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sabato 12 dicembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/279: è la stagione fredda a dire che ogni lingua contempla la parola amore

 


La fatica di essere dicembre, non ho ancora detto la fatica dei mesi e delle stagioni, così inizio dall’ultimo mese del primo anno senza Carnevale.

Il dodicesimo mese arriva portato dalla nebbia e dalle due stagioni che se lo contendono, anche se l’autunno dicembrino è, di fatto, già mese d’inverno.

Nel suo cuore di neve e di nebbia custodisce il ricordo dell’anno appena trascorso, questo dicembre si è già confrontato con tutti i mesi di dicembre passati e sa di avere pesi più di ogni altro.

Sa anche che la sua festa più importante, anzi le feste, celebrano la luce, la nascita, la vista e la vita stessa.

In dicembre celebriamo l’essere vivi nel cuore dell’inverno, con un tetto sulla testa, cibo in abbondanza sulle tavole, parenti e amici intorno.

Ma questo dicembre avrà festività in tono minore e non potremo stringerci intorno a chi il destino ci ha dato come famiglia.

Ho conosciuto nel corso della vita parecchie persone, più uomini che donne, che detestavano le feste, soprattutto il Natale e Capodanno e che in spregio se ne stavano da soli e la sera di Capodanno andavano a dormire alle dieci.

Che persone tristi e che tristi vite conducevano, almeno nel periodo in cui le ho conosciute, alcuni di loro sono morti da tempo, erano più grandi di me di parecchi anni, e mi dispiace che abbiano dovuto vivere vite di tristezza e solitudine.

Da sempre per me, dicembre è uno dei mesi preferiti, per il Natale, per Capodanno, per l’attesa della luce, per i piccoli regali pensati per le persone amate. Io regalo quasi sempre, solo libri. E faccio lo stesso con me, i libri sono i grandi consolatori della vita e mi piace averne di nuovi con me, per andare in luoghi dove non mai stata o ritornare in quelli che già conosco così bene.

Quando voglio esprimere una gioia particolare dico che sono felice come una bambina la mattina di Natale e che Natale può esserlo, quindi, ogni giorno.

Dicembre mi parla con voce cauta e un po’ sommessa, lo capisco, perché avremo feste non-feste, lutti da elaborare. Ma soprattutto avremo la speranza che questo Natale sarà l’unico Natale che ci avrà fatto rimpiangere tutti quelli della nostra infanzia e dell’infanzia dei bambini nella nostra famiglia.

Si sta impegnando questo mese ad essere all’altezza della propria fama. Il mattino c’è spesso la nebbia, ha già nevicato, le temperature nella città silenziosa stanno sotto i 10 gradi ormai da giorni.

Profuma di resina questa stagione, di mandarini e arance, di mele e cannella nel forno, di legna che arde nel camino e io sento quel verbo “ardere” forte in me e brucerò anche in questa fine giornata di quiete dove non è successo nulla di particolare, dove sto leggendo l’ultimo libro di Corrado Augias Breviario per un confuso presente che mi piace e che trovo interessante. Una figura, tra le persone raccontate, spicca e mi fa compagnia: Baruch Spinoza che pensa e mola lenti nella sua bottega, un luogo di libertà per uno degli uomini più liberi del mondo.

Non ci faremo abbattere da questo tempo imprevisto, non ci faremo abbattere dalle avversità, la luce risplende in noi anche nelle tenebre più fitte, non bisogna avere paura.

 

Ballata dei dubbi e della stagione fredda

 

Se ho dubbi e ne ho sempre,

guardo il cielo e trovo sempre

una nuvola, un uccello o una

stella che mi rispondono.

 

Ci sono sempre piccole luci,

impronte sulla neve, rami

freschi di pino e arance

mature che dicono l’inverno.

 

Se ho dubbi e ne ho sempre,

apro un libro di poesie e cerco

in un verso le risposte e sempre

almeno una ne trovo.

 

Ci sono sempre abbracci non

dati che aspettano, un pacchetto

da sigillare, un dolce pronto per

il forno e la frutta candita sul tavolo.

 

Se ho dubbi e ne ho sempre,

parlo nella mia testa con gli assenti

e le loro parole risuonano chiare

e il mondo del sogno irrompe di qua.

