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sabato 23 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/776. Apparteniamo al paesaggio d’infanzia, gli altri paesaggi sono doni della comparazione e della differenza

 



Sono giorni che mi sveglio sempre prima della sveglia e prestissimo esco a godermi il silenzio della città, questa solitudine urbana che mi canta intorno come un intero coro di stelle o di folletti. Dopo la passeggiata sono andata in giro per commissioni con fratello e cognata e siamo andati a Baggio vecchia a fare la spesa da un fruttivendolo strepitoso che mi incanta ogni volta che ci vado. Ho fatto scorta di frutta e verdura per tutta la prossima settimana e comprato anche qualche delizia di fine stagione come le cime di rapa che ho deciso di fare fritte con olio evo e peperoncino rosso piccante, una delle ricette apprese da mia madre. È stata una giornata molto impegnativa, non di riposo, passata a selezionare oggetti, vestiti e libri. che sembra si moltiplichino da una volta all’altra. Sì è proprio così, le cose si moltiplicano per partenogenesi, non c’è nessun bisogno che le riproduciamo noi. Sono molto stanca, però è stato bello girare per le vie deserte e respirare quell’atmosfera che si trova solo nei vecchi quartiere di Milano, nei quartieri che un tempo erano comuni autonomi dalla grande città.

 

 

 

Il canto del città di sabato mattina

 

Vorrei comprendere in

quale lingua canta questa

mia città, ma non è una

lingua umana, così posso

solo immaginare e poi

cantare a squarciagola

la gioia semplice di essere

qui di essere viva, di

respirare, di camminare

e guardare la bellezza

umana che mi circonda.

 

 

 

Non c’è niente da fare, quando penso alla mia città divento sempre sentimentale e non riesco a non pensare com’era bello quando si tornava dalle lunghe vacanze estive e la pianura Padana ci accoglieva con la sua coltre di nebbiolina e smog, con l’odore della benzina nei distributori sull’autostrada, con la frenesia del casello di Melegnano e il cappuccino dell’ultimo Autogrill.

Forse è vero che apparteniamo soltanto al paesaggio della nostra infanzia, ai suoi colori, ai suoi odori. Tutti gli altri paesaggi li impariamo per comparazione e differenze.

Oggi è sabato 23 aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 776 ancora gironzola per le viette di Baggio vecchia.

domenica 27 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/749. Nato nella città dei ciliegi selvatici e dei girasoli dai duri semi

 

 


 

La domenica è il giorno del riposo e della quiete, vecchie riviste sfilano sul tavolo, si offrono ai miei occhi e poi si avviano meste, quasi tutte, verso il sacco della carta. Non sono poi molte le riviste che continuo a leggere in cartaceo, una è Internazionale, che leggo dal primo numero, cui sono abbonata e che insisto a leggere sulla carta e che poi regalo ai miei nipoti. È una delle riviste più interessanti i circolazione a mio avviso, anche se l’effetto che mi fa, settimana dopo settimana è quello di aumentare i miei livelli di angoscia cosmica. Il tempo delle riviste passa abbastanza veloce, poi decido di rileggere un libro di poesia e scelgo di nuovo lui, l’adorato e compianto Adam Zagajewski, nato a Leopoli in Ucraina nel 1945 e morto a Cracovia nel 2021. La sua famiglia fu costretta a trasferirsi in Polonia a causa delle politiche di trasferimento forzato decise dalle autorità sovietiche alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Questa poesia è tratta dalla raccolta Dalla vita degli oggetti, a cura di Krystyna Jaworska, Adelphi 2012.

 

 

Presenza

 

Sono nato nella città dei ciliegi selvatici 

e dei girasoli dai duri semi 

(a metà strada fra l’Occidente e l’Oriente, 

come si soleva credere allora; globi 

verderame vigilavano sbadati sulle case).

Solo l’assenza può essere perfetta?

La presenza è infatti contagiata dal peccato 

originale dell’esistere - dall’eccesso, da un selvaggio 

orgoglio orientale, mentre il bello, come un coltellino 

da frutta, si accontenta di un ritaglio di pienezza.

La vita si accumula nelle peschiere 

delle generazioni e non svanisce del tutto 

quando queste scompaiono, 

ma diventa secca e leggera, ricorda 

una preghiera distratta, le labbra screpolate 

di un ragazzo che si confessa per la prima volta 

e sente il legno del confessionale 

scricchiolare sotto le ginocchia.

A sera giunge l’autunno e porta via 

le messi, gialle, mature per la fiamma.

So che le realtà sono almeno quattro, 

e non già una, e si compenetrano 

a vicenda, come i Vangeli.

