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domenica 19 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/42: come il giunco mi piego e resisto, ritorno

Ero seduta in riva a un corso d’acqua, il mare non era lontano, sentivo il frangersi delle onde sulla spiaggia.

Accanto a me una folla di giunchi si lasciava spettinare e trascinare dall’acqua in movimento, ma era solo un’illusione ottica, al minimo scarto del vento ecco che le cime dei rami si sollevavano e tornavano a danzare nell’aria.

Nel sogno camminavo lungo le rive, incerta se fermarmi o arrivare al mare. Ho sentito anche le rondini, finalmente, che davvero ieri sera sono arrivate nel mio cortile a rinnovare i nidi, e anche un gabbiano solitario.

Il chiarore dell’alba saliva dietro il filo dell’orizzonte, mi sono fermata e ho aspettato.

Ora che sono sveglia, le immagini del sogno si sono depositate sulla riva della realtà e mi interrogano.

Quei giunchi siamo noi fermi nei nostri luoghi, sollecitati dal vento e dalla pioggia loro, dalla chiusura al mondo noi.

Ma il giunco sa che il vento non è più forte, che non sarà quell'aria sfrontata ad averla vinta.

Amelia Rosselli scriveva in Documento:

La notte era una splendida canna di giunco
i suoi provvisori accecamenti erano di giunco
i suoi averi scappavano dalle mie mani
le sue filantropie erano di giunco.
Oh potessi avere la leggerezza della prosa
o di quel inverno che fu così ben racchiuso
fra i tetti impiantati: questa strada d'inverno
è come se qualcuno l'avesse saccheggiata.
Oh potessi realizzare le rissa degli angioli
indovinati fra le colonne vertebrate, così
come la strada precipita senza segno, senso
per un vuoto putiferio per un mistico
soliloquio.

Anche la mia notte è stata una splendida canna di giunco, così continuo a cercare nelle parole dei poeti il senso di quel sogno e del nostro stare.

Anna Achmatova dice che non visiterà i nostri sogni:

Ma io vi prevengo che vivo
per l'ultima volta.
Né come rondine, né come acero,
né come giunco, né come stella,
né come acqua sorgiva,
né come suono di campane
turberò la gente
e non visiterò i sogni altrui
con un gemito insaziato.

E Federico Garcia Lorca vede il giunco e la penombra tremare insieme:

Il campo
di ulivi
s'apre e si chiude
come un ventaglio.

Sull'oliveto
c'è un cielo sommerso
e una pioggia scura
di freddi astri.

Tremano giunco e penombra
sulla riva del fiume.
S'increspa il vento grigio.

Gli ulivi
sono carichi
di gridi.

Uno stormo
d'uccelli prigionieri
che agitano lunghissime
code nel buio.

Saettano le immagini dei poeti e le loro parole, so soltanto che quei giunchi siamo noi e in silenzio resistiamo anche se impauriti e soli.

Una rondine si fa sentire più delle altre e io tengo in me tutte le primavere passate in cui ho sentito lei e prima ancora i suoi genitori e i genitori dei suoi genitori.

La vita continua nel profondo di noi, non ha bisogno di essere esibita.

Questa immobilità forzata ci costringe a guardare all'essenziale, a interrogare i nostri cuori, a non rimpiangere il passato, ma ad amarlo per quello che è stato e lasciarlo andare.

Possiamo scegliere di stare nel presente, nel respiro, nella gioia dell’istante, seguire le rondini impazzite di luce e anticipare la stagione calda che così tanto aneliamo.

Possiamo continuare ad amare, anche nel chiuso delle nostre case.

Questa poesia l’ho scritta questa mattina al risveglio e anche questo è un dono per il giorno nuovo:

Come un giunco è il mio amore,
si piega a ogni vento, inchina
il capo alla tempesta, sa che
passeranno, pioggia e paura.

Ma il mio giunco d’amore resta
saldo nella sua posizione, non
teme il tempo perché anche
il tempo passa, non teme
il sole e il ghiaccio, tutto
muta e trascorre, tutto
passa, ma non il mio giunco,
non il mio amore che resta
saldo giorno dopo giorno,
nel suo angolo di mondo,
invisibile agli occhi.





giovedì 9 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/32: in ogni passione avvengono prodigi


Tutto il mondo si prepara al temporale, le foglie nuove arricciano i bordi, gli uccellini si nascondono nei nidi, nessuna rondine sfreccia nel cielo.

