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martedì 24 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/807. E se Eraclito e Parmenide avessero ragione contemporaneamente

 


Tornare in un martedì ricco di commissioni e lavoro a uno dei miei libri di poesia preferiti di Adam Zagajewski, Dalla vita degli oggetti:

 

Lava

 

E se Eraclito e Parmenide

avessero ragione contemporaneamente

e due mondi esistessero affiancati

uno tranquillo, l’altro folle; una freccia

scocca immemore, e l’altra indulgente

la osserva; lo stesso flutto si frange e non si frange,

gli animali nascono e muoiono nello stesso istante,

le foglie di betulla giocano con il vento e al contempo

si struggono in una crudele fiamma rugginosa.

La lava uccide e serba, il cuore batte e viene colpito,

c’era la guerra, la guerra non c’era,

gli ebrei sono morti, vivono gli ebrei, le città bruciarono,

le città rimangono, l’amore avvizzisce, il bacio è eterno,

le ali dello sparviero devono essere brune,

tu sei sempre con me, anche se non ci siamo più,

le navi affondano, la sabbia canta e le nuvole

vagano come veli nuziali sfilacciati.

Tutto è perduto. Tanto incanto. I colli

reggono cauti lunghi stendardi boscosi,

il muschio sale sul campanile di pietra della chiesa

e con labbra minute timidamente loda il Settentrione.

Al crepuscolo i gelsomini brillano come lampade

folli stordite dalla propria luce.

Nel museo davanti a una tela scura

si stringono pupille feline. Tutto è finito.

I cavalieri galoppano su cavalli neri, il tiranno scrive

una sgrammaticata condanna a morte.

La giovinezza si dissolve nell’arco

di un giorno, i volti delle fanciulle si fanno

medaglioni, la disperazione volge in estasi

e i duri frutti delle stelle crescono nel cielo

come grappoli d ’uva e la bellezza dura, tremula, immota

e Dio c’è e muore, la notte torna a noi

sul fare della sera, e l’alba è brizzolata di rugiada.

 

 

I versi di questa magnifica poesia sono tutti pronti per diventare titoli delle nuove Cronache o di future poesie apocrife. Vedrò nei prossimi giorni cosa accadrà. Oggi è martedì 24 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 807 ha scelto di essere euclidea e credo abbia ragione.

martedì 3 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/786. Siamo noi e non soltanto noi, siamo polvere di stelle, dente di dinosauro e occhio di Dio

 


 

 


 

Studio molte cose di cui so molto, molto poco e mi appassiono ancora di più per questo.

Così trascrivo una citazione di Michel Serres da Il mancino zoppo

 

Trasformazioni

“È sufficiente, infatti, seguire il gesto semplice, vitale, cosmico delle Metamorfosi, breviario celeste, mondiale, animale, floreale, universale e autentico di ontologia e gnoseologia, per capire come imparammo a pensare. Grazie alla perfezione del loro adattamento, le specie viventi e le cose stesse iniziarono il nostro allevamento e perfezionarono la nostra educazione; imitarle vuol dire che dobbiamo trasformarci in ognuna di esse. Così, in un’età da gobione, ho nuotato tra vortici dove, per di più, mi trasformavo in fiume; mi sono arrampicato sulle querce come uno scoiattolo; navigando a vela, sono diventato cormorano e, sulle pareti delle montagne, ragno; percepivo, reagivo, correvo come una volpe, entusiasta e svelto; invecchiando, a lungo immobile, medito come un faggio, oscillando a un falso ritmo alle turbolenze del vento, capelluto e poi calvo a seconda delle stagioni, incantato da usignoli e fringuelli. Comuni a tutti, questi venti e queste voci trasportano le informazioni che permettono l’invenzione, in fluttuanti variazioni, di mille figure nuove: elementi, costellazioni, piante, animali, ninfe, dèi, idoli, e le loro dolci sorelle gemelle, le idee? Trasformazioni, o meglio ramificazioni? “.

 

Siamo noi e non soltanto noi, siamo polvere di stelle, dente di dinosauro e occhio di Dio. Ero solo una bambina quando l’ho capito e capirlo mi aveva svelato l’immensità dell’universo, la complessità della vita e della solitudine che è un’illusione, perché non siamo mai soli.

Non siamo mai soli soprattutto quando abbiamo la possibilità di leggere e di studiare, di immergerci nella mente di un’altra persona e sentire che la nostra stessa mente si espande e si prepara ad accogliere l’inaudito, l’impensato.

