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giovedì 23 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/564. Tra fichi, tassi, polpi e cinghiali, quanta bella compagnia!

 



Il tempo sereno corrisponde al nostro stato d’animo ancora rivestito dalle ore d’estate. Quando inizia così sommesso l’autunno ci lascia il tempo di abituarci all’aria fredda del mattino e alla luce più breve. In questi giorni ho letto diverse notizie che riguardano alcuni animali che hanno incrociato le vite degli umani. Ci sono i cinghiali che passeggiano in città, accade a Roma, ma anche in Piemonte e in Liguria, dove pare che la presenza dei cinghiali attiri i lupi. Già l’anno scorso, durante i primi mesi di lockdown avevamo visto animali inusuali aggirarsi per le città deserte, i cervi passeggiare nei paesi innevati. Qui nella città silenziosa si è moltiplicata la presenza degli scoiattoli e anche degli uccellini che, almeno nel mio quartiere, erano drasticamente diminuiti nel corso degli inverni precedenti. Ora, so che la presenza dei cinghiali è sintomo della presenza di rifiuti non gestiti, ma non riesco a non intenerirmi vedendo la capo branco seguita da cuccioli di varie età che le trotterellano dietro con grande convinzione. Ci sono poi altre storie tenere che mi piace ricordare. La prima è la più recente riguarda il tricheco viaggiatore Wally, fotografato in diverse località, che si è fatto una nuotatina dall’Islanda all’Irlanda affondando almeno un paio di barchette dove era salito a riposarsi. Poi non resisto ai video delle balene che si affiancano a subacquei, surfisti e sembra quasi che si fermino a osservare gli umani con la stessa intenzione e intensità che ci mettiamo noi con loro. Ma la storia che più di tutte mi ha davvero intenerito e divertito è quella del tasso Pignoletto che, a causa di una scorpacciata di fichi maturi, è svenuto a causa della glicemia troppo alta. Nel giro di una settimana si è ripreso ed è stato rimesso in libertà e lo immagino tornare a cercare e replicare la beatitudine dell’incontro coi fichi che hanno un profumo meraviglioso e sono proprio buoni in tutti i modi. Col passare degli anni, l’ho già scritto anche di recente, ho drasticamente ridotto il consumo di carne, ho smesso di mangiare il polpo dopo avere letto Oliver Sacks e se non lo avessi già fatto dopo aver visto il film Il mio amico in fondo al mare, avrei smesso comunque. Adesso sto leggendo Altre menti di Peter Godfrey-Smith, sempre dedicato ai cefalopodi, e mi aspettano nella pigna dei libri da leggere anche Pensieri della mosca con la testa storta di Giorgio Vallortigara che ipotizza che i nostri grandi cervelli servano soprattutto per immagazzinare memoria e che anche le menti di animali minuscoli, come appunto le mosche, abbiano attività cognitive e capacità di sentire. Gli studi sulla coscienza umana sono una delle mie passioni e ho letto moltissimi libri: Antonio Damasio, Steven Pinker, Roger Penrose, Daniel Dennett e tanti altri. Ci sono così tante cose da studiare e imparare, e più invecchio più scopro che il mondo e l’universo sono misteriosi e complessi e che ogni libro letto non è che un minuscolo tassello in un mosaico di conoscenza pressoché infinito. Dallo studio della coscienza umana alla fisica quantistica il passo è stato molto breve e poi vogliamo tralasciare le vite degli scienziati e delle scienziate? E cosa stava succedendo nel mondo intanto che loro erano chiusi in laboratorio? Così ho iniziato a leggere sempre più libri di storia del Novecento, il mio secolo, e di storia d’Italia, le biografie di architetti e pittori si sono aggiunte a quelle degli scrittori. E la storia della mia città Milano, ha ripreso vita nei racconti di chi c’era e ha visto, di chi non c’era e ascoltato e ha scritto. Così saltello da un argomento all’altro e, come sempre accade, quello che leggo filtra in quello che scrivo e non c’è niente di più bello al mondo che leggere e scrivere. Insieme a un’altra serie infinita di motivi per cui vale la pena vivere. Per cui finisco questa Cronaca 564 animalesca e coscienziosa e la consegno alla collezione di quelle che l’hanno preceduta e oggi, giovedì 23 settembre del secondo anno senza Carnevale, può proseguire con la lettura delle altre menti che vivono con noi in questo scorcio di tempo e di spazio.

lunedì 26 aprile 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/414. Esiste un luogo sulla terra dove poter ritornare?

