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domenica 30 agosto 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/175: quando il sole si veste d’autunno

 


Ci sono giorni verticali, dove la vita si slancia verso il mondo e verso le nuove esperienze, conversazioni, epifanie. Di giorni verticali è colma soprattutto la gioventù; quando mi siedo nella falsa prospettiva del futuro che non è ancora arrivato, ecco che vedo davanti a me la Sagrada Família di Gaudí con le sue ardite guglie, le stratificazioni e le facciate. Non c’è niente di lineare in quest’opera e le nostre vite sono, in fin dei conti, opera di un architetto un po’ folle, un po’ visionario, a volte crudele. E il quadro che associo a questa verticalità dei giorni è il Ramo di mandorlo di Van Gogh, per il suo cielo e le figure assenti.

I giorni orizzontali, invece, sono quelli dei ritorni, dei ripensamenti, dei quadri antichi cancellati con una nuova opera dipinta sopra che, solo a un esame attento, svelano la propria genesi. I giorni orizzontali hanno forma di un nido, non sono quello che sembrano e favoriscono la contemplazione. Se penso a una cattedrale da associare a questa immaginazione, trovo che il Duomo di Milano sia perfetto. Perché è vasto, maestoso e mai finito, come sappiamo dai lavori della Veneranda Fabbrica che è in funzione sin dal 1387. Il quadro dei giorni orizzontali è la Cena in Emmaus di Caravaggio per la luce e l’intimità che viene confermata quando il viandante svela la propria identità grazie a un semplice gesto.

Così nella nostra vita i giorni orizzontali sono la trama e quelli verticali l’ordito e il tessuto che andiamo tessendo è più frutto del caso che delle intenzioni o della necessità.

Non sempre ci è concesso di dare un senso a quanto abbiamo vissuto, per questo scrivere è l’atto intenzionale allo stesso tempo più rivoluzionario e più conservatore.

Rivoluzionario perché vuole opporsi al vano trascorrere del tempo e sovvertirne l’ordine, conservatore perché vuole salvare le cose proprio come sono accadute o come avremmo voluto che accadessero e, a volte, ci riesce.

La scrittura diventa quindi un ago che agisce sulle pezze di tela per congiungerle. Il progetto di un libro è come il sarto che taglia le stoffe sui cartamodelli che ha disegnato. Poi si passano le marche per rendere solido il manufatto; poi si imbastisce e i luoghi, i personaggi, le conversazioni prendono vita.

A volte l’ago cuce da solo, a chi scrive non resta che seguire il movimento della mano, arrendersi a parole che arrivano da un altrove sconosciuto anche se è la centesima poesia sulla pioggia e il vento che stiamo scrivendo.

Così mi arrendo ai giorni che tramano con me e contro di me, sfoglio a caso i libri di Yourcenar e Duras, mi preparo al grande incontro che è stato rimandato di almeno un giorno.

Le sacerdotesse raccontano che a Colorno la vita procede tranquilla, che Borges e Yourcenar parlano per ore e ore e che lei ha sostituito le novizie che trascrivevano i suoi racconti. Vanno e vengono dalla Biblioteca di Babele e si mostrano al prossimo non più nella loro estrema vecchiezza, ma nel pieno della maturità, tra i cinquanta e i sessanta anni. Scegliere il proprio aspetto e l’età in cui più ci si sente a proprio agio, sono uno dei privilegi della vita tra quelle mura. L’unica cosa cui Borges non ha rinunciato, almeno per ora, è la sua cecità. Dice che le immagini del suo teatro interiore non sono mai state così nitide e chiare come da quando ha smesso di guardare il mondo.

Guardare il mondo e poi scriverne, ricordare il mondo e poi scriverne, immaginare il mondo e poi scriverne.

Yann Andrea, il suo ultimo amore, chiese un giorno a Duras a cosa servisse scrivere, lei gli rispose con poche parole: “È tacere e parlare al contempo. Scrivere. È anche cantare, a volte”.

 

Quando il sole si veste d’autunno

 

Così cerco tracce del suo canto e

mi fermo ad ascoltare le voci

che sussurrano tra i rami. Ripetono

storie già ascoltate, dicono storie

inaudite e io resto presa in mezzo

a queste voci e non cerco una via

di fuga. Il giorno è così strano e

inquieto, metà pioggia e metà

vento, il sole che si veste d’autunno

e nessun passante davanti alla tua

casa. Solo la mia ombra verrà

stanotte a portarti l’ultima rosa

del mio giardino. Tu starai dormendo

e il sogno ti impedirà di svegliarti,

perché dovrai continuare a prenderti

cura di tutte, di tutte le altre rose.

 

 

La bizzarria di questa Cronaca 175, scritta l’ultima domenica di agosto, il suo trentesimo giorno, dell’anno senza Carnevale, proviene dal tempo umbratile, dal vento, dalla lettura di Duras, dalle reminescenze di cattedrali e dipinti che si sono affacciate sul mio quaderno, dal gusto dolceamaro dell’ultimo giorno di vacanza.

