione
del tuo corpo che mi getta un’ombra improvvisa sulla mano
così che sento quant’è fredda nel muoversi

sulla pagina? Tu che ti chini e posi
la bocca sulla mia in modo io sappia
che un bacio è solo l’inizio

di ciò che finora potevamo solo immaginare?
Sei tu o è il protratto vento pietoso
che mi mormora all’orecchio: ahimè, ahimè?



Vediamo il cortile e gli ulivi, la notte, le stelle, sentiamo il profumo di menta, l’infrangersi delle onde sulla riva che diventa la mano che scrive, mentre il vento ricalca la voce della creatura amata e il poeta teme che sia solo un’illusione.

Ogni forma d’arte è un’illusione e una magia, una lotta contro il tempo e la perdita.

Gli scrittori e i poeti, forse ancor più che gli altri artisti, hanno una vita che si sdoppia e raddoppia. Vivono, poi guardano, poi tornano a guardare, si fermano a guardare e contemplano. Poi scrivono e la vita si trasferisce sulla carta e viene liberata di nuovo quando una lettrice o un lettore leggono, si emozionano, copiano, regalano i versi singoli o tutto il libro.

La vita non è mai “così com’è” sulla carta.

“La scrittrice Irène Némirovsky, ha spiegato spesso che, prima di iniziare a scrivere, riempiva interi quaderni di dati biografici su ogni singolo personaggio - la fase che lei definiva la «vita anteriore del romanzo». Poi rileggeva, censurando e commentando, ed esprimendo appassionanti riflessioni sul suo mestiere di scrittrice”.

Anaïs Nin, un’altra scrittrice che ho molto amato, diceva che scriviamo per gustare la vita due volte.

“Perché si scrive è una domanda a cui posso rispondere facilmente, dato che me lo sono chiesto così spesso. Penso che un autore scriva perché ha bisogno di creare un mondo in cui poter vivere. Io non potrei mai vivere in nessuno dei mondi che mi sono stati offerti: il mondo dei miei genitori, il mondo della guerra, il mondo della politica. Dovevo crearne uno tutto mio, come un luogo, una regione, un'atmosfera in cui poter respirare, regnare e ricrearmi quando ero spossata dalla vita. Questa, credo, è la ragione di ogni opera d'arte. L'artista è l'unico a sapere che il mondo è una creazione individuale, che c'è una scelta da fare, una selezione. E se anche riesce a raggiungere questa seconda fase, l'artista continua tuttavia coraggiosamente a tentare. Pochi momenti di comunicazione con il mondo valgono la pena, perché è un mondo per altri, un'eredità per altri, un dono. Ma scriviamo anche per accrescere la nostra consapevolezza della vita. Scriviamo per lusingare e incantare e consolare altri. Scriviamo per fare una serenata ai nostri amanti. Scriviamo per gustare la vita due volte, nell'istante presente e nel ricordo. Scriviamo, come Proust, per rendere tutto eterno, e per convincere noi stessi che è eterno. Scriviamo per poter trascendere la nostra vita, per arrivare al di là di essa. Scriviamo per insegnare a noi stessi a parlare con gli altri, per testimoniare il viaggio nel labirinto. Scriviamo per ampliare il nostro mondo quando ci sentiamo soffocati, o limitati, o soli. Scriviamo come gli uccelli cantano, come il selvaggio danza i suoi rituali. Se nella scrittura non respiri, se non piangi, se non canti, allora non scrivere, perché la nostra cultura non contempla alcuna utilità per la scrittura. Quando non scrivo, sento che il mio mondo si restringe. È come se fossi in prigione. Sento che ho perso il mio fuoco e il mio colore. Deve essere una necessità, come il mare ha bisogno di incresparsi, e io questo lo chiamo respirare”.

Il mare e il respiro. Il vento e le nuvole. I libri che amo, il temporale quotidiano che si affaccia sull’orizzonte. Il suono della tua voce che mi accarezza, la tua voce così amata.

Non occorre molto per essere felici.