Così continuo a studiare e mi rallegro in questo martedì 3 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra, mentre questa Cronaca 786 studia con me, intensa, assorta e concentrata.

sabato 30 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/783. Un profumo di glicine a primavera in una strada di Parigi

 



Non tutti i giorni lasceranno tracce nella nostra memoria, ma ogni istante avrà lasciato una traccia, solo che noi non sappiamo più vederlo. Perché dopo lo sguardo e la percezione del mondo intorno e dentro di noi, le forze dell’oblio sono più veloci di quelle del ricordo e ci sembrerà di non avere molto da dire sul giorno appena trascorso, presi come siamo stati dalle mille faccende della vita quotidiana, dalle preoccupazioni causate dalla pandemia e dalla guerra. Eppure restano in noi molte più cose, immagini e profumi che si riveleranno col passare degli anni. perché anche i ricordi hanno un loro periodo di maturazione, proprio come i frutti sugli alberi, e i ricordi sono i frutti della vita stessa. Così ne dice il filosofo Vladimir Jankélévitch nel libro Da qualche parte nell’incompiuto, (Einaudi, 2012):

 

“[…] se dobbiamo distinguere il contatto grossolano dal tocco leggero diciamo: la reminiscenza non ha il peso del ricordo, è piuttosto il tocco fuggevole che ci sfiora, spesso anche a nostra insaputa. Ne resta qualcosa e al contempo non ne resta niente, ne resta qualcosa che non è niente; è una traccia che non lascia tracce! Un profumo di glicine a primavera in una strada di Parigi, l’odore della pioggia in ottobre sul ferro dei balconi, un sentore di erbe riarse nei campi, una drogheria di villaggio che sa di pepe e naftalina ed eccoci invasi ad un tratto da un languore inspiegabile, abitati da queste presenze infime e intime che non si osa chiamare ricordi. È questo il profumo del tempo. […] indefinita malinconia”.

 

 

Ricordi che non erano miei

 

Sollevo un velo e non

resta che il gesto.

Sfioro un margine non

scritto e subito si

nostrano segni solo

pensati.

Allora scrivo e penso

a questo giorno di

immagini e profumi

che non erano miei

e ora lo sono.

 

 

Così di questo giorno appena concluso, abitato da una lunga passeggiata, dalle faccende della vita domestica, dal rito della spesa e della cucina, e poi di una cena in famiglia in un bel ristorante in una zona poco alla moda di Milano, ecco che ancora non so cosa ritornerà a me negli anni. Ma la memoria è un esercizio di pazienza, una pesca a strascico nell’oceano del tempo e la scrittura, questo scrivere quotidiano, è al contempo la rete e il pescato.

Oggi è sabato 30 aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 783 ancora si aggira tra la riva e questo mare ancora così ignoto.

venerdì 16 ottobre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/222: il mondo è una finestra affacciata su un oceano di stelle e tempo


questa Cronaca è dedicata ai miei nipoti Andrea e Marco


Quando la terra diventa piccola e muta, sgomenta come in questi giorni, ancora più del solito mi perdo a guardare il cielo.

Il cielo nuvoloso dell’autunno, dai colori spenti e dalle nuvole pallide. Il cielo notturno, dove le stelle brillano e respirano come un unico cuore nella vasta distesa che ci avvolge.

Guardo il cielo e mi stupisco ogni volta della sua immensità e della nostra lillipuziana presenza in questa realtà, in questo mondo e su questo pianeta.

 

Noi che conosciamo il vero nome delle rose

 

 

Dalla mia finestra guardo il mio

mondo, molti alberi, vecchi

palazzi, un quarto di cielo spesso

solcato da nuvole e qualche

volta illuminato da rade stelle.

 

Le guardo e guardo ancora e

capisco che tutto il mondo,

tutto questo nostro mondo,

non è che un’unica finestra

affacciata sull’infinito universo

e sull’eternità e il tempo che

noi non possiamo contare se

non con le nostre povere, umili

coordinate che segnano una

nascita e un arco che taglia

questa eternità e la chiude

col nome del nostro ultimo

giorno, col nostro ultimo

sguardo verso quel cielo.

 

Mi consola pensare che l’atto

del cadere appartiene solo

alle creature e alle cose che

hanno vissuto: foglie, gocce di

pioggia, stelle e noi per ultimi

che conosciamo il vero, vero

nome di tutte, proprio tutte,

le rose.

 

 

Questo è il “sentimento oceanico”, così come lo definiscono lo scrittore francese Romain Rolland e il filosofo Pierre Hadot che ne racconta in un libro magnifico che mi attendeva da anni negli scaffali della mia libreria:

