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venerdì 24 luglio 2026

Indifferenza a tutto tranne alle tele. La capacità di lavorare come un treno. Una volontà di ferro

COSA SERVE PER DIPINGERE

da una lettera di Renoir

LA TAVOLOZZA:

Biacca olandese Rosa robbia
Giallo cromo Blu cobalto
Giallo Napoli Blu oltremare
Giallo ocra Verde smeraldo
Terra d'ombra naturale Nero avorio
Rosso veneziano Terra di Siena naturale
Vermiglio francese Verde bluastro
Lacca di robbia Bianco piombo

DA NON DIMENTICARE:

Spatola
Raschietto
Essenza di trementina

PENNELLI?
Pennelli a punta di pelo di martora
Pennelli piatti di setola di maiale

Indifferenza a tutto tranne alle tele.
La capacità di lavorare come un treno.
Una volontà di ferro.


Raymond Carver

lunedì 20 maggio 2024

Il coro delle nuvole impazzite

Ho appena saputo che è mancato Renzo Favaron, un vecchio amico e poeta straordinario. Ci siamo frequentati parecchio in tempo remoto, ricordo i suoi racconti sulla Croazia, la mostra di Corot che avevamo visitato insieme a Maddalena Cavalleri a Verona nel dicembre 2009, è stato un amico, tanto che gli ho dedicato due poesie che copio qui per ricordarlo, insieme a quei giorni di sabato straordinari di un'estate di tanti anni fa.


Il coro delle nuvole impazzite

a Renzo Favaron

L’ora del tempo e la dolce stagione

non chiediamo altro al coro delle

nuvole impazzite e cortigiane

di questo vento che nega

la primavera ai fiori prima

ancora che a noi smemorati

e pieni di ogni luce negli

occhi caparbi nell’attesa

intenti nell’intagliare a

questo giorno una figura

memorabile nella teoria

degli anni, miserabili

frammenti delle stelle

che mai saremo, ma potremo

ricordare quel grande

albero in Croazia anche

se mai lo avremo veduto

e solo uno tra noi

lo ha cantato.


dalla raccolta Scrivere il vento

Atì editore 2016



Variazioni su nuvole, luce e ombra

a Renzo F.

Un presagio per il giorno che

verrà è un’invenzione di nuvole

in quel cielo che mai vedremo,

in un luogo privo di memoria,

ai nostri sguardi solo quel cielo

è rimasto della città antica,

il cielo che le mani capricciose

del tempo e della ragione

appendono sulla mia giornata.

Guardo ancora e le nuvole

di Corot si dissolvono con

l’eleganza di un segreto custodito

nel cuore della luce che veloce

si alza a oriente. È un mattino

nuovo, memoria della notte, fiato

lungo nei passi, sempre più

piano avvolti nella brina,

inondati di luce sino alla fine

della stessa strada.


dalla raccolta Figure del silenzio. Atì editore 2010

mercoledì 8 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/822. Nel vago confine immaginario dello specchio vive la luce

 

 


 

Ho scoperto da poco un pittore che non conoscevo, così sono andata a Palazzo Reale a vedere Joaquin Sorolla. Pittore di luce con i cari amici Grazia e Danilo. Sorolla è stato un pittore famosissimo in vita, che è stata piuttosto breve, ha ottenuto riconoscimenti e venduto moltissimi quadri, un destino d’artista opposto a quello di Van Gogh in definitiva. La mostra non è molto grande ma vale la pena vederla perché davvero i suoi quadri sprigionano luce.

Credo lo si possa definire un pittore post-impressionista e, come mi faceva notare Danilo, grande appassionato ed esperto d’arte, mentre lui continuava a procedere in una tradizione, Picasso dipingeva Les damoiselles d’Avignon, ma a ciascuno il proprio destino e la propria maestria. Dopo la mostra sono andata con il nipotine Marco a cena dall’amico regista Luciano, gran bella serata anche questa. C’era anche la sua amica Nicola Eugenia, e abbiamo ben mangiato e bevuto e parlato moltissimo di cinema, politica, letteratura e vacanze. Luciano ha un carattere magnifico è curioso di tutto e si muove nella vita con la stessa vitalità di un ragazzo. Chissà se invecchiare bene è questione di geni, carattere o fortuna o di tutte le cose messe insieme. Comunque ho continuato a leggere Borges nei vari viaggi in metro, per cui anche oggi ecco una sua poesia tratta da Storia della notte:

 

 

Lo specchio

 

Da bambino, temevo che lo specchio

mostrasse un volto altrui o una cieca

maschera impersonale che celasse

oscure atrocità. Temevo inoltre

che il silenzioso tempo dello specchio

deragliasse dal corso quotidiano

delle ore dell’uomo e che ospitasse

nel suo vago confine immaginario

forme e colori nuovi, esseri ignoti.