La citazione di Marguerite Duras è tratta da C'est tout, traduzione di Donata Feroldi, Oscar Mondadori 1996.

La poesia è un mio inedito, frutto di questo clima e di questo tempo.


sabato 29 agosto 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/174: io voglio scrivere così: non voglio più raccontare una storia, ma il suo segreto

 


È troppo grande il mondo per stare in una pagina, eppure la poesia, a volte, cerca proprio di compiere questo miracolo di miniaturizzazione e, a volte, ci riesce.

Così come, a volte, la poesia, si intrufola nella prosa e impregna lo stile e il ritmo di chi scrive, come accade ad Antonella Anedda, che in un brevissimo scritto sul senso del viaggio e dell’invecchiare, chiama a testimoni Virginia Woolf, Montaigne e Matsuo Basho. Tre lingue, tre epoche, tre scrittori che solo a lei sarebbe potuto venire in mente di mettere insieme:

“A dispetto del tempo e dello spazio alcune parole volano come le molecole. Chi le scrive non le possiede, prende la forma di un corpo solo per viaggiare e un nome solo per voltarsi a un suono”.

La poesia che diventa linfa vitale della prosa è una caratteristica anche della scrittura di Sandra Petrignani, soprattutto nel romanzo Marguerite, dedicato a Marguerite Duras:

 

“Si sente uno scroscio d'acqua, cade una foglia con un rumore lieve. La luce cambia in continuazione. Ora una nuvola ha gettato un'ombra nella stanza. Nei libri invece si procede per successione, come se le cose accadessero in sequenza, ordinatamente e non insieme; mentre dentro e fuori le persone le cose si affastellano, i pensieri si mescolano. Io voglio scrivere così: non voglio più raccontare una storia, ma il suo segreto”.

 

Così, in questa prima giornata d’autunno, nubifragi e nuvole, me ne sto in compagnia di alcune tra le mie scrittrici preferite e rileggo pagine amate e sottolineate nel tempo.

L’inizio della stagione di mezzo che fa strage di foglie è sempre stata la stagione dei progetti, dei nuovi inizi, del desiderio di fiamma e d’inverno.

Oggi viviamo in una fase storica di grande incertezza e paura. Le incognite sulla riapertura delle scuole e sulla ripresa economica affliggono il mondo intero. Si riapre, si sperimenta, si richiude, si torna all’obbligo delle mascherine. Nessuno vuole rassegnarsi a questa situazione, si spera nel vaccino o nella sparizione del virus. Perché la speranza di un futuro diverso e migliore è uno dei fondamenti della nostra fede nella vita e non importa a quale credo o ideologia facciamo riferimento.

Così, da vecchio topo di biblioteca quale sono, mi rifugio nei libri, non ho risposte, ma molte domande. Non ho risposte ma ho la poesia, cioè un modo laterale di guardare al mondo e di andare al di là della superficie delle cose.

La città silenziosa vive di ritorni e riaperture, io parlo con il mio albero bellissimo e cerco nuovi segreti da raccontare. Tra poco tornerò nella terra delle Montagne della Nebbia, lì dove il tempo segue i miei capricci e l’estate continua. So che le sacerdotesse sono tornate e che Marguerite Duras è con loro, vado.

 

 

Questa Cronaca 174 è frutto di un’uggiosa e fertile giornata milanese. Le citazioni sono tratte da:


Sandra Petrignani, Marguerite, Neri Pozza 2014

 

Antonella Anedda, Il mondo fluttuante pubblicato sulla rivista online Doppiozero


venerdì 28 agosto 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/173: tutto scriveva nella casa quando scrivevo, la scrittura era ovunque

 


- Perché ti fermi a raccogliere pietre? David me lo chiedo e io mi blocco, colpevole e rea confessa.

- Perché mi piace la loro solidità, forse anche l’immutabilità. Mi piace pensare che nelle pietre resti traccia del tempo che è stato.

- Ma se tu le porti a casa non resterà altra traccia che la tua…

Mentre parliamo rimetto il sasso al suo posto e riprendiamo la discesa. Abbiamo trascorso la notte nello stesso rifugio della salita e la mattina presto qui è tutto avvolto nella bruma e pare di camminare in un sogno.

Ho delle piccole collezioni di sassi che avevo fatto per i miei nipotini: la famiglia dei sassi con l’occhio, la famiglia dei sassi castagna, la famiglia dei sassi con la striscia. Ho inventato storie, lucidato i sassi, conservato il piacere della ricerca in spiaggia, arrivano tutti dallo stesso luogo, insieme sono belli, mi piace guardarli, quando sarò molto vecchia li porterò alla spiaggia dove li ho raccolti e così qualcun altro potrà farne collezione. Ho anche altri sassi belli, dai colori e dalle forme particolari ma non ne scriverò qui, adesso.

Un sasso è parte di qualcosa che c’era e non è più, un frammento, un’immagine, un ricordo che non svanisce.