 


 

Oggi non ho camminato nella città silenziosa e nemmeno nelle terre ai piedi delle Montagne della Nebbia. Ho scritto e letto molto, poi mi sono immersa nel documentario Il mio amico in fondo al mare, in realtà era una femmina di polpo, che ha appena vinto il premio Oscar. La storia è bella e toccante, Craig Foster stava attraversando un profondo momento di crisi esistenziale, quando decide di tornare a Cape Town nella casa di famiglia che dà sulla False Bay e inizia a immergersi ogni giorno in questo paesaggio marino dominato dalla foresta di alghe giganti Kelp. Durante queste immersioni incontra un polpo o piovra, che inizia a seguire nella vita quotidiana e di cui diventa in qualche modo amico, arrivando anche a stabilire un contatto fisico. Ci sono scene di una bellezza assoluta, questo paesaggio sottomarino è un luogo che pochi esseri umani potranno visitare di persona, quel che noi possiamo vedere è una precisa scelta dello sguardo di Craig e degli altri realizzatori del documentario Pippa Ehrlich e James Reed e la loro narrazione. Neanche la natura è davvero naturale, intatta, intoccata, perché dove passa un essere umano, il suo sguardo e la sua narrazione ritagliano e ricostruiscono per condividere con il resto della specie ciò che è stato visto e amato. Tra le tante scene struggenti ne cito solo due: in uno dei primi incontri la piovra, ancora diffidente, si riveste di conchiglie vuote attivando gli otto tentacoli e le duemila ventose, sino a sembrare una roccia ricoperta di gusci; la seconda scena, brevissima, riprende il canto delle megattere che è uno dei suoni più ipnotici che ci sia dato ascoltare.

C’è vita ovunque intorno a noi, malgrado noi esseri umani, e queste vite, i loro habitat naturali sono, come sappiamo da tempo, messi a repentaglio dalle nostre azioni. Ma non voglio entrare in questo ambito di riflessioni e preoccupazioni. Già dopo avere letto Oliver Sacks non sono più riuscita a mangiare il polipo in insalata con le patate o saltato in padella con il pangrattato. Dopo avere visto questo documentario credo che mi sarà impossibile, mi sono interrogata a lungo su questo mio lento avvicinamento a una dieta priva di proteine animali. Forse ciò sta accadendo perché con l’avvicinarsi della vecchiaia sento più intensamente la fragilità del nostro passaggio sulla terra e per questo il desiderio di non nuocere e di avere cura delle creature che incontro.

 

Il venire della sera

 

Esiste un luogo sulla terra? Esiste

in fondo al mare o sulle cime più

alte, dove la mia mano non abbia

fatto solo danni e soprusi? Sì, posso

dire di sì, sui volti delle persone

amate ho lasciato carezze e baci,

le ho sostenute, ho aiutato quella

piccola gatta tanto amata a partorire

i suoi cuccioli. Esistono molti luoghi

sulla terra dove la cura vince sulla

prevaricazione e dove le nostre

parole sono una culla di dolcezza

che accompagna il venire della sera.

 

 

Voglio riguardare questo documentario, restare sott’acqua e ascoltare solo onde e balene. Esiste un luogo dove poter ricordare e tornare a ricordare, questa Cronaca 414 di lunedì 26 aprile del secondo anno senza Carnevale e la sua pagina non più bianca.

venerdì 1 maggio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/54: la rosa sapiente e profumata


Se aprile era ed è rimasto il mese crudele, maggio è da sempre il mese delle rose e della piena fioritura.

Fioriscono non solo le rose in maggio, ma anche i pioppi, tutta la città ne resta avvolta e nel pioppeto della mia infanzia è come camminare in una nuvola.