So di essere solo e al tempo stesso unito 

a te, per sempre, nel dolore e nella gioia. 

So che immortali sono solo i misteri.

 

 

 

Questa poesia racchiude il senso di questa domenica 27 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 749 sogna la città dei ciliegi selvatici e dei girasoli dai duri semi.

domenica 9 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/672. Trattato sulle voci della città e dell’attesa notturna del silenzio

 



Se mi fermo e ascolto il canto della città, quale sarà la prima voce che riconoscerò? I passi dei vecchi, lenti e un po’ trascinati, i passi di corsa dei bambini, ma perché i bambini corrono sempre? Passeggio per la città con la mia rete a strascico, non so mai che suoni e che immagini resteranno impigliati, so che non tutti verranno con me, sino a casa. Il rumore del traffico è proprio uno di quei suoni che lascio andare, soprattutto nei giorni in cui è la sirena delle ambulanze a fenderlo e a renderlo ancora più angosciante. Miriadi di voci restano impigliate sotto i rami dell’albero bellissimo che poi me le offrono quando mi affaccio il mattino presto o nel cuore del buio, quando sono ferma sulla soglia tra il sogno e la realtà. Raccolgo sempre con cura il rumore delle ultime foglie che danzano col vento prima di lasciarsi andare, ho imparato a riconoscere ogni albero del quartiere proprio a partire dalle sue foglie e mi piace vedere che crescono ancora questi alberi, che ancora non stanno invecchiando. O se invecchiano non lo fanno seguendo le leggi umane ma quelle celesti che li uniscono alle stelle e quelle terrestri che li uniscono in un’unica società sotterranea cui noi non abbiamo accesso. Sono molte, a dire il vero, le società che a noi umani sono precluse. Di notte sono i tetti a riunirsi, a confabulare e a decidere come filtrare la luce e la pioggia. I gatti vorrebbero tornare a passeggiare sulle tegole, ma in questa città ci sono più tegole che gatti e nessuno li lascia circolare in libertà. Eppure un tempo tutto il quartiere era abitato da gatti e uccellini, da centinaia di piccioni. È stato negli inverni dei primi anni Duemila che sono scomparsi tutti, inverni freddissimi e nevosi, almeno nei miei ricordi, nel mio tentativo di spiegare l’assenza di canti e miagolii nelle strade.

  

Scrivere nell’aria dopo l’ultima parola

 

Impariamo a riconoscere

ogni voce non per il suo

timbro, ma per la sua

assenza. È una sagoma

di silenzio che intaglia

l’aria a suggerire quanto

fosse intensa o morbida

quella voce che abbiamo

notato perché non fa

più parte dell’anfiteatro

dei nostri sentimenti.

Vorrei che almeno i sogni

portassero indietro quelle

sillabe amate, ma posso

solo sperare e aspettare

che almeno qui, nel teatro

già vuoto, almeno qui,

potrò rivedere il tuo sguardo,

il tuo volto così amato, così

tanto smarrito che mi ritrovo

a tracciarne i confini con

la punta delle dita nell’aria

immota e scrivo, qui scrivo

come faceva Tolstoj agonizzante,

sul letto di morte.

 

 

Scrivere, scrivere sempre, anche senza carta, anche senza penna e senza matita. Scrivere nell’aria e nella sabbia. Presto la mia mano agli invisibili, agli assenti e a questa Cronaca 672 di domenica 9 gennaio del terzo anno senza Carnevale.

sabato 8 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/671. Quando le ombre incontrano i volti è già sera

 


Come vanno donne e uomini sui vecchi marciapiedi del secolo passato? C’è chi scivola, chi accelera il passo, c’è chi inciampa per potersi fermare. Per andare da una strada all’altra a volte bisogna attraversare, c’è chi vorrebbe tornare indietro, chi non vorrebbe mai essere partito. Mi piace fermarmi a guardare il passo della gente, vedere come camminano alzando la punta o il tallone, se dondolano le braccia, se la testa oscilla, se si guardano intorno curiosi o guardinghi, se contano i passi, se evitano le righe sul marciapiede, se aggirano le formiche o le saltano. Dicono tanto di noi i passi, noi che non abbiamo ali per volare, né lunghi colli per andare oltra la cima degli alberi spogli. Il paesaggio intorno a noi, qui nella città silenziosa, muta di rado, solo le stagioni segnano un cambiamento, qualche volta un palazzo quando viene tinteggiato, qualche volta un albero malamente potato. I grandi cambiamenti nei quartieri più alla moda già appartengono al passato e i grattacieli di City Life svettano nel buio e dall’ultimo piano del mio palazzo posso ammirarne le mille luci notturne e immaginare le vite incapsulate dietro quelle finestre che sono intenzioni di fuga, mai fughe realizzate.