(Non lo dissi a nessuno; il bimbo è timido).

Oggi, io temo che lo specchio colga

il volto autentico della mia anima,

segnata dalle ombre e dalle colpe,

quello che vede Dio. E forse gli uomini.

 

 


Ora è tardissimo, il calendario sta per girare pagina, sono gli ultimi minuti di mercoledì 8 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e insieme alla Cronaca 822 sto vivendo come se niente fosse

domenica 22 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/805. Nella città di vetro dimorano i pittori e i poeti

 

 

Oggi ho trascorso una piacevolissima domenica con i miei vecchi e carissimi amici Lucia e Roberto. Lei è anche una ex-collega con cui ho fatto un viaggio magnifico a Lampedusa giusto venti anni fa e lui è un pittore eccezionale con il quale collaboro pure da venti anni. non ci vedevamo da prima dello scoppio della pandemia, anche se siamo rimasti sempre in contatto, e ritrovarsi è stato come essersi lasciati il giorno prima. Così tra buon cibo e buon vino, in un trionfo di peonie e rose che ho regalato a Lucia che ama i fiori, la giornata è trascorsa nella frescura della loro bella casa. Una giornata dove Roberto mi ha mostrato molte delle opere che ha dipinto e disegnato in questi due anni ed è stata una gioia vedere opere vecchie e nuove. E la grande emozione di rivedere La città di vetro intorno alla quale avevo scritto questa prosa che mi piace riproporre.

 

“Aspettavo ogni giorno, in piedi sulla riva del lago, che la città si rivelasse ai miei occhi. In pochi credevano che esistesse, chi l'aveva veduta era impazzito, chi aveva donato al dio delle risa i suoi pensieri aveva smesso di cercare, chi era partito non aveva più  trovato il filo del ritorno. O forse si era solo lasciato morire nel lago per non dire la propria sconfitta.

Cosa resta di un uomo che ha perduto la sua visione? Cosa resta di un uomo che ha smesso di desiderare?

Ah maledetta mattina in cui i miei occhi d'infanzia hanno visto per un attimo, perfetto e rotondo, gli altissimi palazzi, i monumenti, le strade della città di vetro rilucere nel mio mattino.

Il sole attraversava le antiche mura dando loro consistenza e colore.

Le acque del lago, bianche nel riverbero dell'alba, si aprirono come uno specchio e la città si mosse dal centro dell'acqua sino a me.

Le mie mani diventarono azzurre, la mia fronte splendeva, il cielo era rosso come i lamponi, rosso come il sangue, rosso come i papaveri, rosso come un bambino vede il rosso.

Mia madre mi chiamò dalla porta di casa, la città scomparve, io persi la visione e imparai a desiderare.

La città è in me da quel giorno, l'ho rubata al lago. Nessuno da allora ha più detto di averla veduta, tutti continuano a cercarla, io la custodisco come un segreto, come un tesoro rubato.

La città non ha parlato, non ha rivelato ancora a nessuno il suo mistero, non ha  raccontato le  sue storie.

La città dorme nel centro del lago, i suoi abitanti sono fatti di buio, i suoi abitanti sono fatti di stelle. Se così non fosse loro pure avrei veduto.

Io cerco una città che custodisco in me e dietro i miei occhi marchiati dal sole, è una galassia dalle braccia colorate che ruota verso sinistra a dirmi che la città è la sua capitale.

Io sono il palazzo con le finestre aperte e bianche, io sono la città intera e la galassia che ruota.

Mia madre mi sta ancora chiamando, ferma sulla porta della cucina.

La città porta il mio nome, io porto il volto di questa città.

Perché‚ un palazzo non basta a contenere la mia visione.

Io non ho perduto nulla se non il coraggio di guardare. Lascio che i colori si sciolgano sulle mie mani, imprecisi come un ricordo lontano, sfumati come il sapore della tua bocca la prima volta che ti ho baciata.

La città dorme in me, tranne quel poco che ho lasciato sulla tela.

Il cielo è rosso, le mie braccia stanche.