Potremmo correre a ripararci in casa se già non fossimo tutti al riparo, dalla pioggia, dal virus, dal male.

La pioggia di primavera ha un gusto diverso perché non porta in sé la pesantezza della neve invernale che preme per cadere sulla terra, non porta in sé la malinconica danza che accompagna le foglie della stagione conclusa, non porta in sé la sete implacabile che ha fatto impazzire i girasoli di luce.

Ha mani delicate questa pioggia improvvisa e disseta i campi, lava le strade e i tetti, poi esplode.

Anche i tuoni primaverili hanno un suono diverso, non hanno le ambizioni di quelli estivi e sanno di essere di passaggio, un suono provvisorio che non ruberà la scena al canto gioioso degli uccellini sui rami, sa che le api sanno aspettare per poi tornare a danzare intorno ai fiori, così si sbrigano a completare l’esibizione e come sono venuti se ne andranno.

È pericoloso il mondo in questa primavera di richiami, la stagione della rinascita, della rinascita.

Il prefisso “ri” ci narra che una nascita ci è già stata, che una morte è già avvenuta.

In questa circolarità della nuda vita, le stagioni danzano in cerchio come fanciulle e chiamano alla danza anche noi creature mortali e spaventate.

Ci sarà una fuga verso la terra della salvezza, ci sarà una morte da cui faremo ritorno solo per testimoniarla, ci sarà una resurrezione eterna che tenderà la mano a questa nostra primavera.

Soprattutto sapremo che ogni temporale si trasforma in pioggerellina e poi smette.

Sapremo la resurrezione della domenica di Pasqua.

Sapremo che la stagione invernale non ha polverizzato i doni che hai lasciato sul mio tavolo, le prove generali del tuo ritorno.

Del ritorno del tuo amore che non conosce stagioni.

Perché in ogni passione avvengono prodigi.


Le noci e il melograno
ancora intatti sul tavolo,
due parole opposte che si
attraggono, le sto cercando
quercia e pietra uniche
a sfidare il tempo
troppo simili nella pervicacia
meglio la pioggia e il vento
che passano e non sanno
il sollievo della sosta.
Così saranno la quercia
e il vento i primi opposti
e la pietra con la pioggia
ad accompagnare ogni ricordo
che avrai lasciato, ogni parola
che avrò perduto.
In ogni passione avvengono
prodigi.


Elena Petrassi

Scrivere il vento
prima poesia della sezione
Sipario di un giorno d'estate
Atì editore 2016

martedì 7 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/30: una scritta ancora leggibile


Nel lato notturno della vita è il regno dei sogni che ci fa sudditi e ci incanta. Sudditi e non cittadini perché non siamo noi a scegliere come entrare e come stare in quella dimensione dove i tempi sono un unico tempo e vivi e morti coabitano senza suscitare timore.

Ogni notte entriamo in punta di piedi nel regno vasto e misterioso di cui siamo anche architetti e demiurghi e possiamo al contempo stupirci e dare per scontato che nostra nonna ci venga incontro con il nostro gioco preferito, che nostro padre abbia ancora baffi e capelli neri, che nella stessa casa possiamo vedere il giorno da un lato e la notte dall’altro, come mi ha raccontato una mia amica qualche tempo fa.

Al di là delle nostre credenze psicoanalitiche o religiose, la dimensione del sogno accede a un altrove trascendente dove è più facile sentire la presenza di Dio.

Il sogno ha qualcosa di sacro di fronte a cui noi arretriamo muti e rispettosi, come ci accade a volte di fronte alla grande poesia, letteratura o arte in generale.

Non siamo diversi dalle generazioni precedenti quando affidiamo ai sogni la visione del futuro o la spiegazione plausibile di un evento passato.

Credere al potere dei sogni è affidarsi a un mare quieto e al vento leggero che lo sovrasta, consapevoli che la tempesta potrebbe infuriare in qualunque momento e il cielo farsi nero e implacabile.