Mi piacciono i frammenti, le collezioni incomplete, le cose incompiute, le cose rovinate, la patina del tempo che dona alle cose quella dolcezza che l’essere nuovi non conosce.

Mentre cerco di argomentare le mie motivazioni poetiche e sentimentali che possano, almeno in parte, giustificare le mie collezioni che sono un’altra forma delle liste, siamo arrivati a valle e quando mi giro a guardare il nostro Monte Ventoso, mi stupisco di quanto la vetta sia lontana.

Il clima è cambiato anche quaggiù, il cielo è basso e grigio e folate decise di vento sono foriere di un temporale che si scatenerà prima di sera. Vado a passeggio sino al mare e passo a salutare le tre sorelle che sono in veranda a scrivere. Mi offrono un tè, mi raccontano delle loro ultime letture, in particolare dei racconti di Marguerite Duras a partire da L’uomo atlantico. Ho letto e riletto parecchi libri della Duras, ma non questi. Mi faccio prestare il libro e loro mi dicono che posso tenerlo, ne hanno altre due copie e, molto spesso, quando un libro interessa a tutte ne comprano tre per evitare di disputarselo e dopo averlo letto decidono se tenerle tutte e o se metterle nello scaffale dei libri belli da regalare. Mi dicono che questi Testi segreti tradotti dalla bravissima scrittrice Rosella Postorino, sono da tenere, quindi ne compreranno una copia nuova nei prossimi giorni.

Me ne torno verso casa soddisfatta del dono, della conversazione e della passeggiata. Visto il tempo, in giardino non c’è nessuno, così io pure mi rifugio nella mia stanza-studio e leggo la Duras, una scrittrice monumentale che amo moltissimo. Ma prima di iniziare queste storie che non conosco, vado a recuperare alcune sue citazioni.

 

“La solitudine della scrittura è una solitudine senza la quale lo scritto non si realizza o si sbriciola esangue nel cercare cosa scrivere ancora.

Ci vuole sempre una separazione dagli altri intorno a chi scrive libri. È una solitudine, la solitudine dell’autore, quella dello scritto. Tanto per cominciare, ti chiedi che cos’era quel silenzio intorno a te e praticamente a ogni passo che fai in una casa, a ogni ora del giorno, sotto tutte le luci, quella di fuori o quella delle lampade accese anche durante il giorno. La solitudine reale del corpo diventa quella, inviolabile, dello scritto.

Trovarsi in un buco, in fondo al buco, in una solitudine quasi totale e scoprire che soltanto la scrittura ci salverà. Essere senza alcun argomento di libro, senza alcuna idea di libro significa trovarsi, ritrovarsi, davanti a un libro. Un’immensità vuota, un libro eventuale. Davanti a niente. Davanti a una scrittura viva e spoglia, in un certo senso terribile, terribile da sormontare. Credo che la persona che scrive non abbia nessuna idea di libro, ha le mani vuote, la testa vuota e conosce dell’avventura del libro soltanto la scrittura asciutta e nuda, senza futuro, senza eco, remota, con le sue regole auree elementari: ortografia, senso.

Nella vita viene un momento, credo sia fatale, cui non si può sfuggire, in cui si mette tutto in dubbio: il matrimonio, gli amici, soprattutto gli amici della coppia. Non il figlio. Il figlio non è mai messo in dubbio. E il dubbio ci cresce intorno. Questo dubbio è solo, è il dubbio della solitudine, nato dalla solitudine. Si può già dire la parola. Credo che molti non potrebbero sopportare quello che dico, scapperebbero. Forse per questo ogni uomo non è uno scrittore. Ecco la differenza, ecco la verità, nient’altro. Il dubbio, è scrivere. Dunque è anche lo scrittore. E con lo scrittore tutti scrivono, lo si è sempre saputo.

Finché c’è il libro che esige di essere terminato, si scrive. Si è costretti a mettersi dalla sua parte. È impossibile buttare un libro per sempre prima che sia completamente scritto, vale a dire: solo e libero da te, che lo hai scritto. È intollerabile quanto un delitto. Non credo a quelli che dicono: “Ho strappato il manoscritto, l’ho gettato”. Non ci credo. O per gli altri non esisteva, ciò che era scritto, o non era un libro. Quando non è un libro, si sa, sempre. Quando non sarà mai un libro, no, non si sa. Mai.

Tutto scriveva nella casa quando scrivevo. La scrittura era ovunque.

Scrivere comunque, nonostante la disperazione. No: con la disperazione. Quale disperazione, non so darle un nome. Scrivere senza imboccare subito la via che porta allo scritto è pur sempre lavorarlo. E tuttavia si deve accettare questo: lavorare lo “scarto” significa tornare indietro verso un altro libro, verso un altro possibile di quello stesso libro.

«Quando un libro è terminato, un libro che hai scritto, intendo, non puoi più dire, leggendolo, che è un libro che hai scritto, né quali cose vi siano state scritte, né con quale disperazione o quale felicità, quella di una trovata oppure di un fallimento di tutta te stessa. Perché, alla fine, nel libro non si può vedere niente di simile. La scrittura è in certo qual modo uniforme, placata. Non succede più niente in un libro terminato e distribuito. Esso raggiunge l’innocenza indecifrabile della sua venuta al mondo».

