Visualizzazione post con etichetta Edmond Jabès. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Edmond Jabès. Mostra tutti i post

giovedì 25 giugno 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/109: se la pagina scritta è un giardino, la poesia non è la rosa ma la terra feconda


Cammino guardando la terra, mi concentro sul movimento di un piede, sulla flessione, sulla forza e lo slancio.

Prima cammino sui prati intorno a casa, poi sul sentiero che porta alla spiaggia, continuo a camminare a piedi nudi.

Le tre sorelle sono sedute all’ombra di una grande tenda bianca. Riescono sempre a disporsi a trittico, sono bellissime e di nuovo tutte e tre stanno leggendo libri dalla copertina antica.

Il fratellino sta giocando con un cagnolino che non avevo ancora mai visto.

Le ragazze, all’unisono, mi fanno cenno di avvicinarmi.

La brezza marina agita i lembi delle tende e quelli dei loro lunghi abiti di lino. Tutto quel biancore mi trasmette una grande freschezza e anche un senso di pace che provo di rado.

Mi offrono da bere del tè ghiacciato con limone che accetto con piacere.

- Ho visto il vostro giardino, è davvero bello – mi dice una delle sorelle – non so chi di voi sia il felice giardiniere ma ha un tocco notevole.

- Non solo il tocco di un giardiniere, ma anche il tocco di un poeta. Sono deliziose tutto quelle piccole edere e le patate americane germogliate – aggiunge la seconda.

- Ascoltate cosa scriveva un filosofo e poeta del secolo scorso a proposito di giardini e poesia:


“Se paragonassi una pagina di scrittura a un giardino, sarei portato a vedere in un primo momento nella rosa l'immagine stessa del componimento poetico. Ma sarebbe un grave errore.
La poesia è nemica dell'apparenza. È appartenenza immemoriale. Del giardino la poesia è piuttosto la terra feconda, umida: la miracolosa umidità del suolo nelle sue profondità. Può essere, anche, la linfa, le radici
”.

Trovo notevole questo scarto del pensiero, questo accantonare la bellezza struggente della rosa per riportare l’arte poetica alla sua germinazione dal profondo dell’essere.

Di quanto lavoro ha bisogno la terra per donarci i suoi frutti? Scavata, arata, sarchiata, inseminata e così via.

È profondo il legame tra i nostri passi e il nostro cibo, la terra è sostegno a entrambi e noi godiamo della sua fertilità.

In italiano, e non solo, terra è anche Terra, il nome del nostro pianeta, un nome antico che ha origini latine.

Sulla terra lasciamo le impronte dei nostri passi, la terra è casa, è ricchezza, nella terra affondano le radici degli alberi.

La terra è sposa del cielo quanto il mare, nella terra ritorneremo, la terra conserva le vestigia di epoche lontane e di civiltà scomparse.

La terra è la custode dell’anima umana, è bello toccarla e pensare a cosa potrebbe crescere.



Apro il taccuino e leggo alle sorelle una mia poesia di tanti anni fa.


La terra che era mondo

 

Ho scavato nella terra
con le mani già sporche 
d'inchiostro.

Ho scavato fino al giusto
fondo dove dimorano ora
le piccole radici
e racchiuso tutto intorno
quella terra che era mondo.

Le foglie si alzeranno
si apriranno verso le nuvole
invidiose del loro colore
desiderose di andare e stare.

A sugo quasi pronto spezzerò
qualche gambo e laverò
le foglie nell'acqua corrente.

L'estate è profumo di basilico
e ringhiera.



È il giorno giusto per leggerla perché è di nuovo estate anche se nessuno è ancora preparato a questo mondo mascherato. Non è davvero cambiato nulla, quel che siamo ha solo una diversa decorazione.

Una delle sorelle mi chiede di poter copiare la poesia e vuole anche sapere cosa sia una ringhiera perché non ne ha mai vista una.

Sento la città non più silenziosa sorridere alle mie spalle, tenace e fiera come una terra madre.

Domani torno a vedere come vanno le cose. Tra poco tornerò verso casa, voglio chiedere al misterioso architetto cos’è la terra per lui.


La mia poesia è tratta dalla raccolta Il calvario della rosa, Moretti&Vitali 2004

La citazione di Edmond Jabès è tratta dal volume Poesie per i giorni di pioggia e di sole, a cura di Chiara Agostini, Manni 2002



domenica 3 luglio 2016

La rosa non è più solo la rosa, il suo nome non è solo il nome: fiore del segreto, rosa immaginaria

La poesia fonda la nostra relazione col mondo.
Perché, contemplando la rosa ad un certo momento, non è più la stessa rosa che vediamo, ma un altro fiore, il quale, pur conservando il suo nome di rosa, richiama la nostra attenzione in quanto fiore del segreto: segreto in fiore, rosa immaginaria, che lascia libero corso alla nostra immaginazione.

