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martedì 3 novembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/240: voglio dormire il sonno delle mele e il sogno delle pagine che ancora non ho scritto

 

Accendo il fuoco in giardino, in un angolo protetto dal vento e dagli sguardi. Brucio le foglie secche e i rami spezzati, offro all’aria questi frantumi dell’estate passata e la respiro.

Tra il giardino e il bosco raccolgo castagne e funghi, i melograni maturi e i cachi vaniglia sui rami bassi. Quando arrivo a casa li dispongo in una ciotola di legno intagliata a mano che mi hanno regalato mille vite fa.

Nei gesti lenti di questa campagna che non è il mio regno, trovo l’equilibrio per questo giorno, il giorno dopo ieri, il giorno prima di domani.

Abbiamo bisogno di piccoli rituali per dare senso al tempo che ci attraversa. Quando l’istante perde la scintilla della novità e diventa l’attimo passato? È come guardare un bruco, il suo bozzolo e poi la farfalla che vola via. La bellezza resta nei nostri occhi per qualche secondo ed è già ricordo, è già desiderio di vederla ancora e ancora.

Metto le castagne sul fuoco, nella padella di ferro, dopo averle incise nella buccia lucida. Il profumo si spande subito per la cucina e io posso impastare il pane e lasciare che il mio olfatto insegua anche questo aroma sino al forno dove lo metterò a cuocere.

Sulla credenza sta un’altra ciotola ricolma di mele addormentate, le sposto una a una e le lucido. Nessuna si sveglia, sbadigliano, mi ricordano i gatti nella loro quiete diurna e, forse, come loro tra poco si sveglieranno.

La rosa solitaria di questa settimana è gialla, pare che abbia rubato al sole gli ultimi raggi, è ancora nel pieno della fioritura e nessuno dei petali accenna l’inevitabile caduta.

Il mio regno si stende tra un giardino e una cucina, tra le luci fioche della sera autunnale e quella più viva del fuoco e delle candele.

Ci sono giorni così, dove la consolazione è negli oggetti e nelle cose piccole della vita quotidiana.

Torneranno il profumo delle sere d’estate e il fragore della primavera che scioglie i ghiacci?

Torneranno le rondini e le api nel giardino? So che torneranno perché le ho già viste, so che torneranno perché le ho immaginate.

Smetto di scrivere e torno in cucina, raccolgo una pila di libri addormentati quanto le mele. È tempo di tracciare i nuovi sentieri per la vita che verrà e i libri saranno la mia guida.

Ecco posso desiderare anch’io il sonno delle mele e il sogno delle pagine che ancora non ho scritto.

Questa Cronaca 240 nasce il terzo giorno del mese di novembre dell’anno senza Carnevale. Un giorno di vigilia, il giorno prima del lockdown, il giorno prima del nuovo presidente nella terra al di là del mare, che è stata per decenni un luogo dove i sogni andavano a esplorare e a diventare veri e reali. La prima parte del titolo è un verso di Garcia Lorca tratto dalla poesia Gazzella della morte oscura.


domenica 19 aprile 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/42: come il giunco mi piego e resisto, ritorno

Ero seduta in riva a un corso d’acqua, il mare non era lontano, sentivo il frangersi delle onde sulla spiaggia.

Accanto a me una folla di giunchi si lasciava spettinare e trascinare dall’acqua in movimento, ma era solo un’illusione ottica, al minimo scarto del vento ecco che le cime dei rami si sollevavano e tornavano a danzare nell’aria.

Nel sogno camminavo lungo le rive, incerta se fermarmi o arrivare al mare. Ho sentito anche le rondini, finalmente, che davvero ieri sera sono arrivate nel mio cortile a rinnovare i nidi, e anche un gabbiano solitario.

Il chiarore dell’alba saliva dietro il filo dell’orizzonte, mi sono fermata e ho aspettato.

Ora che sono sveglia, le immagini del sogno si sono depositate sulla riva della realtà e mi interrogano.

Quei giunchi siamo noi fermi nei nostri luoghi, sollecitati dal vento e dalla pioggia loro, dalla chiusura al mondo noi.

Ma il giunco sa che il vento non è più forte, che non sarà quell'aria sfrontata ad averla vinta.