Io sono la visione, quel cielo rosso, io sono la tela e la ragione, la voce che fa vibrare l'acqua del lago.

Io sono, perché‚ in quell'acqua cerco il mio vero volto”.

 

Ecco che finisce anche questa domenica 22 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 805 ancora si aggira per la città di vetro.

lunedì 16 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/799. Scrivere è un tentativo per non cadere fuori dal quadro

 


 

Oggi è lunedì, un lunedì come mille altri, un lunedì di maggio dove la guerra ha rallentato, i ragazzini gelsomini sono in piena fioritura e adesso non ho bisogno di andare ad annusare quelli della villa, non ne ho bisogno perché sono fiorite anche le tre nuove piante di gelsomino che adornano le ringhiere di casa mia, che soddisfazione! Questa quiete domestica mi ha fatto venire voglia di immergermi nella pittura di Vermeer e poi di tuffarmi in un’altra poesia di Wislawa Szymborska:

 

Paesaggio

 

Nel paesaggio dell’antico maestro

gli alberi hanno radici sotto la pittura a olio,

di sicuro il sentiero conduce alla meta,

un filo d’erba sostituisce autorevole la sigla,

sono le cinque, credibili, del pomeriggio,

il maggio è trattenuto in modo delicato, ma deciso,

così mi sono fermata anch’io – sì, mio caro,

sono io quella donna sotto il frassino.

 

Guarda quanto mi sono allontanata da te,

che cuffia bianca ho, che gonna gialla,

come stringo il cestino per non cadere dal quadro,

come sfoggio un destino altrui

e mi riposo dai misteri vivi.

 

Anche se mi chiamassi non ti sentirei,

e anche se ti udissi, non mi volterei,

e anche se io facessi quel gesto impossibile,

il tuo viso mi parrebbe estraneo.

 

Conosco il mondo per sei miglia intorno.

Conosco erbe ed esorcismi per ogni malanno.

Dio guarda ancora il mio cucuzzolo.

Continuo a pregare di non morire all’improvviso.

La guerra è castigo, e la pace premio.

I sogni vergognosi vengono da Satana.

Ho un’anima ovvia come un nocciolo di prugna.

 

Non conosco i giochi del cuore.

Non conosco le nudità del padre dei miei figli.

Non credo che il Cantico dei Cantici

abbia una brutta copia contorta e tormentata.

Quello che voglio dire è in frasi fatte.

Non uso la disperazione, non è cosa mia,

me l’hanno solo affidata in custodia.

 

Anche se mi tagliassi la strada,

anche se mi guardassi negli occhi,

ti scanserei sull’orlo di un abisso più sottile d’un capello.

 

A destra c’è la mia casa, che conosco da ogni lato,

insieme ai suoi scalini e all’entrata,

e dentro accadono storie non dipinte:

il gatto salta sulla panca,

il sole cade sulla brocca di zinco,

dietro al tavolo siede un uomo ossuto

e aggiusta un orologio.

 

Oggi è lunedì 16 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 799 è rimasta folgorata da tutta questa luce.

sabato 2 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/573. Una mela di Cezanne, rossa ed eterna, dimenticata in un quadro


 

Dopo il primo giorno di scuola, ecco che arriva il secondo giorno di scuola. Qualcosa è già irrimediabilmente cambiato in noi, non torneremo mai più in quello stato di grazia delle cose che devono accadere, siamo già nell’orizzonte del tempo dove ogni gesto è ripetizione. Ma non importa perché dovranno passare anni, molti anni e molti libri prima di poter tracciare una linea e un punto e affermare di avere imparato qualcosa.

Ma oggi è stato il secondo giorno di scuola, un giorno dove l’autunno è in uno stato di grazia tale che pensa di essere estate.

 

 

Quelle rose addormentate in fondo al nostro giardino

 

Nella grazia della foglia che

cade, nel sorriso dell’ignoto

passante, nella corsa cieca

del bambino, esita questa

stagione e respira e si ferma:

crede di essere ancora estate

questa azzurrità ottobrina

e io posso fingere di essere

una rosa e poi, soltanto poi

una mela, quella mela, rossa

ed eterna che Cezanne ha

messo in posa sul suo tavolo

e poi dimenticato in un quadro

nuovo. È autunno, Signore

lo sa la fiamma, ma non

il fuoco che gioca con tutte

le stelle e le rose addormentate

in fondo al nostro giardino.