La citazione di Anaïs Nin è tratta da La mistica del sesso, traduzione di Anna Chiara Gisotti
Fazi editore 1997

La citazione di Irène Némirovsky è tratta dal libro di Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt
La vita di Irène Némirovsky, traduzione di Graziella Cillario Adelphi 2009

La poesia di Mark Strand è tratta dalla raccolta L’inizio di una sedia. Traduzione di Damiano Abeni, Donzelli Poesia 1999. Qui sotto la versione originale.
§

Is it you standing among the olive trees
Beyond the courtyard? You in the sunlight
Waving me closer with one hand while the other

Shields your eyes from the brightness that turns
All that is not you dead white? Is it you
Around whom the leaves scatter like foam?

You in the murmuring night that is scented
With mint and lit by the distant wilderness
Of stars? is it you? Is it really you

Rising from the script of waves, the lenght
Of your body casting a sudden shadow over my hand
So that I feel how cold it is as it moves

Over the page? You leaning down and putting
Your mouth against mine so I should know
That a kiss is only the beginning

Of what until now we could only imagine?
Is it you or the long compassionate wind
That whispers in my ear: alas, alas?


giovedì 2 maggio 2013

Irène Némirovsky raccontata da me

Sull'Enciclopedia della donne , pubblicata ieri, la voce che ho scritto per Irène Némirovsky.

E.P.