Amelia Rosselli scriveva in Documento:

La notte era una splendida canna di giunco
i suoi provvisori accecamenti erano di giunco
i suoi averi scappavano dalle mie mani
le sue filantropie erano di giunco.
Oh potessi avere la leggerezza della prosa
o di quel inverno che fu così ben racchiuso
fra i tetti impiantati: questa strada d'inverno
è come se qualcuno l'avesse saccheggiata.
Oh potessi realizzare le rissa degli angioli
indovinati fra le colonne vertebrate, così
come la strada precipita senza segno, senso
per un vuoto putiferio per un mistico
soliloquio.

Anche la mia notte è stata una splendida canna di giunco, così continuo a cercare nelle parole dei poeti il senso di quel sogno e del nostro stare.

Anna Achmatova dice che non visiterà i nostri sogni:

Ma io vi prevengo che vivo
per l'ultima volta.
Né come rondine, né come acero,
né come giunco, né come stella,
né come acqua sorgiva,
né come suono di campane
turberò la gente
e non visiterò i sogni altrui
con un gemito insaziato.

E Federico Garcia Lorca vede il giunco e la penombra tremare insieme:

Il campo
di ulivi
s'apre e si chiude
come un ventaglio.

Sull'oliveto
c'è un cielo sommerso
e una pioggia scura
di freddi astri.

Tremano giunco e penombra
sulla riva del fiume.
S'increspa il vento grigio.

Gli ulivi
sono carichi
di gridi.

Uno stormo
d'uccelli prigionieri
che agitano lunghissime
code nel buio.

Saettano le immagini dei poeti e le loro parole, so soltanto che quei giunchi siamo noi e in silenzio resistiamo anche se impauriti e soli.

Una rondine si fa sentire più delle altre e io tengo in me tutte le primavere passate in cui ho sentito lei e prima ancora i suoi genitori e i genitori dei suoi genitori.

La vita continua nel profondo di noi, non ha bisogno di essere esibita.

Questa immobilità forzata ci costringe a guardare all'essenziale, a interrogare i nostri cuori, a non rimpiangere il passato, ma ad amarlo per quello che è stato e lasciarlo andare.

Possiamo scegliere di stare nel presente, nel respiro, nella gioia dell’istante, seguire le rondini impazzite di luce e anticipare la stagione calda che così tanto aneliamo.

Possiamo continuare ad amare, anche nel chiuso delle nostre case.

Questa poesia l’ho scritta questa mattina al risveglio e anche questo è un dono per il giorno nuovo:

Come un giunco è il mio amore,
si piega a ogni vento, inchina
il capo alla tempesta, sa che
passeranno, pioggia e paura.

Ma il mio giunco d’amore resta
saldo nella sua posizione, non
teme il tempo perché anche
il tempo passa, non teme
il sole e il ghiaccio, tutto
muta e trascorre, tutto
passa, ma non il mio giunco,
non il mio amore che resta
saldo giorno dopo giorno,
nel suo angolo di mondo,
invisibile agli occhi.





venerdì 26 luglio 2019

Sì, ho visto le stelle

Gli incontri di una lumaca avventurosa
A Ramón P. Roda

Che dolcezza infantile nella mattina tranquilla.

Gli alberi tendono le braccia verso la terra.
Un vapore tremulo copre i seminati
e i ragni tendono le loro strade di seta
- incrinature sul cristallo pulito del vento -.


Sul viale, una fonte recita il suo canto fra l'erbe.
E la lumaca, pacifica borghese del sentiero, umile e ignorata contempla il paesaggio.
La pace divina della natura l'ha rincuorata,
e dimenticando le pene della casa, desiderò vedere la fine del sentiero.


Camminando s'internò in un bosco d'edere e d'ortiche.
In mezzo c'erano due rane vecchie a prendere il sole,
tristi e malate.
«Questi canti moderni mormorava una di loro - sono inutili».
«Tutti, cara - le risponde la compagna che era ferita e quasi cieca -.
Da giovane credevo che se un giorno Dio sentisse il nostro canto, ne avrebbe pietà.
La mia scienza - ho vissuto molto -
m'impedisce di crederlo.
E io non canto piú...»


Le due rane si lamentano chiedendo l'elemosina a una giovane ranocchia
che passa sdegnosa scartando l'erba.
Davanti al bosco cupo la lumaca si spaventa.
Vuol gridare. Non può.
Le rane le si avvicinano.
«È una farfalla?» dice la cieca.
«Ha due piccole corna - risponde l'altra rana -.