Esser soli con il libro non ancora scritto, significa trovarsi ancora nel primo sonno dell’umanità. Significa anche esser soli con la scrittura ancora incolta. Significa tentare di non morirne.

Non so che cos'è un libro. Nessuno lo sa, ma si sa quando ce n’è uno. E quando non c’è, si sa, come si sa che si è, non ancora morti”.

  

Sento le sue parole scorrermi lungo le vene, emergere sulla pelle delle braccia, raggiungere le mie mani e condurle verso la forma chiusa che occorre per scrivere.

Scendo a preparare un’altra tazza di tè, David è seduto accanto al camino che ha accesso, i lupi sonnecchiano, il vento fuori ulula ancora più forte, arrivano anche Alexandre e François, avvolti di salsedine e sabbia perché sono rimasti ore a camminare in riva al mare.

Ci salutiamo con calore, io torno nella mia stanza a scrivere. Domani arrivano Roxanne e Héloïse, avremo molto da raccontarci. Da qualche tempo non ho notizie del re e della regina e della poetessa. Ma David mi rassicura e mi dice che sono tutti affaccendati e che domani saranno a casa con noi.

Scrivere è vivere sempre nell’attesa di un sogno, di un ritorno o di una rivelazione. Apro il taccuino e scelgo le prime parole: “Perché ti fermi a raccogliere pietre?”.

 

Questa Cronaca 173 è stata scritta nel ventottesimo giorno dell’anno senza Carnevale. Al tavolo della mia immaginazione è arrivata anche Marguerite Duras, si fermerà qualche tempo e poi raggiungerà Borges e Yourcenar nella Biblioteca di Babele.

Il suo libro Scrivere, è stato tradotto da Leonella Prato Caruso, Feltrinelli 1994.

sabato 11 agosto 2018

Tutto scriveva nella casa quando scrivevo. La scrittura era ovunque.

La solitudine della scrittura è una solitudine senza la quale lo scritto non si realizza o si sbriciola esangue nel cercare cosa scrivere ancora.
Ci vuole sempre una separazione dagli altri intorno a chi scrive libri. È una solitudine, la solitudine dell’autore, quella dello scritto. Tanto per cominciare, ti chiedi che cos’era quel silenzio intorno a te e praticamente a ogni passo che fai in una casa, a ogni ora del giorno, sotto tutte le luci, quella di fuori o quella delle lampade accese anche durante il giorno. La solitudine reale del corpo diventa quella, inviolabile, dello scritto.
Trovarsi in un buco, in fondo al buco, in una solitudine quasi totale e scoprire che soltanto la scrittura ci salverà. Essere senza alcun argomento di libro, senza alcuna idea di libro significa trovarsi, ritrovarsi, davanti a un libro. Un’immensità vuota, un libro eventuale. Davanti a niente. Davanti a una scrittura viva e spoglia, in un certo senso terribile, terribile da sormontare. Credo che la persona che scrive non abbia nessuna idea di libro, ha le mani vuote, la testa vuota e conosce dell’avventura del libro soltanto la scrittura asciutta e nuda, senza futuro, senza eco, remota, con le sue regole auree elementari: ortografia, senso.
Nella vita viene un momento, credo sia fatale, cui non si può sfuggire, in cui si mette tutto in dubbio: il matrimonio, gli amici, soprattutto gli amici della coppia. Non il figlio. Il figlio non è mai messo in dubbio. E il dubbio ci cresce intorno. Questo dubbio è solo, è il dubbio della solitudine, nato dalla solitudine. Si può già dire la parola. Credo che molti non potrebbero sopportare quello che dico, scapperebbero. Forse per questo ogni uomo non è uno scrittore. Ecco la differenza, ecco la verità, nient’altro. Il dubbio, è scrivere. Dunque è anche lo scrittore. E con lo scrittore tutti scrivono, lo si è sempre saputo.
Finché c’è il libro che esige di essere terminato, si scrive. Si è costretti a mettersi dalla sua parte. È impossibile buttare un libro per sempre prima che sia completamente scritto, vale a dire: solo e libero da te, che lo hai scritto. È intollerabile quanto un delitto. Non credo a quelli che dicono: “Ho strappato il manoscritto, l’ho gettato”. Non ci credo. O per gli altri non esisteva, ciò che era scritto, o non era un libro. Quando non è un libro, si sa, sempre. Quando non sarà mai un libro, no, non si sa. Mai.
Tutto scriveva nella casa quando scrivevo. La scrittura era ovunque.
Scrivere comunque, nonostante la disperazione. No: con la disperazione. Quale disperazione, non so darle un nome. Scrivere senza imboccare subito la via che porta allo scritto è pur sempre lavorarlo. E tuttavia si deve accettare questo: lavorare lo “scarto” significa tornare indietro verso un altro libro, verso un altro possibile di quello stesso libro.
«Quando un libro è terminato, un libro che hai scritto, intendo, non puoi più dire, leggendolo, che è un libro che hai scritto, né quali cose vi siano state scritte, né con quale disperazione o quale felicità, quella di una trovata oppure di un fallimento di tutta te stessa. Perché, alla fine, nel libro non si può vedere niente di simile. La scrittura è in certo qual modo uniforme, placata. Non succede più niente in un libro terminato e distribuito. Esso raggiunge l’innocenza indecifrabile della sua venuta al mondo».
Esser soli con il libro non ancora scritto, significa trovarsi ancora nel primo sonno dell’umanità. Significa anche esser soli con la scrittura ancora incolta. Significa tentare di non morirne.
Non so che cos'è un libro. Nessuno lo sa, ma si sa quando ce n’è uno. E quando non c’è, si sa, come si sa che si è, non ancora morti.
Marguerite Duras
Scrivere  
traduzione di Leonella Prato Caruso
Feltrinelli 1994