 

 

 

Canto della città silenziosa

 

Come può una città tenerci

sempre accanto? Bastano

i palazzi, le strade, quegli

antichi cammini che intuiamo

nascondersi sotto i nostri stessi

passi? Bastano il paesaggio

d’infanzia, la storia, il ricordo

delle mani di nostra madre?

Basta il rumore delle chiavi

di nostro padre alla porta?

Bastano il profumo del pane,

l’aroma della nebbia e delle

rose? Sì bastano, bastano

tutte queste cose e i ricordi,

i fili invisibili che ci hanno

cucito in questa forma e

attaccati alle mura e alle case.

Per questo possiamo partire e

sapere che ombre di noi

restano sul selciato e alle

finestre, ombre di ombre

diventano tutti i nostri desideri.

 

 

 

Compressi tra le strade senza cielo e i ritmi di vita dettati dalla pandemia, vivono giorno dopo giorno, sognando e immaginando, gli abitanti di questa città senza mare e senza fiume, una città bruciata nel tempo, distrutta e ricostruita, una leggenda la sua fondazione, un sogno la sua ricostruzione. Cosa resterà di questi anni perduti? Cosa porteremo con noi nel futuro che già ci chiama alla sua tavola imbandita?

Oggi è sabato 8 gennaio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 671 ha sparpagliato sul tavolo vecchie fotografie in bianco e nero e cerca di riconoscere quei volti che sono ombre, le nostre ombre, il nostro passato.

giovedì 11 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/613. Costruire la primavera intorno alle anime nascoste nell’autunno

 


 

Nel mondo che non è il mio e allo stesso tempo lo è, vecchi e bambini si trascinano nella neve e sopravvivono con abiti dismessi, secchi di latte appena munto da pietosi contadini.

Nel mondo che è il mio, nella città mai più silenziosa, ho visto uccelli migratori disegnare il cielo e poi svanire dietro i grattacieli, ho visto le foglie diventare gialle in pochi giorni e prepararsi tutte insieme alla caduta.

Nel mondo che è il mio e non lo è, raffinati intellettuali si accapigliano su segni, simboli e pronunce per far diventare la lingua più inclusiva. Allo stesso tempo uomini anziani discutono del perché le donne siano discriminate nel mondo del lavoro.

Nel mondo che è il mio un astuto imprenditore, che ci ha già rinchiusi nel suo mondo di volti e amici, si prepara, forse, a rendere le gabbie ancor più raffinate. Saremo tutti prigionieri in un metauniverso dove i corpi saranno sempre più altrove, mentre le menti si azzufferanno e insulteranno e la pubblica gogna sarà sempre più normale.

Nel mondo che è il mio le donne continuano a sobbarcarsi lavoro per guadagnare e lavoro per la cura dei figli, della casa, dei genitori. Le donne non fanno altro che lavorare e la definizione di qualunque vita femminile passa attraverso definizioni decise da altri e volte a controllarle. Il mondo del lavoro è ritagliato ancora a misura del maschio che non ha altra preoccupazione che pensare a lavorare. Solo sparute minoranze di uomini condividono il peso della vita quotidiana con le compagne e con le loro madri e sorelle.

Potrei continuare per pagine, nel furore sociologico e antropologico che mi prende ogni tanto, a elencare come sono i mondi che sono e non sono il mio.

Viviamo tutti in una molteplicità di mondi, di memorie e di immaginazioni, anche se per la maggior parte del tempo non ci pensiamo. La grande differenza, rispetto al passato, sono le continue sollecitazioni che arrivano dai social che si sono sommate nell’ultimo decennio a quelle della televisione e dei giornali.

Forse siamo più informati, forse siamo in grado di ragionare e scegliere con maggiore consapevolezza, ma la mole di informazioni, opinioni e immagini ci sovrasta, ci schiaccia e ci allontana dalla dimensione minuscola del mondo e delle persone di cui possiamo realmente occuparci nella nostra vita quotidiana. Rendermi conto di questa dimensione non ha rimpicciolito il mio mondo e le mie azioni. Anzi, lo ha allargato e mi fa guardare e agire con maggiore compassione e gentilezza. Avere cura del mondo comincia dai piccoli gesti della vita quotidiana, dall’aiuto concreto, da un sorriso, da un saluto, da una telefonata a qualcuno con cui abbiamo litigato e che avevamo deciso di non vedere mai più. Il mai più è uno degli orizzonti della nostra vita, ma non l’unico possibile.