 

Ci sono sempre segni che conducono

ad altre strade e a nuovi alfabeti, a

noi decifrare gli enigmi e imparare

che ogni lingua contempla la parola

amore.

 

Oggi è sabato 12 dicembre dell’anno senza Carnevale e questa Cronaca 279 ci ha portato una mia poesia inedita e rami di pino profumati.

domenica 8 novembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/245: il suono di un violino, le betulle senza foglie e New York nella tundra russa

 

Non esiste una sola città, la città silenziosa che racconto nelle Cronache è la mia città, il frutto delle mie osservazioni, delle mie passeggiate, delle mie letture e dei miei studi di sociologia. È la città della mia infanzia e della mia memoria, il paesaggio primigenio, il mondo visto per la prima volta, come scrive Louise Glück, con uno sguardo ancora intatto.

Il volto di mia madre, la sua pelle chiara e luminosa, protetta dai mandorli in fiore, gli occhi verdi e nocciola striati d’oro, i suoi bei lineamenti, la bocca carnosa con il rossetto rosso fuoco che ha usato tutta la vita, il naso piccolo ed elegante, i capelli castani lisci che ondulava perché avrebbe voluto essere riccia.

Il volto di mio padre, la sua pelle di tonalità più scura, tinta dall’aspro sole calabrese, gli occhi allungati, il naso forte e impertinente, il sorriso contagioso, le orecchie mobili, i capelli ricci che avevano conquistato mia madre.

Insieme alla mia città, alla ringhiera e ai ballatoi della mia prima casa, all’angolo di mondo tra via Corsico, Vicolo dei Lavandai e l’Alzaia del Naviglio Grande, i volti dei miei genitori sono stati la prima terra che ho esplorato.

Ognuno di noi ha la propria città, i propri volti amati, lo stesso eppure diverso Naviglio, le case basse abitate dalla gente comune, gli scoppi nei motori delle prime auto, la luce azzurrina delle prime televisioni, l’odore della scighera, lo sguardo avvolto nella morbida consistenza di questa nebbia così milanese.

Questa città nasce e vive dall’incrociarsi continuo dei nostri passi e dei nostri sguardi, delle nostre memorie e dei nostri desideri.

Ora che stiamo di nuovo chiusi in casa per la maggior parte del tempo, sono soprattutto i nostri sogni a tenere viva la città, che lo sa e aspetta di rivederci e di sentire di nuovo il brivido delle passeggiate che faremo.

Oggi sono uscita di nuovo a camminare tra le foglie secche, non c’era Truffaut per strada, ma un incredibile, meraviglioso uomo molto anziano che non incontravo da diverso tempo. D’estate usa lunghi caftani di lino e d’inverno un montone rovesciato e un cappello di pelliccia neri, come se vivesse in Siberia. Assomiglia a uno scrittore russo più di tutti, al monumentale Tolstoj che non si vestiva certo così, ma aveva la stessa barba.

Ho da sempre nostalgia della tundra siberiana, che non ho mai visto, di Mosca e Pietroburgo che avrei dovuto visitare se non fosse scoppiata la pandemia, dei samovar, della Transiberiana, dei boschi di betulle, dei giardini di ciliegi, delle donne che passeggiano con un cagnolino, dei balli a corte, della lingua che mi risuona nelle orecchie come un canto.

Il mio scrittore russo milanese aveva in spalla un violino e stava forse tornando verso casa, dove avrebbe suonato una melodia struggente come il violinista di Chagall.

Una città è tutte le città del mondo, anche quelle che non abbiamo visto, un acero è un bosco e una betulla la Russia.

La Cronaca 245 è figlia di domenica 8 novembre 2020 dell’anno senza Carnevale e dopo la fuga in terra russa, torno a immergermi nella rilettura di Cosmopolis di Don DeLillo, dove la città è New York, l’apoteosi del capitalismo finanziario e insieme il simbolo di un grande crollo che alla fine non sarà tale, il capitalismo è un muta-forma ed è sopravvissuto a qualunque ordinamento e regime politico. Perché è la vera variabile indipendente delle società umane, la nostra democrazia occidentale, che non sempre proteggiamo ed esaltiamo come meriterebbe, è una delle molte possibilità e come scriveva il politico statunitense John Lewis e come ha ricordato Kamala Harris, neo vice-presidente degli USA “la democrazia non è uno “stato”, è un atto”.


