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giovedì 22 ottobre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/228: le emozioni che vengono da ogni luogo, dal cielo, dalla terra, da un pezzo di carta

 


Vivere ogni giorno come se stessimo compiendo un destino o un’opera d’arte. Quali immagini mi vengono in mente per dare corpo a questa idea?

La prima è quella di un lento e sapiente lavoro di cucito: scegliamo la stoffa, il modello, tagliamo, passiamo le marche, imbastiamo, proviamo, cuciamo, stiriamo e infine indossiamo questa giornata faticosa che ha portato molte preoccupazioni, pensieri tristi, molti nuovi ammalati e molti perduti per sempre, soprattutto tra gli anziani. Faccio fatica a scrivere la parola morte, non a pensarla, non a guardarla in faccia. Conosco moltissime persone che hanno perso uno o tutti e due i genitori o altri parenti quest’anno. Non è facile rassegnarsi alla perdita di chi amiamo, ma accade, accade ogni giorno e, prima o poi, a ciascuno di noi.

Vivere ogni giorno, un passo dietro l’altro, un respiro dietro l’altro. Prima del cucito c’è la tessitura, un’arte quasi completamente scomparsa che mi riporta alla mente Penelope e la sua tela infinita, gli arazzi medioevali, le donne che fino al secolo scorso tessevano in casa le stoffe necessarie alla vita quotidiana. Tra i miei cimeli di famiglia conservo un telo per materasso bianco e blu e alcune lenzuola tessute dalla nonna materna in Puglia durante gli anni Venti del secolo scorso.

Tessitura e cucito sono attività che la nostra civiltà da sempre assegna alle donne e che sono diventate arte dopo che i couturier e gli stilisti maschi le hanno portate alle luci della ribalta.

Vivere ogni giorno, un movimento dietro l’altro, le mani che modellano il vaso, che trasformano l’umile argilla in oggetti d’uso quotidiano. Conservo tra i cimeli due vasi e un’anfora modellati da zio Paolo, fratello del nonno materno, nel suo forno in Puglia.

Gli oggetti evocati da queste immaginazioni non sono opere d’arte, ma sono destinati all’uso quotidiano e arricchiscono la nostra giornata della semplice bellezza creata da mani sapienti e occhi curiosi.

Poi, come diceva Picasso, per un brivido improvviso ci scrolliamo di dosso la vita quotidiana e accade che:

 

“L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni.

L’artista è un ricettacolo di emozioni che vengono da ogni luogo: dal cielo, dalla terra, da un pezzo di carta, da una forma di passaggio, da una tela di ragno”.

 

O come scriveva Pierre Hadot (vedi la Cronaca 222 del 16 ottobre 2020) proviamo un “sentimento oceanico” e ci sentiamo parte di un tutto, nonostante la fatica e le difficoltà.

La vita quotidiana e l’arte stanno, in apparenza, sulle rive opposte del fiume del tempo, ma non è così. Ha ragione Picasso nel rivendicare all’artista il ruolo di ricettacolo di emozioni e dunque di creatore. Ma senza la tessitura, il cucito, l’arte del vasaio, insieme alle mille altre cose che facciamo per vivere giorno dopo giorno, non vi sarebbe racconto possibile, non vi sarebbero le relazioni tra lo sguardo dell’artista con il cielo, le nuvole, lo sguardo di un passante, il vento d’autunno che ci scuote come foglie.

È sottile il margine che separa l’occhio dell’artista dall’occhio comune, è sottile ma solo l’artista lo possiede. Quando un dipinto, una poesia, un romanzo o una scultura sono compiuti e arrivano a noi è come se vedessimo, ascoltassimo e capissimo per la prima volta qualcosa che era già sotto i nostri occhi.

Rendere noto l’ignoto e visibile l’invisibile, questo ci donano gli artisti.

Ci fanno sentire soli nella moltitudine e accompagnati nella solitudine, anche in questi giorni di nuove paure e malinconie.

Questa sera vi saluto con una poesia di Ghiannis Ritsos che avevo già pubblicato nella Cronaca 14 del 22 marzo 2020.


L’altra città

 

Esistono molte solitudini intersecate - dice - sopra e sotto

ed altre in mezzo; diverse o simili, ineluttabili, imposte

o come scelte, come libere - intersecate sempre.

