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venerdì 17 maggio 2024

Una danza di polvere o raggi di sole



Mentre nei primi anni della mia vita il tempo era stato orizzontale, progressivo, un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro, con ricordi che costituivano una vera storia personale, con le sue date e i suoi anni, oppure era stato verticale, con gli avvenimenti che si accumulavano gli uni sugli altri, «sacchi su sacchi al mulino e ancora un altro piccino», l’età dell’adolescenza si trasformò in un vortice, e dunque i ricordi di quel periodo non si allineano pronti a essere osservati e descritti, bensì vorticano spinti da una forza sottostante, con ricordi diversi che salgono alla superficie in momenti diversi e negano così l’esistenza di un’autobiografia “pura” confermando, per ogni momento, una storia separata che si accumula in un milione di storie, tutte diverse e con alcuni ricordi che rimangono per sempre sotto la superficie. Siedo qui alla mia scrivania, scrutando nelle profondità della danza, perché questo movimento è una danza con i suoi passi, né buona né cattiva, ma con un’individualità propria: una danza di polvere o raggi di sole o batteri o note, o colori o liquidi o idee alle quali lo scrittore che cerca di scrivere un’autobiografia si aggrappa per un solo istante.


Janet Frame

Un angelo alla mia tavola

(cap. 29 Immaginazione)

traduzione di Lidia Conetti Zazo

Neri Pozza Editore 2010

mercoledì 11 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/794. Quel ridere di bimbo… che attraversa il fulmine

 

 


 

Quando si avvicina un temporale me ne accorgo ore e ore prima perché sento quei minimi cambiamenti nell’aria e nella pressione che ne sono i messaggeri. Nel momento preciso in cui sento che pioverà, non sempre decido di tornare a casa o di cercare un riparo al chiuso. Spesso me sto per strada e continuo a camminare come se la pioggia non mi riguardasse, come se non stesse piovendo e fosse solo l’aria ad avere acquisito una diversa consistenza.  Respirare la pioggia è come respirare il mare senza il salato, me lo dico tutte le volte. Poi quando il battere delle gocce sul selciato si acquieta, riprendo la strada di casa e mi avvio, con passo lento, lenta nei movimenti perché i vestiti inzuppati mi fasciano come se fossi una mummia. Quando arrivo a casa mi spoglio non appena entrata, poi mi infilo sotto la doccia calda e lascio che il sangue ricominci a circolare a una velocità normale.

 

 

Poetica delle gocce di pioggia

 

Non ha scelta la pioggia,

non hanno forma le gocce

prima di cadere. Solo quando

arriva l’istante del lancio

scoprono di essere più lunghe

che tonde. Non decide mai di

piovere la pioggia, solo è

pioggia, acqua impetuosa,

pensieri disordinati che

cercano una posizione nel

pensiero dominante del mondo

che è orizzontale, mentre

la pioggia cade solo in verticale.

 

 

Oggi pioveva nella mia memoria, ha piovuto nei sogni e nei miei passi. Perché non occorre aspettare che davvero il temporale arrivi sino a noi. Basta chiamarlo nella nostra testa e lasciare che la pioggia ci bagni come fossimo terra arida da rianimare. Oggi è mercoledì 11 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 794 è corsa in casa a prendere l’ombrello, mentre il suo titolo è il frammento di un verso di Anne Perrier.

venerdì 29 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/782. Felice come una rana seduta sulla sua foglia di ninfea

 


Giornata lieve e piacevole, molto lavoro come sempre, ma anche piacevole compagnia, buon cibo e chiacchiere e poi una lunga passeggiata per tornare a casa, prima in tram e poi a piedi. L’aria è cambiata bruscamente perché dal tepore primaverile siamo passati allo strano freschetto causato dal vento gelido che ogni tanto spira a folate. La parte di viaggio che ho fatto in tram, invece, è stata perfetta perché non c’era quasi nessuno e ho attraversato lunghe vie fiancheggiate da alberi maestosi e antichi, soprattutto platani e ippocastani. Andare in tram e in treno ha sempre un effetto particolare sulla mia mente perché mi predispone alla creazione, soprattutto alla creazione poetica. Così mi è venuto in mente il titolo (possibile) della mia nuova raccolta di poesie e poi, nel tram tutto verde, ho immaginato una rana felice seduta sulla sua foglia di ninfea. E sono diventata quella rana felice e ho sentito il rumore lieve dell’acqua, il soffio delicato della brezza e il gracidare sommesso delle altre rane. Era un laghetto in estremo Oriente, ho visto giusto nei giorni scorsi un documentario ambientato in Vietnam, e forse ero proprio laggiù. E tutte queste percezioni e immaginazioni mi hanno regalato un buonumore infinito, una gioia profonda che sta nel mio laghetto interiore con tutte le rane e le ninfee che ci vivono comodamente e placidamente.