Sono grata al mondo notturno, ma non meno reale di quello diurno, che mi ha portato questa notte a visitare la nuova casa di mia madre che, tutta orgogliosa, mi diceva che lì saremmo state al sicuro. Da quando lei è morta non è trascorso giorno in cui io non abbia pianto e alle lacrime per lei, per l’atroce mancanza che sento e che si è sommata a quella per mio padre, si sono aggiunte le lacrime per quanto sta accadendo al mondo. Credo che anche il cuore più duro ed esposto alle tragedie della vita, non sia rimasto indifferente a questa stasi dove ci siamo fermati tutti insieme, noi che lavoriamo in casa e tutti quelli che sono costretti a lavorare fuori, abbiamo già letto e ascoltato decine di testimonianze a questo proposito.

Mi chiedo come saranno i sogni dei miei contemporanei in attesa, con l’angoscia della caduta in gola o con lo slancio di un volo imprevisto che ci salva dallo schianto.

Non so cosa ne sarà di noi e della nostra civiltà, non so cosa penseranno di noi le generazioni future, i sogni sono premonitori in alcuni casi, prestiamoci attenzione, come quando ci capita di sognare qualcuno che conoscevamo in passato e che abbiamo perso di vista e poi, il giorno dopo, lo incontriamo per strada come se fosse la cosa più normale del mondo.

Questa sera mi congedo con una mia poesia che è ispirata a un sogno di una decade fa.


Una scritta ancora leggibile

Quando entravi nella stanza
buio a buio si inseguiva
poi un vago chiarore, una
luminescenza che non dava
forma alcuna agli oggetti
dell’uso quotidiano, immemori
e abbandonati in attesa della
vita che solo le tue mani
gli daranno. Così sono entrata
e ho strappato la vecchia tappezzeria
ho lacerato il velo del reale
ho infranto il vetro del visibile.
Tu sapevi che un giorno lo avrei fatto.
Sotto il muro è nudo e secco,
vi sono tracce di figure, le impronte
di alcune dita e la scritta ancora
leggibile così declinava:


Aloisyius fecit.


Elena Petrassi
Scrivere il vento
prima poesia della sezione
Nuvole senza memoria
Atì editore 2016

giovedì 8 dicembre 2016

L'aria è pronta. C'è uno spiraglio nel cielo

Frammento di tempesta

Per Sharon Horvath

Dall'ombra delle cupole nella città delle cupole,
un fiocco di neve, tormenta al singolare, impalpabile,
è entrato in camera tua e s'è fatto strada
fino al bracciolo della poltrona dove tu, alzando lo sguardo
dal libro, lo scorgesti nell'attimo in cui si posava. Tutto
qui. Null'altro che un solenne destarsi
alla brevità, al sollevarsi e cadere dell'attenzione, rapido,
un tempo tra tempi, funerale senza fiori. Null'altro
tranne la sensazione che questo frammento di tempesta,
dissoltosi davanti ai tuoi occhi possa tornare,
che qualcuno negli anni a venire, seduta come adesso sei tu,
                                                                possa dire:
«È ora. L'aria è pronta. C'è uno spiraglio nel cielo»

Mark Strand
L'inizio di una sedia
a cura di Damiano Abeni
Donzelli 1999

sabato 22 ottobre 2016

azzurro ceruleo, blu cobalto, azzurro oltremare, indaco

Testamento

Lascio ai miei amici
Un azzurro ceruleo per volare in alto
Un blu cobalto per la felicità
Un azzurro oltremare per stimolare lo spirito
Un vermiglio per fare circolare il sangue allegramente
Un verde muschio per calmare l’inquietudine
Un giallo oro: ricchezza
Un violetto di cobalto per la rêverie
Una lacca di garanza che fa udire il violoncello
Un giallo cadmio: fantascienza, brillio, splendore
Un giallo ocra per accettare la terra
Un verde Veronese per ricordo della primavera
Un indaco per accordare lo spirito al temporale
Un arancione per suscitare la vista di un albero di limoni in lontananza
Un giallo limone per la grazia
Un bianco puro: purezza
Terra di Siena naturale: tramutazione dell’oro
Un nero sontuoso per vedere Tiziano
Una terra d’ombra naturale per accettare meglio la nera malinconia
Una terra di Siena bruciata per il sentimento di durata