 

 

Anche oggi ho passato il pomeriggio con Elisabetta a leggere il suo bellissimo romanzo, ormai ci avviamo verso la fine e anche se so come va a finire, non vedo l’ora di leggere il finale.

Sabato 2 ottobre del secondo anno senza Carnevale sta fermo su una panchina di fronte alla chiesa di Santa Maria della Fontana, mentre questa Cronaca 573 gioca a rincorrersi coi bassotti su e giù per il giardino.

domenica 26 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/567. Una foglia si stacca e cade, danza e cade, cade senza cadere

 



Il giorno era una notte d’inchiostro, nessuna luce ha interrotto il grigio uniforme del cielo, un cielo senza alfabeto, una pagina scritta senza una penna ma solo con il ricordo delle nuvole già sparite. Non c’è differenza tra questo giorno e la notte che è stata, non c’è differenza tra questo giorno e la notte che sarà. Noi siamo presi nel mezzo, incerti viaggiatori del tempo, presi in trappola tra il desiderio di andare e quello di restare. Sulla tavola del mattino è rimasta una tazza di latte, un pezzo di pane di ieri, il caffè che continua a fumare, come fosse un piccolo vulcano domestico. C’è qualcosa di chiaro e terribile nei primi giorni d’autunno, quando strappiamo significato ai minimi gesti, agli oggetti che erano muti nel loro quieto stare. In tutto questo silenzio anche noi siamo privi di voce, ci nascondiamo negli angoli e aspettiamo che una voce ci inciti a muoverci, che una voce cara dica il nostro nome. Ma come i giocattoli abbandonati di una fiaba, potremo muoverci solo quando qualcuno ci cercherà, quando uno sguardo, quello sguardo, arriverà ai nostri occhi, alle nostre orbite vuote, senza luce, senza ricordo. Ci specchieremo l’uno nell’altro, generazione dopo generazione, riconosceremo le mani del nonno materno nelle nostre stesse mani, la bocca di nostra madre nella nostra bocca, il naso volitivo di nostro padre, la mitezza dello sguardo di nostra nonna paterna. Come potremo essere noi se sempre siamo prima di tutto il ricordo di altri, di quegli altri sconosciuti che ci hanno preceduto? L’eredità non è un bene passeggero che le generazioni si trasmettono, non sono la terra e le case. Anche se avremo dissodato gli stessi campi dei nostri avi, anche se avremo spazzato lo stesso pavimento di pietra e lavato i panni nella stessa fontana, quelli saranno stati solo gesti. L’eredità è nell’oscuro luogo dove i nostri geni hanno mescolato tutto ciò che è stato prima di noi. Potremo essere liberi se avremo accettato questa eredità, solo se ci inginocchieremo ai secoli e ai millenni, e con il capo chino, allora potremo dire “Io sono, e sono anche un altro, e sono anche tutti gli altri”. Allora il respiro potrà placarsi e accordarsi al respiro di questo mondo tragico e bello in ogni sua manifestazione. Anche nella fatica, nella solitudine, nell’esilio, quei luoghi lontani, quelle mani che non abbiamo conosciuto, parleranno in noi e per noi. Non abbiamo confini nel tempo, non ne ce ne sono mai stati e mai ce ne saranno. Potremo porgere una mano verso il domani che arriva e con una piccola torsione continuare a tenere tutti gli ieri che si incolonnano, formiche del tempo e andranno a formare quella muraglia che ancora non abbiamo imparato a scalare.

 

Nell’ombra delle nostre parole


Nel giardino possiamo

assistere alla caduta delle

mele, riempire il nostro

cestino e respirare l’aroma

rosso che chiama ancora

l’ombra dei fiori che erano

e non saranno mai più.

Sarà questa la nostra

partenza sfolgorante verso

il pomeriggio che ci

sta già chiamando. Allora

metteremo sul tavolo

quelle mele, sposteremo

la tazza vuota e accenderemo

il fuoco e lasceremo che

tra le scintille sprizzino anche

questi versi necessari, dove

la mente può passeggiare

come se fosse all’ombra

del meleto la scorsa primavera.

Noi abbiamo veduto, per questo

possiamo ricordare. Una foglia

si stacca e cade, danza e cade,

cade senza cadere, danza

senza un solo suono se

non quello che si muove

nell’ombra delle nostre parole.

