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sabato 5 aprile 2014

Lettere a un giovane poeta



1.

La foto non ti renderà giustizia
i formicai umidi e gibbuti t’impediranno di puntare
la lente sulla palude

i cinque cigni che sorvolano stridendo
distraggono la tua sete di definizione
e fuga


2.

lascia che tiri la tua vestaglia gelida e che
ti dica una parola: Ineluttabile

– intendendo che a questo non sfuggirai:
la peggiore delle nuove nuove

la storia corre avanti e indietro
nel labirinto panico

– io non ti toccherò di nuovo:
tua la scelta se congelare o meno

voglio dire, tu ed io siamo chiusi
in un laboratorio senza scienza

3.

T’allieterebbe pensare
che la poesia sia pura e possa come niente

prendere posto sotto bagliori di lampi
o coltri di nebbia vivere la propria vita

sgridata, zittita
da un lacerto di viscere che gronda nomi

– compositori visitano Terezin, registi Sarajevo
Cabrini-Green o Edenwald Houses

    ineluttabile

se una donna intensa quanto un qualunque artista, né più né meno
può gettarsi in un qualunque giorno giù dal quattordicesimo piano

ti solleverebbe sostenere la poesia
con questo non ha a che fare?

4.

rivolta gli orli della tua distrazione
il suo rovescio sottomarino striato

dal flusso distruttivo del dolore
che erode e risucchia, tira e molla

avanti e indietro, un ordito di grotte, l’embrione della tua paura
che scalcia nel loro viscido lussureggiare protetto
dalla serra d’acqua

cercando, nella distrazione, di radicarsi saldamente
cercando di contrastare la corrente
di questo assurdo ripetersi

Guarda: con tutta la mia paura io sono qui
con te, a provare cosa comporta stare; cosa comporta andare

5.

Arenata. Barca a remi, piroga, presa
tra la più bassa e la più alta delle maree primaverili. Arenata. Avvenuta,
in stallo, arretrata, sí, essere generata
essere – l’infernale passivo
essere – come in Siedi, Stai, Sdraiati, Obbedisci.
Il desiderio terribile del cane che gli prende il cervello
e lo depone ai piedi calzati di stivali.

Tu puoi essere così per sempre – essere
come senza muoverti.

6.

Ma ecco come io, tuttavia, ne emergo:
spingendo in su da sotto
il capo avvolto in una sciarpa a scacchi
un casco con la torcia sulla fronte
spingendo fuori dal magma
questa faccia velata questa testa illuminata
che affronta il filtrare della morte
la bocca che ha nuotato tra i detriti
pronunciando con chiarezza
Ciao e addio


Tuttavia, chi vuole sapere
di questa bocca pallida, questo
rossetto cremisi Chi
delle mie corde vocali da travestito del mio amaro ritmare
l’occhiata in tralice che oltre la spalla getto
alle grandiose strofe e antistrofe
il mio canto, il mio ululato, i sacri resti delle mie unghie,
dei capelli, la mia dissenteria, la mia scandalosa gola allegra

la colonia penale del mio davanzale senza uccelli
la mia faccia giù in centro in film di Saffo ed Artaud?

Tutti.    Per poco

7.

Non è il déjà vu che uccide
è la preveggenza
la testa che parla dal cratere

Volevo andare dove
il cervello non fosse andato ancora
non volevo starci
così sola

(1997)

Adrienne Rich

La guida nel labirinto
traduzione di Stefania Portaccio
a cura di Maria Luisa Vezzali
Crocetti 2011

giovedì 9 febbraio 2012

Dediche



So che stai leggendo questa poesia
tardi, prima di lasciare il tuo ufficio
con l’unico lampione giallo e una finestra che rabbuia
nella spossatezza di un edificio dissolto nella quiete
quando l’ora di punta è da molto passata. So che stai leggendo
questa poesia in piedi, in una libreria lontano dall’oceano
in un giorno grigio agli inizi della primavera, deboli fiocchi sospinti
attraverso gli immensi spazi delle pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza in cui è accaduto troppo per poterlo sopportare,
spirali di lenzuola ristagnano sul letto
e la valigia aperta parla di fuga
ma non puoi andartene ora. So che stai leggendo questa poesia
mentre il metrò rallenta la corsa, prima di lanciarti su per le scale
verso un amore diverso
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
della televisione, dove scorrono sussulti di immagini mute,
mentre aspetti le ultime notizie sull’intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’aspetto
di occhi incontrati che non si incontrano, di identità con estranei.
So che stai leggendo questa poesia sotto il neon
nella noia stanca dei giovani che sono esclusi,
che si escludono, troppo presto. So
che stai leggendo questa poesia con la tua vista indebolita:
le tue lenti spesse dilatano le lettere oltre ogni significato e tuttavia continui a leggere
perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia in cucina,
mentre riscaldi il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla e un libro in mano,
perché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia che non è nella tua lingua:
di alcune parole non conosci il significato, mentre altre ti fanno continuare a leggere
e io voglio sapere quali sono.
So che stai leggendo questa poesia in attesa di udire qualcosa, divisa tra amarezza e speranza,
per poi tornare ai compiti che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non c’è altro da leggere,
lì dove sei approdata, nuda come sei.