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lunedì 1 ottobre 2018

Accetta questo silenzio

Ottobre, notte

Accetta questo silenzio: la parola stretta nel buio della gola come una bestia irrigidita, come il cinghiale imbalsamato che nei temporali di ottobre scintillava in cantina. Livido e intrecciato di paglia, il cuore secco, senza fumo, eppure contro il fulmine che inchiodava la porta, ogni volta nel punto esatto in cui era iniziata la morte: l'inutile indietreggiare, il corpo ardente, il calcio del cacciatore sul suo fianco.

Chiudi gli occhi. Pensa: lepre, e volpe e lupo, chiama le bestie che cacciate corrono sulla terra rasa e sono nella fionda del morire o dell'addormentarsi sfinite nella tana dove solo chi è inseguito conosce davvero la notte, davvero il respiro.

Antonella Anedda
Notti di pace occidentale

Donzelli editore 1999

martedì 7 marzo 2017

Canto, cammina adagio sul mio cuore

Canto, cammina adagio sul mio cuore,
cammina adagio come erica sull'acquitrino,
come uccello su ghiaccio vecchio d’una notte.
Se spezzi la crosta del dolore
annegherai, canto.

Olav H. Hauge
La terra azzurra
traduzione di Fulvio Ferrari
Crocetti editore 2008

mercoledì 11 gennaio 2017

e le pietre dormono sotto la neve con sogni verdi nel cuore

Giornata d’inverno

Cosa vuole questa luce strana?
Il giorno è sotto stelle bianche.
E i sogni germogliano sotto la luna.

La montagna ha parole racchiuse dentro di sé
ma il petto è rigido e la barba gelata.
Il fiume risponde con brevi riflessi, si apre per un attimo breve,
e i pini offrono un po’ di resina.
Il regalo scuote la neve
e il cavallo freme con il muso coperto di brina.
La legna spreme fuori una crosta di grasso gelato,
e il ghiaccio divora il taglio della scure.

Ma ora la vetta manda in mille pezzi il disco del sole, torce
il suo sguardo furtivo verso un mondo lontano.
Gli alti abeti candele sulle creste dei monti si spengono,
e gli alberi si acquietano nel bosco per la notte.
Il fiume sospira nella gola, condensa in ghiaccio la nostalgia di mare,
e le pietre dormono sotto la neve con sogni verdi nel cuore.

Olav H. Hauge
La terra azzurra
traduzione di Fulvio Ferrari
Crocetti editore 2008

lunedì 2 gennaio 2017

Il poeta è un albero e la poesia è l'impossibile fatto possibile

Alle poesie complete di Antonio Machado


Vorrei lasciar in questo libro
tutto il mio cuore.
Questo libro che ha visto
con me i paesaggi
e vissuto ore sante.

Che pena quei libri
che ci riempiono le mani
di rose e di stelle
e lentamente passano!

Che tristezza profonda
guardare i pannelli
di pene e dolori
che un cuore porta!

Veder passare gli spettri
di vite che si cancellano,
vedere l'uomo nudo,
in Pegaso senz'ali,

veder la vita e la morte,
la sintesi del mondo,
che in spazi profondi
si guardano e si abbracciano

Un libro di poesie
è un autunno morto:
i versi son le foglie
nere sulla bianca terra,

e la voce che li legge
è il soffio del vento
che li affonda nei cuori
intime distanze -.

Il poeta è un albero
con frutti di tristezza
e con foglie secche
per pianger ciò che ama.

Il poeta è il medium
della Natura
che spiega la sua grandezza
con delle parole.

Il poeta capisce
tutto l'incomprensibile,
e chiama amiche
cose che si odiano.

Sa che i sentieri
son tutti impossibili,
e per questo la notte
li percorre con calma.

Nei libri di versi,
fra rose di sangue,
passano le tristi
e eterne carovane

che lasciano il poeta,
quando piange la sera,
circondato e stretto
dai suoi fantasmi.

Poesia è amarezza,
celeste miele che sgorga
da un invisibile favo
che fabbricano i cuori.

Poesia è l'impossibile
fatto possibile. Arpa
che invece di corde
ha cuori e fiamme.

Poesia è la vita
che attraversiamo in ansia
aspettando colui che porta
la nostra barca senza rotta.

Dolci libri di versi
sono gli astri che passano
nel muto silenzio
verso il regno del Nulla,
scrivendo nel cielo
strofe d'argento.

