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domenica 30 agosto 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/175: quando il sole si veste d’autunno

 


Ci sono giorni verticali, dove la vita si slancia verso il mondo e verso le nuove esperienze, conversazioni, epifanie. Di giorni verticali è colma soprattutto la gioventù; quando mi siedo nella falsa prospettiva del futuro che non è ancora arrivato, ecco che vedo davanti a me la Sagrada Família di Gaudí con le sue ardite guglie, le stratificazioni e le facciate. Non c’è niente di lineare in quest’opera e le nostre vite sono, in fin dei conti, opera di un architetto un po’ folle, un po’ visionario, a volte crudele. E il quadro che associo a questa verticalità dei giorni è il Ramo di mandorlo di Van Gogh, per il suo cielo e le figure assenti.

I giorni orizzontali, invece, sono quelli dei ritorni, dei ripensamenti, dei quadri antichi cancellati con una nuova opera dipinta sopra che, solo a un esame attento, svelano la propria genesi. I giorni orizzontali hanno forma di un nido, non sono quello che sembrano e favoriscono la contemplazione. Se penso a una cattedrale da associare a questa immaginazione, trovo che il Duomo di Milano sia perfetto. Perché è vasto, maestoso e mai finito, come sappiamo dai lavori della Veneranda Fabbrica che è in funzione sin dal 1387. Il quadro dei giorni orizzontali è la Cena in Emmaus di Caravaggio per la luce e l’intimità che viene confermata quando il viandante svela la propria identità grazie a un semplice gesto.

Così nella nostra vita i giorni orizzontali sono la trama e quelli verticali l’ordito e il tessuto che andiamo tessendo è più frutto del caso che delle intenzioni o della necessità.

Non sempre ci è concesso di dare un senso a quanto abbiamo vissuto, per questo scrivere è l’atto intenzionale allo stesso tempo più rivoluzionario e più conservatore.

Rivoluzionario perché vuole opporsi al vano trascorrere del tempo e sovvertirne l’ordine, conservatore perché vuole salvare le cose proprio come sono accadute o come avremmo voluto che accadessero e, a volte, ci riesce.

La scrittura diventa quindi un ago che agisce sulle pezze di tela per congiungerle. Il progetto di un libro è come il sarto che taglia le stoffe sui cartamodelli che ha disegnato. Poi si passano le marche per rendere solido il manufatto; poi si imbastisce e i luoghi, i personaggi, le conversazioni prendono vita.

A volte l’ago cuce da solo, a chi scrive non resta che seguire il movimento della mano, arrendersi a parole che arrivano da un altrove sconosciuto anche se è la centesima poesia sulla pioggia e il vento che stiamo scrivendo.

Così mi arrendo ai giorni che tramano con me e contro di me, sfoglio a caso i libri di Yourcenar e Duras, mi preparo al grande incontro che è stato rimandato di almeno un giorno.

Le sacerdotesse raccontano che a Colorno la vita procede tranquilla, che Borges e Yourcenar parlano per ore e ore e che lei ha sostituito le novizie che trascrivevano i suoi racconti. Vanno e vengono dalla Biblioteca di Babele e si mostrano al prossimo non più nella loro estrema vecchiezza, ma nel pieno della maturità, tra i cinquanta e i sessanta anni. Scegliere il proprio aspetto e l’età in cui più ci si sente a proprio agio, sono uno dei privilegi della vita tra quelle mura. L’unica cosa cui Borges non ha rinunciato, almeno per ora, è la sua cecità. Dice che le immagini del suo teatro interiore non sono mai state così nitide e chiare come da quando ha smesso di guardare il mondo.

Guardare il mondo e poi scriverne, ricordare il mondo e poi scriverne, immaginare il mondo e poi scriverne.

Yann Andrea, il suo ultimo amore, chiese un giorno a Duras a cosa servisse scrivere, lei gli rispose con poche parole: “È tacere e parlare al contempo. Scrivere. È anche cantare, a volte”.

 

Quando il sole si veste d’autunno

 

Così cerco tracce del suo canto e

mi fermo ad ascoltare le voci

che sussurrano tra i rami. Ripetono

storie già ascoltate, dicono storie

inaudite e io resto presa in mezzo

a queste voci e non cerco una via

di fuga. Il giorno è così strano e

inquieto, metà pioggia e metà

vento, il sole che si veste d’autunno

e nessun passante davanti alla tua

casa. Solo la mia ombra verrà

stanotte a portarti l’ultima rosa

del mio giardino. Tu starai dormendo

e il sogno ti impedirà di svegliarti,

perché dovrai continuare a prenderti

cura di tutte, di tutte le altre rose.