Erano tre i regni dove Irène Némirovsky abitava e dove abitò per tutta la vita, nonostante l’esilio: l’immaginazione, i libri, la lingua francese. Nata Irma Irina a Kiev in una famiglia dell’alta borghesia ebraica, sin dall’infanzia la futura scrittrice attraversò e sopravvisse ai più tragici eventi della storia. Ben due volte la città fu sconvolta da pogrom, come spesso accadeva a quell’epoca nell’impero Zarista. A tre anni si salvò perché la cuoca le mise al collo la sua croce ortodossa e la nascose dietro un letto.
La vita solitaria causata da una vita familiare poco regolare, dove Leonid il padre, diventato Léon dopo l’immigrazione definitiva in Francia, era occupato dai suoi affari, e dove la madre Anna - Fanny in onore della nuova patria - era occupata a mantenersi giovane e bella per non perdere il favore dei molteplici corteggiatori e amanti, favorì nella bambina lo sviluppo delle facoltà particolari che avrebbero poi sostenuto la sua vocazione di scrittrice. La solitudine sviluppò le sue inclinazioni verso il libero uso dell’immaginazione e le letture precocissime, ma la Francia e la sua lingua furono un dono involontario dei genitori. Era abitudine tra i russi ricchi e aristocratici trascorrere lunghi periodi dell’anno in Francia e il francese era la lingua della nobiltà e delle classi elevate. Durante i lunghi soggiorni invernali nelle città termali, in Costa Azzurra e a Parigi, lo spirito stesso della Francia e del suo dolce vivere, permearono l’anima di Irène, al punto che le venne riconosciuto già negli anni Venti di essere una delle più grandi scrittrici francesi; così scriveva di lei il critico Henri Régnier: «Némirovsky scrive il russo in francese».
Mentre i genitori seguivano i loro affari, la piccola era affidata alle cure della governante Marie detta Zézelle che profumava di sapone fine ed essenza di violetta e le insegnava canzoni e proverbi francesi, mentre lei languiva per la mancanza di attenzioni e di carezze paterne e materne. «La sua fu peraltro un’esistenza quasi da orfana, anche se l’abbandono le procurava un piacere sconosciuto: quello di osservare la propria vita a distanza». Questa dote fu uno dei motivi che rendevano così speciale la creazione artistica della Némirovsky. Le sue capacità descrittive, con poche immagini e parole chiare, sono formidabili, i suoi libri trascinano subito il lettore nel luogo preciso, nel paesaggio della storia. Con la descrizione di gesti essenziali e scarni, i suoi personaggi rivelano l’essenza del carattere, le meschinerie, la cattiveria. La madre bella e distante, alta e ben fatta, non sfuggirà alle cronache e reinvenzioni filiali.
Tutte le madri dei romanzi e racconti della Némirovsky ritraggono Fanny, ma è in particolare in Jezabel, che la penna della scrittrice trova la sua vendetta. «Gli anni erano passati per Gladys con la rapidità dei sogni. E a mano a mano che invecchiava, sembravano ancora più lievi, le parevano essere volati via ancora più in fretta. Ma le giornate erano lunghe, e certe ore pesanti e amare. Non le piaceva stare sola: non appena intorno a lei cessava il cicaleccio delle donne, non appena si spegneva l’eco dei discorsi d’amore, sentiva in cuore una sorda inquietudine». Anche il padre non venne risparmiato dallo sguardo totale della Némirovsky. David Golder è il suo ritratto puntuale e svela che dietro la corazza sfavillante e spietata dell’affarista geniale, che comprava l’amore e il quieto vivere in famiglia con fiumi di denaro, viveva ancora l’impavido ragazzino ebreo “sognatore del ghetto” che era partito in cerca di fortuna. Una copia di ciascuno di questi romanzi fu l’eredità che Fanny lasciò alle figlie di Irène, Denise e Élisabeth. Glieli fece trovare chiusi in cassaforte, lei che aveva rifiutato di accoglierle, orfane e spaventate alla fine della guerra, arrivando a dichiarare che lei non aveva nipoti.
Ma siamo ancora Kiev, prima che il destino prendesse forma e costringesse i Némirovsky alla fuga in Francia. La dolcezza di Kiev stordita dalla primavera è eterna: «Com’è bella la primavera in quel paese! Le strade erano fiancheggiate da giardini, l’aria profumava di tiglio, di lillà, e un’umidità lieve saliva da tutte quelle aiuole, da quegli alberi stretti gli uni contro gli altri che spandevano nella sera il loro profumo zuccherino». Quel clima era pericoloso per la piccola Irocka che soffriva di asma. «Nei giorni caldi dell’estate, la campanella del venditore di gelati, le corolle schiacciate al passaggio o gualcite fra le mani, troppa erba, troppi fiori, un profumo troppo soave, che turba e intorpidisce la mente; troppa luce, uno splendore selvaggio, il canto degli uccelli nel cielo». La vita faticosa e impaurita degli ebrei del ghetto e quella noncurante e sfarzosa degli ebrei dei quartieri