 

 

Siamo prigionieri della pioggia oggi, domenica 26 settembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 567 è rotonda e rossa come una mela appena raccolta. La metto sul tavolo, non nel cestino, ma accanto, per vedere in quanto tempo sarà dentro senza che io l’abbia più toccata.

L’immagine di oggi è La direzione del vento di Andrey Remnev.

sabato 24 luglio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/503. Immagina una moltitudine di persone imprigionate fin dalla nascita in uno spazio di luce abbacinante


 


 Nel bizzarro clima milanese fatto di acquazzoni e vento fresco, oggi pomeriggio sono andata a vedere la mostra di Mario Sironi al Museo del Novecento. È una bella retrospettiva, molto ricca, con tante opere giovanili, i bozzetti per le grandi opere murali, molti autoritratti, e molti quadri appartenenti a collezioni private che difficilmente ci sarà occasione di rivedere.

Sironi è un artista geniale e monumentale come le sue opere. La storia della sua vita è in qualche modo la storia del primo Novecento italiano. Fascista dalla prima ora, nevrotico, futurista, illustratore, padre di due figlie di cui una suicida a soli 18 anni, salvato dalla fucilazione per mano dei partigiani verso la fine della guerra grazie, così ha raccontato il salvatore, ma ci sono altre versioni, a Gianni Rodari che lo aveva riconosciuto.

Fondatore con altri artisti del movimento Novecento, Sironi è diventato Sironi, senza più maestri, epigoni o compagni di strada. Ho visto questa mostra con i miei amici Grazia e Danilo, che di Sironi sa tutto e gli ha dedicato un’opera teatrale davvero bellissima: Il mito rovesciato. Sironi incontra le ombre, che in premessa recita “Fiaba drammatica in due atti e un atto finale”. Potrei continuare a elencare le emozioni che questo artista sa trasmettermi, la commozione, i paesaggi urbani che mi struggono perché rappresentano la Milano industriale che emerge dalle rovine di quella contadina. Però preferisco che siano le parole scritte da Danilo Bramati a introdurvi nell’universo sironiano.

 

(sul lato destro rispetto al pubblico c’è una foresta di alberi spogli in stile sironiano che occupa quasi metà palcoscenico e si perde fra le quinte. Al margine sono sparse pietre in stile sironiano. Su una pietra è seduto Sironi. Una ragazza bionda esce dalla foresta cantando questi versi di Michelangelo:

 

“Cosa mobil non è che sotto il sole

non vinca morte e cangi la fortuna...”.

 

poi rientra nella foresta. Dal lato opposto si fa avanti il Personaggio e va verso il proscenio)

 

Personaggio.

È quell’uomo laggiù. Brusco, scontroso, onesto. Non lusingò nessuno. Non si pentì di niente. La sua opera sfida il tempo. Non puntò mai alla felicità. (raggiunge Sironi e siede su una pietra)

 

SIRONI.

Immagina una moltitudine di persone imprigionate fin dalla nascita in uno spazio di luce abbacinante che violenta e percuote ogni angolo di mondo, ogni foglia sottile, ogni impronta lieve figurata nella sabbia, ogni pensiero appena accennato nei cuori e nelle menti. Immagina una miriade di sentieri allucinati da un sole a picco, percorsi in lungo e in largo da una marea di gente di ogni razza, età, e tutti quanti se ne vanno in giro brancolando e si portano le mani sulla fronte per dar sollievo agli occhi folgorati. Ai lati dei sentieri, innumerevoli muretti circondati da una gran folla, simili a quelli dove i burattinai fanno muovere i burattini, e le persone ci salgono sopra, ci improvvisano scene, si inventano delle storie, piangono, ridono, fanno amicizia e poi si tradiscono, si azzuffano e rifanno pace. Altri assistono allo spettacolo e aspettano il loro momento. Ma a dispetto di quelle farse nessuno può sfuggire alla luce devastante che infierisce sui corpi, nelle anime... ora immagina, alle spalle della gente, l’ingresso di una caverna, una voragine buia, profonda, nascosta da una gran massa arruffata di sterpi. Immagina che uno del pubblico – forse annoiato dalle recite, forse per via di un’intuizione improvvisa – giri la testa e veda! (si alza e si rivolge al pubblico) Incalzato dalla frenesia lui si lancia verso la caverna, si apre un varco fra le sterpaglie, trova l’entrata, è dentro! Dentro, in una notte elementare... (la luce cala lentamente) E non ha paura, la cecità non gli spezza il fiato mentre incespica nell’eco dei suoi passi fra sporgenze di calcare e tufo. (nel buio, sullo sfondo a sinistra, viene proiettato lo studio preparatorio per l’affresco l’Italia tra le arti e le scienze) ma all’improvviso, su quella parete laggiù, laggiù, fra spigoli di roccia, quelle figure che si affollano come ombre proiettate su un lenzuolo e si tingono di grigi, ocra, terre, bruni van dyck e grumi sanguinanti e spatolate azzurre come le vene che rigano i polsi... lui guarda stupefatto, si smarrisce in quell’evento misterioso, il tempo non scorre più mentre le ombre si fanno concrete, prendono corpo fra quelle tenebre, vengono, gli vogliono parlare, un enigma si scioglie lentamente e lui è sul punto di afferrarlo... (l’immagine sparisce. Si ode un crollo spaventoso. Il Personaggio fugge fuori scena. Fine del crollo) Sono il pittore Mario Sironi. Sono stato fascista e futurista. Futuristi e fascisti mi hanno coperto d’insulti. Sono esistito in bilico fra due mondi. Sono morto in una clinica milanese il tredici agosto del sessantuno. (Sironi entra nella foresta. Lo intravediamo fra gli alberi. Dal lato opposto irrompono i gemelli Fafù. Fa è vestito da squadrista e ha un manganello alla cintura, Fu indossa un abito futurista e sfoggia grandi baffi a manubrio. Dalla cintura gli pende un aggeggio bizzarro. Avanzano aggressivi)