Oppure come camminare sotto la neve e trovarsi allo stesso tempo in quella passeggiata e in un ricordo come scrive Göran Tunström ne L'oratorio di Natale:

"La neve mi costringeva a socchiudere gli occhi e mi serrai più stretto il collo del cappotto, mi feci un’insenatura di calma all'interno della stoffa e mi ritrovai nel confuso labirinto del mio proprio tempo, mentre procedevo per quella via in cui, una volta, avevo dato il nome a tante cose. Camminavo con il mio passo da adulto e contemporaneamente, con un’altra parte di me, avevo tre anni. La mano che stringeva la borsa teneva al tempo stesso la mano di mia madre, indicava un cono gelato, si liberava da una mischia in Grecia, seguiva le meraviglie di una partitura. Ogni azione del passato generava mille altre possibilità, scorreva a rivoli verso suoi propri futuri. Ed essi proseguono, sempre più numerosi, nelle terre vergini della coscienza, ombre che t’inseguono e vengono inseguite. Non c’è mai requie".

Neve, nuvola, pioppo, coscienza, Grecia, passato, futuro.

Stabilisco una connessione tra queste parole, so che ciascuna ha per me un senso profondo che le nutre, le avvolge, le consuma e le rigenera.
Non tutte le parole di uso comune sono idonee a entrare nella misteriosa tessitura di una poesia. Alcune, anche se banali, possiedono, invece quell’aura che le destina a entrare in un verso, a diventare parte della trama, dell’ordito o del telaio.
Rileggo ad alta voce, a beneficio dei lupi soprattutto, queste poche parole che si affollano sotto le mie dita laboriose.
Tendo un filo e leggo il nome, è la Grecia che mi chiama, la Grecia del poeta più reale di cui io abbia mai letto anche se esiste solo grazie alla penna di Anne Michaels nel romanzo In fuga.
Così Jakob Beer, scampato allo sterminio della sua famiglia da parte dei nazisti, rinasce grazie al soldato greco Athos.
Il tempo è una guida cieca.
Figlio della palude, nacqui dalle strade fangose della città sommersa. Per più di mille anni, soltanto i pesci avevano passeggiato sui marciapiedi di legno di Biskupin. Le case, costruite rivolte verso il sole, furono allagate dalla limacciosa oscurità del fiume Gasawka. I giardini fiorirono magnifici nel silenzio subacqueo; ninfee, giunchi, stramonio.
Nessuno nasce una volta sola. Chi è fortunato, vedrà di nuovo la luce tra le braccia di qualcuno; oppure, se sfortunato, si sveglierà quando la lunga coda del terrore sfiorerà l'interno del suo cranio”.
Vita e morte, morire e rinascere, come una stagione, come una rosa, come le onde del mare che ci consolano soprattutto quando possiamo guardarle e ascoltarle al mattino.
Questo lungo e per molti insopportabile isolamento che ancora non è finito, anche se è maggio e le rose sono sbocciate, forse ha dato modo di ricordare, a chi lo aveva dimenticato, che vita e morte sono gli estremi di un cerchio di cui non conosciamo né diametro né circonferenza.
Taluni scivolano giù dalla circonferenza e neanche se ne accorgono, altri scivolano avanti e indietro sempre nello stesso semicerchio, altri scoprono la scorciatoia del raggio per arrivare al centro, ma se non hai compiuto tutto il periplo neanche il centro ha più senso.
In questo cammino di senso che è la vita siamo accompagnati dai linguaggi, non dalla sola lingua materna, ma dalle lingue che impariamo via via che il mondo ci offre i suoi frutti, conoscete quel lampo, quella folgorazione di parlare e pensare in una lingua che non avete respirato in braccio a vostra madre?
Così le parole, ogni parola, rivelano che sotto l’involucro scintillante in cui crediamo di averle riconosciute, si celano involucri di senso e rimandi alla stessa cosa o pensiero designato da una parola sorella.
Per questo motivo ci dice ancora Anne Michaels, che cita un detto ebraico:
“Tieni un libro in mano e sei un pellegrino alle porte di una città nuova”.