 

 

La bizzarria di questa Cronaca 175, scritta l’ultima domenica di agosto, il suo trentesimo giorno, dell’anno senza Carnevale, proviene dal tempo umbratile, dal vento, dalla lettura di Duras, dalle reminescenze di cattedrali e dipinti che si sono affacciate sul mio quaderno, dal gusto dolceamaro dell’ultimo giorno di vacanza.

La citazione di Marguerite Duras è tratta da C'est tout, traduzione di Donata Feroldi, Oscar Mondadori 1996.

La poesia è un mio inedito, frutto di questo clima e di questo tempo.


martedì 22 novembre 2016

essere ammaliati dalla luce, sempre, sempre

Sai bene come lo so io che la luce di Barcellona è molto differente da quella di Tokio, come quella di Tokio è diversa da quella di Praga. Una struttura davvero grandiosa, di quelle destinate a reggere alla prova del tempo, non ignora l’ambiente che la circonda, l’architetto serio ne tiene conto, sa che se vuole presenza deve consultare la natura, deve restare ammaliato dalla luce, sempre dalla luce, sempre.

Simon Wyler, il vecchio architetto padre di Alex Wyler nel film

La casa sul lago del tempo


venerdì 1 agosto 2014

Mi invade il profumo di questo spettacolo d’agosto

La via negativa 
Sono attratto dall’ordine naturale delle cose. Non mi piacciono le feste, sono
anni che non vi metto piede. Ho notato che nei miei voli dalla vita cittadina
finisco in luoghi dove la società è in via di organizzazione. Cerco
uomini primitivi, non per la loro barbarie, ma per la loro saggezza.
Le Corbusier, My work, Londra, 1960, p. 146

Ho i piedi gonfi, mi chino con lentezza per appoggiare la bacinella d’acqua fresca con il sale sul pavimento di legno, sulla veranda del mio Cabanon. Raggomitolo l’orlo dei pantaloni di cotone leggerissimo, ancor più chiari a contrasto con la mia pelle alla fine dell’estate. Il crepuscolo è da godere così, sotto l’ombra lunga di quest’immenso carrubo che mi sovrasta, ammutolito dalla visione che si apre dinnanzi.
Mi invade il profumo di questo spettacolo d’agosto. È come profumo di neve questo spettacolo d’agosto.
La spuma del mare che si increspa appena esala un odore nuovo e fa tacere il dolce riarso dei pini marittimi.
È come la cresta delle mie Alpi svizzere, l’orlo della mia giovinezza. un inverno che non arriverà… non lo sento più nelle ossa baciate a lungo dal calore mite del sole a questa latitudine. non arriverà.

l'incipit di un racconto bellissimo di Maria Giulia Poggi tratto dalla raccolta
L'altra metà del vero
Atì Editore 2010

lunedì 15 ottobre 2012

Frammenti di carta


A volte quando sfoglio quotidiani e riviste  anziché leggere subito gli articoli che mi interessano strappo le pagine e le conservo. Ho diverse cartellette di varie dimensioni e forme con questi ritagli. I temi sono sempre gli stessi, vite di scrittori, viaggi in paesi che continuano a essere misteriosi, New York, le stelle, architetti e architettura, Milano, i libri, il mare, i poeti, le nuvole, gli alberi, Parigi, i giardini, ricette di cucina, gente che legge, gente che non guarda nell'obiettivo, gente che passa, case da abitare, volti sconosciuti che vincono l’oblio, fotografie in bianco e nero. Gli articoli che restano nelle scure dimore di cartone alla fine sono pochi, quelli che ho letto subito e che mi hanno lasciato una piccola folgorazione, un senso di scoperta, la comprensione di qualcosa che non sapevo, restano. Quelli che non ho letto subito e che prendo in mano a distanza di tempo sopravvivono di rado alla lettura ritardata. Ma so perché continuo a farlo, perché quando strappo la carta e li conservo, con loro conservo il desiderio di provare quel brivido della scoperta, di una nuova rivelazione.

E.P.