È la lumaca.
Lumaca, vieni da altri paesi?»
«Vengo da casa mia e voglio tornarci subito.»
«È un verme vile esclama la rana cieca -.


Non canti mai?». - «Non canto», dice la lumaca.
«E non preghi?» - «Neppure: non ho mai imparato.»
«Non credi alla vita eterna?» - «E che cos'è?»
«Mah, vivere sempre nell'acqua trasparente vicino a una terra fiorita di ricchi pascoli.»
«Da bambina, un giorno la mia povera nonna mi disse che dopo morta sarei andata sulle foglie più tenere degli alberi più alti.»

«Tua nonna era un'eretica.
La verità te la diciamo noi.
Dovrai crederci!» dicono le rane furiose.


«Perché ho voluto vedere il sentiero? geme la lumaca -
Sì, credo per sempre alla vita eterna che dite voi...»

Le rane pensierose si allontanano e la lumaca spaventata si perde nella foresta.
Le due rane mendicanti restano come sfingi.
Una alla fine chiede:
«Credi alla vita eterna?»
«Io no», dice tristemente quella ferita e cieca.
«Allora perché abbiamo detto di credere, alla lumaca?»

«Perché... Non lo so dice la rana cieca -.
Mi emoziono quando sento i miei figli invocare Dio con fiducia dal canale...»
La povera lumaca torna indietro.
Nel sentiero un silenzio ondulato sgorga dal viale.

S'incontra con un gruppo di formiche rosse.
Sono tutte in tumulto e trascinano a forza un'altra formica con le antenne spezzate.
La lumaca esclama:
«Pazienza, formiche. Perché maltrattate così la vostra compagna?
Ditemi quello che ha fatto.
Giudicherò io in coscienza.
Su, formica, racconta tu.»
La formica mezza morta le risponde tristemente:
«Ho visto le stelle.»
«Che cosa sono le stelle?», dicono le formiche inquiete.
E la lumaca pensierosa domanda: «Stelle?»

«Sì - ripete la formica -. ho visto le stelle,
son salita sull'albero più alto che abbia il viale e ho visto migliaia d'occhi nelle mie tenebre.»


La lumaca domanda:
«Ma che cosa sono le stelle?»
«Sono luci che portiamo sulla nostra testa.»
«Noi non le vediamo», commenta
E la lumaca: «La mia vista arriva fino all'erba.»
Le formiche esclamano, muovendo le loro antenne:
«Ti uccideremo; sei pigra e perversa.
La tua legge è il lavoro.»
«Sì, ho visto le stelle», dice la formica ferita.
La lumaca sentenzia: «Lasciatela andare, fate le vostre faccende.
Può darsi che muoia presto, arresa.»


Nell'aria dolce è passata un'ape.
La formica agonizzante sente la sera immensa e dice:
«Viene a portarmi su una stella.»
Le altre formiche fuggono vedendola morta.
La lumaca sospira e s'allontana stordita, piena di confusione per l'eternità.
«Il sentiero è finito - dice -.

Forse di qui si arriva alle stelle.
Ma la mia grande lentezza mi impedirà di arrivare.
Non pensiamoci più.»


Tutto era soffuso di sole pallido e nebbia.
Campane lontane chiamavano in chiesa e la lumaca,
pacifica borghese del sentiero,
intontita e inquieta,
contempla il paesaggio.


Federico Garcia Lorca

Granada, dicembre 1918

Hay dulzura infantil 
En la mañana quieta. 
Los árboles extienden 
Sus brazos a la tierra. 
Un vaho tembloroso 
Cubre las sementeras, 
Y las arañas tienden 
Sus caminos de seda 
?Rayas al cristal limpio 
Del aire?. 
En la alameda 
Un manantial recita 
Su canto entre las hierbas 
Y el caracol, pacífico 
Burgués de la vereda, 
Ignorado y humilde, 
El paisaje contempla. 
La divina quietud 
De la naturaleza 
Le dio valor y fe, 
Y olvidando las penas 
De su hogar, deseó 
Ver el fin de [la] senda. 

Echó andar e internóse 
En un bosque de yedras 
Y de ortigas. En medio 
Había dos ranas viejas 
Que tomaban el sol, 
Aburridas y enfermas. 