“Le cose sono cambiate con l'adolescenza. Del resto, per lungo tempo ho avuto l'impressione di essere venuto al mondo solo a partire dal momento in cui sono diventato adolescente e rimpiangerò sempre di avere buttato via, per umiltà cristiana, le prime note scritte che erano l'eco della mia personalità nascente, perché mi è difficile adesso ricostruire il contenuto psicologico delle scoperte sconvolgenti che ho fatto allora. Mi ricordo però il contesto. Successe una volta nella rue Ruinart, lungo il tragitto tra il Seminario minore e la casa dei miei genitori, dove rientravo tutte le sere, essendo allievo esterno. Era calata la notte e le stelle brillavano in un cielo immenso. A quell'epoca si poteva ancora vederle. Un'altra volta accadde in una stanza di casa nostra. In entrambi i casi fui invaso da un'angoscia insieme terrificante e soave, provocata dal sentimento della presenza del mondo, o del Tutto, e di me in questo mondo. In realtà ero incapace di esprimere la mia esperienza, ma in seguito sentii che poteva corrispondere a domande come: «Chi sono?» «Perché sono qui?» Provavo un senso di estraneità, lo stupore e la meraviglia di esserci. Nello stesso tempo, percepivo di essere immerso nel mondo, di farne parte, e che il mondo si estendeva dal più piccolo filo d'erba fino alle stelle. Il mondo mi era presente, intensamente presente. Molto più tardi avrei scoperto che questa presa di coscienza del mio essere immerso nel mondo, questa impressione di appartenenza al Tutto, era ciò che Romain Rolland ha chiamato il «sentimento oceanico». Credo di essere filosofo a partire da quel momento, se per filosofia si intende la coscienza dell'esistenza, dell'essere al mondo. A quell'epoca non sapevo come esprimere ciò che provavo, ma sentivo il bisogno di scrivere e mi ricordo molto chiaramente che il primo testo che ho scritto era una sorta di monologo di Adamo che scopre il suo corpo e il mondo circostante. A partire da quel momento, ho sentito di essere distante dagli altri, poiché non potevo concepire che i miei compagni o addirittura i miei genitori o i miei fratelli potessero immaginare cose simili. Solo molto più tardi ho scoperto che molte persone hanno esperienze analoghe, ma non ne parlano. Ho cominciato a percepire il mondo in modo nuovo. Il cielo, le nuvole, le stelle, le «sere del mondo», come dicevo a me stesso, mi affascinavano. Sporgendomi dalla finestra a testa in su, guardavo il cielo notturno, con l'impressione di immergermi nell'immensità stellata. Questa esperienza ha dominato tutta la mia vita. L'ho provata di nuovo, molte altre volte, ad esempio davanti delle Alpi dalle rive del Lemano a Losanna, o da Salvan, nel Vallese. Questa esperienza è stata anzitutto per me la scoperta di qualcosa di emozionante e affascinante che non era assolutamente legato alla fede cristiana. Ha dunque avuto un ruolo importante nella mia evoluzione interiore. Per altro verso, ha fortemente influenzato la mia concezione della filosofia: ho sempre considerato la filosofia come una trasformazione della percezione del mondo. Da allora ho percepito molto fortemente l'opposizione radicale che esiste tra la vita quotidiana, che viene vissuta in una semincoscienza, in cui siamo guidati dagli automatismi e dalle abitudini, senza essere consapevoli della nostra esistenza nel mondo, e quegli stati privilegiati nei quali viviamo intensamente e abbiamo coscienza del nostro essere al mondo”.

Questa sera vi saluto con le parole di un filosofo e vi auguro che dalla vostra finestra possiate perdervi in un cielo stellato.

La Cronaca 222 è frutto di venerdì 16 ottobre dell’anno senza Carnevale. La poesia Noi che conosciamo il vero nome delle rose è mia ed è inedita. La citazione è tratta dal libro di Pierre Hadot La filosofia come modo di vivere. Conversazioni con Jeannie Carlier e Arnold I. Davidson, traduzione di Anna Chiara Peduzzi e Laura Cremonesi, Einaudi 2008.


 

venerdì 7 agosto 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/152: ti scrivo una lettera lunga perché non ho il tempo di scriverla breve

 Il mare ha un dono impagabile che gli altri luoghi non possiedono: le giornate diventano un’unica giornata. Così abbiamo fatto colazione in veranda con tutta la nostra piccola comunità, giocato con i lupi, poi siamo tornati in spiaggia all’ombra dei grandi gazebo di tela chiara, abbiamo fatto il bagno, riso, scherzato, giocato a bocce e a carte. Il poeta cieco ha parlato poco e ascoltato molto, come fa sempre. Così, dopo l’ultimo bagno nel tardo pomeriggio, ci ha chiesto di riportarlo alla Casa delle Parole.

Il misterioso architetto e il sapiente guerriero avrebbero voluto che lui potesse vedere la Casa delle Stelle la cui decorazione è, ormai, quasi finita. Così, non potendo fare altro gliel'hanno descritta con dovizia di particolari e, dalle domande che poneva, sembrava che Luis davvero la stesse guardando. 

Poi lo hanno portato in cucina per continuare a chiacchierare mentre preparavano la cena e noi altri allestivamo il tavolo in giardino. Abbiamo acceso decine e decine di lampade di carta per aumentare il più possibile il chiarore, dato che il poeta cieco lo percepisce e sembra gradirlo.