 

 

 

Sapere che le anime e i giardini si assomigliano

 

 

Non so quando sia stato

l’ultimo saluto, com’eri

vestita l’ultima volta che

ti ho parlato. Ricordo molto

bene cosa hai detto e

cosa non hai fatto, è questa

frattura tra le parole e

i gesti a segnare il tempo

dell’amicizia, il prima e

il dopo. Ma le fratture si

possono ricomporre, bisogna

solo ricordarsi che le anime

e i giardini si assomigliano

proprio tanto e non è

facile averne cura.

 

 

Oggi giovedì 11 novembre del secondo anno senza Carnevale è stata una giornata di riflessioni sulle relazioni tra le persone, sui mondi molteplici in cui ciascuno di noi vive e sulle amicizie che, a volte, cadono in letargo come le marmotte e gli orsi e bisogna costruirgli una primavera intorno per stanarli e farli tornare alla vita, come ben sa questa ingegnosa Cronaca 613 che sta ancora lavorando in giardino.

martedì 9 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/611. L’isola maggiore di un grande arcipelago: questo è la letteratura russa in me

 



Abitiamo in un luogo reale, una città o un paese, in una casa che può essere un condominio, una villa, un casale. Abitiamo in un paesaggio, in una cornice di senso e di bellezza che le case, le strade, la natura intorno a noi, la vicinanza o lontananza con altri esseri umani, creano per noi. Allo stesso modo abitiamo il nostro luogo usuale anche nei tempi passati, i ricordi vivono nelle cose, nelle pareti e nelle soglie, nella casa, nella città. Ma esiste un luogo in noi, un luogo segreto, la nostra città interiore, il nostro paesaggio fatto non solo di memorie, di immaginazioni e di sogni, ma anche di un posto segreto che ci chiama e ci mette di fronte al nostro io più profondo. Sono una buona lettrice delle traduzioni in italiano dei racconti di Anton Čechov, di Fëdor Dostoevskij e di Lev Tolstoj e da anni non riesco a decidere chi viva con più forza in me, chi sia dei tre lo scrittore più amato.

 

 

Le dita dell’insonnia graffiano i muri

 

Da qualche parte in me,

vive la steppa russa con

le sue betulle e i fiumi in

disgelo. Sento il ghiaccio

che scricchiola e guardo

fuori dalla finestra della

mia dacia e la stagione

che le acque annunciano

sarà la più splendente,

mai vista prima e forse

mai più dopo. Ci sono

lunghe passeggiate nella

mia Prospettiva Nevskij,

in cammino sotto un cielo

bianco dove le stelle non

sorgeranno per molti

giorni ancora e quel bianco

è tutto quel che resta della

neve siberiana, è tutto

quello che il tempo ci ha

donato: un fiocco di neve

prima del disgelo, le foglie

di betulla, la luce fioca di

una lampada a petrolio e

le cupole di Mosca che

ardono alle finestre e parole

graffiate sul muro con

le dita adunche dell’insonnia

e l’ultimo zar che ancora

marcia con il suo esercito

immaginario. C’è un palazzo

d’inverno che non sarà mai

espugnato da qualche parte

in me e tutte quelle parole

che splendono dai tuoi fogli

ai nostri occhi.

 

 

Così oggi la mia Russia interiore si è spostata come fosse l’isola maggiore dell’immenso arcipelago che è la letteratura. E la neve già scende su questa Cronaca 611 di martedì 9 novembre del secondo anno senza Carnevale e sui libri che ho riordinato per leggerli di nuovo.

 

sabato 23 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/594. Un paesaggio non è solo un ricordo, è anche la cornice che il nostro sguardo gli ha costruito intorno

 

 


Non so perché ma mi accorgo spesso del tramonto perché sento un cane che abbaia in lontananza. Questo mi accade non solo nella città non più silenziosa, ma accadeva anche quando passavo l’estate in campagna, le vacanze di dicembre a Orta San Giulio o a Santa Caterina Valfurva. Il cane che abbaia è sempre per me una porta che si apre e in rapida sequenza vedo il paesaggio delle colline che si appoggiano alla Montagna Magna tra i comuni di San Marco Argentano, Fagnano Castello e Roggiano Gravina in Calabria, la cittadina di Orta e l’isola di San Giulio, la Valfurva con Bormio. Ma cosa accade subito dopo le immagini che tornano insieme all’abbaiare del cane in lontananza? Prima di tutto devo notare che le immagini non sono mai le stesse, variano le altezze, le angolazioni, il clima, l’intensità della luce, la vegetazione. Poi sono gli odori che tornano nelle narici: legna bruciata, fichi maturi, oleandri in fiore, castagne sul fuoco, neve appena caduta, temporale estivo. Così mi tocca riconoscere che interi mondi abitano tra le narici e gli occhi e se ne stanno acquattati in attesa di un cane che abbaia in lontananza. Quando sono a Milano, soprattutto in autunno e se non piove, insieme al cane, alle foglie che cadono, alla luce che scema, sono le prime note del Köln Concert di Keith Jarrett che accolgono nelle mie orecchie la notte che viene.