Maria Helena Vieira da Silva
traduzione di Antonio Tabucchi
grazie a Luca Rosati per la segnalazione

Estuaire bleu, 1974


Eu lego aos meus amigos
Um azul cerúleo para voar alto.
Um azul cobalto para a felicidade.
Um azul ultramarino para estimular o espírito.
Um vermelhão para o sangue circular alegremente.
Um verde musgo para apaziguar os nervos.
Um amarelo ouro: riqueza.
Um violeta cobalto para o sonho.
Um garança para deixar ouvir o violoncelo.
Um amarelo barife: ficção científica e brilho; resplendor.
Um ocre amarelo para aceitar a terra.
Um verde veronese para a memória da primavera.
Um anil para poder afinar o espírito com a tempestade.
Um laranja para exercitar a visão de um limoeiro ao longe.
Um amarelo limão para o encanto.
Um branco puro: pureza.
Terra de siena natural: a transmutação do ouro.
Um preto sumptuoso para ver Ticiano.
Um terra de sombra natural para aceitar melhor a melancolia negra.
Um terra de siena queimada para o sentimento de duração.

martedì 27 settembre 2016

volevo la tempesta

«Sentirai il tuono
e mi ricorderai,
pensando: lei voleva la tempesta».

Anna Achmatova

lunedì 26 settembre 2016

Un albero è alleanza tra il vicino e il perfetto lontano

Un albero ha bisogno di due cose: sostanza sotto terra e bellezza fuori. Sono creature concrete ma spinte da una forza di eleganza. Bellezza necessaria a loro è vento, luce, uccelli, grilli, formiche e un traguardo di stelle verso cui puntare la formula dei rami. La macchina che negli alberi spinge linfa in alto è bellezza, perché solo la bellezza in natura contraddice la gravità. Senza bellezza l’albero non vuole. Perciò mi fermo in un punto del campo e chiedo: “Qui vuoi?”. 
Non mi aspetto una risposta, un segno nel pugno in cui tengo il suo tronco, però mi piace dire una parola all’albero. Lui sente i bordi, gli orizzonti e cerca un punto esatto per sorgere. 
Un albero ascolta comete, pianeti, ammassi e sciami. Sente le tempeste sul sole e le cicale addosso con la stessa premura di vegliare. Un albero è alleanza tra il vicino e il perfetto lontano. 

Erri De Luca

Tre cavalli
Feltrinelli 1999 

lunedì 16 maggio 2016

Poesia e filosofia non sono sostanza ma intensità, come il vento, le nuvole o una tempesta

Giorgio Agamben ha scritto un bellissimo libro. I suoi libri sono sempre densi e tersi (e imprevedibili come quello dedicato recentemente a Pulcinella, edizioni Nottetempo). Hanno lo sguardo rivolto al passato remoto. È il solo modo per intensificare il presente. Prendete il suo ultimo lavoro Che cos'è la filosofia? (edito da Quodlibet), cosa nasconde una domanda apparentemente ovvia? 

"È mia convinzione" - dice Agamben - "che la filosofia non sia una disciplina, di cui sia possibile definire l'oggetto e i confini (come provò a fare Deleuze) o, come avviene nelle università, pretendere di tracciare la storia lineare e magari progressiva. La filosofia non è una sostanza, ma un'intensità che può di colpo animare qualunque ambito: l'arte, la religione, l'economia, la poesia, il desiderio, l'amore, persino la noia. Assomiglia più a qualcosa come il vento o le nuvole o una tempesta: come queste, si produce all'improvviso, scuote, trasforma e perfino distrugge il luogo in cui si è prodotta, ma altrettanto imprevedibilmente passa e scompare".