Il mondo si cela tra ombra e oscurità


Un’ombra scontornata si

agita nel tempo, la colgo

e la riporto nel suo foglio:

inutile fuggire da questa

carta se il mondo intorno

è un teatro spento e chiuso

il palcoscenico dove ti

esibivi nell'aria, una mosca

più che un poeta e guardati

adesso, sei sempre tu,

purtroppo, e devi andare a

tentoni dove prima incedevi

come il re di quel paese senza

nome. 

Sì, sono sempre io, ma non

sono più triste di chi ero 

in innocenza e desiderio.

Il mondo si cela tra ombra

e oscurità, ho imparato ad

amare questa stagione e

che la poesia non ha bisogno

di uno sguardo nuovo ma

della memoria. Del resto, che

importa se io sono sempre io

e non un altro?



Come sempre, dopo che Luis, senza mai preannunciarlo prima, aveva recitato una delle sue poesie, mi sono avvicinata con il mio taccuino per chiedergli di dettarmela, ma lui stava già parlando fitto fitto con Roxanne.

- Non lasciare che la voce del mondo sovrasti la tua voce. Ascolta il mondo e le sue molteplici voci, ma poi prendile, una a una e tira i fili, inizia la tua tessitura. 

- Lo faccio già da tempo, un tempo che mi pare più lungo della vita che ho già vissuto, ma quel che scrivo non esce dai miei taccuini e dal mio computer se non per minuscoli frammenti che semino nelle conversazioni, per capire le reazioni di chi sta parlando con me.

- Allora è il momento che tu scelga una persona, e una soltanto, per farle leggere le tue storie.

- Vorrei poterle leggere a te, se vorrai mi fermerò al monastero di Colorno e leggerò per te la prima storia, una storia d’inverno e steppe, di madri e figlie che studiano materie scientifiche ma in cuore hanno la poesia come Cvetaeva e Achmatova.

- Certo che puoi restare con me al monastero per tutto il tempo che vorrai. Ti ascolterò con gioia perché ho sempre pensato che la Russia sia prima di tutto un luogo dell’anima. E da quando ho letto Cechov, betulle, samovar, disgeli fragorosi, piccole tazze di porcellana, la neve infinita intorno a me, ecco che quella terra è diventata una delle mie terre interiori. 



Imparare un nuovo alfabeto


Chiamo a raccolta tutte le Russie

con la mia voce spagnola e intero,

l’alfabeto ignoto mi risponde. Apro

la bocca per pronunciare le singole

lettere e poi le sillabe. Torno bambino

a compitare e seguire con un dito 

quella riga che ha bellezza ma non

senso, non ancora. Poi un giorno,

come se il mosaico avesse accettato

l’arbitrio degli spazi, il senso ha 

sposato la nuova architettura della

pagina e la mia voce infantile ha

cambiato tono. Questo accade quando

si impara una nuova lingua. E quando

un libro ci introduce all'opera e allo

spirito di un altro di quelle strane

creature che stanno sedute per ore

con fogli intonsi accanto alle mani,

ecco che lo spazio interiore si dilata,

l’amore si moltiplica e il respiro si

apre su quell'universo, su quel cielo

stellato che non avevo mai visto.

Sono lo zar di tutte le Russie che 

splendono nell'ombra.



- Ti chiedo però di fare una cosa, che credo ti porterà giovamento. Scrivi a Héloïse quando saremo a Colorno. Raccontale tutto quel che hai intorno e chiedile di fare lo stesso per te. Nessuno scrive più lettere e la mancanza di epistolari, ne sono certo, è già una grande perdita per le genti del futuro. In una lettera si metteva il meglio di sé e le parole venivano cesellate, ricordi cosa scrisse il filosofo Pascal? “Je n'ai fait celle-ci plus longue que parce que je n'ai pas eu le loisir de la faire plus courte”. Ti ho scritto una lettera lunga perché non ho avuto l’agio per scriverla più corta.


Roxanne ha chinato la testa e ha estratto un taccuino dalle tasche, io mi sono allontanata, più per curiosità che per discrezione. Scriverà a Héloïse? Scriverà a me, indiscreta e impicciona narratrice di queste Cronache? Forse, tra qualche giorno, lo scopriremo.



Questa Cronaca 152 vede la luce nel settimo giorno di agosto dell’anno senza Carnevale.

Le poesie sono sempre mie, benché qui vengano attribuite a Borges.

La citazione sulla lettera breve è di Pascal ed è tratta da Les Provinciales, lettre 16, benché in Rete la si trovi soprattutto attribuita a Voltaire, ma io controllo sempre le fonti e le cito, trovo che sia un’aberrazione del mondo virtuale trascrivere, copiare e incollare, citazioni senza avere la certezza di chi ha scritto e senza citare autore, libro, traduttore e editore.


mercoledì 1 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/115: La nostra vita reale è per più di tre quarti composta di immaginazione e di finzione


Sono sdraiata in riva al mare, guardo il mare, io sono il mare.