 


La musica che cambia e non cambia

 

Lo so, lo so che ogni

memoria è una costruzione,

per questo mi piace

vedere e sentire cosa

ci sarà di nuovo ogni volta

che un cane in lontananza mi

annuncia il tramonto.

Non è strano sapere,

quando ricordiamo, che

siamo lì in quello spazio

remoto e qui, proprio qui

nella nostra stanza, sedute

alla stessa scrivania dove

per la prima volta, secoli

fa abbiamo ricordato quelle

colline, i fichi maturi, la pioggia

d’estate e la musica che cambia

e non cambia a seconda se

mi lascio prendere dalla nostalgia

o dal desiderio di ascoltarla

una volta ancora.

 


Un paesaggio non è mai soltanto un’immagine, non è solo un ricordo è anche la cornice che il nostro sguardo ha costruito, è l’intenzione con cui abbiamo guardato, la caparbietà con cui vogliamo ricordare e scrivere. Non è vero Fiammetta, Maria Teresa, Letizia, Giusy, Lucia, Paola, Stefania, Susanna, Giorgio e Lorenzo, compagne e compagni d’avventura in questa esplorazione del paesaggio del romanzo?

 

Oggi è sabato 23 ottobre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 594 è barocca nelle intenzioni e razionalista nella stesura. Sta ancora camminando per Milano, alla ricerca di un nuovo punto di vista.

giovedì 14 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/585. Quando le domande arrivano con le onde e il vento

 


 

Dove finiscono le immagini di tutti i paesaggi che abbiamo visto? Dove sono i volti delle persone amate? Ci sono davvero angoli nascosti nel nostro cervello che custodiscono il mondo che abbiamo veduto? E se non fosse il cervello ma l’occhio a custodire ogni immagine come se fosse uno scrigno? E ogni immagine un filo della tessitura che è la realtà sensibile in cui ci muoviamo pensando di essere osservatori, mentre attimo dopo attimo diventiamo immagini negli occhi di qualcun altro? Non bastano l’acqua di tutti gli oceani e tutte le terre emerse a difenderci dal nostro desiderio di ignoto e di avventura. Ogni immagine ne chiama un’altra, non possiamo fermarci, per questo cerchiamo ogni giorno un senso al nostro stare al mondo, un senso al nostro andare anche solo in un sogno, in un luogo diverso da quello dove abitiamo. Tutto il mondo è una casa, o forse una prigione come scriveva Marguerite Yourcenar, oltre i limiti di questo pianeta non abbiamo libertà fisica di andare e tornare dalle stelle e con fatica qualcuno lo ha fatto da e per la luna. Ma è abbastanza vasto questo nostro mondo perché i paesaggi si moltiplichino e nessuno sguardo si ritrovi senza nuove esplorazioni da fare. E se questo pianeta piccolo e azzurro, lanciato a folle velocità in un universo dai confini inafferrabili non basta alla nostra fame di immagini, possiamo immergerci nel mondo della nostra immaginazione e lasciarci trasportare in altri luoghi. O ritornare in quelli dove siamo già stati e che abbiamo amato affidandoci alla memoria e al silenzio del nostro cuore che aspetta una nuova rivelazione quando è seduto in riva a un mare tranquillo che chi ha chiamato alla contemplazione.

 

 

Un sentiero che si biforca

 

Mi lascio trasportare dalla

luce in questo spazio che

ho riconosciuto. Quando

sono già stata in riva a questo

mare? Quando ho respirato

questa salsedine e il mirto

portato dal vento? Quando

i gigli hanno invaso questo

sentiero che si biforca e

mi obbliga a scegliere se

tornare verso la casa dei

ricordi o andare verso

quella dell’ignoto? Mi sono

fermata e non scelgo, non

ancora. Posso rimandare e

chiedere alle onde quale

strada prendere, dove

andare, per oggi almeno,

per oggi soltanto.

