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giovedì 2 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/116: in tutte le notti esiste un’estate


Ci hanno insegnato quando eravamo bambini che sessanta secondi formano un minuto, che sessanta minuti formano un’ora, che ventiquattro ore formano un giorno.

Che agli equinozi di primavera e autunno, la notte e il giorno sono uguali.
Che al solstizio d’inverno appartiene la notte più lunga.
Che al solstizio d’estate appartiene il giorno più lungo.

La logica del tempo l’abbiamo imparata e nel tempo ne abbiamo fatto l’esperienza.

Sappiamo quanto siano belle le mattine d’estate: alzarsi presto, andare al mare quando la spiaggia è vuota, fare il bagno in un’acqua lucente appena smossa dalle onde, guardare le case della baia che si illuminano al passaggio del sole, amare quei colori giallo, arancione e rosso che si alternano al blu, verde e azzurro. Quando finisce la mattina? Sono la luce allo zenit, il richiamo del cibo, la spiaggia affollata a dirci che un’altra mattina si è conclusa. E poi?

Conoscere l’estate è ballare al centro della vita, abbandonarsi alla gioia, respirare l’aria salmastra, cogliere il fico maturo caldo di sole e mangiarlo dopo averlo aperto con le mani, restare in spiaggia sino all’ultimo sprazzo di sole, mangiare tonno e pomodoro, bere aranciata dalla bottiglietta di vetro, mangiare una focaccia con i pomodori, giocare a carte mettendosi al riparo dal vento, giocare a bocce e vincere sempre.

Poi la luce da chiara diventa dorata, il silenzio dei bambini addormentati sotto l’ombrellone ci fa svegliare di colpo, il mare è increspato, è verde scuro e non più trasparente come al mattino. Si corre in acqua per togliersi il sonno dagli occhi, un tuffo, un respiro profondo per allargare i polmoni e le sirene iniziano a cantare proprio mentre le pensavamo nascoste nell’eternità. Non le vediamo ma il canto è chiaro e le parole sconosciute, per chi non conosce il greco antico, si inanellano a fare una ghirlanda che Afrodite indosserà uscendo dall’acqua.

Il terzo tempo di questa giornata estiva inizia con il sole dormiente che ci lascia a malincuore, benché sappia che il ritorno da noi è certo nel mattino dopo e che nell’altro emisfero qualcuno lo sta implorando di apparire. Quando il congedo è ultimato, tutto intorno, il paesaggio, l’acqua, gli oggetti, le persone, sembrano d’argento liquido, in una sfumatura di colore che appartiene solo all’estate e a quest’ora della sera.

Quando la sera indossa il mantello stellato delle grandi occasioni, ecco che è subito notte, notte senza fiato passata a parlare fitto fitto con l’amato sulla sabbia umida, a fare il bagno nella scia argentea della luna che per buona parte del mese se ne sta nascosta e ci permette di guardare le stelle, la lenta rotazione della galassia, l’intuizione della nuvola che non aspetta il mattino per solcare il mondo rovesciato che sta sopra di noi.

Così scopriamo che in tutte le notti esiste un’estate, come se ogni notte, solo un lembo di tempo, avesse ereditato tutte le notti e le stagioni precedenti e ci avesse sussurrato nel buio che niente è rimasto indietro, che tutta la stagione si è contratta nelle poche ore che il buio ha strappato alla luce. Così scegliamo di seguire la mia amica Annalisa Manstretta che è poetessa profonda e raffinata.




Primi passi al buio
(Crana, luglio 2007)


C’era stata la faticosa scoperta

di bestie feroci dentro la luce.
Della crudeltà segreta di un raggio di sole
conoscevo tutti i sintomi, ormai,
e riuscivo a difendermi, mi ero fatta prudente,
dunque mi si era avvicinata la notte.
Come vecchia che vive sui monti,
dissodatrice di terre sassose, esperta dell’orto,
maestra nel far da mangiare con poco,
lavorava, non faceva parola, non voleva nulla.
Finita la sua giornata lasciava lì tutto,
abbandonava l’esito al sole.
La mattina aprivo le finestre
su pertiche di terreno soffice, ricco di nutrienti.

Più ancora vale la notte perché cancella le cose,

e ciò che di te rimane senza più luce,
come radici che crescono dentro il terreno,
come l’ispessirsi della corteccia negli alberi,
si nutre di notte, ingrassa,
ti rende più forte: metallo che vale
non teme ribassi perché non dipende da te.
Lo sai che la mente che viaggia da sola è l’arpia più crudele,
non vede né ombra né sole,
un gallo cieco che canta a tutte le ore del giorno.
E senza difese, con sempre più gioia,
abbracciavo la notte. Crescevo.
Mille qualità nasconde la notte
e una di queste è il silenzio.
È semplice e onesto: ovunque cominci
va sempre in un senso, l’altezza.
Ma il buio gira attorno, si inclina,
si allarga, pesa e nasconde.
E non dimori più nella certezza del tuo profilo,
davanti a te l’arpia del buio
ti mangia lo spazio tranquillo del sonno
che unisce il corpo alla mente, la placa.
Girevole il buio è ruotato
sei finita in un’altra delle sue stanze,
senza vecchie. E vengono sempre più avanti.