Di che colore è il mare? Rosso? Azzurro? Verde?

E il cielo? Se guardo a lungo il cielo inizio a galleggiare come una nuvola, mi condenso e poi esplodo e divento pioggia.

Sono una nuvola, piccola, bianca, leggera che guarda verso la terra e vede persone sdraiate sulla sabbia che la guardano.

Così, in un solo momento, la nuvola e la sacerdotessa sono un’unica cosa traslucente e noi intuiamo più che vedere, la grazia di ogni movimento.

Un raggio di sole attraversa le onde, si riflette sul fondo chiaro e ritorna verso di noi in forma di schiuma.

Cosa sarebbe la poesia senza l’esercizio continuo dei cinque sensi?

Anche se è la vista, cioè lo sguardo, il senso più coinvolto, la nostra idea del mondo e degli altri dipende dalla nostra percezione. Scrive Flannery O’ Connor:

“La natura della narrativa è in gran parte determinata dalla natura del nostro apparato percettivo. La conoscenza umana inizia attraverso i sensi, e lo scrittore di narrativa inizia laddove inizia la percezione umana. Agisce attraverso i sensi, e sui sensi non si può agire con delle astrazioni. Ai più riesce molto meglio enunciare un’idea astratta anziché descrivere quindi ricreare un oggetto che hanno davanti agli occhi. Ma il mondo dello scrittore di narrativa è colmo di materia ed è proprio questo che gli scrittori principianti sono così restii a creare. Il loro interesse precipuo va a idee ed emozioni disincarnate”.

Ma cosa sono esperienza e materia?

Introduciamo nel nostro discorso alcune intuizioni del filosofo e ingegnere Riccardo Manzotti che sono eccentriche ed eterodosse rispetto al dibattito contemporaneo guidato dalle neuroscienze:


“Ogni cosa esiste relativamente a un’altra cosa.

Quando guardiamo e vediamo il mondo, che cosa è la cosa che è tutt’uno con la nostra esperienza? Se il mondo è fatto di cose, come appare se ci guardiamo attorno, anche la nostra esperienza deve essere una cosa, una cosa fisica. Ma quale? Questo fatto non dovrebbe sorprendere nessuno. Quando guardiamo il mondo non vediamo niente che non sia fisico. Ovunque non c’è altro che oggetti, eventi, corpi, processi e proprietà fisiche. La nostra esperienza cosciente deve essere a sua volta fisica.
(…)
Il ruolo del corpo è simile a quello di una diga.

Una diga non contiene l’acqua del lago (non è una vasca). Una diga non crea l’acqua. Una diga alta 1 Km nel deserto non formerebbe alcun lago. Ma una diga, nelle opportune condizioni (terreno, pioggia, fiumi, etc.) è una delle condizioni sufficienti a far sì che un lago si formi ed inizi ad esistere.

In modo analogo, il nostro corpo è una delle condizioni che permettono a un mondo di oggetti, situazioni, persone, eventi, momenti, di esistere. Questi momenti sono ciò che troviamo dentro la nostra mente, anzi sono la nostra mente.

Dentro la nostra mente non troviamo l’idea di una mela, o il ricordo di una mela, troviamo una mela. Nei nostri sogni non incontriamo l’immagine di una mela – come ci hanno spesso detto – troviamo una mela.

Il nostro corpo è la diga che tiene insieme quel lago che è il nostro mondo e che, per tanti motivi, abbiamo pensato fosse la nostra mente. La diga è la condizione che rende possibile l’esistenza di un lago, ma non crea l’acqua del lago. (…)

Siamo un corpo? No. Siamo dentro un corpo? No. Siamo nel mondo, siamo il mondo. Il corpo è solo una diga.

Ma pensiamoci un attimo. Se non vediamo le stelle, che cosa vediamo? La risposta della guida è qualcosa tipo “vediamo la luce che le stelle ci hanno mandato”. Ma se questo è vero, allora anche quando guardiamo il palazzo di fronte o persino la nostra mano, non vediamo altro che la luce che ci mandano. Ma sarebbe un po’ strano dire che non vediamo mai niente e solo luce.

Se vediamo una mela, allo stesso modo vediamo anche le stelle. Non può esserci una differenza tra i due casi.

E quindi? Quindi nel caso delle stelle deve esserci un errore di ragionamento. Ma quale?

L’errore consiste nel pensare che quello che vediamo debba essere contemporaneo (cioè accadere nello stesso istante di tempo) della nostra percezione.

Io vedo la mela

Io ho un’immagine della mela

Io sono la mela”.



Questo io-mela-mondo apre il dibattito sugli infiniti io-cose-mondo che interagiscono, si guardano, si amano, si combattono.