eleganti in collina, è raccontata con pari intensità. La scrittura di Irène è dunque prima di tutto una scrittura di testimonianza e di salvaguardia della memoria. Niente di quello che lei ha visto e vissuto è andato perduto e la vita avventurosa dei suoi libri è proseguita anche nel nuovo secolo. La precisione, la ricchezza di dettagli e informazioni, la consistenza dei personaggi, sono frutto di un lavoro preparatorio rigorosissimo. I suoi biografi scrivono che «Irène Némirovsky ha spiegato spesso che, prima di iniziare a scrivere, riempiva interi quaderni di dati biografici su ogni singolo personaggio - la fase che lei definiva la “vita anteriore del romanzo”. Poi rileggeva, censurando e commentando, ed esprimendo appassionanti riflessioni sul suo mestiere di scrittrice». La vita monotona, in cui i libri sostituivano la realtà, si interruppe bruscamente durante la Rivoluzione. Tra il 1917 e il 1919 la Russia cambiò volto, le città e i possedimenti imperiali furono saccheggiati, alla famiglia Némirovsky non restò che cercare riparo all’estero. Nel romanzo Il vino della solitudine è rievocata la fuga da San Pietroburgo che li portò, dopo varie peripezie e una lunga sosta in Finlandia, a stabilirsi a Parigi dove Irma Irina ebbe in dono il nome Irène e una nuova patria. Parigi era anche un ritorno all’infanzia. A Parigi l’attendevano il jazz, la scrittura e l’amore. Nel 1921 a diciotto anni appena compiuti, vendette a una rivista di dubbia fama i primi racconti e quando passò a ritirare il suo compenso stupì, per via della giovane età, l’editore. Quando Irène ebbe compiuto i venti anni, il padre la sistemò in un appartamento indipendente dove ella poté darsi davvero alla pazza gioia. Nonostante la libertà, gli amori, il senso di rivalsa nei confronti dell’odiatissima madre che invecchiando le faceva godere della vendetta, la gioventù della Némirovsky fu bruciata da uno stupro, raccontato nel Vino della solitudine e da pensieri molto seri di suicidio che la sfiorarono molto da vicino. Dopo quattro anni di vita sregolata nel 1924 completò gli studi alla Sorbona e incontrò l’uomo con il quale avrebbe diviso la vita, Michel Epstein, «un piccoletto bruno dalla carnagione scura» come Irène scrisse all’amica del cuore Madeleine nel 1925. Moscovita, nato nel 1896, figlio di un banchiere, Michel viveva a Parigi con la famiglia dal 1920. Prima di incontrarlo la scrittrice aveva già scritto, durante i soggiorni estivi sulla costa basca, Il bambino prodigio e Il malinteso. Quei luoghi le erano così cari che vi trascorse tutte le estati sino al 1939. Il malinteso uscì nel 1926 e il 31 luglio dello stesso anno Irène e Michel si sposarono. La casa dove andarono ad abitare era grande e confortevole, la giovane coppia aveva al suo servizio una cameriera e una cuoca. Irène poté dedicarsi alla scrittura e riscrittura di David Golder sino al 1929 conducendo al contempo una vita agiata e divertente. Durante tutti gli anni del matrimonio lei scriveva mentre Michel lavorava in banca. Il patto era che lei scrivesse solo durante il giorno e mezz’ora dopo cena, quando il marito l’aiutava copiando a macchina i suoi manoscritti. Durante la gestazione di David Golder, pubblicò sotto falso nome il romanzo La nemica dove regolava ancora e non una volta per tutte, i conti con sua madre. Un altro dei suoi racconti più spietati, Il ballo, venne scritto durante una pausa dell’altro libro. Una volta terminato, David Goldervenne spedito all’editore Bernard Grasset che lo lesse e decise di pubblicarlo immediatamente. Scrisse quindi allo scrittore Epstein, questo il nome che accompagnava il manoscritto, ma non ebbe risposta per diverse settimane. La spiegazione era semplice, anche se a lui rimase ignota per qualche tempo. Irène era impegnata a mettere al mondo Denise France Catherine. Quando Grasset, tre settimane dopo il parto, si vide comparire davanti quella giovane donna, quasi non credette possibile che lei fosse l’autrice di un libro di tale potenza. Mise in campo tutta la sua forza editoriale per creare un caso letterario e ci riuscì. Tutti i critici scrissero di questo libro, tutti i lettori lo volevano leggere e sia il cinema che il teatro se ne contesero la messa in scena. Dopo il grande successo seguirono tre anni di blocco anche se Grasset pubblicò il racconto Il balloche era già stato scritto. Il mondo letterario dovette aspettare sino al 1932 con L’affare Courilov, per avere conferma dello straordinario talento della giovane russa. Non le mancarono accuse di anti-semitismo per via della crudezza dei suoi personaggi, ma lei se ne stupiva e scherniva rivendicando sempre l’orgoglio di appartenenza a una cultura, una storia e una religione, anche se proprio alla dimensione spirituale dell’ebraismo non era mai davvero stata