Esos cantos modernos, 
Murmuraba una de ellas, 
Son inútiles. Todos, 
Amiga, le contesta 
La otra rana, que estaba 
Herida y casi ciega: 
Cuando joven creía 
Que si al fin Dios oyera 
Nuestro canto, tendría 
Compasión. Y mi ciencia, 
Pues ya he vivido mucho, 
Hace que no la crea. 
Yo ya no canto más... 

Las dos ranas se quejan 
Pidiendo una limosna 
A una ranita nueva 
Que pasa presumida 
Apartando las hierbas. 

Ante el bosque sombrío 
El caracol, se aterra. 
Quiere gritar. No puede, 
Las ranas se le acercan. 

¿Es una mariposa?, 
Dice la casi ciega. 
Tiene dos cuernecitos, 
La otra rana contesta. 
Es el caracol. ¿Vienes, 
Caracol, de otras tierras? 

Vengo de mi casa y quiero 
Volverme muy pronto a ella. 
Es un bicho muy cobarde, 
Exclama la rana ciega. 
¿No cantas nunca? No canto, 
Dice el caracol. ¿Ni rezas? 
Tampoco: nunca aprendí. 
¿Ni crees en la vida eterna? 
¿Qué es eso? 
Pues vivir siempre 
En el agua más serena, 
Junto a una tierra florida 
Que a un rico manjar sustenta. 

Cuando niño a mí me dijo 
Un día mi pobre abuela 
Que al morirme yo me iría 
Sobre las hojas más tiernas 
De los árboles más altos. 

Una hereje era tu abuela. 
La verdad te la decimos 
Nosotras. Creerás en ella, 
Dicen las ranas furiosas. 

¿Por qué quise ver la senda? 
Gime el caracol. Sí, creo 
Por siempre en la vida eterna 
Que predicáis... 
Las ranas, 
Muy pensativas, se alejan, 
Y el caracol, asustado, 
Se va perdiendo en la selva. 

Las dos ranas mendigas 
Como esfinges se quedan. 
Una de ellas pregunta: 
¿Crees tú en la vida eterna? 
Yo no, dice muy triste 
La rana herida y ciega. 
¿Por qué hemos dicho entonces 
Al caracol que crea? 
¿Por qué?... No sé por qué, 
Dice la rana ciega. 
Me lleno de emoción 
Al sentir la firmeza 
Con que llaman mis hijos 
A Dios desde la acequia... 

El pobre caracol 
Vuelve atrás. Ya en la senda 
Un silencio ondulado 
Mana de la alameda. 
Con un grupo de hormigas 
Encarnadas se encuentra. 
Van muy alborotadas, 
Arrastrando tras ellas 
A otra hormiga que tiene 
Tronchadas las antenas. 
El caracol exclama: 
Hormiguitas, paciencia. 
¿Por qué así maltratáis 
A vuestra compañera? 
Contadme lo que ha hecho. 
Yo juzgaré en conciencia. 
Cuéntalo tú, hormiguita. 

La hormiga medio muerta 
Dice muy tristemente: 
Yo he visto las estrellas. 
¿Qué son estrellas? ?dicen 
Las hormigas inquietas. 
Y el caracol pregunta 
Pensativo: ¿estrellas? 
Sí, repite la hormiga, 
He visto las estrellas. 
Subí al árbol más alto 
Que tiene la alameda 
Y vi miles de ojos 
Dentro de mis tinieblas. 
El caracol pregunta: 
¿Pero qué son estrellas? 
Son luces que llevamos 
Sobre nuestra cabeza. 
Nosotras no las vemos, 
Las hormigas comentan. 
Y el caracol, mi vista 
Sólo alcanza a las hierbas. 
Las hormigas exclaman 
Moviendo sus antenas: 
Te mataremos, eres 
Perezosa y perversa, 
El trabajo es tu ley. 

Yo he visto a las estrellas, 
Dice la hormiga herida. 
Y el caracol sentencia: 
Dejadla que se vaya, 
Seguid vuestras faenas. 
Es fácil que muy pronto 
Ya rendida se muera. 

Por el aire dulzón 
Ha cruzado una abeja. 
La hormiga agonizando 
Huele la tarde inmensa 
Y dice, es la que viene 
A llevarme a una estrella. 

Las demás hormiguitas 
Huyen al verla muerta. 

El caracol suspira 
Y aturdido se aleja 
Lleno de confusión 
Por lo eterno. La senda 
No tiene fin, exclama. 
Acaso a las estrellas 
Se llegue por aquí. 
Pero mi gran torpeza 
Me impedirá llegar. 
No hay que pensar en ellas. 