domenica 1 novembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/238: nebbia, rosa sognata, misteriosa forma del tempo

 


Ogni anno il primo novembre, ricordo il primo novembre lontanissimo del mio sedicesimo anno. La mia amica Loredana era venuta a studiare a casa mia, mi aveva fatto leggere un suo bellissimo tema dedicato a Dante, avevamo chiacchierato a lungo e poi, verso le diciotto, quando aveva deciso di tornare a casa, ci eravamo accorte che una nebbia fittissima era scesa sulla città, anche se, all’epoca, non era cosa rara vivere avvolti nella nebbia. Così l’avevo accompagnata sino a casa e poi ero tornata sui miei passi che risuonavano ovattati e non avevo incontrato nessuno. Respiravo l’aria fredda e umida e quell’odore particolare di nebbia che solo la nebbia emana.

Questo ricordo si presenta uguale a se stesso anno dopo anno, della mia amica non so più nulla da tantissimo tempo, la nebbia scende sulla città ma non così fitta. Quella nebbia era uno degli elementi del fascino autunnale della città silenziosa, un po’ sì e un po’ no, e ci fa entrare in una dimensione onirica e dolce che moltiplica il piacere di starsene chiusi in casa. Anche se da tempo viviamo chiusi in casa e presto saremo di nuovo costretti a farlo.

Viviamo in una percezione del rischio e della malattia moltiplicata dagli echi mediatici, il virus è veramente molto contagioso, ma il tema più importante è la tenuta del sistema sanitario e più ancora, forse di medici e infermieri. E la tenuta fisica e psicologica di chi si ammala di altre patologie e ha un più difficile accesso alle cure per via della pandemia.

La massima prevenzione garantita dal distanziamento sociale continua a essere la strada più sensata anche se faticosa. Non è facile continuare a dare un senso a quanto accade se non abbiamo un orizzonte temporale dove la situazione potrebbe infine migliorare.

Così, per aiutarmi e farmi compagnia, rileggo L’altra poesia dei doni di Borges, tratta dalla raccolta L’altro, lo stesso:

 

 