Ma nel profondo, in centro, esiste l'unica solitudine - dice;

una città sorda, quasi sferica, senza alcuna

insegna luminosa colorata, senza negozi, motociclette,

con una luce bianca, vuota, caliginosa, interrotta

da bagliori di segnali sconosciuti. In questa città

da anni dimorano i poeti. Camminano senza far rumore, con

le mani conserte,

ricordano vagamente fatti dimenticati, parole, paesaggi,

questi consolatori del mondo, i sempre sconsolati, braccati

dai cani, dagli uomini, dalle tarme, dai topi, dalle stelle,

inseguiti dalle loro stesse parole, dette o non dette.

 

Sono passati giusto sette mesi e la Cronaca odierna, di giovedì 22 ottobre dell’anno senza Carnevale, è la 228.

La citazione di Picasso è tratta dal libro Propos sur l’art, Gallimard 2000 e citata in esergo al volume L’arte in sei emozioni di Costantino D’Orazio, Editori Laterza 2018.


domenica 22 marzo 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/14: le parole che mi vengono a cercare

Prima di iniziare a scrivere lascio immagini, ricordi e suoni affastellarsi in mente. Non cerco una direzione, un senso o un obiettivo, mi lascio trascinare alla deriva verso un orizzonte che si allontana a ogni movimento. È come galleggiare in un mare quieto e sentire le onde che mi sostengono e la profondità dell’abisso che mi guarda dall'altro versante della realtà. Mi chiedo da sempre, da quando ho sentito in me l’urgenza dello scrivere, ero un’adolescente, a quando ho deciso che scrivere, diventare una scrittrice, una poetessa erano tutto ciò che mi interessava diventare, non fare, ma diventare. La presa di consapevolezza nacque dopo alcune letture fondamentali fatte nell'estate dei miei diciannove anni, dopo gli esami di maturità. I libri furono i Diari di Anais Nin, la biografia di Lou Andreas Salomé Mia sorella, mia sposa di H. F. Peters, Le parole per dirlo di Marie Cardinal, Il giuoco delle perle di vetro di H. Hesse e, soprattutto, Il diario di una scrittrice di Virginia Woolf nella prima edizione Oscar Saggi Mondadori del 1979 tradotta da Giuliana De Carlo. I libri della Cardinal e della Nin li scoprii grazie a Sandra, una ragazza pavese conosciuta al mare a Celle Ligure e che era amica della mia amica Antonia. Lou Salomé la trovai in libreria, mentre Hesse e Woolf furono un prestito mai onorato dal ritorno a casa del legittimo proprietario dei libri. È uno dei due soli episodi in cui non ho mai restituito un libro preso in prestito. Le anime morte di Gogol mi vennero prestate dalla mia madrina di battesimo Rosetta, che era una collega di mia madre nel laboratorio sartoriale dove entrambe lavoravano duramente per cucire biancheria di seta destinata alle signore borghesi. Il diario della Woolf aveva attirato la mia attenzione per la copertina bianca e il famoso ritratto in bianco e nero custodito alla London National Portrait Gallery. Il libro era su una mensola con la copertina in bella vista, quindi lo presi in mano per sfogliarlo. Un brivido, una scossa, emozioni fortissime si susseguivano a ogni rigo, non riuscivo a smettere di leggere. Così Giorgio, il mio ospite che mi aveva portato a casa di suo fratello Gherardo, un medico che era in viaggio in Asia, mi disse che potevo prenderlo in prestito. Giorgio era un mio compagno di università, ci eravamo conosciuti alle lezioni di Economia Politica del prof. Tullio Biagiotti alla facoltà di Scienze Politiche in via Conservatorio a Milano. Il mercoledì alle 18, quando il professore entrava in aula io e Giorgio uscivamo e iniziavamo a girovagare per il centro di Milano. A volte andavamo in Brera, al bar Jamaica che pullulava ancora di artisti di vario genere e Mamma Lina girava tra i tavoli, a volte andavamo fino alla sede della Statale in Largo Richini e ci fermavamo dallo Stregone, la miglior gelateria che io ricordi di quegli anni, a gustare una coppa dello stregone: gelato, frutta, panna montata. Di cosa parlavamo? Di noi, del nostro futuro, delle nostre relazioni amorose, delle ambizioni artistiche – Giorgio voleva diventare un fotografo alla Cartier-Bresson e una delle sue stampe che mi ha regalato, un camino in una casa di campagna nella bergamasca, è appeso nella mia cucina e mi piace ancora, dopo tutti questi anni trascorsi. Lui fu il mio amico del cuore per il primo anno di università, anche se quella cena l’aveva organizzata con ben altri desideri in mente. Mangiammo un cous-cous buono, bevemmo del vino rosso, ascoltammo musica jazz, e parlammo fino allo sfinimento. Quando ben dopo la mezzanotte tornai a casa avevo nella mia borsa i due preziosi volumi, la Woolf più di tutto. Un mio desiderio aveva trovato dimora nella vita della scrittrice più geniale di tutti i tempi. Ancora oggi, anche se rileggo pagine consumate dagli anni e sottolineate come un aratro fa nella terra, la sento risuonare in me con la stessa forza. Negli anni successivi, e lo faccio ancora oggi, ho continuato a interrogare non solo le opere ma anche le biografie, le autobiografie, gli epistolari e i diari di poeti e poetesse, scrittrice e scrittori alla ricerca di quel qualcosa di imprendibile e misterioso che quelli che scrivono hanno in sé. Non ho trovato risposte definitive, o meglio, ne ho molte e tutte plausibili e valide, ma ciò nonostante continuo nella mia ricerca. So che quando sto per iniziare a scrivere è come se lo sguardo si rivolgesse all'interno di me e sento le parole che mi vengono a cercare, che vengono da un altrove che non so definire, da un silenzio primordiale che mi attraversa e mi sostiene. Questa vita autonoma e selvaggia delle parole e della scrittura può dare l’impressione che le parole siano creature che si scrivono da sole e forse è proprio così. Ma quando scriviamo, le parole che ci hanno cercato e trovato, trascinano con sé il nostro essere profondo, le nostre relazioni, i ricordi, le passioni e le idiosincrasie. Così il significato collassa proprio in quella frase, quella frase che stiamo scrivendo, in un verso che risuona perfetto come se non lo avessimo scritto noi. Il mondo si allarga, assume nuovi significati, e noi siamo creatori e umili scriba allo stesso tempo. La gioia prevale su qualunque altra emozione e diventa sentimento dell’essere, un respiro profondo che espande anche l’anima. Ancora non so perché le parole mi vengono a cercare, so che leggere è stata la pre-condizione che mi ha portata a scrivere. So che lettura e scrittura sono come due solitudini intersecate, quelle di cui ha scritto Ghiannis Ritsos nella poesia L'altra città di cui non ricordo la raccolta e il traduttore, anche questo regalo di un amico, poeta e che ama la poesia, anche se non ne scrive più. Tengo questo dono di Mimmo appesa nella bacheca delle citazioni, su una parete della cucina. La città di Ritsos, la città dei poeti è diventata la città di tutti noi in questi giorni dove primavera e inverno ancora si contendono le nostre giornate luminose e abitate da un silenzio irreale, interrotto solo dalla sirena delle ambulanze, dal gracchiare delle cornacchie, dal suono di un portone aperto e chiuso in maniera furtiva, giusto per vedere com'è la strada di fuori.