 

 

Fino all’oceano dell’immaginazione

 

 

Ora è bianca, ora

rosa e riluce d’acqua,

ondeggia con il vento

e accoglie il riposo

della ranocchia curiosa,

questa ninfea felice.

Io mi accingo a far

loro compagnia, ho

la mia foglia in questo

lago che sfocia in

un fiume che sfocia

nel mare e poi nell’oceano

dell’immaginazione.

 

 

Ecco che posso portare tutta questa bella giornata, i vestiti nuovi verdi e azzurri di Elisabetta, una misteriosa bevanda che sa di cioccolata e cannella anche se è bianca e lattiginosa e chiama alla mente il fiore prezioso dell’orchidea. E anche i libri amati di Grazia Livi, Nicole Krauss, Kate Millet, Connie Palmen e Alison Lurie in questa nuova Cronaca 782 di venerdì 29 aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra.

martedì 5 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/758. Nel ghirigoro della rondine una tempesta s’informa, un giardino si costruisce

 


 

 

Continuo a scrutare il cielo alla ricerca delle rondini, ma non sono ancora tornate. È una primavera troppo fredda e dolorosa. Saranno partite dalla loro casa d’Africa? Dove si saranno fermate in attesa di annusare l’aria e sentire che è calda abbastanza per accogliere il ritorno? Non ci sono rondini nel cielo e la sua trama è quella di un foglio ancora intonso, di una pagina senza scrittore e senza ispirazione. Non solo il cielo è in attesa delle rondini, perché sono le rondini che lo scrivono e lo rendono vero, una verità che è concessa anche alle nuvole e a nessun altro. Qui sulla terra anche il giardino attende il ritorno delle rondini per essere certo di non sbagliare il tempo della fioritura. Senza rondini l’incertezza è immensa e pochi fiori osano sfidare il gelo per saggiare l’aria fresca e il sole. La maggior parte dei fiori e delle foglie se ne sta ancora ben chiusa nel bozzolo, e aspetta. Anche noi aspettiamo, rinchiusi nel nostro bozzolo da due anni di pandemia e da queste prime settimane di guerra. È così gelido e respingente il mondo, perché arrendersi e sbocciare? Non è possibile restare a dormire ancora un po’? Non è possibile scampare al gelo? Finite le oziose domande che si affastellano nella mia mente, metto il muso fuori dalla mia tana. Niente, è proprio freddo, le rondini non ci sono, ma i ranuncoli e le azalee trapiantati da pochi giorni splendono anche nella luce fredda di questo giorno. Lascio allora che sia il giardino a decidere la sua stessa fioritura, lascio che le cose accadano, aspetto, leggo René Char. Anche oggi il titolo di questa Cronaca 758 appartiene ai suoi versi. Oggi, cioè martedì 5 aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra. Anche la Cronaca se ne sta al riparo, in forma di bozzolo.

domenica 3 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/756. Come venne a me la scrittura? La scrittura è una battaglia di braci che, ancora oggi, non si sono spente

 



Questa è una domanda importante per chiunque scriva, per chiunque ami scrivere. La scrittura non arriva mai nel vuoto e nel silenzio che non siano già stati segnati dalla presenza della parola. Uno scrittore, un poeta, nascono laddove la poesia si è già manifestata, laggiù nello stesso luogo dove è nato prima di tutto un lettore. E lettori lo si diventa per caso, per ambizione, ma soprattutto per grazia. Il mio primo incontro con la poesia è stato con Garcia Lorca, con la narrativa con Verne e London. Da bambina lettrice vorace non immaginavo ancora che sarei diventata una altrettanto vorace poetessa e scrittrice. Perché anche questa non è stata una scelta, ma una grazia, una condizione ineludibile sulla quale non mi stanco di riflettere. Di nuovo mi accompagno ai versi di René Char che mi si confà davvero molto in questo freddo mese di aprile.