(...)
Un antidoto allo scadere nella pratica burocratica può essere la poesia. Tu hai spesso ribadito il legame tra filosofia e poesia. Che lo stesso Heidegger pose al centro della sua riflessione. In cosa consiste questo legame?
"Ho sempre pensato che filosofia e poesia non siano due sostanze separate, ma due intensità che tendono l'unico campo del linguaggio in due direzioni opposte: il puro senso e il puro suono. Non c'è poesia senza pensiero, così come non c'è pensiero senza un momento poetico. In questo senso, Hölderlin e Caproni sono filosofi, così come certe prose di Platone o di Benjamin sono pura poesia. Se si dividono drasticamente i due campi, io stesso non saprei da che parte mettermi".


frammenti dell'intervista di Antonio Gnoli a Giorgio Agamben
Repubblica domenica 15 maggio 2016

sabato 12 marzo 2016

A nessuno rassomigli da che ti amo

Giochi ogni giorno con la luce dell’universo.
Sottile visitatrice, giungi nel fiore e nell'acqua.
Sei più di questa bianca testolina che stringo
come un grappolo tra le mie mani ogni giorno.

A nessuno rassomigli da che ti amo.
Lasciami stenderti tra le ghirlande gialle.
chi scrive il tuo nome a lettere di fumo tra le stelle del sud?
Ah lascia che ricordi come eri allora, quando ancora non esistevi.

Improvvisamente il vento ulula e sbatte la mia finestra chiusa.
Il cielo è una rete colma di pesci cupi.
Qui vengono a finire i venti, tutti.
La pioggia si denuda.

Passano fuggendo gli uccelli.
Il vento. Il vento.
Io posso lottare solamente contro la forza degli uomini.
Il temporale solleva in turbine foglie oscure
e scioglie tutte le barche che iersera s’ancorarono al cielo.

Tu sei qui. Ah tu non fuggi.
Tu mi risponderai fino all'ultimo grido.
Raggomitolati al mio fianco come se avessi paura.
Tuttavia qualche volta corse un’ombra strana nei tuoi occhi.

Ora, anche ora, piccola mi rechi caprifogli,
ed hai persino i seni profumati.
Mentre il vento triste galoppa uccidendo farfalle
io ti amo, e la mia gioia morde la tua bocca di susina.

Quanto ti sarà costato abituarti a me,
alla mia anima sola e selvaggia, al mio nome che tutti allontanano.
Abbiamo visto ardere tante volte l’astro baciandoci gli occhi
e sulle nostre teste ergersi i crepuscoli in ventagli giranti.

Le mie parole piovvero su di te accarezzandoti.
Ho amato da tempo il tuo corpo di madreperla soleggiata.
Ti credo persino padrona dell’universo.
Ti porterò dalle montagne fiori allegri, copihues,
nocciole oscure, e ceste silvestri di baci.
Voglio fare con te
ciò che la primavera fa con i ciliegi.

Pablo Neruda
Venti poesie d’amore e una canzone disperata
a cura di Giuseppe Bellini, con una testimonianza di Federico García Lorca
Passigli editore 1996


Juegas todos los días con la luz del universo. 
Sutil visitadora, llegas en la flor y en el agua. 
Eres más que esta blanca cabecita que aprieto 
como un racimo entre mis manos cada día. 

A nadie te pareces desde que yo te amo. 
Déjame tenderte entre guirnaldas amarillas. 
Quién escribe tu nombre con letras de humo entre las estrellas del sur? 
Ah déjame recordarte cómo eras entonces, cuando aún no existías. 

De pronto el viento aúlla y golpea mi ventana cerrada. 
El cielo es una red cuajada de peces sombríos. 
Aquí vienen a dar todos los vientos, todos. 
Se desviste la lluvia. 

Pasan huyendo los pájaros. 
El viento. El viento. 
Yo sólo puedo luchar contra la fuerza de los hombres. 
El temporal arremolina hojas oscuras 
y suelta todas las barcas que anoche amarraron al cielo. 

Tú estás aquí. Ah tú no huyes. 
Tú me responderás hasta el último grito. 
Ovíllate a mi lado como si tuvieras miedo. 
Sin embargo alguna vez corrió una sombra extraña por tus ojos. 

Ahora, ahora también, pequeña, me traes madreselvas, 
y tienes hasta los senos perfumados. 
Mientras el viento triste galopa matando mariposas 
yo te amo, y mi alegría muerde tu boca de ciruela. 

Cuanto te habrá dolido acostumbrarte a mí, 
a mi alma sola y salvaje, a mi nombre que todos ahuyentan. 
Hemos visto arder tantas veces el lucero besándonos los ojos 
y sobre nuestras cabezas destorcerse los crepúsculos en abanicos girantes. 