Quella notte non era già verso l’alba,

non presero il via i canti degli uccelli,
piuttosto, con fredda lentezza, scavavano dentro di te.
Scavavano adagio, con ordine,
e non si turbava il silenzio,
in fondo, non senti nemmeno dolore
e fresche e profumate rimangono le lenzuola,
la nuca si appoggia nel sonno.
Il corpo rimane tranquillo: risponde a un’atavica vita
che tu non puoi in alcun modo soccorrere.
Da solo ci riesce, resiste,
e spunta gli artigli anche al buio.
Ma tu resti inerme, svuotata da unghie, da becchi,
e dentro le tenebre aspetti.

In tutte le notti esiste un’estate,

esiste un inverno, vi sfrecciano raggi incidenti,
si allunga la meridiana del corpo
che sente il girarsi del buio
e scivola non si sa dove,
non è salvata dal muro.
E quando la notte incide la terra
con raggi che piovono dritti dall'alto,
c’è un moto aggressivo del buio,
un sovrappiù di energia si scarica sui teneri corpi nel sonno.
Così succede alle cose
che quando arrivano al culmine si fanno crudeli.

Il corpo fa come la terra: assorbe e riposa

e nel suo riposo lavora, ripara lo scempio dei becchi.
E dentro le tenebre aspetti.




Una notte fatta di notti e di estati. Un’estate fatta di estati, giorni e notti.
La ripetizione consolida il legame, come per azione, gesto e pensiero umano.
Una nuova estate non è mai solo se stessa ma la somma di tutte le estati che l’hanno preceduta, l’annuncio delle estati che verranno.

Anche questo secondo giorno di luglio si ripiega e sceglie l’angolo di memoria dove andare a riporsi. Tornerà non sappiamo quando, sarà un guizzo di luce, sarà un profumo improvviso di salsedine e anguria, sarà il tuo profumo che mi sfugge e torna.

A memoria, par coeur, come si dice in francese.
La memoria sta nel cuore, non nel cervello, non nella mente.
Per questo quando ci ricordiamo l’uno dell’altro siamo tinti di rosso, il colore del sangue e del vino, del tramonto e della rosa.



La poesia di questa Cronaca 116 è di Annalisa Manstretta, tratta da Il sole visto di lato, Atì editore 2012.

giovedì 9 marzo 2017

È quasi primavera. L’albero trattiene ancora le gemme.

Convalescenza di fine inverno
(a conclusione dei lavori di ristrutturazione)


Spiace lo squallore di questo paesaggio.
È quasi primavera.
L’albero trattiene ancora le gemme.
Il cielo trattiene una pioggia battente.
Le finestre chiuse trattengono
il caldo dentro le stanze.
Fuori da queste quattro cose
c’è uno spazio freddo
con sempre meno luce e senza vento.
La casa – sono sola –
mi cederebbe tutte le sue stanze,
è la stagione che si allarga
ma sono io che non le voglio, non le accetto.
È forse la stanchezza della malattia
che mi fa stare in guardia,
sebbene far la guardia sia per niente
visto che i buoi sono scappati
col carro pieno della roba mia.
Ma gli occhi, che mi restano fedeli,
continuano a inviarmi questi esterni,
stanze vuote, piene di spazio per l’ospitalità.
L’ospitalità mi chiede almeno un ospite
io sono invece un’altra stanza vuota
accanto a quella nuova appena sistemata.
Si chiamino ancora i muratori
che facciano a me controsoffittatura,
pavimento e diano il bianco
– almeno due mani, per favore –
adesso che si va nella stagione bella,
alle orme interne, vuote,
di stomaco, fegato, cuore, budella.

mercoledì 8 marzo 2017

dentro quest’albero spoglio ci sono foglie e fiori bianchi di ciliegio

Inverno


Vedi, dentro quest’albero spoglio, grigio
fra palazzi grigi e tetti,
ci sono foglie e fiori bianchi di ciliegio.

Dentro le facciate fredde dei palazzi
ci sono stanze, spazi che si aprono in spazi,
case che rifugiano uomini, sentimenti.

Vedi, questo striminzito cielo nuvoloso

ha sole, luna e innumerevoli stelle.