Cerchiamo altre voci, così recupero qualche citazione da Jonah Lehrer, brillante giornalista scientifico, caduto in disgrazia per essersi inventato un’intervista mai fatta a Bob Dylan.

La prima citazione riguarda il poeta Walt Whitman:

“Whitman elaborò la sua teoria dei sentimenti corporei indagando se stesso. Per lui Foglie d'erba non era che «un tentativo, dalla prima all'ultima riga, di trascrivere in assoluta libertà, pienamente, sinceramente, un Individuo, un essere umano (me stesso, nella seconda metà
del secolo decimonono, in America)». E così il poeta si trasformò in empirista, in cantore della propria stessa esperienza. Come scrisse nella prefazione a Foglie d'erba: «Voi mi starete al fianco e osserverete lo specchio insieme a me». Questo metodo portò Whitman a considerare anima e corpo come indissolubilmente «intrecciati». Fu il primo poeta a scrivere versi in cui la carne non fosse un'estranea. Piuttosto, in quella forma senza metrica, il paesaggio del suo corpo divenne l'ispirazione per la sua poesia. Ogni verso recava dolorosamente in sé le sollecitazioni dell'anatomia di Whitman, i suoi desideri e le sue simpatie inarticolate.
Non vergognandosi di nulla, non ometteva niente. «La vostra carne stessa», promise ai suoi lettori, «diverrà un grande poema». Le neuroscienze oggi sanno che la poesia di Whitman diceva il vero: le emozioni sono generate dal corpo. Per quanto effimeri possano sembrare, i nostri sentimenti sono radicati nei movimenti dei nostri muscoli e nelle palpitazioni delle nostre viscere. Di più, questi sentimenti materiali sono un elemento essenziale nell'elaborazione
del pensiero. Come nota il neuroscienziato Antonio Damasio: «La mente è incorporata, nel senso più pieno del termine, non soltanto intrisa nel cervello»”.


E già qui vediamo affermazioni antitetiche a quelle di Riccardo Manzotti.

Ancora Lehrer ci offre spunti interessanti per la nostra ricerca quando scrive di Cézanne:

“La psicologia continuava a considerare i nostri sensi un riflesso perfetto del mondo esterno. L'occhio era come una macchina fotografica: catturava i pixel di luce e li inviava passivamente al cervello. Il fondatore di questa psicologia era l'eminente sperimentalista William Wundt, per il quale ogni sensazione poteva essere scomposta nei suoi dati elementari. La scienza poteva togliere via uno dopo l'altro gli strati della coscienza e rivelare i veri stimoli che ne erano alla base. Cézanne capovolse quest'idea della visione. I suoi dipinti riguardavano la soggettività dello sguardo, l'illusione delle superfici. Cézanne inventò il postimpressionismo perché gli impressionisti non erano abbastanza strani. «Quel che sto cercando di tradurre», disse il pittore, «è più misterioso; è intrecciato alle profondità dell'essere». Monet, Renoir e Degas credevano che la vista fosse semplicemente la totalità della sua luce. Nei loro bei quadri volevano descrivere i fugaci fotoni assorbiti dall'occhio, descrivere la natura rifacendosi soltanto alla sua illuminazione. Cézanne invece pensava che la luce fosse solo l'inizio
della visione. «L'occhio non basta», disse, «bisogna anche pensare». La sua intuizione fu che le nostre impressioni esigono un'interpretazione; guardare significa creare ciò che vediamo. Oggi sappiamo che Cézanne aveva ragione. La nostra visione comincia con i fotoni, ma è solo l'inizio. Ogni volta che apriamo gli occhi, il cervello si impegna in un atto di immaginazione, perché trasforma i residui di luce in un mondo di forme e spazio che può essere capito. Rovistando nella scatola cranica, gli scienziati possono vedere come vengono create le nostre sensazioni, come le cellule della corteccia visiva costruiscono silenziosamente la vista. La realtà non è lì fuori in attesa di essere testimoniata; la realtà è creata dalla mente. L'arte di Cézanne svela il processo della visione. I suoi lavori vennero criticati perché inutilmente astratti - persino gli impressionisti schernirono la sua tecnica-, eppure ci mostrano il mondo così come
appare inizialmente al cervello. Un quadro di Cézanne non ha contorni o precise righe nere che separino una cosa dall'altra. Ci sono solo pennellate e punti in cui un colore, raggrumato in superficie, sembra trasmutare in un altro. È l'inizio della visione, è l'aspetto che la realtà ha prima di essere elaborata dal cervello. La luce non è ancora stata trasformata in forma.
Ma Cézanne non si fermò qui. Sarebbe stato troppo facile. Anche quando la sua arte celebra la propria stravaganza, resta fedele a ciò che raffigura. Per questo riusciamo sempre a riconoscere i soggetti dei suoi quadri. Siccome l'artista dà al cervello sufficienti informazioni,
gli osservatori sono in grado di decifrare i suoi dipinti e salvare l'immagine dal baratro dell'oscurità (le sue forme saranno anche fragili, ma non sono mai incoerenti). Quelle pennellate stratificate, tanto precise nella loro ambiguità, diventano una ciotola di pesche,
una montagna di granito o un autoritratto. Questo è il genio di Cézanne: ci costringe a guardare, su una stessa tela statica, l'inizio e la fine della nostra visione. Ciò che comincia
come un astratto mosaico di colori diventa una descrizione realistica. Il dipinto emerge non dal colore o dalla luce, ma da un qualche luogo dentro la nostra mente. Entriamo a far parte dell'opera d'arte: la sua stranezza è anche la nostra.”