 

 

 

 

È la luce di un pomeriggio autunnale che mi porta tutte queste domande e una poesia fatta di domande è l’unica risposta che trovo oggi giovedì 14 ottobre del secondo anno senza Carnevale, per questa Cronaca 585 costellata com’è di punti di domanda.

martedì 12 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/583. In cammino nella città variabile come una stella

 

 


 

Dopo gli incontri silenziosi e casuali tra la riva del fiume e il sentiero che porta verso casa, raggiungiamo quello stato di pace dove l’anima è nuda e si offre allo sguardo delle stelle curiose. Affonda sempre più nel buio questa consapevolezza di essere in un cerchio che non è un insieme finito, ma infinito di possibilità e occasioni. Non sappiamo nulla di ciò che accadrà domani, nulla sappiamo neanche dell’oggi, perché possiamo conoscere il tempo e conoscerci, solo dopo che l’istante non è più tale, solo quando il filo è tirato nel telaio, solo quando la tessera turchese dell’angolo di un occhio è caduta nell’angolo speculare del mosaico che è la nostra memoria. Posso chiedermi, allora, se il tuo viso è lo stesso anche quando dormi e se le tue rughe si distendono quando smetti di scrivere e mi pensi.

La tua casa non sa che ti veglierò tutta la notte e scriverò anch’io per esserti accanto, perché sono i gesti ripetuti e vicini, gli stessi gesti che, pur nella lontananza, definiscono l’ombra di questa intimità che il giorno non contiene.

Poi continuo a camminare, incrocio un cane che saltella accanto al padrone, una bambina che pedala forsennata sulla sua bicicletta rossa e una madre che si fa portare da un monopattino piccino che, di certo, non le appartiene. Sono i piccoli dèi senza nome che custodiscono i gesti della vita quotidiana, ogni istante è un dio o una perdizione e il fuoco risponde al tuo richiamo.

 

 

La fiamma bianca e calda di una vita solitaria

 

Come la foglia si stacca dall’albero,

così anche noi ci lasciamo per

non ritornare, sappiamo che è

sempre così, il tempo ha una sola

direzione in veglia. Ma nel sogno

e nel ricordo evochiamo il passato,

nel sogno e nell’immaginazione

evochiamo il futuro. Addio per

questa stagione, addio gridano

le nuvole al cielo, prima di cadere

in forma di pioggia su noi che

ancora stiamo camminando per

le strade vuote di questa città

variabile come una stella. Addio

canta il fuoco quando avvolge

in un tenero abbraccio la legna

matura, addio perché ti perderò

e perderò me stesso, saremo cenere

per sempre insieme. Così si compie

il destino della fiamma bianca e

calda di una vita solitaria.

 

 

Ho attraversato la città con la mia rete a strascico, sono rimaste storie, parole, mezze sillabe, poesie intere. Sono rimasti i silenzi dei bambini, gli sguardi dei cani e le foglie cadute. Sono rimaste parole di un vecchio romanzo, il titolo della poesia è, forse, una citazione da D.H. Lawrence. Così ho trovato le parole, così le parole mi hanno trovata.

Oggi è martedì 12 ottobre del secondo anno senza Carnevale e la Cronaca 583 profuma di caldarroste, legna e fuoco.

lunedì 20 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/561. Chiedo alla luce un nuovo fulgore

 



 

Quanti movimenti deve fare l’occhio per cogliere proprio quel frammento di luce? Quanti passi verso l’orizzonte per far sì che un paesaggio diventi parte di noi? Quanti respiri all’unisono con il vento servono perché diventiamo aria nell’aria?

Sono domande senza risposta o forse l’unica risposta è sempre la stessa: dipende.

Dipende dalla stagione che ci circonda, dipende dal paesaggio, dalla nostra altezza, da quanto siamo disposti a lasciarci sorprendere, a quanto desiderio di cambiare abita in noi. Il respiro muta solo con un’intenzione precisa, quando sentiamo il petto allargarsi e l’aria non essere più una minaccia che arriva dall’esterno, ma una condizione necessaria a una vita più libera.

La cosa importante di queste domande è che possiamo farle anche stando seduti in poltrona a guardare il soffitto, o alla scrivania a cercare di scrivere un nuovo racconto. Perché c’è sempre nella vita qualcosa che eccede le nostre intenzioni, la sorpresa continua di essere vivi a ogni risveglio, di potersi meravigliare alle minime variazioni della luce.

La poesia si annida proprio tra queste pieghe minime del giorno nuovo, nel pieno della luce meridiana e nei bagliori del sole che cede alla notte.

 

 

La poesia preferisce i margini e le soglie

 

La tazza di tè è calda, il mattino

grigio e non cerco ispirazione

nei colori o nell’aroma che respiro.

Gli attimi si dispongono nel giorno

come note sullo spartito, ma è

ancora troppo presto perché io

possa cogliere questa nuova

melodia e così, chiedo alla luce

un nuovo fulgore, uno scarto

nell’armonia, perché sono margini

e soglie i luoghi dove la poesia

si annida, dove posso fermarmi

e invitarla a raggiungerci in

questa pagina che era bianca.