Esistono molte solitudini intersecate - dice - sopra e sotto
ed altre in mezzo; diverse o simili, ineluttabili, imposte
o come scelte, come libere - intersecate sempre.
Ma nel profondo, in centro, esiste l'unica solitudine - dice;
una città sorda, quasi sferica, senza alcuna
insegna luminosa colorata, senza negozi, motociclette,
con una luce bianca, vuota, caliginosa, interrotta
da bagliori di segnali sconosciuti. In questa città
da anni dimorano i poeti. Camminano senza far rumore, con
le mani conserte,
ricordano vagamente fatti dimenticati, parole, paesaggi,
questi consolatori del mondo, i sempre sconsolati, braccati
dai cani, dagli uomini, dalle tarme, dai topi, dalle stelle,
inseguiti dalle loro stesse parole, dette o non dette.

martedì 11 ottobre 2016

mi duole questo colore sulla nube - mi fa male il tempo

Sera grigia


Mi duole in petto la bellezza; mi dolgono le luci
nel pomeriggio arrugginito; mi duole
questo colore sulla nube – viola plumbeo
viola repellente; il mezzo anello della luna
che brilla appena – mi duole. Passò un battello.
Una barca; i remi; gli innamorati; il tempo.
I ragazzi di ieri sono invecchiati. Non tornerai indietro.
Serata grigia, luna sottile, – mi fa male il tempo.