 

All’uscita dalla mostra ho scattato la foto che vedete e poi è scoppiato un acquazzone e ci siamo salutati in fretta, in questo sabato 24 luglio del secondo anno senza Carnevale e in questa Cronaca 503 sironiana con gli occhi ancora pieni di bellezza e meraviglia.

venerdì 21 maggio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/439. Inventario delle nuvole e dei pensieri

 


Scrivere delle nuvole, guardarle e fotografarle o dipingerle non è niente di eccezionale, ma è una delle mie attività preferite. Perché le nuvole sono imprendibili e mutevoli, quando abbiamo finito di descriverle già non esistono più, così come i nostri pensieri, le sensazioni e le emozioni. Le nuvole appartengono al passato come tutto ciò che è in nostro potere cantare. La particolarità delle nuvole, come dei fiocchi di neve, dove mai ne troveremo due uguali anche se potessimo restare per millenni con il naso all’insù a osservarle.

Nell’articolo “Le mille e una nuvola” sul suo bellissimo blog Didatticarte, che vi invito a esplorare, Emanuela Pulvirenti ricorda Gavin Pretor-Pinney autore di Cloudspotting:

“Cosa c’è di più bello di un cielo azzurro? Un cielo pieno di nuvole”.

Seguono poi immagini dei quadri di John Constable, Mallord William Turner, Caspar David Friedrich e Gustave Courbet. È un articolo talmente interessante che spesso vado a rileggerlo e a guardare le immagini che lo corredano.

Ma perché sono ossessionata dalle nuvole? Oltre che dal cielo, dalle foglie, dagli alberi, dall’acqua, dalle ombre, dalla luce, dal vento, dal mare e via elencando?

Osservare le nuvole non è solo godimento estetico, le immagini delle nuvole sono chiavi che aprono porte con serrature che non combaciano.

Quando guardiamo una nuvola, la seguiamo nel suo cammino, lento o veloce, poco importa, ecco che mille forme si manifestano e poi svaniscono e nel guardarle noi ci troviamo a immaginare, altre forme e altri luoghi.

Nel nostro nuvolario personale una nuvola non è mai soltanto una nuvola, una nuvola è una porta o una finestra e attraversandola giungiamo in un luogo rarefatto della mente dove pensiamo per immagini prima e per parole poi.

 

 

Una nuvola, due nuvole, molte nuvole

 

Osservare le nuvole è davvero

il lavoro perfetto per imparare

a guardare e poi a stare nel

tempo e nell’impermanenza

di tutte le cose, perché le nuvole

sono filosofe naturali e sanno

che le risposte stanno nelle domande

e nell’altrove, in tutti i luoghi da

cui proveniamo e in quelli verso

cui andiamo. Andiamo? Ma non

è certa la direzione e neanche

il senso. Come scriveva Jean Cocteau

per la poesia, lo stesso possiamo

dire di tutte le nuvole. A cosa servono

dunque le nuvole? Sono indispensabili.