 

 

Come venne a me la scrittura?

Come piumaggio d’uccello

sul vetro della mia finestra,

d’inverno.

Immediatamente,

si accese nel camino

una battaglia di braci

che, ancora oggi, non si sono

spente.

 

 

 

Trovo meravigliosa l’immagine della battaglia di braci che ancora non si sono spente, è davvero così, conosco quel fuoco, conosco quelle braci, mi stuzzicano, mi sollecitano e mi scaldano. Anche in questa fredda, fredda prima domenica d’aprile che ci porterà la Pasqua e speriamo anche la fine della guerra. Oggi è il 3 aprile del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 756 combatte nella battaglia di braci che si combatte ogni giorno in me.

sabato 2 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/755. Non cercare i confini del mare. Sono già in te.

 


 Credo proprio che aprile sarà accompagnato quasi ogni giorno dai versi di Char, anche oggi li ho scelti come titolo della nuova Cronaca. In attesa di andarci davvero al mare, mi impegno per parecchio tempo a immaginare il mare, a disegnarne quei confini che il poeta mi dice essere già in me. Ed è vero che il mare esiste in me, esistono onde che io sola ho visto e ascoltato, esistono le sfumatura dei colori che rispecchiano il colore del cielo. Esiste in me il Mar Ligure, da Sestri Levante e alla Baia del Silenzio, uno dei luoghi che più amo al mondo, al mare delle Cinque Terre, l’ha prima volta che l’ho visto e ci ho fatto il bagno nell’estate del 1983. Potrei scrivere a lungo anche del Mar Jonio nella zona di Sibari e del Tirreno, in Calabria, in Basilicata, in Campania e in Toscana, in particolare del mare intorno all’Isola d’Elba. E come non tornare al Tirreno e alla bellezza della costa palermitana, al Mar di Sicilia e a Lampedusa? Come non parlare dei mari di Grecia e di Spagna?, E come potrei dimenticarmi del Mare Adriatico, giù da Trieste, passando dalla Romagna e dalle Marche, sino alla punta estrema della Puglia? No che non mi dimentico, e più mi impegno a ricordare i mari che ho amato, più il mare interiore sconfina e si fa immenso. Immenso come gli oceani, che conosco molto meno, solo un po’ di Atlantico francese e inglese e poi americano. Ma il mio mare è un mare raccolto, che bagna terre millenarie, ricche di storia e di bellezza. Un mare che mi dà respiro e nutre la mia anima anche se non lo vedo, anche se non sono lì a guardarlo e respirarlo. Dunque esiste un mare reale, da cui vivo troppo lontana, un mare ricordato e un mare immaginato. Esiste il mare colore del vino dei poeti e il mare degli scrittori abitato da Moby Dick. Potrei continuare il mio elenco, adoro scrivere elenchi e liste, renderlo infinito. Ma mi fermo qui e torno ai versi di René Char, giusto per concludere questa Cronaca 755 di sabato 2 aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra.

 

Non cercare i confini del mare.

Sono già in te.

Ti sono stati dati

in uno con la tua vita che svapora.

Il sentimento, lo sai, è figlio della materia:

ne è lo sguardo mirabilmente

vanescente.