vicina. I romanzi successivi uscirono con regolarità e la fama si ingrandì. I motivi che la spingevano a scrivere erano anche di natura economica e non solo creativa, soprattutto dopo la morte di Léon avvenuta nel settembre del 1932, che le aveva lasciato un’eredità modesta rispetto al ricchissimo patrimonio che possedeva. Tutti i beni finirono nelle mani di Fanny che si guardò bene dal dividerli con la figlia. In quegli anni si sa che Irène leggeva e rileggeva i racconti di Katherine Mansfield Preludio e Alla baia. Il tema del romanzo La pedina sulla scacchiera sono i tremendi anni Trenta arrivati come una sorta di punizione dopo i dissoluti anni Venti. Anche per questo romanzo è stata tracciata la “vita anteriore” che accompagnava ogni suo scritto. L’ascesa al potere di Hitler viene raccontata nella corrispondenza della scrittrice che, all’amica Néné, si dice certa che ci sarà di nuovo la guerra e «vedrete che sarà la morte». Come ricordano i suoi biografi dal 1926 al 1940, la Némirovsky non ha fatto altro che scrivere un unico, immenso, lunghissimo romanzo, a partire da Il ballo per arrivare a I cani e i lupi. «Comincio a scrivere, in una minuta informe, il romanzo vero e proprio e nel contempo le riflessioni che esso mi suggerisce, il “diario del romanzo”, per usare l’espressione di André Gide. Poi lascio riposare il tutto, sforzandomi di non pensare più alla letteratura. Quando lo riprendo, tutto sembra organizzarsi, costruirsi da sé».
Nel 1933 passò all’editore Albin Michel che sarà il custode della mole dei suoi manoscritti, riportati alla luce solo di recente. Parigi è la cornice di molti dei suoi libri e allo stesso tempo anche il luogo che ne favorisce la scrittura. Tra Saint-Gérmain e le Tulieries si siederà con il quaderno in grembo e scriverà respirando la città e allo stesso tempo estraniandosene. Fatti i conti, tra il 1935 e il 1942, lei avrà scritto 9 romanzi, una biografia e 38 racconti. Le sue opere tradotte e portate in scena in tutto il mondo sono la fonte principale di entrate della sua famiglia. Nel 1935 la piccola Denise sarà la prima a ottenere la cittadinanza francese. Nel 1937 nasce Élisabeth, la sua futura biografa. Ma non bastarono né la fama letteraria, né le relazioni sociali, né tanto meno la conversione al cattolicesimo di tutta la famiglia nel febbraio del 1939, a costruire la rete di salvezza in cui lei e Michel speravano. Nessuno dei due riuscirà mai a ottenere la cittadinanza francese, anche se neppure questo avrebbe potuto salvarli. L’odio razziale si strinse sempre più intorno a loro come una rete cui è impossibile sfuggire. Quando scoppiò la guerra il 3 settembre 1939, era una giornata estiva ancora piena di promesse e la famiglia era in vacanza sulla costa basca. Il rifugio durante la guerra fu Issy-l’Évêque, un paesino della Borgogna dove il cibo e la quiete non mancavano. Alloggiata all’Hotel des Voyageurs, la famiglia riusciva a condurre una vita di quasi normalità, nonostante le notizie tremende che arrivavano da Parigi e dal fronte. L’ultimo quaderno da cui non si separava mai, era il manoscritto di Suite francese, il libro che ha restituito il suo nome alla fama che merita.
Nonostante il pericolo ormai evidente, Irène e Michel non riuscivano a risolversi di scappare o nascondersi. Il 16 luglio 1942 lei venne arrestata e il giorno dopo insieme ad altre decine di ebrei francesi mandata ad Auschwitz. Il 19 luglio all’arrivo le donne, dopo essere state private di abiti e gioielli, vennero rapate, vestite con i mesti abiti a righe che abbiamo imparato a conoscere e marchiate con i numeri dal 9550 al 9668. Gli uomini, per la maggior parte provenienti da Parigi, erano operai e artigiani, furono marchiati con i numeri dal 48.880 al 49.688. Irène sopravvisse solo un mese, nel certificato redatto ad Auschwitz, è scritto che il decesso avvenne alle 15 e 20 del 19 agosto 1942 a causa di un’influenza, molto più probabilmente di tifo. L’ultima lettera che riuscì a scrivere per la sua famiglia iniziava con le parole «Mio amato, mie piccole adorate». Di lei resta un’immagine netta e felice contenuta nel famoso quaderno di Suite francese, la nota è datata 11 luglio ’42, Bosco della Maie: «I pini intorno a me. Sono seduta sul mio maglione blu come su una zattera in mezzo a un oceano di foglie putride inzuppate dal temporale della notte scorsa, con le gambe ripiegate sotto di me! Ho messo nella borsa il secondo volume di Anna Karenina, il Diario di Katherine Mansfield e un’arancia. I miei amici calabroni, insetti deliziosi, sembrano contenti di sé e il loro ronzio ha note gravi e profonde. Mi piacciono i toni bassi e gravi nelle voci e nella natura. Lo stridulo “cip cip” degli uccellini sui rami mi irrita… Tra poco cercherò di ritrovare quello stagno isolato».