E la città nuova, dove le parole risplendono in cesti di alabastro è una città ancora più ricca se ci si ferma a contemplare le parole, a cercarne i sensi nascosti, a trattarle come se ciascuna fosse insostituibile.
“L'amore ti fa vedere un posto in modo diverso, così come si maneggia in modo diverso un oggetto che appartiene a una persona amata. Se si conosce bene un paesaggio, si guarderanno tutti gli altri paesaggi in modo diverso. E se si impara ad amare un posto, a volte si può anche imparare ad amarne un altro”, scrive ancora Anne Michaels e amore e parola sono, come già scrivevo, fili della stessa tessitura.
Ogni parola porta in sé le sedimentazioni geologiche della lingua, il peso dei secoli, la voce di chi le ha pronunciate e di chi le ha scritte.
Ogni parola è un neurone di un cervello vasto quanto tutti gli universi che riusciamo a immaginare. Quanti dendriti, assoni e sinapsi per ogni parola?
Ogni parola è circondata da una ragnatela di legami e senso che la congiunge a ogni altra parola che sconfina da qui alla Biblioteca di Borges.
Come fare per non perdere anche la più piccola sfumatura?
Mi affido come sempre alla poesia e alla sapienza intrinseca che la sostiene.
Il re ha capito, si alza dal suo sofà accanto al fuoco e prendo dal leggio un libro monumentale che sembra crescere mano a mano che si avvicina al mio tavolo ricoperto di carte e appunti.
Leggi, mi chiede, leggi a voce bassa solo per me, perché non ci sia questa sera altro mondo fuori dalle tue parole.


La rosa sapiente e profumata
  
Quella rosa, quella non un’altra
perfetta sull'orlo della sparizione
dove l’ultimo petalo esita a
proclamare la propria fioritura.
È quella la rosa che ha scolpito
il fondo della pupilla, immagine
pietrosa incisa in un occhio
che non sa il fondo perché
dentro l’abisso vive. Quello
è l’occhio scolpito, quella
vi dico, proprio quella rosa
aulentissima e perfetta, oh
mia mistica visione che a ogni
cosa doni il profilo di una
rosa. Quella rosa, quella
non un’altra. Dolorosa,
sapiente e profumata, mai
nata nel maggio odoroso.

Elena Petrassi

Figure del silenzio
Atì Editore 2010

domenica 11 giugno 2017

quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l'estate è vicina

Non sono abituato a momenti di silenzio così lunghi e intensi. Vorrei uscire, respirare aria fresca.
Pian piano mi quieto. Percepisco il mio respiro, il cuore che batte. Dopo un po' affiora un'immagine lontana. Risale dal profondo il mio volto di bambino, scorgo negli occhi innocenti il sogno che fin da piccolo porto nel cuore. È ancora vivo e comprendo che non ci ho mai fatto seriamente i conti. È strano che si ripresenti proprio qui. In pustinia si fa strada con forza. L'immagine sono io, è il volto più segreto di me stesso. Antonella riapre gli occhi, solleva la testa. Un forte bisogno di parlare mi spinge a raccontare il mio sogno. Riesco a dargli voce, a nominarlo liberandolo un po' dalla nebbia che lo avvolgeva, ma sono solo poche parole. Non so decifrare bene le emozioni, le sensazioni, non aggiungo altro. Antonella mi guarda e bisbiglia: «Bisogna fidarsi delle intuizioni che sgorgano dal silenzio. Lo Spirito parla nel cuore quando le voci esteriori si quietano». Rimaniamo in silenzio ancora per alcuni minuti, poi lei mi porge il Vangelo e mi invita ad aprirlo. «Adesso, se vuoi, puoi leggere il brano che ti cade sotto gli occhi. Il silenzio parla attraverso la Scrittura. Vediamo cosa ha da dirti».
Sfoglio qualche pagina fino a che il mio sguardo si ferma sul Vangelo di Marco, capitolo XIII, versetti 28 e 29. «Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l'estate è vicina; così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte». Subito penso che l'estate è vicina. Che il mio sogno sta prendendo corpo. Non è più un'immagine evanescente, l'ho nominato, ha trovato posto nella mia coscienza. Sta maturando in me l'anelito custodito nell'anima. Ci raccogliamo di nuovo. Una dolce speranza si fa spazio dentro di me, comincio a credere con fiducia che il mio sogno diventerà presto realtà. Avrei altre cose da far emergere. Le sento muoversi, agitarsi. Come se questi lunghi minuti di silenzio avessero fatto saltare un tappo. Avverto una massa oscura che vorrebbe uscire per farsi conoscere, ma mi placo, per oggi può bastare. Non penso più a nulla. Sento la pace dentro di me.