(grazie al blog Il mestiere di scrivere)

mercoledì 11 marzo 2015

la poesia e la luce d'inverno

Hai ascoltato la storia. Poi hai detto che ciò che era avvenuto fra loro andava bene. Che avevi riconosciuto la poesia e la luce d'inverno che c'era quel giorno. E anche quel precipitare della poesia, all'improvviso, verso la non-intelligibilità della verità.

Marguerite Duras
Emily L.
traduzione di Laura Guarino
Feltrinelli 1988

lunedì 15 dicembre 2014

L'ultima fase nello scrivere un libro è placare i testi

L'ultima parte del lavoro l'ho dedicata ad abbreviare i testi, alleggerirli, placarli.

Marguerite Duras
La vita materiale
traduzione di Laura Guarino
Feltrinelli 1988

mercoledì 3 dicembre 2014

Il posto dello scrittore nel libro che sta scrivendo

Qual era il posto dello scrittore nel libro? Non riusciva a capirlo. 
Bisogna sempre sapere da dove viene la voce di chi scrive, quando si scrive. È decisivo! Il suo problema, scrivendo, era di lasciare fare alla storia, che si scrivesse da sola insomma, ma proprio per questo doveva ritagliarsi il suo posto in quel farsi. E disfarsi. Un posto nel libro.

Sandra Petrignani
Marguerite
Neri Pozza 2014

martedì 7 ottobre 2014

Scrivi! Solo questo devi fare

Sul blog di poesia della Rai curato da Luigia Sorrentino è uscita la mia recensione al libro di Sandra Petrignani "Marguerite" dedicato a Marguerite Duras.