(E a proposito dell’essere una mela: quando Cézanne non sapeva cosa dipingere, si chiudeva nel suo studio, metteva delle mele sul tavolo e le copiava.)

Ecco cosa mi incanta dell’arte in generale e della poesia in particolare: la sua “stranezza”.

Anche Siri Hustvedt, scrittrice, studiosa di neuroscienze e moglie dello scrittore Paul Auster sostiene che:

“La percezione non è mai passiva. Non ci limitiamo a ricevere il mondo, lo produciamo anche. C’è un che di allucinatorio in qualsiasi percezione, ed è facile creare illusioni”.



Ecco cosa mi incanta dell’arte in generale e della poesia in particolare: la sua “capacità di creare illusioni”.

Mentre l’orecchio è impegnato a cogliere la conversazione, l’occhio oscilla tra il paesaggio intorno e quello mentale, tra la lettura e la scrittura.

Potrebbe esistere la poesia senza lo sguardo? Senza la percezione del mondo?

Guardo i lupi che si rincorrono in riva al mare.

Guardo la sacerdotessa e il guerriero sapiente che scrutano l’orizzonte con un vecchio cannocchiale.

Il misterioso architetto arriva in spiaggia con il re e la regina, mentre il poeta esce dell’acqua come un dio greco e ci lascia ammutoliti.

Tra poco inizierà a scemare la luce, andremo ancora in veranda a preparare la tavola e l’occhio si abituerà pian piano alla luce tenue delle candele.

Inizia così luglio, con un temporale, una passeggiata, una conversazione appassionata, la ricerca di un senso al mondo che vediamo e a quello che immaginiamo.

È estate, è davvero estate.

Lo sanno anche il mare e le stelle che si accomodano nel fondo del tuo occhio e illuminano il tuo pensiero.






Il titolo di questa Cronaca 115 è una citazione da L’ombra e la grazia di Simone Weil.

Riccardo Manzotti è autore del notevole saggio che sto leggendo La mente allargata, il Saggiatore 2019. Le citazioni sono tratte dal suo blog.

La citazione di Flannery O’Connor è tratta da Nel territorio del diavolo, Theoria 1993 e minimum fax 2003.

La citazione di Siri Hustvedt è tratta da L'estate senza uomini, traduzione di Gioia Guerzoni, Einaudi 2012.

domenica 24 maggio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/77: l’esperienza dell’alba e le mutazioni del fuoco


Il pensiero s’innamora spesso delle stesse immagini e se il pensiero è innamorato io pure lo sono.

Mi sono alzata prima ancora dell’alba oggi, perché il mio pensiero desiderava vedere l’alba e io e il mio pensiero eravamo tutt’uno.

È stato bello vedere come è sparita la coperta della notte, via! In un attimo il cielo è virato dal grigio all’azzurro e poi al rosa.

Il mondo era vuoto e silenzioso, neanche le rondini erano ancora uscite, così mi sono seduta sul gradino della ringhiera e sono rimasta a contemplare le mutazioni della luce, non una ma molte, quanti erano i colori che la accompagnavano.

Le cose si trasfondono una nell’altra all’alba, è il dono della notte al giorno nuovo.

Le mutazioni, il continuo cambiare colore e forma sono, e so di averlo già scritto, uno dei miti fondanti di questa civiltà cui appartengo.

La mutazione della materia in altra materia è una delle ossessioni di filosofi, alchimisti e fisici.

Già Eraclito diceva:

“Mutazioni del fuoco: da prima mare, e dal mare una metà terra e una metà fiamma in cielo”.

L’aria non è contemplata in questo frammento di cosmogonia e credo di sapere perché.

All’aria appartengono le parole che vengono pronunciate da tutti gli umani. Parole interrogative e filosofiche da alcuni, parole di tempo per altri, parole di vita quotidiana per altri ancora.

Svelare il mistero delle parole, le logiche combinatorie che sostengono ogni lingua è il compito immane che si è dato il nuovo ospite che è stato lieto di scoprire il nome della nostra casa, qui ai piedi delle Montagne della Nebbia.