Mis palabras llovieron sobre ti acariciándote. 
Amé desde hace tiempo tu cuerpo de nácar soleado. 
Hasta te creo dueña del universo. 
Te traeré de las montañas flores alegres, copihues, 
avellanas oscuras, y cestas silvestres de besos. 

Quiero hacer contigo 
lo que la primavera hace con los cerezos.


.

domenica 3 gennaio 2016

Il mondo accade in una giornata chiara e luminosa

Il tempo sembra passare. Il mondo accade, gli attimi si svolgono, e tu ti fermi a guardare un ragno attaccato alla ragnatela. C'è una luce nitida, un senso di cose delineate con precisione, strisce di lucentezza liquida sulla baia. In una giornata chiara e luminosa dopo un temporale, quando la più piccola delle foglie cadute è trafitta di consapevolezza, tu sai con maggiore sicurezza chi sei. 
Nel rumore del vento tra i pini, il mondo viene alla luce, in modo irreversibile, e il ragno resta attaccato alla ragnatela agitata dal vento.


Don DeLillo 

Body Art 
traduzione di Marisa Caramella
Einaudi 2001

Time seems to pass. The world happens, unrolling into moments, and you stop to glance at a spider pressed to its web. There is a quickness of light and a sense of things outlined precisely and streaks of running luster on the bay. You know more surely who you are on a strong bright day after a storm when the smallest falling leaf is stabbed with self-awareness. The wind makes a sound in the pines and the world comes into being, irreversibly, and the spider rides the wind-swayed web.

giovedì 24 dicembre 2015

Ora tutta la vita è nel mio sguardo, stella su te, sul mondo che il tuo passo richiude

La neve era sospesa tra la notte e le strade
come il destino tra la mano e il fiore.

In un suono soave
di campane diletto sei venuto…
Come una verga è fiorita la vecchiezza di queste scale.
O tenera tempesta
notturna, volto umano!

(Ora tutta la vita è nel mio sguardo,
stella su te, sul mondo che il tuo passo richiude).

Cristina Campo
Passo d’addio
All’Insegna del pesce d’oro - Scheiwiller 1956

martedì 22 dicembre 2015

L'inverno inizia con nubi gonfie d'acqua

Inverno

Ecco, il mese di Posidone
comincia; e gonfiano d'acqua
le nubi e cupamente
le impetuose bufere rombano.

Anacreonte
Lirici greci
tradotti da Salvatore Quasimodo
Mondadori 1944

giovedì 26 novembre 2015

Il vento è la mia bocca spalancata, piena di mare


Vento. Essere nel vento.

Delle isole.
Essere nel maestrale. Soffia sulle Bocche
fino a Bonifacio. È la mia bocca. Spalancata
piena di mare. Forte di sale
più forte di ogni bufera. È
la mia tempesta che spezza le pagine dei libri
che scortica le querce fino ai sugheri
scuote le insegne e ruota tra i traghetti.
Mi spinge mi
vuota il cuore, lo scava.
È una conca di fiato.

Antonella Anedda
Il catalogo della gioia
Donzelli 2003

sabato 21 novembre 2015

I cieli incombono pesanti e scuri – un relitto naviga da occidente, le nuvole mutano in strane forme