Forse tutti gli scrittori hanno in comune soprattutto una memoria esorbitante e feroce che li costringe a ritornare sulle storie, gli avvenimenti, le immaginazioni per raccontarle ancora e ancora, cesellando, molando, raffinando.
Forse un’altra caratteristica degli scrittori è di “non essere mai guariti dall’infanzia”.
La memoria implacabile e l’infanzia inguaribile sono state due peculiarità di Marguerite Duras, una scrittrice capace di trasformare la vita vissuta e la vita ricordata in materia incandescente della creazione e a scrivere così alcuni tra i romanzi più intriganti e poetici del Novecento. Chissà se le sarà mai venuto in mente che un giorno, oltre a essere soggetto di monumentali biografie, sarebbe state la protagonista di un romanzo bellissimo che narra la sue molteplici vite.
Autrice di “Marguerite” uscito la scorsa primavera per Neri Pozza, in occasione del centenario della nascita della Duras, è Sandra Petrignani una delle migliori scrittrici italiane contemporanee che già avevo amato moltissimo nei suoi libri precedenti come “La scrittrice abita qui”, “Care presenze” e “Addio a Roma”.
Questo nuovo romanzo nasce sulla scia di una passione cresciuta nel corso degli anni e credo anche dalla curiosità di cogliere il segreto della Duras scrittrice, intenzione che dichiara utilizzando come epigrafe del libro una citazione di Philip Roth: “Quando ammiri uno scrittore, t’incuriosisci. Cerchi di carpire il suo segreto. Gli indizi per risolvere l’enigma che rappresenta”.
È Duras stessa che all’inizio di questo libro pensa: “Si sente uno scroscio d’acqua, cade una foglia con un rumore lieve. La luce cambia in continuazione. Ora una nuvola ha gettato un’ombra nella stanza. Nei libri invece si procede per successione, come se le cose accadessero in sequenza, ordinatamente e non insieme; mentre dentro e fuori le persone le cose si affastellano, i pensieri si mescolano. Io voglio scrivere così: non voglio più raccontare una storia, ma il suo segreto.”
Sandra Petrignani ci guida così nel segreto e nella vita di Duras seguendone le due direttrici principali, le due vocazioni: l’amore e la scrittura. Una donna innamorata della scrittura e innamorata dell’amore, sempre alla ricerca dell’eccitazione dell’innamoramento e che scriveva meglio soprattutto se amava.
La piccola Marguerite/Nené ebbe un’infanzia selvaggia in Indocina, figlia di due insegnanti emigrati nelle colonie, Marie e Henri, alla ricerca di ricchezza e stima sociale. Hanoi, il Mekong, le piantagioni di riso, le strade sterrate, i contadini, una diga sul Pacifico sono tra le figure che popoleranno i futuri libri. Anche la storia d’amore con il ricco e giovane cinese, sarebbe stata immortalata nel romanzo “L’amante” che consegnò la Duras alla fama presso il grande pubblico e alla ricchezza, ma la privò della sua invisibilità perché tutti iniziarono a fermarla per strada. Nené vive giovane per l’eternità in questa narrazione, così come anche il suo amante, ormai anziano, le dice al telefono dopo la pubblicazione della loro storia. Lei si stupì di quella telefonata perché dopo avere scritto, ogni volta, temeva sempre di essersi immaginata ogni cosa. L’infanzia indocinese è irriducibilmente altra, l’Indocina resterà il sogno infranto della Francia, Ma Duras continuava a vivere in quel sogno la sua infanzia libera. La tensione tra immaginazione, inconscio e memoria e sempre fortissima in Duras. Non diede ascolto, all’inizio della sua carriera letteraria, a chi le suggeriva di entrare in analisi, conobbe Lacan che dedicò uno dei suoi scritti a Lol V. Stein, lesse Freud ma restò folgorata solo da Jung, e quando decise di andare da un analista lo avrebbe fatto in segreto.
“C’è un “essere-pilota” dentro di noi che lavora costantemente all’integrazione dell’esperienza attraverso il racconto della nostra esistenza. Non si tratta di prendere coscienza, ma di integrare, interpretare, modificare i fatti della vita”, scrive Petrignani ricordando che è in una zona d’ombra interna che questo “essere-pilota” agisce e pesca le sue storie.
La bambina selvaggia diventerà una giovane donna borghese bellissima e inconsapevole al suo ritorno in Francia e poi una combattente della Resistenza, una militante comunista espulsa dal PCF, una scrittrice adorata dai critici, una moglie infedele, una madre ansiosa, un’amante appassionata, una regista d’avanguardia, una rivoluzionaria del maggio ‘68: Nené aveva lasciato il passo a Margot. Se queste molteplici vesti si sovrappongono nel corso di tutta la vita, oltre alla scrittrice, due sono i ruoli che non l’abbandonano mai: l’amica, e tra le sue amicizie famose vanno ricordati almeno l’attrice Jeanne Moreau e lo scrittore Elio Vittorini, ma più ancora la figlia che mai ha sentito su di sé lo sguardo amoroso della madre. Forse ogni libro scritto non è altro che una lunga lettera alla madre che non l’ammirava e che, anzi, si arrabbiava e vergognava di quei libri che riteneva offensivi per la famiglia. Non poteva capire le distorsioni letterarie alle loro vite che rendono le vite materia letteraria Marie Donnadieu. Non poteva capire che la scrittrice sarebbe stata la maschera unificante di una personalità complessa e incandescente.
Lo scrittore Raymond Quenau la esortava a scrivere comunque “Scriva! Solo questo deve fare”.
E scrivere è entrare nelle ombre e nelle tenebre dell’anima, perché, come ci ricorda Petrignani “Non si possono conoscere le tenebre partendo dal giorno”.
Duras conobbe le tenebre della malattia e dell’alcolismo che la portò diverse volte in punto di morte. “A volte l’acqua si dimentica di gelare. Le hanno raccontato di questo fenomeno naturale, l’acqua non gela sempre a zero gradi. Se è perfettamente immobile, se è molto pulita, la temperatura deve scendere sotto lo zero, prima che geli. Come acqua che ha dimenticato di gelare, Marguerite si è dimenticata di soffrire, si è dimenticata di morire. Era stata respinta in fondo all’abisso, a contorcersi inascoltata, a urlare senza far rumore. Non aveva detto tante volte che proprio questo si fa quando si scrive? Si urla senza produrre suono”. L’eco di queste urla attraversa tutta l’opera di Duras che, a differenza della maggior parte degli scrittori, poté vedere incarnati a teatro e al cinema i suoi personaggi. Il buio del cinema, come evoca in un passaggio poetico Petrignani, è come lo spazio bianco tra le parole. Duras fu maestra nell’uso di quel bianco e di quel nero perché le sua scrittura e il suo sguardo hanno ritagliato, cesellato la parola necessaria, l’immagine indispensabile facendo sì che i due colori opposti diventassero una cornice e non il centro della sua espressività.
Chi scrive vive tutti i tempi allo stesso tempo, vive tutte le vite che non vivrà mai nella realtà. Ma cosa è mai la realtà se non un riflesso in un vetro che la scrittura coglie e ordina?
I frammenti vengono ricomposti, ma dietro il vetro il caos e la passione, i segreti e i misteri restano intatti, intoccati.
Questo romanzo magico di Sandra Petrignani ci porta in dono una vita straordinaria che è romanzo e biografia e aggiunge un prezioso tassello al mosaico della sua scrittura che si specchia e si intreccia con quella di Duras, perché anche lei ha una sua voce unica e inconfondibile che in questo romanzo ho ritrovato
Se anche delle nostre vite non “resta che il ricordo di una solitudine vista in sogno” possiamo continuare a credere nella forza della letteratura e dei libri non solo per salvare noi stessi e il mondo dall’oblio, ma per continuare il dialogo silenzioso con i lettori vicini e lontani e con gli scrittori che ci hanno preceduto.
La mia copia di “Marguerite” è un libro tradizionale di carta, non riesco a leggere gli eBook e neanche ho voglia di provarci ancora, è pieno di appunti e sottolineature, di rimandi, di spunti e di indicazioni. Ora è nella libreria dei miei libri preferiti, quelli che voglio rileggere in futuro, ma non l’ho messo di costa ma girato, per poter guardare la bellissima foto in copertina dove Duras giovanissima non guarda il fotografo, già assorta in quel mondo dove sostavano i suoi libri futuri in attesa di essere scritti.