Annalisa Manstretta
Gli ospiti delle stagioni
Atì editore 2015

martedì 28 giugno 2016

al colmo del cielo, su quattro nuvole bianche

Villeggiatura


Riposa, concediti la lontananza,
la luce del sole, nascosto dietro le case,
al colmo del cielo, su quattro nuvole bianche,
guarda le loro ombre lontane
e i canti di uccelli invisibili da questo balcone
che non ti impegnano gli occhi,
e gli alberi che formano i boschi
che coprono i monti là in fondo
dall’altra parte della vallata.
Da questa parte il giardino piccolo
il vicolo acciottolato, le case addossate
precedono il mio profilo,
la cosa più stretta che mi circonda.


Annalisa Manstretta
Gli ospiti delle stagioni
Atì editore 2015

lunedì 27 giugno 2016

prendi un cielo e un albero grande come sono al solstizio d’estate

Ricetta estiva


A volte si procede tranquilli, sereni
e si arriva in un vicolo cieco;
camminando in modo armonioso
si mettono i piedi in un punto che fa eccezione
come quello di non ritorno.
Ed ecco che appaiono angoscia e sconforto,
si allargano attorno, minacciano.
Ma tu fa così: prendi un cielo e un albero grande
come sono al solstizio d’estate,
perché la chioma folta permetta che tu conti,
una ad una, le sue foglie;
perché il cielo di quei giorni,
che resta azzurro a lungo,
ti lasci il tempo per guardarti attorno
cosa per cosa, spazio per spazio,
tutto quello che c’è.
L’inverno scolpisce attento i profili,
chiarisce dove stai tu e cosa sta attorno.
Poi arriva, senza invito, l’estate
non ci pensa, occupa tutto, ride, ride e ti chiede
da che parte va visto il contorno.

Annalisa Manstretta
Gli ospiti delle stagioni
Atì editore 2015

sabato 22 novembre 2014

Nel resto del vuoto è entrato il cielo

Novembre 

Oggi i tigli non hanno quasi più foglie.
La parata chiassosa del giallo si è chiusa in un nulla di fatto.
Le foglie sono per terra, i rami sono per aria, spogli.
Dietro gli alberi si vede meglio la casa di fronte.
Dentro gli alberi si vede il nido da dove cantava il fringuello.
Nel resto del vuoto è entrato il cielo.
Non c’è storia, d’estate, tra gli alberi e il cielo
il cielo è molto più grande, ma ancora desidera spazio.
È autunno. Le piante donano spazi ulteriori al cielo.
È autunno. Le vecchie di qui portano fiori al cimitero
poi si chiudono in casa e si riempiono di paura.

Gli alberi sopravvivono tutto l’inverno
con dentro l’azzurro sempre più freddo del cielo.
Il breve profilo dell’uomo è adesso che mostra la corda.
Deboli, come si vince una partita a scala quaranta,
ci si difende chiudendo, diventando più densi,
mettendo sacchi di sabbia dove spiffera l’aria.
Laddove il terrapieno è franato ed entrano raggi di sole,
si affrettano i lavori di manutenzione,
si fanno canali di scolo per togliere l’acqua
che fa molle il terreno.
Si diventa sodi e compatti
come un’aia di campagna bella e sana
di terra liscia, battuta e dura
dove sopra balla la paura.

Annalisa Manstretta
Il sole visto di lato
Atì editore 2012

lunedì 28 luglio 2014

In tutte le notti esiste un’estate

Primi passi al buio

C’era stata la faticosa scoperta
di bestie feroci dentro la luce.
Della crudeltà segreta di un raggio di sole
conoscevo tutti i sintomi, ormai,
e riuscivo a difendermi, mi ero fatta prudente,
dunque mi si era avvicinata la notte.
Come vecchia che vive sui monti,
dissodatrice di terre sassose, esperta dell’orto,
maestra nel far da mangiare con poco,
lavorava, non faceva parola, non voleva nulla.
Finita la sua giornata lasciava lì tutto,
abbandonava l’esito al sole.
La mattina aprivo le finestre
su pertiche di terreno soffice, ricco di nutrienti.

Più ancora vale la notte perché cancella le cose,
e ciò che di te rimane senza più luce,
come radici che crescono dentro il terreno,
come l’ispessirsi della corteccia negli alberi,
si nutre di notte, ingrassa,
ti rende più forte: metallo che vale
non teme ribassi perché non dipende da te.
Lo sai che la mente che viaggia da sola è l’arpia più crudele,
non vede né ombra né sole,
un gallo cieco che canta a tutte le ore del giorno.
E senza difese, con sempre più gioia,
abbracciavo la notte. Crescevo.
Mille qualità nasconde la notte
e una di queste è il silenzio.
È semplice e onesto: ovunque cominci
va sempre in un senso, l’altezza.
Ma il buio gira attorno, si inclina,
si allarga, pesa e nasconde.
E non dimori più nella certezza del tuo profilo,
davanti a te l’arpia del buio
ti mangia lo spazio tranquillo del sonno
che unisce il corpo alla mente, la placa.
girevole il buio è ruotato
sei finita in un’altra delle sue stanze,
senza vecchie. E vengono sempre più avanti.