 

 

Così sta trascorrendo questa giornata, tra la luce e i suoi margini, tra la soglia e l’occhio che la contempla. Perché la poesia è anche questa capacità di mutare la cronaca di un giorno qualunque in un frammento di eternità.

 

Oggi è lunedì 20 settembre del secondo anno senza Carnevale, un lunedì armonioso che abbraccia questa Cronaca 561 e le sue parole appena scritte.

lunedì 6 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/547. Ci sono tre cose che non possono sottostare a nessuna legge perché vivono delle loro proprie ragioni: l’amore, la fame e la morte

 

“Cosa stai guardando Alvaro? Ci sono solo le piantagioni di caffè da quella parte”.

“Non è così Adelina, è che tu sei abituata a guardare questo paesaggio tutti i giorni e non vedi altro che l’insieme. Ma se guarderai con me ti mostrerò molto altro. Ci sono due falchi che volano da oriente a occidente ogni mattina. Se guardi bene i sentieri che dividono le piantagioni, ti accorgerai che alcuni sono più scuri di altri. È lì che passano i contrabbandieri ogni notte tra venerdì e sabato, quando le guardie di frontiera sono già ubriache e addormentate. Se guardi a destra della piantagione di Carrero, vedrai il sentiero tra le piante che suo figlio ha tracciato per andare a trovare la figlia di donna Catalina tutte le notti. Nessuno se n’è accorto ma se ne accorgeranno presto, perché la piccola è già incinta anche se loro non lo sanno. Catalina e Carrero prima si arrabbieranno moltissimo, ma poi si ricorderanno di quando erano giovani e non avevano potuto amarsi, destinati com’erano dalle famiglie a sposare altri figli di latifondisti. E quando parleranno dei figli si renderanno conto che adesso sono vedovi tutti e due. E allora l’amore fiorirà di nuovo come succede a certi cactus che fioriscono nel deserto di Atacama. Fioriscono quando hanno passato un anno sulla terra e la seconda volta il giorno prima di morire. Ma nessuno riesce mai a prevedere questo giorno e allora non è più possibile raccogliere il succo della pianta e farne quel pisco rosato che tanto piace ai banditi. Si sposeranno anche Catalina e Carrero, e lei avrà il suo ultimo figlio, ha solo quarant’anni la donna e lui pochi di più. A quanti la vita offre una seconda possibilità? Se guardi poi verso il picco di Salar, lì ci sono le capanne dei cacciatori di frodo. Tutti in questa terra campano infrangendo la legge. Tutti fanno cose che secondo le leggi del giorno sono inaccettabili, ma ci sono tre cose che non possono sottostare a nessuna legge perché vivono delle loro proprie ragioni: l’amore, la fame e la morte. Cos’altro c’è di importante oltre queste tre realtà che tutti primo o poi sentiamo?”.

Adelina amava andare a trovare lo scrittore perché sapeva che a ogni visita, avrebbe ricevuto il dono di almeno una storia. A lui bastava guardarsi intorno perché le parole iniziassero a uscirgli dalla bocca come i vaticini di un oracolo, le venne in mente per associazione donna Lucente, la profetessa che aveva perso il dono di leggere il futuro e aveva avuto quello di capire la lingua dei morti.

“Hai mai sentito parlare di Lucente, scrittore?”.

“Quella che legge il futuro? Sì, le ho parlato diverse volte, ma sai che a me il futuro non interessa, mi piacciono le sorprese”.

“Dovresti tornare da lei allora, il futuro non lo sa leggere più, ma ha imparato a parlare con i morti. Certo, non le viene facile come prima, ma i morti sanno essere molto loquaci. Soprattutto la notte tra sabato e domenica, quando tutti si divertono prima di andare in chiesa la domenica mattina per confessarsi e poi comunicarsi”.

L’idea di parlare con un morto, al momento, non piacque allo scrittore. Ma poi pensò che forse avrebbe potuto parlare con qualche amico. Questa sì che era una buona idea.

“Che dici di accompagnarmi da Lucente nel pomeriggio? Possiamo passare prima nell’emporio di Antonio per comprarle un regalo. So che non accetta mai denaro, solo oggetti e animali vivi che poi rivende al mercato. Tranne i gatti che tiene sempre con sé”.