Antonella Lumini e Paolo Rodari 
La custode del silenzio
Einaudi 2016

giovedì 2 marzo 2017

Lo sguardo sul mare causa la contemplazione dell'infinito

Noia, malinconia, vibrazioni liriche

La noia è un blocco dell'atto, un vuoto tra due progetti, ma passa, perché lo spazio si riempie da solo. La coscienza umana non può restare vuota, si popola di versi di poeti, visi di donne, ricordi, e sensi di colpa. Si pensa sempre a qualcosa, e per me la malinconia prevale sulla noia, che diventa così una specie di rêverie mista a tristezza intorno alle cose che mi circondano. Da questo stato nasce la prosa dell'elegia, che è un modo di sfuggire al sadomasochismo dei rapporti umani troppo stretti.
La noia permette di contemplare quello che appare in lontananza, a metà strada tra il dolce e il funebre, e di sottrarsi in questo modo alla polemica e alla collera. Questa noia malinconica ci pone al di là dell'angoscia paralizzante, favorisce lo slancio dell'immaginazione e anche della lucidità, e dispensa dall'alzare il tono e lanciare delle grida: «Gettare il proprio cuore tra le cose e allontanarsene per meglio contemplarle e oggettivarle», diceva Camus.
La noia è più arida, la malinconia è più musicale, ha una vibrazione lirica. Sul mare l'aridità prevale. Per me, niente può essere concepito senza legame con il paesaggio, e quando le cose riappaiono sul mare, nel mezzo dei ricordi, hanno questo tono di spoliazione e di dolcezza, non tanto dal punto di vista della malinconia romantica quanto da quello dell'universalità. Lo sguardo sul mare causa la contemplazione dell'infinito. Le rocce mi riportano alle cose antiche. Il minerale è più vicino all'essenza, mentre il deserto è più superficiale. La letteratura della mia regione è fatta di questo linguaggio aspro, teso verso l'essenziale. Oggi vedo scrittori che si buttano con rabbia nel bel mezzo della mischia, della lotta, della carneficina, del saccheggio. Non amo questo tipo di letteratura, preferisco la contemplazione.

Une manière de contempler le lointain, in «Magazine Littéraire», n. 400, luglio-agosto 2001, p. 32. Il testo, con quelli di altri scrittori, fa parte di un dossier dal titolo Variations sur l'ennui; la testimonianza è stata raccolta da Valérie Marin Le Meslée. La traduzione è dei curatori

Francesco Biamonti
Scritti e parlati
a cura di Gian Luca Picconi e Federica Cappelletti
prefazione di Sergio Givone
Einaudi 2008

lunedì 12 dicembre 2016

mi feci un’insenatura di calma all'interno della stoffa e mi ritrovai nel confuso labirinto del mio proprio tempo

A vent'anni dalla prima edizione Iperborea pubblica di nuovo un libro meraviglioso che ho amato tantissimo.
Ecco un frammento dalle prime pagine.
E.P.



"La neve mi costringeva a socchiudere gli occhi e mi serrai più stretto il collo del cappotto, mi feci un’insenatura di calma all'interno della stoffa e mi ritrovai nel confuso labirinto del mio proprio tempo, mentre procedevo per quella via in cui, una volta, avevo dato il nome a tante cose. Camminavo con il mio passo da adulto e contemporaneamente, con un’altra parte di me, avevo tre anni. La mano che stringeva la borsa teneva al tempo stesso la mano di mia madre, indicava un cono gelato, si liberava da una mischia in Grecia, seguiva le meraviglie di una partitura. Ogni azione del passato generava mille altre possibilità, scorreva a rivoli verso suoi propri futuri. Ed essi proseguono, sempre più numerosi, nelle terre vergini della coscienza, ombre che t’inseguono e vengono inseguite. Non c’è mai requie".

Göran Tunström
L'oratorio di Natale
traduzione di Fulvio Ferrari
Iperborea 2016




lunedì 25 luglio 2016

Versi per fare vasto il mondo

Scrivere, dipingere, far musica, esigono soprattutto un grande amore. Poi un grande abbandono a se stessi. Avere la coscienza che la parola che dico è la parola mia, del mio mondo, della mia emozione, della mia espressività, e lo è in modo insostituibile. Perché se scrivo un verso è il mio verso; tant'è che posso riconoscere subito un verso di Leopardi, uno di Shakespeare: quella è la loro voce, è quel loro particolare modo di essere che sviluppa quella sonorità particolare, anche se poi ci sono ritmi e segni comuni a tutti noi.