Oh! che pene profonde
e mai riparate,
le voci dolenti
che cantano i poeti!
Vorrei in questo libro

lasciar tutto il mio cuore...

7 agosto 1918

Federico García Lorca
Tutte le poesie
traduzione di Carlo Bo
Garzanti 1975

∗∗∗

A las poesías completas de Antonio Machado

Dejaría en este libro
toda mi alma.
Este libro que ha visto
conmigo los paisajes
y vivido horas santas.

¡Qué pena de los libros
que nos llenan las manos
de rosas y de estrellas
y lentamente pasan!

¡Qué tristeza tan honda
es mirar los retablos
de dolores y penas
que un corazón levanta!

Ver pasar los espectros
de vidas que se borran,
ver al hombre desnudo
en Pegaso sin alas,

ver la vida y la muerte,
la síntesis del mundo,
que en espacios profundos
se miran y se abrazan.

Un libro de poesías
es el otoño muerto:
los versos son las hojas
negras en tierras blancas,

y la voz que los lee
es el soplo del viento
que les hunde en los pechos
− entrañables distancias −.

El poeta es un árbol
con frutos de tristeza
y con hojas marchitas
de llorar lo que ama.

El poeta es el médium
de la Naturaleza
que explica su grandeza
por medio de palabras.

El poeta comprende
todo lo incomprensible,
y a cosas que se odian,
él, amigas las llama.

Sabe que los senderos
son todos imposibles,
y por eso de noche
va por ellos en calma.

En los libros de versos,
entre rosas de sangre,
van pasando las tristes
y eternas caravanas

que hicieron al poeta
cuando llora en las tardes,
rodeado y ceñido
por sus propios fantasmas.

Poesía es amargura,
miel celeste que mana
de un panal invisible
que fabrican las almas.

Poesía es lo imposible
hecho posible. Arpa
que tiene en vez de cuerdas
corazones y llamas.

Poesía es la vida
que cruzamos con ansia
esperando al que lleva
sin rumbo nuestra barca.

Libros dulces de versos
son los astros que pasan
por el silencio mudo
al reino de la Nada,
escribiendo en el cielo
sus estrofas de plata.

¡Oh, qué penas tan hondas
y nunca remediadas,
las voces dolorosas
que los poetas cantan!

Dejaría en el libro
este toda mi alma…

Federico García Lorca
Poemas sueltos 1917/1936 in 
Federico García Lorca, Obra Completa
Akal Ediciones 2008 

venerdì 18 novembre 2016

In questa casa di fantasmi che si libra nell'aria

Paul Celan

Rinchiusi in questa casa di fantasmi
che si libra nell'aria - la vita,
con pertugi ognuno dei quali
si affaccia 
sulla sua realtà,
abitiamo,
viviamo, ci ammassiamo
al pertugio più grande, 
questo è il mondo,
diciamo.

Al tuo pertugio
sedevi
solo tu,
gli occhi neri
diamanti,
il cuore
un'ematite.

Olav H. Hauge
La terra azzurra

a cura di Fulvio Ferrari
Introduzione di Idar Stegane
Crocetti Editore 2008

domenica 4 settembre 2016

Le parole sono belle e pericolose

Le parole

Le parole non hanno occhi né gambe,
non hanno bocca né braccia, non hanno visceri
e spesso nemmeno cuore o ne hanno assai poco.
Non puoi chiedere alle parole di accenderti una sigaretta
ma possono renderti più piacevole il vino.
E certo non puoi costringere le parole
a fare qualcosa che non vogliono fare.
Non puoi sovraccaricarle
e non puoi svegliarle quando decidono di dormire.
A volte le parole ti tratteranno bene,
a seconda di quel che gli chiedi di fare.
Altre volte, ti tratteranno male,
qualunque cosa tu gli chieda di fare.
Le parole vanno e vengono.
Qualche volta ti tocca di aspettarle a lungo.
Qualche volta non tornano più indietro.
Qualche volta gli scrittori si uccidono
quando le parole li lasciano.
Altri scrittori fingeranno di averle ancora in pugno
anche se le loro parole sono già morte e sepolte.
Fanno così molti scrittori famosi
e molti meno famosi che sono scrittori soltanto di nome.
Le parole non sono per tutti.
E, per la maggioranza, esistono soltanto per poco.
Le parole sono uno dei più grandi miracoli al mondo,
possono illuminare o distruggere menti, nazioni, culture.
Le parole sono belle e pericolose.
Se vengono a trovarti, te ne accorgerai,
ti sentirai il più fortunato della terra.
Nient'altro avrà più importanza e tutto sembrerà importante.
Ti sentirai il dio sole, riderai del tempo che fugge,
ce l'avrai fatta, lo sentirai dalle dita
fino alle budella, e sarai diventato,
finché dura, un fottutissimo scrittore
che rende possibile l'impossibile,
scrivendo parole, scrivendole,
scrivendole.