Ma non so per cosa.

 

 

Oggi ho guardato molte nuvole, nel cielo, nei quadri, nelle fotografie e sono piena di gioia. Sì perché le nuvole mi fanno questo effetto e anche i pensieri sono più leggeri dopo averle guardate.

Questa è la Cronaca nuvolosa numero 439 di venerdì 21 maggio del secondo anno senza Carnevale, le nuvole della fotografia sono antiche nuvole del 2013 viste a Torri del Benaco sul lago di Garda.

Nel nuvolario delle Cronache, ogni Cronaca cerca la sua poesia e la sua nuvola e io mi incanto a guardarle sdraiata sulla mia.

venerdì 14 maggio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/432. Una Cronaca cronachistica in assenza di poesia

 

 


Aspetto ogni anno con trepidazione la seconda metà di maggio perché i “ragazzini gelsomini” fioriscono. Così sono passata nella loro via nel tardo pomeriggio e ho trovato i primi due fiori sbocciati e profumati. Non so perché, ma il buon umore alla vista di questa fioritura è garantito. Che altro raccontare di questa giornata di una finta primavera? A Ovest il cielo è nero e sembra che porterà la pioggia. Però questa mattina presto il clima era magnifico, fresco, soleggiato e luminoso. Alle sette, quando sono uscita, non c’era in giro nessuno, così ho fatto la prima passeggiata in perfetta solitudine e allegria. A parte un lieve fastidio in zona puntura, il vaccino non mi ha causato, al momento, altri effetti. Così, sempre preda della contentezza per i gelsomini, ho prolungato la passeggiata sino alla Feltrinelli di piazza Piemonte dove ho comprato un mucchio di libri, tra cui la biografia di Gabriele D’Annunzio scritta da Piero Chiara che vorrei leggere prima di andare a vedere il film Il cattivo poeta con Sergio Castellitto. Degli altri libri scriverò poi, adesso non avrei molto da dire, se non i titoli. Tra le notizie di cronaca spicciola di questi giorni, mi ha fatto sorridere la storia della famiglia di cinghiali che ha rubato la spesa a una signora appena uscita dal supermercato e la storia dell’ostetrica Maria Pollacci, novantaseienne che ha fatto nascere ottomila bambini.

E poi che altro è successo oggi? Ecco, sì, ho fatto una chiacchierata con Francesca, giovane vicina di casa e volontaria al Palazzo delle Scintille che ieri mi ha riconosciuta e invece io non ho riconosciuto lei. Mi sono arrabbiata di nuovo con la nuova vicina di casa che mi aveva assicurato che i lavori di demolizione nel suo appartamento fossero finiti e invece non è vero – è da gennaio che ci sono cantieri aperti nel palazzo e nei dintorni, un vero inferno sonoro che non sopporto più. I geni delle ristrutturazioni, e quelli del Comune che li hanno autorizzati a partire con i lavori in piena zona rossa e relativo lockdown, hanno sventrato appartamenti e negozi che non ne avevano bisogno, ma si sa, ognuno ha un suo stile da mantenere e di certo gli sgravi fiscali aiuteranno molto questi lavori.

Oggi sono molto brontolona, ho voluto fare questo esperimento di una Cronaca cronachistica, senza riflessioni e speculazioni, senza ricordi e poesie. Ma non credo che accadrà più, preferisco le mie passeggiate poetiche per la città silenziosa e nelle terre ai piedi delle Montagne della Nebbia, le poesie che si intrufolano ovunque, i quadri da contemplare e fantasticare. Così, anche se oggi per questa Cronaca 432 di venerdì 14 maggio del secondo anno senza Carnevale non ho né una storia, né una poesia relative a un quadro di Andrey Remnev, è ancora lui che scelgo per la copertina.

martedì 11 maggio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/429. Una poesia di cieli e rondini in picchiata

 



 

Quando si muovono le gemelle sono sempre accompagnate dalle rondini, un vero corteo d’onore che decora gli scialli e il cielo intorno. Andrey il pittore ha preceduto le ragazze sul sentiero e ha iniziato un nuovo quadro. Ha dipinto anche la gemella addormentata, le rondini e le case con i tetti rossi. Ormai sono tutti consapevoli di essere protagonisti di un racconto, di un sogno e di diversi quadri. Vorrebbero anche suggerire alla narratrice una trama un po’ più vivace, ma sanno che dovranno tenere questo filo e aspettare che qualcosa accada, perché qualcosa accade sempre.

