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giovedì 21 luglio 2016

Leggere è immergersi in uno spazio di folgorante illuminazione

L’esperienza della lettura è un’immersione in uno spazio stretto, tangibile, fatto di emozioni, crescita e momenti di folgorante illuminazione – come quando riusciamo a vedere perfettamente le fotografie che la scrittrice ci descrive oppure quando certi eventi storici sembrano parlare a noi, o di noi. Uno spazio affogato in un volume più grande, sovrastante, fatto di eventi lontani dal nostro percorso che incombono luminosi sul nostro progredire.  

Matteo Pericoli
in un bell'articolo dedicato al romanzo Gli anni di Annie Ernaux
La Stampa 26 giugno 2016

giovedì 19 giugno 2014

Scrivere è un processo lento e misterioso

Quanto ci mette, il «mondo di ieri», a morire? 
Non è cosa di un’ora, o di un giorno: è un processo lento e misterioso, un’agonia distratta, malinconica e comunque, qua e là, toccata perfino dall'allegria. 
Non c’è una data che possa dire dove finisce un’epoca e s’inizia l’altra, ma nel luogo di transito tra l’una e l’altra gli scrittori possono sostare a lungo: fino a farne il paesaggio della propria vita. 
Così Gregor von Rezzori, che avrebbe appena compiuto cent’anni, quest’uomo di confine nato a un soffio dalla Prima Guerra Mondiale e morto a fine Novecento, questo apolide poliglotta ha costruito - libro dopo libro - il fermo immagine di un crollo.

incipit dell'articolo di Paolo di Paolo dedicato a Gregor Von Rezzori
La Stampa mercoledì 11 giugno 2014

martedì 18 marzo 2014

Uno scrittore è un eterno osservatore

I poeti non vanno in vacanza

Quest’anno ho deciso di fare come tutti: mi prenderò delle vacanze. Ho chiuso il mio quaderno d’appunti, deposto la penna, spento il computer, sistemandolo in un angolo dello studio. Ho rimesso al loro posto anche i dizionari e i classici che utilizzo come fonti. È ora di vacanze, di tempo libero, di un po’ di pigrizia e di una siesta sotto un bell'albero della Toscana o della Normandia. Sono pronto. Le vacanze devono solo iniziare. Le accoglierò a braccia aperte. Sono qui e aspetto. Respiro profondamente. Guardo il cielo. È azzurro. Non fa né caldo né freddo. Temperatura ideale. La mia famiglia è contenta.  
(...)
Sarebbe bello, ma ecco, non ci riesco. 
(...) 
sento che il personaggio principale del romanzo che stavo scrivendo mi aspetta, mi chiama e mi chiede di tornare al mio tavolo di lavoro. La notte mi perseguita. Penso a lui e agli altri personaggi. Sono tutti lì a tirarmi per la manica della mia camicia bianca. L’estate per loro non esiste, tanto più che la storia si svolge fra le nevi di un paese immaginario. La mia mente è preoccupata. Guardo il mio studio. Vedo il quaderno su cui prendo i miei appunti muoversi come fosse animato da uno dei suoi personaggi; anche la mia bella penna nera si muove. Bisogna che torni a lavorare. 
(...)
No, uno scrittore non può prendersi delle vacanze. Impossibile, perché uno scrittore è un eterno osservatore, uno scrutatore, un ricercatore, una persona che, come dice Balzac, scava nella società. Non può smettere di scavare, di decifrare, di raccontare, di denunciare e di arrabbiarsi. 
(...)

Un poeta non può smettere di avere uno sguardo da poeta. La poesia non è un mestiere che si esercita a orari fissi. Se no, non è più poesia. È burocrazia. 

Un artista non chiude i suoi occhi sul mondo. È continuamente chiamato dalla luce, dai colori della vita. Lo stesso vale per un filosofo. Pensa sempre. Il giorno in cui smettesse, avrebbe preso l’Alzheimer. 
(...) 
La poesia non aspetta. È un’urgenza. Al ritorno, in aereo, ero accanto a lui, si è addormentato. Mi sono detto: non è il poeta che riposa, è il corpo del poeta che non ne può più di essere vigile. 
I poeti non dormono mai. Il loro corpo gli sfugge e si lascia irretire dal sonno. Ma anche mentre dormono, forse il loro inconscio continua a lavorare, ad accumulare immagini e a preparare la poesia successiva. 

Niente vacanze. Tanto meglio. Vuol dire che sono ancora vivo. 

Tahar Ben Jelloun

l'articolo completo, pubblicato il 10 marzo, è disponibile sul sito della Stampa
(traduzione di Anna Maria Lorusso) 

lunedì 10 marzo 2014

Scrivere è aprire ogni giorno la porta della stessa cella

Se è davvero così arduo dire qualcosa di interessante sull'amicizia allora
è possibile arrivare a un’intuizione ulteriore: che, diversamente dall'amore e dalla politica che non sono mai quello che sembrano essere, l’amicizia è quello che sembra. L’amicizia è trasparente.

John M. Coetzee
(...)
Per cominciare, mi limiterò all'amicizia maschile, l’amicizia fra uomini, l’amicizia fra ragazzi.
1) Sì, esistono amicizie trasparenti e dirette (per usare le tue parole), ma nella mia esperienza non sono molte. Questo può dipendere da un altro dei termini che usi tu: taciturno. Hai ragione a dire che gli amici maschi (almeno in Occidente) tendono a «non parlare dei loro sentimenti reciproci». Farei anche un passo in più, aggiungendo: gli uomini tendono a non parlare di quello che sentono, stop. E se ignori come si sente il tuo amico, o quello che sente, o perché lo sente, puoi dire onestamente di conoscerlo?
Paul Auster
(...)

A cementare la loro intesa c’è però un profondo legame: 
«Sento una certa tenerezza fraterna per te…- scrive Coetzee - Mi dico, il mondo è ai suoi piedi, eppure eccolo lì, ogni mattina alle otto e mezzo, che apre la porta della sua cella, e si presenta per scontare un’altra giornata della sua punizione». 
Insomma, a unirli c’è anche una magnifica prigione.

frammenti delle lettere e della recensione di Mirella Serri all'epistolario di 
Paul Auster e John Maxwell Coetzee
Ora e qui. Lettere 2008-2011
Einaudi 2014