Voglio rendere grazie al divino

Labirinto degli effetti e delle cause

Per la diversità delle creature

Che compongono questo singolare universo,

Per la ragione, che non cesserà di sognare

Una mappa del labirinto,

Per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,

Per l’amore, che ci permette di vedere gli altri

Come li vede la divinità,

Per il duro diamante e l’acqua libera,

Per l’algebra, palazzo di esatti cristalli,

Per le mistiche monete di Angelus Silesius,

Per Schopenhauer,

Che forse decifrò l’universo,

Per lo splendore del fuoco

Che nessun essere umano può guardare senza un’antica meraviglia,

Per il mogano, il cedro e il sandalo,

Per il pane e il sale,

Per il mistero della rosa

Che dona il suo colore e non lo vede,

Per certe vigilie e giornate del 1955,

Pei rudi mandriani che nella pianura

Incitano le bestie e l’alba,

Per il mattino a Montevideo,

Per l’arte dell’amicizia,

Per l’ultimo giorno di Socrate,

Per le parole dette in un crepuscolo

Dall’una all’altra croce,

Per il sogno dell’Islam che abbracciò

Mille e una notte,

Per l’altro sogno dell’inferno,

Della torre del fuoco che purifica,

E delle sfere gloriose,

Per Swedenborg,

Che conversava con gli angeli nelle vie di Londra,

Per i fiumi segreti e immemorabili

Che confluiscono in me,

Per l’idioma che, secoli addietro, parlai in Northumbria,

Per la spada e l’arpa dei sassoni,

Per il mare, che è un deserto splendente

E un simbolo di cose che ignoriamo,

Per la musica verbale d’Inghilterra,

Per la musica verbale di Germania,

Per l’oro, che rifulge nei versi,

Per l’epico inverno,

Per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Dei per Francos

Per Verlaine, innocente come gli uccelli,

Per il prisma di cristallo e il peso di bronzo,

Per le strisce della tigre,

Per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan

Per il mattino nel Texas,

per il sivigliano che scrisse l’Epistola Morale

E il cui nome, come egli avrebbe preferito, ignoriamo,

per Seneca e Lucano, di Cordova,

I quali prima che lo spagnolo fosse scrissero

Tutta la letteratura spagnola,

Per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,

Per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,

Per l’odore medicinale degli eucalipti,

Per il linguaggio, che può simulare la sapienza,

Per l’oblio, che annienta o modifica il passato,

Per l’abitudine,

Che ci ripete e ci conferma come uno specchio,

Per il mattino, che ci dà l’illusione di un principio

Per la notte, la sua tenebra e la sua astronomia,

Per il coraggio e la felicità degli altri,

Per la patria, sentita nei gelsomini

O in una vecchia spada,

Per Whitman e Francesco d’Assisi, che già scrissero la poesia,

Per il fatto che la poesia è inesauribile

E si confonde con la totalità degli esseri

E non giungerà mai all’ultimo verso

E muta secondo gli uomini,

Per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli

Perché era così lenta a morire,

Per i minuti che precedono il sonno,

Per il sonno e la morte,

Questi due tesori segreti,

Per gli intimi doni che non enumero,

Per la musica, misteriosa forma del tempo.

 

 

Voglio iniziare a scrivere la mia poesia dei doni e lo farò da domani. Oggi è il primo novembre dell’anno senza Carnevale. La notte dell’apertura tra i mondi mi ha portato in dono una cattedrale, la mia cattedrale, la cattedrale della città silenziosa e il sogno di una rosa. La traduzione di Borges è di Domenico Porzio ed è tratta dal secondo volume dei Meridiani Mondadori del 1985.


sabato 31 ottobre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/237: dove il tempo e la stagione sono un’unica poesia

 


I giardini sono addormentati sotto una coltre di nebbia leggera, gli alberi sono ormai indifferenti alle foglie che ancora resistono. Nel profondo dei rami, già sentono il pizzicore delle foglie che saranno con la nuova stagione e non hanno, gli alberi, tempo di crogiolarsi nella nostalgia come d’autunno facciamo, noi umani.

Ecco, un pensiero in compagnia di uno sguardo che diventa, poi, immaginazione e poesia:

 

Nell’ultimo sole della stagione

 

Sotto una coltre di nebbia

leggera dormono i nostri

giardini. Gli alberi, sempre

vigili, non accettano più

lamentazioni dalle foglie

morenti. È più forte il grido

delle foglie che saranno e

gli alberi non hanno tempo

per crogiolarsi nella nostalgia

come se fosse l’ultimo sole

della stagione.

 

 

La città è in bilico tra il silenzio e la fuga. Chi può è già partito, i negozi sono antri di fantasmi e non ci sono bambini mascherati che attraversano il buio di Halloween alla ricerca di dolcetti. Questa notte si aprirà la porta tra i mondi e parleremo con i fantasmi, li vedremo apparire nella forma che hanno scelto:

 

 

Dove la notte respira la nebbia

 

È uno strappo tra la fuga

e questo silenzio la mia

città. Troppo pochi questi

umani per fare rumore, non

ci sono bambini che solcano

la notte per accompagnarci

sino alle soglie della porta

tra i mondi che tra poco

si aprirà. Parleremo con

loro, quelli che non hanno

più voce e forma, li vedremo,

ci ascolteranno e berranno

il latte e le castagne cotte

che abbiamo preparato per

loro. Eterni più del tempo e

vasti più ancora di qualunque

immaginazione, questa notte

respireranno l’aria satura di

nebbia e della nostra paura.

 

 

 

La vita quotidiana non sempre ci consente di prestare attenzione alle piccole cose che la rendono ricca e bella, nonostante tutto. In un piccolo vaso di vetro, mi accompagna da giorni un’unica rosa bianca. La porto con me nelle stanze della casa quando so che in ciascuna mi fermerò a lungo. In cucina allieta i miei pasti e mi guarda perplessa, con il capo un po’ reclinato verso sinistra, io le sorrido e continuo a compiere i gesti lenti di ogni pasto.

In soggiorno la metto accanto al divano così da poterla guardare di tanto in tanto mentre leggo o sbircio fuori dalla finestra e sussurro parole segrete al mio albero bellissimo. Nello studio troneggia alla mia sinistra e permane nell’angolo del mio occhio anche se non la guardo in faccia. Le risparmio bagno, ripostiglio e camera da letto, luoghi che non si addicono a una rosa pudica e spesso addormentata.