Franco Loi
incipit dell'articolo pubblicato sul Domenicale del Sole 24 Ore il 6 settembre 2015

giovedì 4 febbraio 2016

L'emergere della consapevolezza di sé e la scoperta degli altri fuori di noi

Anche in questo frammento di Espiazione, Ian McEwan tocca un vertice di chiarezza e coinvolgimento, descrivendo il momento in cui in una mente giovane e fertile si fanno strada nello stesso tempo la consapevolezza di sé e degli altri fuori da sé con le stesse passioni e desideri feroci. 
Il mondo non è chiaro e conchiuso, il tempo gocciola via seguendo un proprio ritmo. La scrittura è, allora, l'unico modo per mettere in ordine il caos che danza dentro e fuori di noi. 
"L'imparziale realismo psicologico" che McEwan attribuisce alla scrittrice che Briony diventerà, è la cifra della sua stessa scrittura, e che scrittura! 
Nella ricchezza di dettagli e riflessioni che attraversano anche questo romanzo, questo scrittore straordinario crea un mondo plausibile dove viviamo la vita e le emozioni dei suoi personaggi.

E.P.

§§§§§




Briony sedette a terra con la schiena appoggiata a uno degli armadi a muro dei giocattoli e si fece aria con le pagine della commedia. Il silenzio in casa era assoluto: non una voce, un rumore di passi, uno sgocciolio dentro le tubazioni; una mosca imprigionata tra i vetri di una finestra a ghigliottina aperta aveva abbandonato la propria battaglia, e fuori il liquido canto degli uccelli era evaporato nella calura. Allungò le gambe davanti a sé e si concentrò sulle pieghe del vestito di mussola bianca e sulle sue amate grinze di pelle intorno alle ginocchia. Doveva cambiarsi d’abito quella mattina. Pensò che avrebbe dovuto badare di più al proprio aspetto, come Lola. Non farlo era da bambini. Che fatica, però. Il silenzio le fischiava nelle orecchie e la vista le si alterò un poco: si vedeva le mani in grembo insolitamente grandi e al tempo stesso distanti, come se le guardasse da molto lontano. Alzò una mano flettendo le dita e si chiese, come già le era capitato di fare altre volte, come fosse entrata in possesso di quella cosa, quella specie di morsa, di ragno carnoso al suo completo servizio. Che avesse un barlume di vita propria? Piegò un dito e tornò a distenderlo. Il mistero era sigillato nell'attimo prima del movimento, l’istante che separava la quiete dal moto, quando l’intenzione raggiungeva il suo effetto. Era come il frangersi di un’onda. Se fosse riuscita a tenersi sulla cresta, pensava, non era escluso che avrebbe scoperto il proprio segreto, quella parte di se responsabile del fenomeno. Si portò l’indice vicino alla faccia e prese a fissarlo, ordinandogli di muoversi. Il dito restava fermo, perché lei stava solo fingendo, non faceva sul serio, e perché volerlo muovere, o essere sul punto di muoverlo, non era la stessa cosa che muoverlo per davvero. E quando alla fine lo piegò, il gesto parve partire dal dito stesso, non da un punto ignoto della sua mente. Quando sapeva di doversi muovere? Quand’era che lei lo muoveva? Era impossibile cogliersi di sorpresa. Esistevano soltanto il prima e il dopo. Non c’erano segni di cuciture, linee di giunzione, eppure sapeva che al di là del tessuto liscio che la foderava si trovava la vera se stessa - la sua anima forse? - alla quale spettava la decisione di smettere di fingere, per dare l’ordine definitivo. Quei pensieri le risultavano familiari e rassicuranti quanto la precisa configurazione delle sue ginocchia con la loro perfetta ma opposta, reversibile simmetria. Un secondo pensiero faceva immancabilmente seguito al primo, ogni mistero generava mistero; chissà se anche gli altri erano vivi quanto lo era lei. Per esempio, sua sorella era altrettanto importante per se stessa, si giudicava altrettanto preziosa? Essere Cecilia era un’esperienza forte quanto essere Briony? Anche sua sorella possedeva una vera se stessa nascosta sotto la cresta di un’onda, e passava del tempo a pensarci, tenendosi un dito davanti alla faccia? Era così per tutti gli altri, compresi suo padre, Betty, Hardman? Se la risposta era sì, allora il mondo, la società doveva essere complicata in modo insostenibile, con i suoi due miliardi di voci, e coi pensieri di tutti allo stesso livello e le pretese di una vita altrettanto intensa da parte di tutti, e con l’unanime convinzione di essere unici, quando nessuno lo era. Uno poteva annegare in tanta irrilevanza. Ma se la risposta era no, allora Briony si ritrovava circondata da macchine, intelligenti e gradevoli a vedersi, ma prive del genio intimo che lei si sentiva dentro. L’idea era lugubre e malinconica, oltre che improbabile. Perché, sebbene la cosa offendesse il suo senso dell’ordine, doveva ammettere che c’erano enormi probabilità che anche tutti gli altri avessero
pensieri simili ai suoi. Lo sapeva, ma solo in termini di sterile teoria; non lo sentiva davvero. Anche le prove offendevano il suo senso dell’ordine. Il mondo conchiuso che aveva disegnato con la chiarezza di parole perfette era stato snaturato dagli scarabocchi di altre menti, di altri bisogni; e perfino il tempo, così facile da segmentare sulla pagina in atti e in scene, nella realtà gocciolava via a poco a poco in modo incontrollabile.