Todo estaba brumoso 
De sol débil y niebla. 
Campanarios lejanos 

Llaman gente a la iglesia. 
Y el caracol, pacífico 
Burgués de la vereda, 
Aturdido e inquieto 
El paisaje contempla.

martedì 3 gennaio 2017

Take This Waltz

Una delle più bella canzoni di Leonard Cohen ispirata da una bellissima poesia di Federico Garcia Lorca




Take This Waltz

Now in Vienna there's ten pretty women
There's a shoulder where Death comes to cry
There's a lobby with nine hundred windows
There's a tree where the doves go to die
There's a piece that was torn from the morning
And it hangs in the Gallery of Frost

Ay, Ay, Ay, Ay
Take this waltz, take this waltz
Take this waltz with the clamp on its jaws

Oh I want you, I want you, I want you
On a chair with a dead magazine
In the cave at the tip of the lily
In some hallways where love's never been
On a bed where the moon has been sweating
In a cry filled with footsteps and sand

Ay, Ay, Ay, Ay
Take this waltz, take this waltz
Take its broken waist in your hand

This waltz, this waltz, this waltz, this waltz
With its very own breath of brandy and Death
Dragging its tail in the sea

There's a concert hall in Vienna
Where your mouth had a thousand reviews
There's a bar where the boys have stopped talking
They've been sentenced to death by the blues
Ah, but who is it climbs to your picture
With a garland of freshly cut tears?

Ay, Ay, Ay, Ay
Take this waltz, take this waltz
Take this waltz it's been dying for years

There's an attic where children are playing
Where I've got to lie down with you soon
In a dream of Hungarian lanterns
In the mist of some sweet afternoon
And I'll see what you've chained to your sorrow
All your sheep and your lilies of snow

Ay, Ay, Ay, Ay
Take this waltz, take this waltz
With its "I'll never forget you, you know!"

This waltz, this waltz, this waltz, this waltz ...

And I'll dance with you in Vienna
I'll be wearing a river's disguise
The hyacinth wild on my shoulder,
My mouth on the dew of your thighs
And I'll bury my soul in a scrapbook,
With the photographs there, and the moss
And I'll yield to the flood of your beauty
My cheap violin and my cross
And you'll carry me down on your dancing
To the pools that you lift on your wrist
Oh my love, Oh my love
Take this waltz, take this waltz
It's yours now. It's all that there is


Leonard Cohen


Take This Waltz

A Vienna ci sono dieci belle donne.
C'è una spalla sulla quale la morte si appoggia per piangere.
C'è un salone con novecento finestre.
C'è un albero dove le colombe vanno a morire.
C'è un frammento strappato al mattino
e appeso nel Museo della Brina

Ahi, ahi, ahi, ahi,
Prendi questo valzer, prendi questo valzer,
prendi questo valzer con le mascelle serrate.

Io ti voglio, ti voglio, ti voglio
su una poltrona con un libro morto
nella grotta sulla punta del giglio,
in un corridoio dove l'amore non è mai stato
Su un letto dove la luna ha sudato,
in un grido fatto di passi e sabbia

Ahi, ahi, ahi, ahi
Prendi questo valzer, prendi questo valzer,
prendi in mano la sua cintola spezzata.

Questo valzer, questo valzer, questo valzer,
con l'alito che sa di brandy e di morte,
che trascina la sua coda nel mare

C'è una sala di concerti a Vienna,
dove la tua bocca ha subìto migliaia di ispezioni.
C'è un bar dove i ragazzi hanno smesso di parlare,
condannati a morte dalla tristezza.
Ah, ma chi è che si arrampica sul tuo ritratto
con una ghirlanda di lacrime tagliate di fresco?

Ahi, ahi, ahi, ahi,
Prendi questo valzer, prendi questo valzer,
prendi questo valzer, sono anni che sta morendo

C'è un attico dove giocano i bambini,
dove devo giacere con te fra poco,
in un sogno di lanterne ungheresi,
nella foschia di un dolce pomeriggio.
Vedrò cosa hai incatenato ai tuoi dolori,
tutti i tuoi agnelli e i tuoi gigli di neve

Ahi, ahi, ahi, ahi,
Prendi questo valzer, prendi questo valzer,
con il suo “non ti dimenticherò mai, lo sai!”