 

 

Di che marò sarò stanotte? E di che mare mi sveglierò domattina? Non lo so, non lo sappiamo, nessuno lo sa. Per questo è bello immaginarlo.

giovedì 31 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/753. Sul fondo delle mie palpebre vedo brillare una brace

 

 


 

Dopo la gita in un vivaio che ho fatto ieri pomeriggio con le mie vicine di casa Lucrezia e Claudia, oggi abbiamo finito di trapiantare quanto acquistato anche oggi: quattro piante di gelsomini, un’azalea bianca, un ranuncolo bianco e rosso, una camelia invernale, due piantine di basilico, una di salvia. È bello vedere come le piante cambino subito l’aspetto e il tono anche di una vecchia casa di ringhiera. Le piante e i fiori fanno bello tutto quanto le circonda, come se la loro semplicità e bellezza si irradiassero sul mondo intero e lo trasformassero. Non so se i gelsomini fioriranno e profumeranno già oggi, ma so già immaginare come sarà il loro profumo, come sarà bello lasciarsi andare nelle sere d’estate, ascoltare anche il canto sommesso dei grilli, sì ormai ce ne sono anche in città, e come i suoni e i profumi mi riporteranno a lontane notte d’infanzia e di gioia, prima che ogni giorno diventasse un piccolo naufragio. Vado a ripescare, su questa immagine, un’altra poesia di René Char:

 

 

A occhi chiusi e nello sforzo di prendere sonno,

vedo brillare, sul fondo delle mie palpebre,

una brace: è l’anima ostinata,

il relitto lampeggiante

del naufragio glorioso del mio giorno.

 

 

Non è magnifica questa immagine del naufragio associata a quella della brace? È tutto un accendersi e spegnersi di immagini, di ricordi, di sensazioni il nostro teatro notturno. Nelle notti fortunate ne resteranno tracce, proprio quelle tracce che poi approdano a una poesia.

Oggi è giovedì 31 marzo del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 753 ha vesti rosse e arancioni, proprio come il ranuncolo della fotografia.

mercoledì 30 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/752. Il frutto è cieco. Solo l’albero ha occhi

 


 

Gli occhi degli alberi sono invisibili ai nostri occhi. Sono occhi assai mobili, dimorano sulle punte dei rami e nelle foglie, nella corteccia e nei germogli, nei fiori poi. Ma non nei frutti, perché l’albero sa che il frutto è destinato al raccolto e non dovrà guardare il tragitto tra il ramo e la nostra bocca vorace. Anche il mio acero bellissimo si è riempito di germogli e in queste ultime ore di sole, così dicono le previsioni meteo, mi fermo ad ascoltare lo scorrere quieto della linfa e lascio che il calore finissimo di questo inizio di primavera mi riscaldi il viso e le mani, le uniche parti del corpo che non sono protette da strati e strati stoffa. Senza il supporto della vista mi esercito a sentire il mondo solo con l’ausilio di udito e tatto. Soprattutto l’udito mi aiuta, perché pian piano inizia a separare un rumore dall’altro, come se il suono del mondo fosse una fine tessitura che possiamo disfare e rifare ogni volta che vogliamo.

 

 

 

La primavera sta nel coro delle voci

 

Il primo filo è il canto

di un passero. Il secondo

filo è l’usignolo, non so

quando ho imparato a

distinguerli, ma ora

so che sono due e non

uno soltanto. Riconosco

poi il vento che scuote

prima l’acero e poi

l’enorme ippocastano

che sta sull’angolo della

via, sono diversi i rami,

saranno diverse le foglie

e anche i frutti. Riconosco

il suono della campanella

e poi le voci dei bambini

che sciamano fuori dalla

scuola. Sono allegri come

api questi dirimpettai vivaci

e allegri. La voce di questa

primavera ancora fredda sta

tutta nel coro delle loro voci.

 

 

 

Bisognerà che ogni giorno io mi ricordi di chiudere gli occhi per qualche istante e ogni giorno reimpari ad ascoltare il mondo, a farmi frutto. Questa è la Cronaca 752 di mercoledì 30 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra. Anche oggi il titolo è un verso di René Char.

mercoledì 23 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/745. A che punto è la notte…

 

 