Quando li ho sentiti arrivare ho lasciato il mio angolo di contemplazione nella città silenziosa e li ho raggiunti con la forza del mio desiderio.

Il guerriero sapiente e la sacerdotessa camminavano affiancati e ciascuno era affiancato dal volo maestoso di un’aquila.

I lupi, il poeta e il re sono andati a dargli il benvenuto. Il re è così curioso che non si è rammaricato del lungo viaggio della regina che ancora non arriva.

La sacerdotessa aveva già preparato una stanza per lui. Alla Casa delle Parole sono spuntate quattro torri che salutano i punti cardinali. A lui, di cui ancora non sappiamo il nome, anche se a dire il vero nessuno ha mai rivelato il proprio nome agli altri ospiti di questa casa incantata, la sacerdotessa ha destinato la torre che guarda a Oriente. Il luogo da cui lui viene e le cui lingue reca con sé. La sacerdotessa dice che è un uomo fuori dal comune, che da giovane ha salvato un’antica città e la sua biblioteca da una distruzione certa. Non saprei dargli un’età perché ha voce giovane e occhi verdi che scintillano. È gentile, ride volentieri, ma non ha, almeno oggi, molta voglia di intrattenersi con gli altri ospiti. Il poeta gli regala un suo libro, il re lo ascolta come si ascoltano gli aruspici, cercando di cogliere indizi laddove ci sono solo resti inanimati. La sacerdotessa mi ha detto che lui è un veggente, che l’ha chiamata a sé da secoli lontanissimi e che sapeva che lei lo stava cercando e che lo avrebbe aspettato. Il guerriero sacerdote, perché questo è, non guarda nessuno se non la sua sacerdotessa, le è devoto con tutto se stesso e insieme condividono un’antica sapienza che stanno rivelando l’uno all’altra e io spero che poi si volgeranno al mondo e ci daranno frammenti e parole che ci siano di guida e d’ispirazione. Fremo dalla curiosità, ma niente distoglie quegli sguardi amorosi dalla loro muta conversazione. Presto la sacerdotessa e il guerriero si ritirano nella Torre Orientale e la giornata prende un’altra piega.


“Quanti fuochi, quanti soli, quante aurore, quante mai sono le acque? Non ve lo dico per sfida, o voi Padri. Lo chiedo per sapere, o voi poeti”.

Così recita il guerriero come commiato e noi che restiamo nella sala comune della Casa delle Parole accogliamo le domande, perché ciascun fuoco è una domanda, ciascuna aurora lo è, così come ogni acqua che stia sulla terra in forma di oceano, mare o fiume è una domanda, e domande sono l’acqua che dorme nelle nuvole e la pioggia che altro non è che l’amore delle nuvole per la terra da cui non possono più stare lontane.

In queste domande, in molte altre domande, sta il senso del nostro scrivere.

Lo sa il poeta che torna al suo tavolo, lo sa il re che inizia una nuova lettera per la sua regina, lo sanno i lupi, quando la lupa dà un colpetto al muso del suo lupo e lui si china a strofinarsi, lo so anch’io che di questo mondo e dell’altro insieme sono la narratrice.


Dell’alba di questa mattina e di tutte le aurore,

Dell’alba di questa mattina e di tutte le aurore,
del sole che risorge da un lato e si addormenta dall’altro,
delle acque che cambiano forma più veloci del nostro
immaginarle, della terra che sembra dormire mentre
sotto una superficie vasta e profonda, tutti gli alberi
parlano e scambiano idee,
delle bestie di questo creato che congiunge il mito a
un desiderio, di tutte queste voci che il fuoco ha
forgiato, io sono la custode e la donatrice.
Basta che io apra le mani dopo avere scritto,
basta che voi apriate le vostre dopo avere letto.
E le domande troveranno le risposte giuste nel momento
in cui le avrete pensate. E le risposte saranno domande senza punti
ma con un microcosmo che ciascuna contiene e che
le contiene tutte.

Un fremito dell’aria annuncia due visitatori alle mie spalle.
Sono già tornati il sacerdote e la sacerdotessa, sono tornati perché anche loro vogliono leggere queste mie parole.
Lascio i fogli a galleggiare nella luce del tramonto, dall’altra parte del mondo è quasi giorno ed è di certo amore per questa vita che continua e si rinnova.
Nonostante tutto, grazie a tutto, grazie al fuoco che muta gli elementi e poi ritorna alla sua fiamma originaria.


La citazione di Eraclito è tratta da
I Frammenti e le Testimonianze
Frammento 39
a cura di Carlo Diano e Giuseppe Serra
Fondazione Lorenzo Valla /Arnoldo Mondadori Editore 1980


La citazione dai Rgveda 10, 88, 18
è in esergo al libro di

Roberto Calasso

L'ardore
Adelphi 2010

Dell’alba di questa mattina e di tutte le aurore,
è una mia poesia inedita, scritta per questa Cronaca 77.