 

 

 

La rosa eterna di questa poesia

 

Una rosa è una rosa, non importa

in quale stagione, non importano

i sussurri dei petali che cercano

risposte. Mi accompagna, così,

quest’unica rosa che sfiorisce

con grazia giorno dopo giorno e

non chiede altro che di essere

questa rosa, proprio questa,

magnifica e solitaria, immensa

nel mio sguardo ed eterna, sì

eterna, in questa poesia.

 

 

 

Il tempo e la stagione mi inducono a movimenti lenti e passi guardinghi. Ho passeggiato un po’ per il quartiere stamane, ma la maggior parte del tempo l’ho trascorsa in casa a sistemare libri e vecchi manoscritti. Poi, nel pomeriggio mi raggiunge la notizia della morte di Sean Connery, il mio attore preferito di sempre. Non so quante volte ho visto i suoi film di 007, ricordo in particolare l’estate del 1975 dove, con mio fratello ottenne, avevamo rivisto tutta la serie di James Bond sino allora girata. Ma il vero aneddoto è un piccolo racconto familiare. Intorno a metà degli anni Sessanta, credo fosse il 1965 e il film Operazione tuono, andai al cinema con i miei genitori. Una volta si poteva andare al cinema molto presto, prendere d’assalto le poltroncine e poi guardare il film anche due volte di fila, cosa che mi capitò di fare. Quel giorno pare che io indossassi una gonnellina scozzese con le calzine blu al ginocchio e certi scarponcini di pelle che adoravo. Avevo un golfino rosa e nastri rosa che trattenevano i due codini alti ai lati della testa. Una delle molte ragazze che popolavano questi film di avventura e spionaggio, si sottrasse a un bacio dell’irresistibile agente segreto. Pare che allora, la treenne coi codini balzasse in piedi sulla poltroncina e, aggrappata allo schienale davanti a sé, gridasse con tutta la sua squillante vocina: “Noooooooooo! Stupida, fatti baciare!” Ecco, le radici della mia educazione sentimentale, mi viene da pensare adesso.

Quando il film finì e si accesero le luci, qualche spettatore cercò di individuare la bambina, forse l’unica presente in sala, ma i miei giovani genitori erano stati lesti a condurmi verso l’uscita e se anche qualcuno commentò l’accaduto, non lo scoprimmo mai. Buon viaggio magnifico Connery, sento le cornamuse squillare alle porte del cielo, non certo le più quiete e classiche trombe.

 

La Cronaca 237, forse l’ultima in questa forma editoriale perché Facebook mi minaccia da settimane che oggi, 31 ottobre dell’anno senza Carnevale, è l’ultimo giorno in cui potrò pubblicare note. Quelle pregresse dovrebbero essere ancora visibili nella mia timeline, forse.

Le poesie sono mie e sono inedite, sbucate fuori dallo stesso riccio pomeridiano, come tre castagne lucide e grassocce.


domenica 14 gennaio 2018

in ogni stella una stella tace

Dietro ogni silenzio

Mai, in verità, ho raggiunto
le soglie estreme del silenzio.

Mai, mai, neppure
quando ascoltavo il grande platano
sillabare nella nebbia,
quando tacevo con gli amici,
con la gente.

C’è un silenzio oltre quel platano,
un silenzio oltre il silenzio.
Guardo il cielo che si oscura:
in ogni stella una stella tace.


Danilo Bramati
Dietro ogni silenzio
Atì editore 2017

domenica 2 aprile 2017

L'amore è quel che resta dopo l'incendio

«Ascolta bene quel che ti dico bambina. Io so cos'è l'amore e l'amore non è nebbia che la stagione asciuga. È come il suono. Sembra andato ma intanto ti ha trasformata. Entrato dentro per sempre, nella forma di una parola che ti ha benedetta o di una musica che accompagna i tuoi giorni.
L'amore mio sarà con te quando giochi, quando dormi, quando ti alzi, quando cammini per strada, quando ti addormenti, anche quando non lo sentirai. Lo ritroverai nelle piante che coltiverai e nei fiori che disegnerai. Ti sorprenderà alle spalle come un gatto, che può scappare quando ti giri ma c'era e non eri sola. Allora il desiderio te lo farò cercare nelle persone che incontri e il desiderio è forte e ti confonde. Il seduttore non sa l'amore, vuole prendere quel che si può solo ricevere ma sa la forza del desiderio e le sue leggi. Non è il primo desiderio, né il secondo o il terzo l'amore. È quello che resta dopo l'incendio, dopo l'inganno che invece si è nebbia e la prima luce arriva come un regalo e lo umilia nel suo essere nulla.»
Aveva fatto una pausa perché il respiro tornasse a sostenere le parole. Poi sua madre aveva concluso così piano che forse lei lo aveva sognato: «Tu sei la luce, tu sei il regalo».