mercoledì 1 maggio 2013

Scrivere è lavorare sulla lava ardente

Io invece lavoro sulla lava ardente. A torto o a ragione, credo che sia questo a distinguere l'arte dei nostri tempi da quella di altre epoche: noi scolpiamo l'istantaneo, lavoriamo su cose scottanti. Cose che si disgregano, certo, ma è appunto quello che è necessario nell'arte di oggi. Se questa impressione ha un senso, è un divenire perpetuo, e non qualcosa di già concluso".

Irène Némirovsky

lunedì 8 aprile 2013

E per i dialoghi, rileggere Proust

Una saga stile Buddenbrook, ma non in seicento pagine!
Per la parte russa, questione di metodo, rileggere I fratelli Karamazov.
Per evitare il matter of facts, rileggere gli studi di letteratura inglese di André Chevrillon e i romanzi di Galsworthy.
Per ritratti ben riusciti, rileggere i Mémoires d'outre-tombe.
E per i dialoghi, rileggere Proust. 
Non si inventerà mai niente di meglio.

Irène Némirovsky
citazione tratta dalla biografia
La vita di Irène Némirovsky di Olivier Philipponat e Patrick Lienhardt
Adelphi 2009                                   

domenica 24 marzo 2013

Setacciare lo stile

Bisogna setacciare lo stile, dialogare, dire in due parole quanto veniva detto in dieci , in una sola quanto veniva detto in due, e che ogni parola sia sincera e che dica bene ciò che vuol dire, insomma che dica più di quello che vuole dire.

Irène Némirovsky

sabato 23 marzo 2013

Una giornata perfetta

Oggi ho trascorso una bellissima giornata Brescia, il mattino a passeggio per le vie del centro e il mercato del sabato. Poi ho attraversato contrada delle Cossère per arrivare in Contrada del Mangano dove ci sono alcuni dei palazzi più belli della città. A pranzo sono andata in un'antica osteria bresciana La Colonna, con Ivan, editore e formatore, e soprattutto uno dei miei più vecchi e cari amici. Con lui anche un semplice pranzo diventa un turbine di discussioni appassionate e di riflessioni condivise. Le prime ore del pomeriggio le ho trascorse in raccoglimento nella sede della casa editrice Atì  per prepararmi all'incontro presso la libreria Rinascita, dove ho parlato davanti a un pubblico, a netta maggioranza femminile, attento e appassionato di Irène Némirovski. L'intreccio tra vita e letteratura, tra osservazione della realtà e capacità di portare il lettore nel luogo e nel tempo esatto di cui narra, sono uno dei tanti doni di questa scrittrice che amo intensamente. Mi piace parlare delle scrittrici e degli scrittori che leggo e rileggo, delle nuove scoperte, perché lo scambio di idee e la passione per i libri di carta continua a essere contagiosa e inarrestabile. Grazie Elena Piovani per avermi invitato! E grazie alle donne curiose e simpatiche che condividono questa passione.
Una giornata perfetta.

E.P.

venerdì 15 marzo 2013

La vita anteriore del romanzo


Irène Némirovsky ha spiegato spesso che, prima di iniziare a scrivere, riempiva interi quaderni di dati biografici su ogni singolo personaggio - la fase che lei definiva la «vita anteriore del romanzo». Poi rileggeva, censurando e commentando, ed esprimendo appassionanti riflessioni sul suo mestiere di scrittrice.

Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt
La vita di Irène Némirovsky
traduzione di Graziella Cillario
Adelphi 2009