Charles Bukowski



The words do not have eyes or legs,
Not have mouths or arms ,
they do not have guts
and often not even the heart,
or have very little.

You can not ask for words
to light a cigarette
but they can make you more pleasant
the wine.

And of course you can not force the words
to do something that
They want to do.
You can not overcharge
and you can not wake them
when they decide to sleep.

sometimes
the words will treat you well,
depending of that
you ask him
to do .
At other times ,
will treat you badly,
whatever
you ask him to do.

The words go
and are .
Sometimes touches you
of waiting for them long .
Sometimes it does not add up
further back .

Sometimes writers
kill
when words leave them .
other writers
pretend to have them yet
in hand
even if their words
are already dead and buried .

they do so
many famous writers
and many less famous
that writers are only
named .



Words are not
for all.
And for the majority,
there are
only briefly.

The words are
one of the greatest
miracles
the world,
can illuminate
or destroy
minds ,
nations ,
cultures.
The words are beautiful
and dangerous.

If they come to visit you ,
you’ll see
and you’ll feel
the luckiest
of the earth. Nothing else will have more
importance
and everything seems important.

you will feel
the sun god ,
laugh of fleeting time ,
made you angry ,
I feel
from the fingers
to the gut ,
and you have become ,
until
hard,
a fucking writer
which makes it possible
the impossible,
writing words ,
by writing ,
writing them .

martedì 23 agosto 2016

mi confesso con te che sei la mia voce profonda

Preghiera alla poesia


Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
Tu che allora ti neghi
e taci. 
Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d’oro
che fu mio cuore,
ho rotto l’erba,
rovinata la terra –
poesia – quella terra
dove tu mi dicesti il più dolce
di tutti i tuoi canti,
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l’allodola
E con gli occhi cercai di salire –
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato –
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi. 
Pasturo, 23 agosto 1934

Antonia Pozzi

domenica 21 agosto 2016

Vedo la salamandra guizzare attraverso tutti i fuochi

Leggero il tuo cappello lievita, saluta,
s’agita al vento, il tuo capo scoperto
ha incantato le nuvole, il tuo cuore
è occupato altrove, la tua bocca
s’intride di nuovi linguaggi;
la campagna di erba tremolina si ricopre, 
l’estate, accende il taràssaco e lo spenge
accecata dai fiocchi tu sollevi il viso,
ridi e piangi e te stessa distruggi,
che più può mai succederti –

Spiegami, Amore!

Il pavone, con stupore solenne, fa la ruota,
la colomba solleva il bavero di piume, 
colma del suo tubare, l’aria si distende.
Grida l’anatra, tutto il paese
abbonda di miele selvaggio, anche nel parco
ben composto uno spolvero dorato
intorno a ogni aiuola s’irraggia.

Il pesce s’imporpora, oltrepassa il branco, 
nelle grotte sprofonda verso il letto di corallo.
Seguendo il ritmo della sabbia argentifera
timido lo scorpione danza. 
Lo scarabeo fiuta la bella di lontano: 
avessi i suoi sensi, anch’io avvertirei 
il luccicchìo dell’ali sotto la sua corazza 
e prenderei la vita remota del calicanto!

Spiegami, Amore!

L’acqua è capace di parlare,
l’onda prende per mano l’onda, 
nella vigna il grappolo si gonfia,
si fende e cade. E con quale candore 
sbuca dalla sua casa la lumaca!

Una pietra sa come intenerire l’altra!

Spiegami, Amore, quello che io non so 
spiegarmi: in questo breve, orribile tempo 
dovrò tenere per compagno soltanto 
il pensiero, e sola 
nessun affetto avere né donare? 
Pensare occorre? E nessuno 
che avverta la nostra mancanza?
Tu dici che un altro intelletto fa affidamento su di noi… 
Non mi spiegare nulla. Vedo la salamandra
guizzare attraverso tutti i fuochi. 
Non la incalza alcun fremito, e non prova
nessun dolore.