Ian McEwan
Espiazione
Einaudi 2002


martedì 21 aprile 2015

Scrivere è inventare il silenzio e farne una condizione di vita

Organizzai in modo diverso la mia giornata. Non mi era stato forse detto che nella mia scrittura s'intravedeva qualcosa di diverso? 
Era l'altra identità che s'affacciava al reticolato delle parole consumate, piegate a mille usi, e si guardava intorno. 
Era lei che aveva bisogno di essere alimentata. 
Come? Lo capii gradualmente. 
Prima di tutto preparandole un'area di raccoglimento e di piena gratuità. L'unico committente era interno e siccome era molto debole, bastava il minimo pretesto perché si confondesse: una visita, un mal di denti, un litigio, un capriccio, una cattiva lettura, un dovere. 
Dovetti irrobustire la sua voce e cercai di ridurre certe interferenze, anche se questo aumentava la mia cattiva coscienza.
Dovetti inventare il silenzio e farne, in certe ore, la mia condizione di vita.
Nel silenzio mi imposi un lavoro assiduo, come un falegname che pialla il legno. 
Volevo ridestare da quel giacimento di cui ho detto prima - oscuro, grumoso - il maggior numero di parole possibili. E di volta in volta volevo legare quelle parole al bagaglio in trasformazione dei miei pensieri e dei miei sentimenti. 
Col tempo si creò un ricco scambio fra il sentire e le parole che lo avrebbero rivelato: scambio che la scrittura rese visibile.
Non una grande scrittura, una scrittura che faceva il suo tirocinio un po' a sbalzi. Che insisteva, si ripeteva. Che cercava di non disgregarsi nei compiti familiari - spesso noiosi - anzi li teneva insieme con la volontà di viverli fino in fondo.
Imparai che non bisogna scartare nulla di una vita: ogni minima cosa, anche la più trita, è seme per l'esperienza.
A poco a poco la mia identità prese a riconoscersi - e a sfaccettarsi - attraverso le parole scritte e le parole presero a radicarsi nell'identità. 
Il linguaggio - uno scavo nella coscienza - si approfondì e mi promise di diventare il mio fedele specchio. 
Quante severe implicazioni, in questo miraggio!  Quanta concentrazione! 
Ma era finalmente un lavoro rivolto all'interno, è sempre questo che intendo quando dico "scrittrice". 
E quando dico "giornalista" intendo l'opposto: una che si volge impulsivamente ai fatti, e li insegue, e crede di afferrarli al volo, fin quando si trova lontanissima da sé, dispersa e consumata da una vana corsa.
Allora il principale problema - lo fu per me - sarà di rientrare a casa
La casa del linguaggio è approdo e permanenza.
Per usare le parole di Gianna Manzini - le scrisse nel '45, a proposito di Virginia Woolf - il problema sarà imparare "a raccogliersi l'anima e a tenerla in fronte come la lampada dei minatori". 
Fu uno stato di necessità per lei. Dal quale scaturì un modo di essere scrittrice che volle definire così: una specie di "monacazione non palese".
Trascrivere oggi questa definizione fa un certo effetto. Nulla potrebbe apparire più inattuale e incongruo. Ma la Manzini aggiunse che, da quel modo di essere, le derivava una "scabrosa libertà".
1993


Grazia Livi
Narrare è un destino
La Tartaruga edizioni 2002