Non è proprio una domanda, è più un tentativo di capire quanto durerà ancora questa privazione della luce, questa attesa che consuma e sfinisce, questa mancanza d’aria. Se lo chiedono gli insonni soprattutto, quelli per cui la notte è un tormento un’interruzione della vita che non porta sollievo ma solo ulteriori pene. Gli insonni non riescono a sfuggire al minimo rumore notturno, sono assediati dalle sirene in lontananza, dalle rare auto che passano sui grandi viali che portano in periferia. Anche il loro stesso respiro è fonte di fastidio e noia, la notte è un’immensa voragine che toglie piacere e senso alla vita diurna. Ma ci sono anche altri tipi di insonni, non quelli che stentano ad addormentarsi, ma quelli che si svegliano proprio nel cuore del buio perché i rumori umani intorno sono cessati. Che sollievo diventa quel silenzio! Quanta bellezza si offre allora a quelli che non sanno più dormire. È possibile scegliere tra film e serie televisive, ma ancora meglio è mettersi a leggere, perché quel silenzio chiama le parole, perché così può risuonare ancora più alto e chiaro e le parole stesse ne traggono beneficio. Dunque, a che punto è la notte? Quando mi capita di svegliarmi all’improvviso, mentre sto sognando, l’oscurità e il silenzio mi accolgono con un canto di benvenuto e lo stupore di quel silenzio sconosciuto alle ore del giorno mi invade lo spirito e sono grata alla notte di avermi chiamato, di darmi la possibilità di ascoltare quel che non c’è, di prendere in mano un libro e la matita e ricominciare a leggere senza l’assedio delle ore diurne che si inseguono e rincorrono e non conoscono tregua.

 

Una voce che si leva prima ancora che sia alba

 

A che punto è la notte

non lo sappiamo dire.

Solo quando il silenzio ci

chiama, solo allora lasciamo

che i rami del sonno

fioriscano e si pieghino

sotto il peso dei sogni che

ricordiamo. E non c’è più

separazione tra luce e

buio, tra ricordo e

immaginazione. Solo

allora capiamo che ogni

notte orliamo di sogni

il giorno, è questo

il segreto, questa

la benedizione. Un silenzio,

la fonte che zampilla,

una voce che si leva prima

ancora che sia alba, che

sia ripetizione.

 

 

Torno a leggere dopo avere scritto queste poche parole per la Cronaca 745 di mercoledì 23 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra.

sabato 19 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/741. Ma restare è come partire…

 

 


 

Viaggiare è la cosa che più mi è mancata in questi anni, viaggiare con in mente una vaga idea della meta e una ancor più vaga idea del percorso. Tutti i viaggi che ho fatto e che farò sono viaggi della memoria e del sentimento e allora mi affido a viaggio poetico di Kate Clanchy.

 

 

Viaggiare

 

(alla maniera di Gösta Ågren)

 

Se dovessi andare a Samarcanda

magari troveresti Sherazade

in mille riproduzioni,

vestita di lustrini, come souvenir,

e le cupole dorate di Al-al-Din

ricoperte di segnali turistici sovietici

e ossidate, su un cielo metallico.

 

Ma restare è come partire.

Da qui si stendono i campi

dell’Oxfordshire

già del colore di una sovrana d’oro.

E quando il fieno è raccolto in balle

che sembrano ruote, e l’occhio corre

dai solchi scuri dei trattori all’orizzonte

nudo dell’autunno,

là brucerà là Samarcanda

 

e Samarcanda, e Samarcanda.

 

 

Andrò a Samarcanda quando si potrà ricominciare a viaggiare. Sarà un sogno e sarà reale. Lo prometto a questa Cronaca 741 di sabato 19 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra. La poesia è tra da Poesia 193 Aprile 2005 e dal libro di Kate Clanchy  Dall’Oxfordshire a Samarcanda, Crocetti Editore 2005

lunedì 14 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/736. Il vento ci spinge dove non ci sono ripari

 



 

 

Spira sempre un vento da Occidente verso ora di pranzo, un vento che non appartiene alla città non silenziosa, un vento che sconquassa i passanti, i rami ancora spogli e gli uccellini che si muovono perché già sentono la primavera. Ma neanche questo vento occidentale riesce a tenere a bada le spire della guerra che si levano dal fronte orientale e all’improvviso sembra che non siano passati i decenni, che la seconda guerra mondiale sia appena terminata, che non siano crollati il muro di Berlino e l’Unione Sovietica. Ma cosa ne può sapere il vento dei nostri tormenti terreni? Così mi lascio guidare dalle folate e dalla mia immaginazione per cercare tracce di una pace che stiamo perdendo e che davamo per scontata.