Ingeborg Bachmann
Poesie 
traduzione di Maria Teresa Mandalari
Guanda 1978


Erklär mir, Liebe

Dein Hut lüftet sich leis, grüßt, schwebt im Wind,
dein unbedeckter Kopf hat’s Wolken angetan,
dein Herz hat anderswo zu tun,
dein Mund verleibt sich neue Sprachen ein,
das Zittergras im Land nimmt überhand,
Sternblumen bläst der Sommer an und aus,
von Flocken blind erhebst du dein Gesicht,
du lachst und weinst und gehst an dir zugrund,
was soll dir noch geschehen –

Erklär mir, Liebe!

Der Pfau, in feierlichem Staunen, schlägt sein Rad,
die Taube schlägt den Federkragen hoch,
vom Gurren überfüllt, dehnt sich die Luft,
der Entrich schreit, vom wilden Honig nimmt
das ganze Land, auch im gesetzten Park
hat jedes Beet ein goldner Staub umsäumt.

Der Fisch errötet, überholt den Schwarm
und stürzt durch Grotten ins Korallenbett.
Zur Silbersandmusik tanzt scheu der Skorpion.
Der Käfer riecht die Herrlichste von weit; 
hätt ich nur seinen Sinn, ich fühlte auch,
daß Flügel unter ihrem Panzer schimmern,
und nähm den Weg zum fernen Erdbeerstrauch!

Erklär mir, Liebe!

Wasser weiß zu reden,
die Welle nimmt die Welle an der Hand,
im Weinberg schwillt die Traube, springt und fällt.
So arglos tritt die Schnecke aus dem Haus!

Ein Stein weiß einen andern zu erweichen!

Erklär mir, Liebe, was ich nicht erklären kann:
sollt ich die kurze schauerliche Zeit
nur mit Gedanken Umgang haben und allein
nichts Liebes kennen und nichts Liebes tun?
Muß einer denken? Wird er nicht vermisst?

Du sagst: es zählt ein andrer Geist auf ihn…
Erklär mir nichts. Ich seh den Salamander
durch jedes Feuer gehen.
Kein Schauer jagt ihn, und es schmerzt ihn nichts.


Anrufung des Großen Bären 
München, 1956 

giovedì 18 agosto 2016

Trema la sua solitudine, spessa, sottile come una tela olandese

Sì, è proprio quello Schopenhauer (1788
– 1860), l’autore de il mondo come volontà
e rappresentazione , lo scopritore degli inganni
della natura e della musica delle sfere. Qualcuno poi
lo definì un educatore. Nulla è successo,
poiché nulla succede; solo un bambino,
un moccioso, che un poco somiglia
a quella donna conosciuta in gioventù –
la gioventù non esiste -, gli sorrise
e non ce n’era bisogno, certo
era un agente della natura.
Settembre, cosa indifferente,
non apre più i cuori, solo la terra
a poco a poco s’indurisce.
Torna a casa, chiude
la porta a chiave, per nascondersi al servente. Come
gira bene la serratura, prende parte al complotto
senza dubbio. Piange. Il corpo minuto del grande
filosofo, il settimo continente, trema.
Il suo panciotto, il colletto inamidato.
Le guance gialle. La redingote marrone.
Tremano queste cose superflue,
come se già cadessero le bombe
su Francoforte. Trema la sua solitudine, spessa,
sottile come una tela olandese.



Adam Zagajewski
Dalla vita degli oggetti 
a cura di Krystyna Jaworska
Adelphi 2012

sabato 23 luglio 2016

lento tra il murmure d’ulivi saraceni

Strada di Agrigentum

Là dura un vento che ricordo acceso
nelle criniere dei cavalli obliqui in
corsa lungo le pianure, vento che
macchia e rode l’arenaria e il cuore dei
telamoni lugubri, riversi sopra l’erba.
Anima antica, grigia di rancori, torni
a quel vento, annusi il delicato
muschio che riveste i giganti sospinti
giù dal cielo. Come sola allo spazio
che ti resta! E più t’accori s’odi
ancora il suono che s’allontana largo
verso il mare dove Espero già striscia
mattutino: il marranzano tristemente
vibra nella gola al carraio che risale
il colle nitido di luna, lento tra il

murmure d’ulivi saraceni.