Gli scrittori egocentrici ed egolimitati hanno un potere negato a quelli più ecumenici e di larghe vedute. Le loro impressioni, benché tra mura ristrette, sono densissime e ben marcate. Niente esce dalla loro mente che non sia segnato dalla loro impronta. Imparano poco dagli altri scrittori e ciò che adottano non riescono ad assimilarlo. Sia Hardy che Charlotte Brontë sembra che abbiano fondato il loro stile su un rigido e decoroso giornalismo. La materia prima della loro prosa è ingrata e inelastica. Ma con fatica, e integrità la più ostinata, pensando ogni pensiero finché questo non si sia arreso alle parole, hanno entrambi forgiato ognuno da sé una prosa che interamente si modella secondo la forma della loro mente; che ha, in aggiunta, una bellezza, una potenza, una velocità tutta sua. Charlotte Brontë almeno non doveva niente alla lettura di molti libri. Non imparò mai la scioltezza dello scrittore professionista, né acquisì l’abilità di rimpinzare e signoreggiare il linguaggio a suo piacere. «Non sono mai riuscita a sostenere la comunicazione con delle menti forti, discrete, raffinate, sia maschili che femminili» scrive, come avrebbe potuto scrivere qualsiasi editorialista in un giornale di provincia; poi acquistando vigore e velocità prosegue con la sua voce più autentica «finché non avessi oltrepassato le fortificazioni del riserbo convenzionale e superato la soglia dell’intimità, e non avessi vinto un posto nel focolare del loro cuore». È qui che lei si trova al suo posto, è la luce rossa e intermittente della fiamma del cuore che illumina la sua pagina. In altre parole, leggiamo Charlotte Brontë non per la squisita osservazione del personaggio – i suoi personaggi sono vigorosi ed elementari; non per la commedia – la sua è truce e rozza; non per una concezione filosofica della vita – la sua è quella della figlia di un parroco di campagna; ma per la sua poesia. È probabile che sia sempre così con quegli scrittori che come lei abbiano una personalità travolgente, i quali, come diciamo nella vita vera, non hanno che da aprire la porta per farsi sentire. C’è in loro una specie di indomita ferocia perpetuamente in lotta con l’ordine accettato delle cose, che fa loro desiderare di creare all’istante piuttosto che osservare pazientemente. Proprio questo ardore, che rifiuta le mezze ombre e altri impedimenti minori, sorvola sul comportamento quotidiano della gente normale e si allea con le loro passioni più inarticolate. Li fa poeti o, se scelgono di scrivere in prosa, li rende intolleranti delle sue restrizioni. Ecco perché sia Emily che Charlotte invocano sempre l’aiuto della natura. Entrambe sentono il bisogno di un simbolo delle vaste e sopite passioni della natura umana più potente di quanto le parole e le azioni possano comunicare. È con la descrizione di una tempesta che Charlotte conclude il suo più bel romanzo, Villette. «I cieli incombono pesanti e scuri – un relitto naviga da occidente, le nuvole mutano in strane forme.» Chiama qui la natura a descrivere uno stato della mente che non poteva venire espresso altrimenti. Ma nessuna delle due sorelle osservò la natura con l’accuratezza di Dorothy Wordsworth, o la dipinse con la minuzia di Tennyson. Colsero quegli aspetti della terra che erano più affini a ciò che sentivano loro o attribuivano ai loro personaggi, e così le loro tempeste, le loro brughiere, i loro incantevoli spazi di clima estivo non sono ornamenti lì a decorare una pagina noiosa o esibire i poteri di osservazione dello scrittore – traducono l’emozione e illuminano il significato del libro.

tratto da «Jane Eyre and Wuthering Heights», The Common Reader: First Series, The Hogarth Press, London 1925

Virginia Woolf
Voltando pagina
Saggi 1904-1941
a cura di Liliana Rampello
Il Saggiatore 2011

martedì 21 luglio 2015

Un mare una pianura nuvole di tempesta contro i fiumi

IX


a Zbigniew Herbert

È vero, l’allarme si alza dalle stelle
l’argento non ha luce sul barbaro grido di terrore.
L’imperatore ha spento il lume
ha chiuso il libro.
In basso la terra scuote l’orlo dei vasi e il ferro brucia
freddo sui fili. Lui dorme nel quadrato dei secoli
alti nel vento come aeree gabbie.
Non sente il bronzo del trono sulla nuca
né il rintocco dei chiodi sulle porte.

Dormirà per sempre.
Perciò sospendi tu la quiete
prova a rovesciare il dorso della mano
a raggiungermi nel nome di una lingua sconosciuta
perché parlo da un’isola
il cui latino ha tristezza di scimmia.
Un mare una pianura nuvole di tempesta contro i fiumi
uccelli nel cui becco gli steli annunciano alfabeti.

Forse solo così – Zbigniew
può viaggiare il cesto dei libri sulle acque
così credo giunga la voce
la stretta del viso nell'orrore
fino a un’orma fenicia, a un basso scudo
privo – come il tuo – di luce.

Antonella Anedda
Notti di pace occidentale
Donzelli 1999