mercoledì 10 settembre 2014

Scrivere è addentrarsi in una zona d'ombra interna

C’è un “essere-pilota” dentro di noi che lavora costantemente all'integrazione dell’esperienza attraverso il racconto della nostra esistenza. Non si tratta di prendere coscienza, ma di integrare, interpretare, modificare i fatti della vita. 
«Il mio essere-pilota, il mio essere-scrittore mi racconta la vita e io sono il suo lettore» dirà un giorno elaborando le sue idee sullo scrivere. Cercare la fedeltà al vero è illusorio. Come è illusorio pretendere di ridurre l’individuo a un unico io. C’è una moltitudine di io dentro la singola persona e gli avvenimenti raccontati attraversano necessariamente la distorsione dovuta alla compresenza di tanti se stessi in questa folla. La modificazione deriva anche dal fatto che ricordiamo avvenimenti passati attraverso la consapevolezza del presente e comunque l’essere-pilota non agisce alla luce del sole, ma in una zona d’ombra interna. È in quel punto oscuro alla coscienza che l’essere-scrittore pesca le sue storie e i suoi ricordi filtrati. Talvolta avvelenati. Marguerite, rimasta fredda rispetto a Freud e a Lacan, ha incontrato Jung ed è stato un colpo di fulmine.

(Questo è un passaggio fondamentale del bellissimo romanzo biografico o biografia romanzata che Sandra Petrignani ha dedicato a Marguerite Duras)

Sandra Petrignani
Marguerite
Neri Pozza 2014

martedì 10 giugno 2014

È curioso uno scrittore. È una contraddizione e anche un nonsenso

È curioso uno scrittore. È una contraddizione e anche un nonsenso. Scrivere è anche non parlare. È tacere, è urlare senza rumore. 
È riposante uno scrittore, ascolta di continuo. Non parla molto perché è impossibile parlare a qualcuno di un libro che si è scritto e soprattutto di un libro che si sta scrivendo. È impossibile, è il contrario del cinema, del teatro e di altri spettacoli, è il contrario di ogni lettura. È la cosa più difficile di tutte, la peggiore. Perché un libro è l’ignoto, è il buio, è chiuso. Il libro avanza, cresce, va nelle direzioni che crediamo di aver esplorato, avanza verso il suo destino e quello dell’autore, annientato dalla sua pubblicazione: il distacco da lui, il libro sognato, come il bambino più piccolo, sempre il più amato.

Marguerite Duras
Scrivere
traduzione di Leonella Prato Caruso
Feltrinelli 1994

lunedì 14 aprile 2014

Non voglio più raccontare una storia, ma il suo segreto

Si sente uno scroscio d'acqua, cade una foglia con un rumore lieve. La luce cambia in continuazione. Ora una nuvola ha gettato un'ombra nella stanza.
Nei libri invece si procede per successione, come se le cose accadessero in sequenza, ordinatamente e non insieme; mentre dentro e fuori le persone le cose si affastellano, i pensieri si mescolano. Io voglio scrivere così: non voglio più raccontare una storia, ma il suo segreto.

Sandra Petrignani
Marguerite
Neri Pozza 2014

Un frammento del nuovo romanzo che Sandra Petrignani ha scritto ispirandosi alla biografia e alle opere di Marguerite Duras

venerdì 4 aprile 2014

La scrittura, ombra interna di ogni scrittore

Oggi è il 100° anniversario della nascita di Marguerite Duras.

Per ricordarla ecco qualche citazione sulla scrittura, l'ombra interna di ogni scrittore.