Quella notte non era già verso l’alba,
non presero il via i canti degli uccelli,
piuttosto, con fredda lentezza, scavavano dentro di te.
Scavavano adagio, con ordine,
e non si turbava il silenzio,
in fondo, non senti nemmeno dolore
e fresche e profumate rimangono le lenzuola,
la nuca si appoggia nel sonno.
Il corpo rimane tranquillo: risponde a un’atavica vita
che tu non puoi in alcun modo soccorrere.
Da solo ci riesce, resiste,
e spunta gli artigli anche al buio.
Ma tu resti inerme, svuotata da unghie, da becchi,
e dentro le tenebre aspetti.

In tutte le notti esiste un’estate,
esiste un inverno, vi sfrecciano raggi incidenti,
si allunga la meridiana del corpo
che sente il girarsi del buio
e scivola non si sa dove,
non è salvata dal muro.
E quando la notte incide la terra
con raggi che piovono dritti dall'alto,
c’è un moto aggressivo del buio,
un sovrappiù di energia si scarica sui teneri corpi nel sonno.
Così succede alle cose
che quando arrivano al culmine si fanno crudeli.

Il corpo fa come la terra: assorbe e riposa
e nel suo riposo lavora, ripara lo scempio dei becchi.
E dentro le tenebre aspetti.
Crana, luglio 2007

Annalisa Manstretta
Il sole visto di lato
Atì editore 2012

lunedì 11 marzo 2013

Risposta a Elizabeth Bishop


Siamo noi la coppia di gufi spaventata dall’incendio
– tu li hai visti – occhi fissi, gridavano attorno,
volavano in cerchio.
E siamo l’armadillo stanato dal fuoco:
all’improvviso appare, silenzioso, rigido di paura,
e coda tra le gambe scappa.
E l’alce notturna siamo, gigantesca, informe
sotto la luna piena, che ti annusa e odora di selvaggio.
E questa pioggia fredda, battente, triste
che oggi scende dal cielo di Milano – che tu non vedi –
siamo noi.

Altri gufi a coppie nei nidi tra le rocce dietro casa tua
adesso fanno uova, cacciano i rospi di notte quando piove.
Dalle foreste del nord, nella notte, con la luna
altre alci sbucano sulle strade degli uomini. Li annusano.
Riconosciti, siamo noi. Non scappare più. Non precipitare.

Questa è la poesia - inedita -  che Annalisa Manstretta ha dedicato a Elizabeth Bishop per lo spettacolo Nel grembo di ogni voce, andato in scena lo scorso 2 marzo a Bergamo.

martedì 11 dicembre 2012

Prima lezione sullo spazio

Le case dove stando seduti si vedono tutti gli angoli,
gli spazi che sono danaro, costruiti ad arte,
regolari, puliti, dipinti di bianco,
riparano dal freddo
ma tengono al caldo anche la furia degli abitanti.

La forma ad uncino di un movimento,
l’eccesso di forze nelle spalle e nel collo
chiusi nel tepore di casa di giorno e di notte
si cuociono piano, lievitano,
diventano muscoli, braccia che remano contro.
Ah, se fossero qui, adesso, tutte le inclinazioni delle colline
ad allargare l’aria di questo soggiorno…
Facciamo che vengano, che vengano a grappoli
quelle appena accennate, ancora quasi pianura
e quelle pericolose dove non si pianta nemmeno la vite
e vengano le superfici concave, con acque di ristagno,
con salici, con pioppi alti, fruscianti
e vengano, piegati qua dentro, tutti i campi dell’Oltrepò.

Annalisa Manstretta 
Il sole visto di lato
Il Passo di Efesto - Poesia
Atì editore 2012

venerdì 4 maggio 2012

Seconda lezione sullo spazio

Se le cose potessero restare per sempre in un loro chiarore,
partecipare del colore che per primo compare al mattino
e fino a tardi si distingue nella sera,
se fossero tutte debolmente luminose
non avremmo bisogno del sole,
non avremmo paura della notte;
una vaga vita animale sarebbe dentro le cose quotidiane
sentiremmo le stanze e ogni luogo
pieni di moti indecifrabili, quasi d’affetto.

Ma sparirebbero, sparirebbero le ombre,
il loro nascere, il loro crescere sul prato,
il loro lento, armonico giro
e questo cielo sgombro e luminoso
e il vedere cose vicine
e il vedere cose lontane ben chiuse nei contorni,
la gioia sottile di allungare la vista all’orizzonte,
la grande gloria delle distanze,
la libertà di andarsene, di separarsi dal resto.


Annalisa Manstretta 
Il sole visto di lato
Il Passo di Efesto - Poesia
Atì editore 2012