“Oh per questo, lei è una vera bruja, e nessuno oserebbe mai contraddirla. Anzi, non immagineresti neanche quanta gente le porta cibo per i gatti, anche se loro passano la giornata nei campi a cacciare e non hanno certo bisogno di cibo umano. Andiamoci verso le quattro, quando mi sarò svegliata dalla mia siesta. Sai che invecchiando non farei altro che dormire? Il meglio della vita sta tutto nei sogni alla mia età. Forse quando morirò diventerò una delle gatte di Lucente e potrò andarmene in giro senza dolori nelle ossa e senza uomini molesti che mi seguono, come mi succedeva quando ero giovane. E non provare neanche a sorridere, sai. Anche tu custodisci dietro quella tua pellaccia cittadina il ragazzino magro che seguiva le capre fino alle cime e correva e nuotava più veloce di chiunque altro. Chi se lo immaginava che saresti diventato uno scrittore. Però forse il tuo desiderio di allora di essere sempre in un altro luogo è lo stesso di oggi. Quando scrivi sei sempre in un altro luogo. Bene, adesso vado a dormire, ci vediamo dopo”.

Quando la vecchia si chiuse la porta dietro le spalle, Alvaro aprì il quaderno e iniziò a scrivere.

“Quando Adelina era giovane, molto giovane e molto bella, uno straniero di passaggio rimase imprigionato nel suo sguardo e non fu più capace di ritrovare il cammino. Francisco era un avventuriero che viaggiava con una bisaccia d’oro e un revolver legati entrambi alla cintura. Adelina aveva occhi chiari e trasparenti come acqua di fonte, forse l’eredità di qualche straniero che era passato in quelle terre e fornicato con una delle sue antenate. Quegli occhi chiari prendevano il colore del cielo quando lei era in piena luce e della fiamma, quando la sera si sedeva vicino al camino a cucire. Diventavano verdi gli occhi di Adelina quando andava per campi e per boschi e Francisco iniziò a seguirla camminando sempre dieci passi indietro perché non voleva spaventarla. Dopo una settimana, gli sembrò che fosse passato abbastanza tempo e andò ad aspettarla sulla strada di casa. Lei lo guardò e capì prima che lui aprisse bocca. Gli disse solo che doveva chiedere il permesso a sua madre e a suo padre che li stavano aspettando. Tutto il paese di Santiago lo aveva visto e tutti si aspettavano che lui facesse una proposta. Quando Francisco chiese a don Isidoro se poteva avere la mano di sua figlia, l’uomo si girò a guardare la moglie donna Mariana. E lei disse solo “Dipende”, ma poi lo fecero accomodare in sala da pranzo, lo sfamarono e lui brillava come l’oro nella sua bisaccia. “Don Isidoro, ho molto viaggiato, sono un uomo abbastanza ricco da potermi fermare. E posso fermarmi solo qui dove c’è Adelina, se voi me lo permetterete”. Adelina, sorrideva tra sé, e poi lo guardò e lui alzò lo sguardo verso di lei e precipitò nei suoi occhi come si cade in un fiume in piena. Si sposarono dopo una settimana e lui non se ne andò mai più. Dopo mezzo secolo di matrimonio felice, le sue ossa riposano sotto il carrubo che c’è in fondo al giardino e Adelina va tutti i giorni a salutarlo e si ferma a chiacchierare con lui. Gli porta sempre una fiaschetta di pisco e lui sembra gradire, perché il carrubo non è mai stato così verde e forte, neanche quando era un seme finito chissà come nella sua tasca e che Adelina aveva messo nella terra sfidandola a far crescere un albero da quel seme straniero. E la terra aveva accettato la sfida e dato vita a quella pianta che dava frutti strani, ma utili. Il carrubo era vigoroso quanto Francisco che aveva fatto con Adelina cinque figli e aveva fatto in tempo anche a conoscere tredici nipoti. Il carrubo, che non era solo come sembrava, aveva lasciato andare i semi nell’aria che avevano incontrato altri semi o forse le api, e altre piante erano nate davanti alle case del paese e facevano una bella ombra quando la calura si faceva insopportabile”.

Dopo avere scritto quelle pagine iniziali di un racconto, lo scrittore andò a sdraiarsi nella sua amaca, c’era tempo prima che Adelina venisse a chiamarlo per andare da Lucente. Poteva continuare a leggere il paesaggio intorno e spremere qualche altra storia dalle nuvole e dal volo del falco. Ma si addormentò subito, allora le storie andarono a trovarlo in sogno, perché un patto è un patto e le storie vogliono essere raccontate quando hanno scelto lo scrittore che più piace loro.

 

Oggi è lunedì 6 settembre del secondo anno senza Carnevale e sono rimasta in compagnia dello scrittore Alvaro Mutis anche oggi e così la Cronaca 547 ha accolto questo nuovo racconto, molto compiaciuta dalla bella compagnia.