Salvatore Quasimodo
Ed è subito sera
Mondadori 1942

lunedì 13 giugno 2016

nell'ora sola con me

Un sepolto in me canta

M'esilio; si colma
ombra di mirti
e il sopito spazio m'adagia.
 
Né amore accosta
silvani accordi felici
nell'ora sola con me:
paradiso e palude
dormono in cuore ai morti.
 
E un sepolto in me canta
che la pietraia forza
come radice, e tenta segni
dell'opposto cammino.

Salvatore Quasimodo
Ed è subito sera
Oboe sommerso
Mondadori 1942

venerdì 13 maggio 2016

per questo cuore - sono caduti i fiori

Quieta è la luce 
nei giorni di primavera,
ma non c'è pace 
per questo cuore -
sono caduti i fiori. 

(Kokin. 2, 84)

Ki No Tomonori
Il muschio e la rugiada
antologia di poesia giapponese
BUR 1996



venerdì 1 aprile 2016

dopo secoli non avremo che dirci, vi sarà solo un bruciante silenzio

È tanto che non ti scrivo. Non ho tue notizie. Ma sempre
spero che un giorno tu possa tornare
nella città che hai cantato.
Come stupide navi si dissolvono gli anni.
Io recito al Wolker. Sono serena. Il passato
lo tengo lontano, sui margini, come un intruso.
C’è solo un filo di ignobile malinconia,
che trapela talvolta di sotto una porta,
ma io riesco a tagliarlo, fingendomi ottusa
e decrepita come una mummia di Strindberg.
La primavera ha inondato di bionde forsythie
la piccola casa in cui vivo, in cui studio le parti.
Com'è duro parlarsi a distanza,
quando l’armadio del cuore
vorrebbe aprirsi in un fiotto di chiacchiere.
Eppure vedrai, se verrai: dopo secoli
non avremo che dirci, vi sarà solo un attonito,
goffo, appallottolato, bruciante silenzio.

Angelo Maria Ripellino
Lo splendido violino verde
Einaudi 1976

lunedì 15 febbraio 2016

E il tempo piega all'inverno

Nebbia


Qui il traffico oscilla
sospeso alla luce
dei semafori quieti.
Io vengo in parte
ove s'infolta la città
e un fiato d’alti forni la trafuga.
Chiedo al cuore una voce, mi sovrasta
un assiduo rumore
di fabbriche fonde, di magli.

E il tempo piega all'inverno.
Io batto le strade
che ai giorni delle volpi gentili
autunno di feltri verdi fioriva,
i viali celesti al dopopioggia.
Al segno di luce si libera il passo
e indugia l’anno, su queste contrade.

S’illumina a uno svolto un effimero sole,
un cespo di mimose
nella bianchissima nebbia.

Vittorio Sereni
Frontiera
1941

lunedì 8 febbraio 2016

Il tumulto del cuore insiste a far domande

Questa poesia l'ho già pubblicata un paio di anni fa, ma oggi è il 105° anniversario della nascita di Elizabeth Bishop, così eccola di nuovo con in più il testo originale e la copertina del libro.

E.P.


I. Conversazione

Il tumulto del cuore
insiste a far domande.
Poi smette e si accinge a rispondere
nello stesso tono di voce.
Nessuno coglierà la differenza.

Conversazioni prive d’innocenza
al loro avvio, coinvolgono poi i sensi,
nelle intenzioni almeno.
E poi non c’è più scelta
e poi non c’è più senso;

finché un nome
e tutto quel che implica coincidono.

Elizabeth Bishop
Miracolo a colazione
traduzione di Damiano Abeni, Riccardo Duranti e Ottavio Fatica
Adelphi 2005


IN COPERTINA
Elizabeth Bishop, Cucina rossa e fiori (1955); tratto da Elizabeth Bishop, Exchanging hats. Paintings.
(dal sito Adelphi)


The tumult in the heart 
keeps asking questions. 
And then it stops and undertakes to answer 
in the same tone of voice. 
No one could tell the difference. 