 

 

Quando il cielo ci chiama per nome

 

I tetti non servono a riparare

le case, i tetti reggono la volta

del cielo e sostengono i nidi

delle rondini. Il cielo non è

aria, ma un foglio chiaro che

le rondini devono scrivere

sfrecciando in picchiata. E

noi non siamo che virgole

nel discorso per la maggior

parte del tempo e punti

fermi quando il cielo cade

e le rondini emigrano verso

l’altro emisfero. Restano silenziosi

i tetti senza rondini e senza

di noi nella stanza a chiacchierare,

l’inizio di una stagione sboccia

nella fine di quella precedente,

un vaso, un sasso e una foglia

le uniche tracce della primavera

fredda che stiamo vivendo. E noi

sogniamo di avere ali altrettanto

forti e aspettiamo che il nostro

cielo si apra e ci chiami per nome.

 

 

Sono arrivate le ragazze sino al sentiero e si fermano per ammirare il nuovo quadro del pittore. Le rondini sfrecciano tutto intorno e dalle case ormai vicine arriva un aroma di tè più forte di ogni altro richiamo. Cosa dovranno fare quando saranno arrivati laggiù?

Me lo chiedo mentre scrivo le ultime parole di questa Cronaca 429 di martedì 11 maggio del secondo anno senza Carnevale e la poesia mi chiama a scrivere ancora.

Anche il quadro odierno è di Andrey Remnev.

lunedì 10 maggio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/428. Le rondini sono appena uscite dai nidi e sfrecciano nel cielo

 



 Usciamo per scrutare l’orizzonte mentre il pittore e le fanciulle si stanno ancora studiando. La villa è in cima a una collina e il grande giardino termina con un belvedere dove lo sguardo sorvola tutta la città e arriva sino al mare. Voliamo con le rondini, voliamo come se fossimo rondini e raggiungiamo il mare scendendo in picchiata e poi ritorniamo portati dal vento ascendente che soffia dal mare alle colline. Lassù, lassù in alto solo il vento che strappa al silenzio suoni inauditi sulla terra. Siamo ritornati e le fanciulle sono in giardino, ognuna è abbracciata a una gemella trasparente, uno dei tanti doppi che hanno disseminato nella casa e nel giardino. La luce si piega al tramonto e l’aria lascia intravedere quella chiesa sullo sfondo dove qualcuno è sceso a pregare. Monete d’argento ornano il copricapo della fanciulla che vedo, e il suo collo. Quale obolo dovremo pagare per restare ancora in questo giardino? Mentre noi guardiamo il pittore, appoggiato a un albero fuori dalla scena, lui guarda le fanciulle che guardano il mare e le rondini. Il patto è stato siglato, il pittore si trasferirà a vivere nella villa con le fanciulle e potrà dipingerle. Le gemelle gli insegneranno l’arte di tagliare e cucire i tessuti, lui i segreti per utilizzare l’oro e l’argento come se fossero due colori soltanto. Si allontana dal suo doppio la fanciulla con le monete d’argento che scendono dal copricapo e accoglie in grembo un gatto fulvo e tigrato. Non è l’unico gatto che vive nel giardino, quando ci avviciniamo per accarezzarlo, salta giù e va a rifugiarsi in un cespuglio, è un gatto che non ama gli estranei, non si fida, ma un po’ ci restiamo male.

 




Quello che ho sognato

 

Seguo il tuo sguardo sino

all’orizzonte aperto in fondo

alla valle e volo in picchiata

con le rondini. Vedi com’è

facile il mio volo? Vedi quanto

è vasto il cielo? Ci sono sagome

che ritagliano il paesaggio e

io vedo le fanciulle e la cattedrale

e allo stesso tempo cerco questa

ragione per continuare il volo,

per cercare ancora quello che

tu hai veduto e io solo sognato.

 

 

Dal giardino e dagli orizzonti che abbiamo tutto intorno, cerco di portare con me un mazzo vasto di immagini e profumi. Rientro in casa con il pittore e le fanciulle, dovrà esserci qualcuno che racconterà la loro storia e io sono pronta.

Questa è la Cronaca 428 di lunedì 10 maggio del secondo anno senza Carnevale e le rondini sono appena uscite dai nidi e sfrecciano nel cielo.

Anche le due immagini odierne sono di Andrey Remnev.