Questo valzer, questo valzer, questo valzer

E danzerò con te a Vienna,
mi maschererò da fiume.
Il giacinto selvaggio sulla mia spalla
la mia bocca sulla rugiada delle tue cosce.
E seppellirò la mia anima in un album,
con le fotografie e il muschio.
E mi arrenderò alla piena della tua bellezza,
consegnandoti il mio violino da quattro soldi e la mia croce.
E tu mi porterai nella tua danza
fino ai laghetti che si alzano sul tuo polso
O amore mio, o amore mio
Prendi questo valzer, prendi questo valzer,
è tuo ora. È tutto quel che c'è.

Prendi questo valzer, un frammento del mattino che attraversa le finestre e il mare

PICCOLO VALZER VIENNESE


A Vienna ci sono dieci ragazze,
una spalla dove singhiozza la morte
e un bosco di colombi disseccati.
C'è un frammento del mattino
nel museo della brina.
C'è un salone con mille finestre.
Ahi, ahi, ahi, ahi!
Prendi questo valzer con la bocca chiusa.

Questo valzer, questo valzer, questo valzer,
di sí, di morte e di cognac
che bagna la coda in mare.

T'amo, t'amo, t'amo
con la poltrona e col libro morto,
nel malinconico corridoio,
nell'oscura soffitta del giglio,
nel nostro letto della luna
e nella danza che sogna la tartaruga.
Ahi, ahi, ahi, ahi!
Prendi questo valzer dalla cintura spezzata.

A Vienna ci sono quattro specchi
dove giuocano la tua bocca e gli echi.
C'è una morte per piano
che tinge d'azzurro i ragazzi.
Ci sono mendicanti sui tetti.
Ci sono fresche ghirlande di pianto.
Ahi, ahi, ahi, ahi!
Prendi questo valzer che muore nelle mie braccia.

Perché t'amo, t'amo, amor mio,
nella soffitta dove giuocano i bambini,
sognando vecchie luci d'Ungheria
nei rumori della tepida sera,
vedendo pecore e gigli di neve
nel silenzio oscuro della tua fronte.
Ahi, ahi, ahi, ahi!
Prendo questo valzer del «T'amo sempre».

A Vienna ballerò con te
con una maschera
di testa di fiume.
Guarda che rive di giacinti!
Lascerò la mia bocca tra le tue gambe,
l'anima in fotografie e gigli
e nelle onde oscure del tuo passo
voglio, amor mio, amor mio, lasciare
violino e sepolcro, i nastri del valzer,


Federico García Lorca
Tutte le poesie
da Poeta a New York
traduzione di Carlo Bo
Garzanti 1975


PEQUEÑO VALS VIENES


En Viena hay diez muchachas,
un hombro donde solloza la muerte
y un bosque de palomas disecadas.
Hay un fragmento de la mañana
en el museo de la escarcha.
Hay un salón con mil ventanas.
¡Ay, ay, ay, ay!
Toma este vals con la boca cerrada.

Este vals, este vals, este vals,
de sí, de muerte y de coñac
que moja su cola en el mar.

Te quiero, te quiero, te quiero,
con la butaca y el libro muerto,
por el melancólico pasillo,
en el oscuro desván del lirio,
en nuestra cama de la luna
y en la danza que sueña la tortuga.
¡Ay, ay, ay, ay!
Toma este vals de quebrada cintura.

En Viena hay cuatro espejos
donde juegan tu boca y los ecos.
Hay una muerte para piano
que pinta de azul a los muchachos.
Hay mendigos por los tejados.
Hay frescas guirnaldas de llanto.
¡Ay, ay, ay, ay!
Toma este vals que se muere en mis brazos.

Porque te quiero, te quiero, amor mío,
en el desván donde juegan los niños,
soñando viejas luces de Hungría
por los rumores de la tarde tibia,
viendo ovejas y lirios de nieve
por el silencio oscuro de tu frente.
¡Ay, ay, sy, ay!
Toma este vals del "Te quiero siempre".

En Viena bailaré contigo
con un disfraz que tenga
cabeza de río.
¡Mira qué orillas tengo de jacintos!