Uninnocent, these conversations start, 
and then engage the senses, 
only half-meaning to. 
And then there is no choice, 
and then there is no sense; 

until a name
and all its connotation are the same.

lunedì 1 febbraio 2016

con le case dell’isola lontana, per un’alta scogliera di stelle

Giuncheto lieve biondo
come un campo di spighe
presso il lago celeste

e le case di un’isola lontana
color di vela
pronte a salpare –

Desiderio di cose leggere
nel cuore che pesa
come pietra
dentro una barca –

Ma giungerà una sera
a queste rive
l’anima liberata:
senza piegare i giunchi
senza muovere l’acqua o l’aria
salperà – con le case
dell’isola lontana,
per un’alta scogliera
di stelle –


1° febbraio 1934

Antonia Pozzi
Parole: diario di poesia
Mondadori Editore 1964

sabato 2 gennaio 2016

tu con le tue stelle, io con le mie nuvole

Tu la notte io il giorno
così distanti e immutevoli
nel tempo
così vicini come due alberi
posti uno di fronte all'altro
a creare lo stesso giardino
ma senza possibilità di
toccarsi
se non con i pensieri
Tu la notte io il giorno
tu con le tue stelle e la luna
silenziosa
io con le mie nuvole ed il
sole abbagliante
tu che conosci la brezza
della sera
ed io che rincorro il vento
caldo
fino a quando giunge il
tramonto
I rami divengono mani
tiepide
che si intrecciano
appassionate
le foglie sono sospiri
nascosti
le stelle diventano occhi di
brace
e le nuvole un lenzuolo che
scopre la nudità
La luna e il sole sono due
amanti rapidi e fugaci
e non siamo più io e te
siamo noi fusi insieme
nella completezza della luce
fioca
ondeggiante come la marea
in eterna corsa...
So cosa significa amore
quando il giorno muore.

Antonia Pozzi

mercoledì 23 dicembre 2015

Nuvole, mie terribili nuvole, guardiani del mondo

Nuvole

Nuvole, mie terribili nuvole,
come batte il cuore, è triste la terra,
nubi, nuvole bianche e silenziose,
vi guardo all'alba con occhi di pianto
e so che in me alterigia, bramosia
e crudeltà e il seme del disprezzo
per un sonno morto intessono il giaciglio
e i più bei colori della mia menzogna
hanno nascosto il vero. Chino gli occhi
e sento il turbine che m’attraversa,
ardente, secco. Oh, terribili siete,
nuvole, guardiani del mondo! Ch’io dorma,
possa la notte avvolgermi pietosa.

Vilna, 1935


Czeslaw Milosz 
Poesie
a cura di Pietro Marchesani
Adelphi

mercoledì 16 dicembre 2015

La parola mancante

Elenco. Parole

Dimenticare, ricordare.
     Etimo, radice: mente, cuore. Se dimentichi allontani dalla mente. Se ricordi riporti al cuore. (Natalia Revuelta, la donna che ha amato Fidel Castro prima che diventasse Fidel, quando aveva vent'anni, nell'unica intervista mai concessa: “Ho impiegato tutta la vita per trasferirlo dal cuore alla mente”. Un tragitto così breve e così tanto tempo. Poi, dalla mente, si dimentica. Non dal cuore.)
     Esistono anche scordare, rammentare. L’opposto: allontanare dal cuore, riportare alla mente. Indice di frequenza molto basso nell'uso comune. Regionale o letterario. Uno a mille. Vincono, nell'uso della lingua parlata, ri-cor-dare e di-men-ticare. (Recordare, dalla “Messa di requiem” di Mozart, cantava nonna Klara.)
     Sinonimi. Dimenticare, obliare. Oublier. Olvidar. Dal latino oblivium. Ob-liv. Verso l’oscurità. Diventare oscuro. Anche: scolorire. (Oblivion, Astor Piazzolla: musica – tuttavia – inolvidable, indimenticabile.) Dalla luce al buio, ci vuole più coraggio a dimenticare. Entrare in ombra.
     (Dimentichiamo quattro cose al giorno, dice uno studio sulla mente. Il cervello umano archivia quattro oggetti ogni giorno, li elimina – leggo. Dove vanno? Si possono recuperare? Come? Inoltre: quattro, perché quattro? Come fanno a contarli?)
Vedovo, vedova: chi ha perso il coniuge/compagno. Dal sanscrito: vindhale. Vuoto. Diventare vuoto. Ma anche: che non sta in due, quindi solo. (Chi non sta in due. Gemelli. Generati in due, partoriti in due, cresciuti in due. Dunque: se uno perde l’altro, è vedovo di gemello?)
     Uxoricida: chi uccide la moglie, uxor. Per estensione, chi uccide il coniuge. Chi lo perde per sua mano.
     Orfano, orfana: chi ha perso i genitori. Dal greco orphanos, in latino orbus. Privato, mutilato. Senza un pezzo. Anche orbato, in italiano. Non specifico. In Dante: orbati della luce. Ciechi: siete orbi? Privi di occhi. (Di nuovo il buio. Oublier, andare verso il buio orbati di memoria, allora.)
     Parricida: di figlio che uccide il padre, per estensione un genitore.
     Infanticida: di genitore che uccide un figlio.
    