 


Nessun riparo

 

Il vento sceglie solo

il vento come compagno

di strada. Inutile cercare

di infilarsi tra le folate,

il vento sa sempre quando

è tempo di andare o tempo

di sparire. Solo noi restiamo

fermi, spaventati, non abbiamo

capito, non capiamo perché

il vento soffia quando noi

siamo distratti e ci porta

con sé prima che sappiamo

dire come. Alzo lo sguardo,

copro il viso. È una bufera

che si avvicina e non ci

sono ripari in questa città

e da nessuna parte nel

mondo intero.

 

 

Un altro lunedì di guerra è trascorso e questa Cronaca 736 di lunedì 14 marzo del terzo anno senza Carnevale si consola insieme a me scrivendo e leggendo poesia.

sabato 5 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/727. Come costruire un oceano. Istruzioni.

 

 

 

Nel delirio del mondo che è precipitato in una guerra non dichiarata, mi rifugio ancora di più nel mio personale oceano di libri che mi rassicura e, allo stesso tempo, mi fa scoprire cose nuove. Alla Libreria delle Donne di Milano abbiamo presentato il saggio Donne e fantastico della studiosa Giuliana Misserville ed è stato un incontro molto interessante cui ha partecipato anche la scrittrice Nicoletta Vallorani. Mi sono davvero divertita, loro due stono state bravissime e dopo la presentazione con Giuliana, Federica, Rossana, Elisabetta e Lucia siamo andate a mangiare una pizza ed è stata una serata divertente, dove abbiamo parlato della vecchia Milano, di fantastico, di fantasmi e di vampiri, di libri, di quanto sia bello leggere e scrivere. Io ho raccontato, anche, di Bonvesin de la Riva, considerato il primo scrittore milanese e solo quando siamo uscite dalla pizzeria abbiamo scoperto che nella piazzetta di Santa Maria del Suffragio sbuca proprio via Bonvesin de la Riva. Non avremmo più smesso di parlare e io di andare a caccia di fantasmi e di antiche leggende.

Dovrei scrivere molte e molte cose sulla presentazione, sulle mie amiche, su quanto era bella Milano oggi, una Milano circondata da un oceano di immaginazioni.

Il titolo di questa Cronaca 727 di sabato 5 marzo del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra è tratta dal libro I Vagabondi di Olga Tokarczuk. E come vagabondi continuiamo a camminare nella città notturna scrutando il cielo, come se stessimo camminando su di un’altra terra.

lunedì 21 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/715. Il tempo è un gatto addormentato, un compito non ancora finito nel quaderno nuovo


 


Un gatto addormentato davanti al fuoco sogna di essere una camelia, ma quando si sveglia è ancora un gatto. Allora è la camelia che si addormenta e sogna di essere una ragazzina che corre e corre sotto una pioggia leggera e accanto a una nuvoletta che volteggiava un po’ troppo in basso, un po’ troppo vicino alla terra. La madre sogna e cuce, sogna ad occhi aperti, sogna il giorno in cui smetterà di cucire e i vestiti si limiterà a indossarli e ad andare a passeggio con la giacca nuova e quella bella camelia appuntata sul bavero. Ragazzina ha smesso di correre e adesso è china sui libri di scuola. Ha già finito i compiti di italiano e ora sta studiando scienze naturali e poi farà gli esercizi di matematica e ancora non riesce a decidere cosa le piaccia di più tra tutte quelle materie, cosa le piacerebbe studiare davvero e poi cosa le piacerebbe fare da grande. Da grande è un tempo che non ha tempo, un tempo a venire che oggi ha la dimensione di un sogno e ragazzina lo sa bene, perché anche lei sogna ad occhi aperti, proprio come fa sua madre. Un sogno concreto, ma si realizzerà mai? – è quello di avere una stanza tutta per sé, una stanza dove poter studiare e leggere lontano dagli sguardi dei genitori. Anche se sul tavolo della cucina, in effetti si sta bene. L’unica scocciatura è quella di dover raccogliere tutti i libri una volta finiti i compiti e apparecchiare, riempire la bottiglia con l’acqua del rubinetto e poi una bustina di idrolitina, tagliare il pane e girare il sugo nella pentola. In verità a ragazzina piace stare in cucina ad aiutare sua madre. Quando un giorno avrà non solo una stanza tutta per sé, ma anche una casa tutta sua, molto spesso si siederà al tavolo della cucina per leggere, scrivere e studiare. E in un giorno di fine inverno vedrà una camelia rossa che assomiglia a una gardenia fare capolino, solitaria, su un ramo già gemmato. E la raccoglierà e ricorderà l’altra cucina, il gatto addormentato, il fuoco acceso e la giacca nuova di sua madre, proprio quella giacca che ora è appesa nel suo armadio. È questo il segreto del tempo, tessere con la memoria una camelia rossa, una ragazzina che corre, una ragazzina che studia, un gatto che dorme, una nuvola che diventa pioggia, il vento che osserva tutto e scompiglia la carta e i rami.