Mariapia Veladiano
Una storia quasi perfetta
Guanda 2016

lunedì 5 dicembre 2016

Vorrei che la mia poesia ti fosse un ponte sottile e saldo, bianco

Lieve offerta


Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera
come le estreme foglie
dei pioppi, che s’accendono di sole
in cima ai tronchi fasciati
di nebbia –

Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato
d’esili ombre -
fino a una valle d’erboso silenzio,
al lago –
ove tinnisce per un fiato d’aria
il canneto
e le libellule si trastullano
con l’acqua non profonda –

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,
bianco –
sulle oscure voragini
della terra.
5 dicembre 1934

Antonia Pozzi

venerdì 23 settembre 2016

la scrittura immersa in una luce solare

A me e a Pavese, Calvino portava da leggere i suoi racconti.
Erano scritti a mano, in una calligrafìa minuta, arrotondata e fitta di cancellature. Ci sembravano molto belli. Vi si scorgevano paesaggi festosi, immersi in una luce solare; a volte le vicende erano vicende di guerra, di morte e di sangue, ma nulla sembrava offuscare l’alta luce del giorno; e non
un’ombra scendeva mai su quei boschi verdi, frondosi, popolati di ragazzi, di animali e di uccelli. Il suo stile era, fin dall'inizio, lineare e limpido; divenne più tardi, nel corso degli anni, un puro cristallo. In quello stile fresco e trasparente, la realtà appariva screziata, variegata, e colorata di mille colori; e sembrava un miracolo quella festosità, quella luce solare, in un’epoca in cui lo scrivere era abitualmente severo, accigliato e parsimonioso e nel mondo che tentavamo di raccontare non regnava che nebbia, pioggia e cenere.

Natalia Ginzburg ricorda Italo Calvino
L'Indice dei Libri del Mese
settembre - ottobre 1985

mercoledì 20 luglio 2016

e noi fatti d'aria al mattino

Antico inverno

Desiderio delle tue mani chiare
nella penombra della fiamma:
sapevano di rovere e di rose;
di morte. Antico inverno.

Cercavano il miglio gli uccelli
ed erano subito di neve;
così le parole.
Un po' di sole, una raggera d'angelo,
e poi la nebbia; e gli alberi,
e noi fatti d'aria al mattino.

Salvatore Quasimodo
Ed è subito sera
Mondadori 1942

martedì 7 giugno 2016

Vorrei condurti con le mie parole

Lieve offerta

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera
come le estreme foglie
dei pioppi, che s’accendono di sole
in cima ai tronchi fasciati
di nebbia –

Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato
d’esili ombre –
fino a una valle d’erboso silenzio,
al lago –
ove tinnisce per un fiato d’aria
il canneto
e le libellule si trastullano
con l’acqua non profonda –

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,
bianco –
sulle oscure voragini
della terra.

5 dicembre 1934


Antonia Pozzi

sabato 5 marzo 2016

D’ora in poi dobbiamo imparare a vivere come il cielo, come il cielo

Fuggiamo nei corpi leggeri 
avvolti dalla nebbia della valle
che ancora (come l’erba) conservano
l’equilibrio
I campi brulli non hanno niente 
da dirci
e le regioni di ghiaccio ci insegnano
solo il freddo
D’ora in poi dobbiamo imparare 
a vivere
come il cielo, come il cielo.

Gëzim Hajadari
Corpo presente 
Botimet Dritëro 
Tirana 1999

(grazie a Lucio Franco Masci che l'ha pubblicata su Facebook)

Strehohemi te trupat e lehtë
Strehohemi te trupat e lehtë
mbështjellë nga mjegulla e luginës
që ende (si bari) ruajnë
ekuilibrin
Fushat e zhveshura nuk kanë asgjë
për t’na thënë
dhe krahinat e akullta na mësojnë
veç të ftohtin
Tash e tutje duhet të mësohemi
të jetojmë
si qielli, si qielli.