     La parola mancante.
     Genitore che perde un figlio. Non che lo uccide: che lo perde. Come si chiama, come si dice, chi è qualcuno a cui è morto un figlio? Che posto occupa nella storia? Parola mancante, parola mancante. Mancanza, assenza. Chi l’ha cancellata?, quando? dal dizionario italiano, francese, tedesco, spagnolo, inglese. E poi: perché?
     In tedesco: manca. In francese: manca. In italiano: manca. In spagnolo: manca (deshijado, desueta e in disuso, indica colui che non ha figli. Che non ne ha generati). In inglese: bereaved, deprivato di chi si ama. Non specifica. Chi si ama, chiunque si ami.
     In ebraico, eccola. Dalla Bibbia riemerge. Av shakul, maschile. Em shakula, femminile. Verbo: shakal, perdere un figlio. Genesi 27, 45. Isaia 49, 21. Geremia 18, 21. Antico Testamento. C’era, ed è rimasta nella lingua moderna.
     In arabo, c’è. Thaakil, maschile. Thakla, femminile. Dalla stessa radice di shakul, la stessa origine.
     In sanscrito: vilomah. Contro l’ordine naturale, letteralmente. Non specifica, ma frequente nell'indicare la perdita di un figlio. (Mi piace molto, vilomah. Chissà se quest’“acca” alla fine si aspira, si respira. Mi piace molto il sanscrito, una radice un mistero.)
In greco moderno: charokammenos. Bruciato dalla morte. Charos, il maschile della morte. Non specifica, ma usata di preferenza per genitore che perde figlio. (Non mutilato, come vuole il termine orbato, ma bruciato. Non un pezzo mancante ma l’intera persona ustionata: nel corpo, piagata, e nell'anima. Tutta. È più giusto. Più esatto.)
In greco antico: orphanos, indistinto, indica i due lutti. Di chi ha perso il padre, di chi ha perso il figlio. Nelle due direzioni, la mancanza, identica. (Ma non è uguale. Non è uguale. Perché non esiste una parola per indicare il dolore di Andromaca di fronte alla morte del figlio Astianatte gettato dalle mura di Troia? È come perdere un’anziana madre, perdere un figlio neonato uscito dal tuo corpo?)
Orphanios, con la i. Un solo caso. Un epigramma dell’Antologia Palatina. 7,466. Libro settimo, quello degli epigrammi tombali. Frammento 466: Leonida. Madre sulla tomba del figlio: povero Anticle, povera me. La mia vecchiaia sarà vuota di te. Orphanios. Ecco, con la i. Una licenza poetica, dicono le note a margine. (Solo la poesia vede quel che gli altri non possono, non sanno o non vogliono vedere. La poesia e la musica.)

          Teknoleteira. Sofocle, Elettra, 108. Antigone parla dell’usignolo che ha perso il figlio. (La musica, il canto di un usignolo.) Radice: da teknon, bambino, e ollumni, perdere ma anche uccidere. È una parola usata una sola volta e molto controversa, scrive una studiosa. Elettra piange la morte del padre Agamennone e si paragona a un usignolo: “Come un usignolo che ha perso il suo piccolo resterò qui sulla porta di casa di mio padre e per tutti risuonerà l’eco del mio dolore”. È un riferimento a Procne, figlia del re ateniese Pandione, trasformata in usignolo. (Niobe figlia di Tantalo, a cui Apollo uccide i sette figli, è trasformata invece in roccia. Una roccia, a volte, e altre un usignolo. Come pietra capace di cantare. Un canto che gli umani non sentono. Un canto sott'acqua. Il canto delle balene. La mia voce e la loro, segreta. Solo per noi.)

questa lista delle parole è di Irina Lucidi, una donna fuori dal comune, il libro che racconta la sua storia è di

Conchita De Gregorio
Mi sa che fuori è primavera
Feltrinelli 2015