Oggi è lunedì 21 febbraio dell’anno dove forse ci sarà Carnevale e questa Cronaca 715 se ne sta proprio come un gatto addormentato.

giovedì 17 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/711. Sentire il mondo con la gioia dell’essere bambini

 

 


 

Il paese dell’infanzia è un luogo fatto di luoghi, di profumi, di sapori. È un luogo di immagini, di sole, un luogo dove i genitori sono eternamente giovani, ci sono ancora i nonni e noi siamo solo bambini che corrono dentro e fuori dall’acqua in una giornata calda di agosto. Ma il paese dell’infanzia è anche un luogo di nebbia bassa, di cielo bianco, di un inverno infinito segnato dalle sirene delle fabbriche, dai giorni di scuola a guardare fuori dalla finestra e a vedere solo le cime degli alberi spogli e la pioggia che cade e cade.

Il paese dell’infanzia è un luogo nel cuore e nella memoria che coincidono in noi, anche se non tutti hanno questo desiderio di ritornare, forse perché non tutti hanno un tempo mitico dove le radici hanno fatto presa nella realtà e nel mondo e hanno dato all’albero dell’immaginazione il modo per crescere e potersi ripiegare su se stesso e nutrirsi della linfa della nostalgia e agitarsi al vento della memoria.

 

 

Dove affondano le radici del tempo

 

 

È un albero che ha radici

nel tempo, un albero fatto

di immagini, un albero dove

i sogni stanno appesi come

frutti maturi. Possiamo

sentire le radici, possiamo

immaginare il mondo

sotterraneo che le nutre.

Così come sentiamo che

soffia il vento del tempo

presente  e che ogni

istante scivola dalla corteccia

giù sino al terreno e cerca

dove fermarsi, cerca un modo

per tornare nel visibile se

la memoria ci avrà fatto

la grazia, se continueremo

a sentire il mondo con la gioia

dell’essere bambini.

 

 

Sto ferma sotto all’albero, sento le radici, le vedo affiorare, la linfa scorre veloce da loro al tronco, ai rami ancora spogli, alle gemme che iniziano a spingere. Oggi è giovedì 17 febbraio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 711 se ne sta meditabonda quanto me ad accarezzare il muschio sul tronco dell’albero.

lunedì 7 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/701. Il manto della prima neve le foglie degli alberi, così ci appare la carta

 


 

Riprendo il filo del discorso di ieri sulla carta, gli alberi e la luce. Lo riprendo perché ho iniziato a rileggere un piccolo libro prezioso di Junichiro Tanizaki, il Libro d’ombra:

“La carta, dicono, è invenzione cinese. Io posso dire soltanto che la carta occidentale altro non mi trasmette che l’impulso a usarla; se, invece, mi chino a osservare una carta cinese, o giapponese, a poco a poco mi sento invaso dalla quiete e dal tepore. La bianchezza stessa è diversa. Se la carta occidentale sembra respingere la luce, quella cinese, o giapponese, la beve lentamente, e la sua morbida superficie è simile al manto della prima neve. È una carta cedevole al tatto, e che si lascia piegare senza rumore. È placida, delicata, leggermente umida. Somiglia alle foglie degli alberi”.

Mi piace molto questo approccio sensoriale alla carta. Alla sua bianchezza, alla sua capacità di offrirsi alla luce, al suo silenzio.