Dejaré mi boca entre tus piernas,
mi alma en fotografías y azucenas,
y en las ondas oscuras de tu andar
quiero, amor mío, amor mío dejar,
violín y sepulcro, las cintas del vals



lunedì 2 gennaio 2017

Il poeta è un albero e la poesia è l'impossibile fatto possibile

Alle poesie complete di Antonio Machado


Vorrei lasciar in questo libro
tutto il mio cuore.
Questo libro che ha visto
con me i paesaggi
e vissuto ore sante.

Che pena quei libri
che ci riempiono le mani
di rose e di stelle
e lentamente passano!

Che tristezza profonda
guardare i pannelli
di pene e dolori
che un cuore porta!

Veder passare gli spettri
di vite che si cancellano,
vedere l'uomo nudo,
in Pegaso senz'ali,

veder la vita e la morte,
la sintesi del mondo,
che in spazi profondi
si guardano e si abbracciano

Un libro di poesie
è un autunno morto:
i versi son le foglie
nere sulla bianca terra,

e la voce che li legge
è il soffio del vento
che li affonda nei cuori
intime distanze -.

Il poeta è un albero
con frutti di tristezza
e con foglie secche
per pianger ciò che ama.

Il poeta è il medium
della Natura
che spiega la sua grandezza
con delle parole.

Il poeta capisce
tutto l'incomprensibile,
e chiama amiche
cose che si odiano.

Sa che i sentieri
son tutti impossibili,
e per questo la notte
li percorre con calma.

Nei libri di versi,
fra rose di sangue,
passano le tristi
e eterne carovane

che lasciano il poeta,
quando piange la sera,
circondato e stretto
dai suoi fantasmi.

Poesia è amarezza,
celeste miele che sgorga
da un invisibile favo
che fabbricano i cuori.

Poesia è l'impossibile
fatto possibile. Arpa
che invece di corde
ha cuori e fiamme.

Poesia è la vita
che attraversiamo in ansia
aspettando colui che porta
la nostra barca senza rotta.

Dolci libri di versi
sono gli astri che passano
nel muto silenzio
verso il regno del Nulla,
scrivendo nel cielo
strofe d'argento.

Oh! che pene profonde
e mai riparate,
le voci dolenti
che cantano i poeti!
Vorrei in questo libro

lasciar tutto il mio cuore...

7 agosto 1918

Federico García Lorca
Tutte le poesie
traduzione di Carlo Bo
Garzanti 1975

∗∗∗

A las poesías completas de Antonio Machado

Dejaría en este libro
toda mi alma.
Este libro que ha visto
conmigo los paisajes
y vivido horas santas.

¡Qué pena de los libros
que nos llenan las manos
de rosas y de estrellas
y lentamente pasan!

¡Qué tristeza tan honda
es mirar los retablos
de dolores y penas
que un corazón levanta!

Ver pasar los espectros
de vidas que se borran,
ver al hombre desnudo
en Pegaso sin alas,

ver la vida y la muerte,
la síntesis del mundo,
que en espacios profundos
se miran y se abrazan.

Un libro de poesías
es el otoño muerto:
los versos son las hojas
negras en tierras blancas,

y la voz que los lee
es el soplo del viento
que les hunde en los pechos
− entrañables distancias −.

El poeta es un árbol
con frutos de tristeza
y con hojas marchitas
de llorar lo que ama.

El poeta es el médium
de la Naturaleza
que explica su grandeza
por medio de palabras.

El poeta comprende
todo lo incomprensible,
y a cosas que se odian,
él, amigas las llama.

Sabe que los senderos
son todos imposibles,
y por eso de noche
va por ellos en calma.

En los libros de versos,
entre rosas de sangre,
van pasando las tristes
y eternas caravanas

que hicieron al poeta
cuando llora en las tardes,
rodeado y ceñido
por sus propios fantasmas.

Poesía es amargura,
miel celeste que mana
de un panal invisible
que fabrican las almas.

Poesía es lo imposible
hecho posible. Arpa
que tiene en vez de cuerdas
corazones y llamas.

Poesía es la vida
que cruzamos con ansia
esperando al que lleva
sin rumbo nuestra barca.

Libros dulces de versos
son los astros que pasan
por el silencio mudo
al reino de la Nada,
escribiendo en el cielo
sus estrofas de plata.

¡Oh, qué penas tan hondas
y nunca remediadas,
las voces dolorosas
que los poetas cantan!

Dejaría en el libro
este toda mi alma…

Federico García Lorca
Poemas sueltos 1917/1936 in 
Federico García Lorca, Obra Completa
Akal Ediciones 2008