Ghiannis Ritsos
traduzione di Nicola Crocetti
Poesia n. 278 gennaio 2013

sabato 11 ottobre 2014

Non rifiutare mai a nessuno acqua e fuoco

L'aratro solitario

Ogni cosa era sancita. Assicurata, razionalmente elaborata,

avresti quasi detto umana. Anche le assemblee del Popolo
avevano la loro importanza;
Atena proteggeva il diritto; presente di persona, benché in-
visibile,
presiedeva sempre le assemblee dell'Aeropago; e se i voti
erano distribuiti in due parti uguali, allora la bilancia della 
giustizia 
pendeva dalla parte dell'accusato.
Bei giorni abbiam passato -
sembrano proprio un sogno;- sono esistiti? non sono esi-
stiti?-
e se li avessimo semplicemente sognati?- e se li avesse alte-
rati il frequente ricordare 
nei piovosi crepuscoli autunnali?
Quando festeggiavamo l'aratura
il sacerdote chino tracciava il primo solco ai piedi dell'A-
cropoli
recitando belle parole: "Non rifiutare mai a nessuno acqua 
e fuoco.
A chi ti chiede la via, non indicarla mai sbagliata. Non la-
sciare mai 
privo di sepoltura un morto. Non uccidere il toro che tra-
scina l'aratro."

Belle parole, in effetti;- nient'altro che parole; ma nella real-
tà, ai giorni nostri come allora,
fuoco per la messe del vicino, acqua che inonda,
e il toro dai nastri rossi che cuoce nel calderone del ladro.

Soltanto l'aratro, abbandonato (guidato forse da una mano 
invisibile),
continua a solcare il campo sterile pieno di gigli selvatici e di 
malve.


Ghiannis Ritsos

lunedì 29 luglio 2013

Ciascuno cammina da solo verso l’amore

Lasciami venire con te. Che luna stasera!
La luna è buona – non si vedrà
che si sono imbiancati i miei capelli. La luna
me li farà di nuovo biondi. Non te ne accorgerai.
Lasciami venire con te. [...].

Ci sederemo un poco sul muretto, sull’altura,
e rinfrescandoci al vento di primavera
forse immagineremo pure di volare,
perché spesso, e perfino ora, sento il fruscío della mia veste
che pare il battito di due ali forti,
e quando ti chiudi in questo rumore del volo
senti irrigidirsi il collo, i fianchi, la tua carne,
e così stretto nei muscoli del vento azzurro,
nei nervi robusti dell’altezza,
non ha importanza che tu parta o torni
né conta che i miei capelli siano bianchi,
(non è questo che mi dà pena – mi dà pena
che non mi s’imbianchi anche il cuore).
Lasciami venire con te.
Lo so, ciascuno cammina da solo verso l’amore,
solo verso la gloria e la morte.
Lo so. L’ho provato. Non giova a niente.
Lasciami venire con te. [...]. 

Ghiannis Ritsos

Delfi. La sonata al chiaro di luna
traduzione e cura di Nicola Crocetti
introduzione di Moni Ovadia
Crocetti Editore 2012

mercoledì 9 maggio 2012

L’altra città


Esistono molte solitudini intersecate - dice - sopra e sotto
ed altre in mezzo; diverse o simili, ineluttabili, imposte
o come scelte, come libere - intersecate sempre.
Ma nel profondo, in centro, esiste l’unica solitudine - dice;
una città sorda, quasi sferica, senza alcuna
insegna luminosa colorata, senza negozi, motociclette,
con una luce bianca, vuota, caliginosa, interrotta
da bagliori di segnali sconosciuti. In questa città
da anni dimorano i poeti. Camminano senza far rumore, con
    le mani conserte,
ricordano vagamente fatti dimenticati, parole, paesaggi,
questi consolatori del mondo, i sempre sconsolati, braccati
dai cani, dagli uomini, dalle tarme, dai topi, dalle stelle,
inseguiti dalle loro stesse parole, dette o non dette



Ghiannis Ritsos