«l’ombra storica di ogni individuo. Continuerò a chiamarlo così questo magma geniale, sempre, senza eccezione, che “rende” vive le persone, chiunque esse siano, in qualunque società e in ogni tempo. 
[…] 
Con i testi, si tratta di abbandonare all'esterno quello che per sua natura dovrebbe restare intrinsecamente legato alla persona e accompagnarla fin dentro alla morte. Lo scritto è sottratto alla morte. 
La morte viene mutilata da ogni poema scritto, letto, da ogni libro»
[…] 
«il terrore è sempre, ovunque, presso tutti i popoli, lo scritto. 
Dove non c’è niente c’è un foglio. 
È il cominciamento del mondo. Non c’è niente, è bianco. 
Poi, due ore dopo, è pieno. Fa concorrenza a Dio. 
Qualcuno osa creare qualcosa. Scrive. 
È contro la creazione che scrive. Fa questa cosa. È terribile, veramente»

Il nero atlantico
traduzione di Donata Feroldi
Mondadori 1998

giovedì 17 ottobre 2013

Scrivere è raccontare tutto insieme

Scrivere non è raccontare storie. È il contrario del raccontare storie. È raccontare tutto insieme. Raccontare una storia e l'assenza di questa storia.

Marguerite Duras

La vita materiale
traduzione di Laura Guarino
Feltrinelli 1988

giovedì 20 giugno 2013

La casa della scrittura

La solitudine non si trova, si fa. La solitudine viene da sé. Io l'ho fatta, perché ho deciso che qui avrei dovuto esser sola, che sarei stata sola per scrivere libri. 
È avvenuto così, sono stata sola in questa casa, mi ci sono rinchiusa, con un po' di paura, certo. E poi l'ho amata. È diventata la casa della scrittura. I miei libri escono di qui, anche da questa luce, dal parco, da questa luce riflessa dallo stagno. Mi ci sono voluti venti anni per scrivere quello che ho detto ora.

Marguerite Duras

Scrivere
traduzione di Leonella Prato Caruso
Feltrinelli 1994



venerdì 17 maggio 2013

Scrivere è un'occupazione tragica

Y.A.: Di cosa si preoccupa?
M.D.: Di scrivere. Una occupazione tragica, ossia relativa al corso della vita. Ci sono dentro senza sforzo.

Più tardi lo stesso pomeriggio

Y.A.: Ha un titolo per il prossimo libro?
M.D.: Sì. Il libro a scomparire.

Marguerite Duras
C'est tous
traduzione di Donata Feroldi
Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 1996


mercoledì 30 gennaio 2013

Silenzio, e poi

Sono un pezzo di legno bianco.
E anche tu.
Di un altro colore.

Silence, et puis

Je suis un bout de bois blanc.
Et vous aussi.
D'une autre couleur.

Marguerite Duras
C'est tous
traduzione di Donata Feroldi
Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 1996


sabato 5 gennaio 2013

Scrivere è tacere e parlare al contempo

Y.A.: Scrivere, a cosa serve?
M.D.: È tacere e parlare al contempo. Scrivere.

È anche cantare, a volte.

Marguerite Duras 
C'est tout
traduzione di Donata Feroldi
Oscar Mondadori 1996


venerdì 28 dicembre 2012

L'onda di Marguerite Duras

La Duras ha sempre guardato ai poeti francesi, forse stava leggendo L'Azur di Mallarmé quando scriveva queste prose e ha usato lo stesso principio di dissolvenza, parlare della rosa per dire la sua assenza. Duras innesta delle tecniche poetiche nella struttura narrativa per dissolvere così quello che cita in continuazione. La sua scrittura è una specie di deriva continua, è un'onda a ritroso. L'apice c'è subito e poi c'è questo arretramento, sino a che l'onda sparisce nel mare. Parte subito dalla cosa, la dice, per poi dissolverla.

Danilo Bramati a proposito del Mare Scritto di Marguerite Duras

giovedì 27 dicembre 2012

Leggere: l'ombra

Nell'estate del 1980 Marguerite Duras e Yann Andréa viaggiano con la fotografa Hélenè Bamberger. Duras guarda, Bamberger fotografa e Andréa guida l'auto. 
Dimenticano. Poi nel 1994 Duras scrive alcune brevi e intense prose poetiche.
Eccone una.

Leggere: l'ombra.
È l'ombra del balcone del nostro appartamento al Roches Noires.
Non ci ricorda niente. È lì. È tutto. Lì dove
stiamo quando il calore è intenso. È niente:
ferro, assenza vuoto.
La guerra è diventata lontana come l’età dei
ragazzi, come la guerra, il tempo passato in
guerra. Non si sa più dov’è la guerra. A volte
si arriva perfino a non sapere più se ci sono
ancora guerre, oggi o ieri.
Non si sa più niente, quasi, a forza di sapere
Tutto. Tutto come si crede di sapere. Quel che
si dice un avanzato stato di disperazione.
Marguerite Duras
Il mare scritto
traduzione di Maria Sebregondi
Archinto 1996



martedì 4 dicembre 2012

Se non scrivo dimenticherò

È molto semplice. Se non scrivo, a poco a poco dimenticherò. Questo pensiero è spaventoso. Se non sono fedele a me stessa, a chi lo sarò?

Marguerite Duras
Quaderni della guerra e altri testi
Traduzione di Laura Frausin Guarino
Feltrinelli 2008