Edmond Jabès
Poesie per i giorni di pioggia e di sole
a cura di Chiara Agostini
Manni 2002

domenica 26 giugno 2016

Se la pagina scritta è un giardino, la poesia non è la rosa ma la terra feconda

Se paragonassi una pagina di scrittura a un giardino, sarei portato a vedere in un primo momento nella rosa l'immagine stessa del componimento poetico. Ma sarebbe un grave errore.
La poesia è nemica dell'apparenza. E' appartenenza immemoriale. Del giardino la poesia è piuttosto la terra feconda, umida: la miracolosa umidità del suolo nelle sue profondità. Può essere, anche, la linfa le radici.


Edmond Jabès
Poesie per i giorni di pioggia e di sole
a cura di Chiara Agostini
Manni 2002

sabato 25 giugno 2016

parola di silenzio, silenzio senza parola

Solitudine

Parola senza musica
musica senza parole
parola di silenzio
silenzio senza parola
E poi
niente, davvero
più 
niente.

Edmond Jabès
Poesie per i giorni di pioggia e di sole
a cura di Chiara Agostini
Manni 2002


Une parole sans musique
une musique sans paroles.
Une parole de silence
un silence sans parole.
Et puis
rie, vraiment
plus rien.




lunedì 7 luglio 2014

L'opera non è mai compiuta, tutto quel che creiamo è dentro di noi

L'opera non è mai compiuta. Essa ci lascia nell'incompiuto, nel cui spazio moriamo. Quel che ci rimane è solo la sua parte bianca, e non si tratta di utilizzarla, ma solo di tollerarla. Lì dobbiamo installarci. Accettare il vuoto il nulla, il bianco. Tutto quel che creiamo è dietro di noi.
Oggi io sono, di nuovo, in quel bianco: senza lingua, senza gesti, senza parole.

Edmond Jabès 
Il libro della sovversione non sospetta
a cura di Antonio Prete
SE 2005


martedì 31 dicembre 2013

L'opera che scriverò

Per uno scrittore, scoprire l’opera che scriverà è un miracolo e al tempo stesso una ferita, è il miracolo della ferita.

Edmond Jabès 
citato da Rob Brezsny nell'oroscopo 2014 del Cancro
su Internazionale 

sabato 27 aprile 2013

La poesia è lingua della rinuncia e lingua della speranza

Dietro alla lingua di Paul Celan sta l'eco, mai spenta, di un'altra lingua.
Simile a noi, percorrendo, prima di oltrepassarla a una certa ora del giorno, la frontiera tra luce e ombra, la parola di Paul Celan, ai confini di due lingue della stessa taglia - quella della rinuncia e quella della speranza - si muove e si afferma.
Lingua di povertà e lingua di ricchezza.
Da un lato chiarezza; dall'altro oscurità. Ma come distinguerle quando sono così mescolate?

Edmond Jabès su Paul Celan 
nel saggio La memoria delle parole

domenica 17 giugno 2012

La stessa difficoltà dello scrivere

Ti ho parlato della difficoltà di essere ebrei, che è la stessa difficoltà dello scrivere. Perché l'ebraismo e la scrittura non sono altro che la stessa attesa, la stessa speranza, lo stesso logorio.


Edmond Jabès

Citato da Paul Auster 
L'arte della fame 
Incontri, Letture, Scoperte, saggi di poesia e letteratura
Einaudi 2002
traduzione di Massimo Bocchiola

domenica 3 giugno 2012

Mostrare attraverso i frammenti

La totalità è un'idea... la si può mostrare solo attraverso frammenti... Per esempio, noi siamo in questa stanza e non possiamo vedere tutta la casa. Però sappiamo di essere in una casa. Lo stesso succede nel libro. Noi sappiamo di essere in qualcosa di immenso, ma in ogni momento vediamo solo quello che ci sta davanti... la totalità è qualcosa che ricostituiamo per noi stessi attraverso tutti i frammenti, perché sono i frammenti a procurare la visibilità. 



Provvidenza 

Edmond Jabès in conversazione con 
Paul Auster
L'arte della fame
Incontri, letture, scoperte
saggi di poesia e letteratura
Einaudi 2002