 

Dal mondo dell’immaginazione a quello della carta

 

Tace la carta, tace quasi

sempre, tace se noi non

la stropicciamo tra le dita,

tace quando la lasciamo

intonsa, senza figure e

senza parole. Tace la carta

ma ci ascolta nel suo

silenzio millenario e nelle

molte forme in cui l’abbiamo

plasmata ci attrae a compiere

quel gesto della mano, a

impugnare una penna o

una matita e a consegnarle

immagini e versi che smettono

di essere solo nostri, che

smettono di esistere nel

mondo invisibile della

nostra immaginazione.

 

 

Dopo avere scritto questa breve poesia mi soffermo ad accarezzare il libro di Tanizaki, il quaderno su cui sto prendendo appunti e poi annuso i fogli, anche gli odori sono molto diversi. Questa Cronaca 701 di lunedì 7 febbraio del terzo anno senza Carnevale ne è incantata e ancora non ha deciso quale preferisce

domenica 30 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/693. Una domenica pomeriggio navigare nella solitudine dei fiumi

 

 


In ogni città c’è una città sommersa, invisibile agli occhi, ma che risuona sotto i nostri passi. Una città d’acqua e di ricordi, dove i vecchi Navigli e i fiumi Lambro, Olona e Seveso continuano a scorrere sotto il cielo e non sono stati interrati da noi umani. Soffocano e gridano i fiumi che non scorrono sotto il cielo, possiamo ascoltarli, maledirli quando esondano, rimpiangerli, ma nulla di concreto. Possiamo però lasciar correre la nostra immaginazione e salire su di una barchetta a remi e lasciarci trasportare nella città antica come coraggiosi esploratori. Vedremmo i bambini giocare sulle rive, saltare fino al cielo, rincorrersi e pensare al mondo per poterlo cambiare con la forza del gioco. Forse attraverseremmo territori sconosciuti, sfuggiti ai racconti e scopriremmo pitture rupestri sotto strati di muschio e licheni. Sarebbe il nostro un pomeriggio millenario e anche le ossa sepolte nell’argilla avrebbero un sussulto e cercherebbero una strada verso il sole. Non conosceremmo il buio di quella terra, perché prima che la notte scenda ci fermeremmo a fare la legna e poi entreremmo nella prima casa a destra, dopo l’ansa del fiume. Conosceremmo così anche quel silenzio primordiale che è l’origine di tutti i silenzi, il silenzio del tempo dove le lingue non erano che mugolii e anche le api erano più espressive di un essere umano. Passata la notte potremmo riprendere la nostra navigazione per tornare sui nostri passi, anche se sul pelo dell’acqua non sono rimaste impronte ma solo la memoria fugace delle nostre mani che l’hanno solcata.

 

 

 

La memoria o il lampo

 

In questo pomeriggio senza

tempo, scopriremo che

non vi è nessuna differenza

tra la pietra e il sogno. Perché

entrambi arrivano da un tempo

che non abbiamo conosciuto,

entrambi sfruttano il silenzio

per mettere a tacere le nostre

proteste. Perché abbiamo

imparato che le parole possono

essere una trappola o nostre

prigioniere, dipende da quanto

il sogno abbia parlato la lingua

della verità e quanto quella della

fuga. Non potremo comunque

levarci verso il cielo, anche in

questo sogno d’acqua e ossa,

dovremo accettare la gravità

che ci inchioda alla terra e mola

le parole ancora più di quanto

non faccia con i nostri volti e

le nostre mani. Potremo solo

condividere la nostra solitudine

e tesserla come fa il ragno con

la sua tela, non sapendo se

sarà la memoria o il lampo

a restare intrappolato.

 

 

Oggi, domenica 30 gennaio del terzo anno senza Carnevale, Milano era avvolta in un precoce mantello di primavera, camminare a lungo nel pomeriggio è stata una grazia e non so perché a un certo punto ho iniziato a sentire la voce dei fiumi, ma l’ho sentita e l’ho raccontato a questa Cronaca 693 che ha preso la sua barca ed è andata a vedere.

sabato 29 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/692. Come cantare lo stesso canto della mia città

 


 

Quali sono le cose che rendono ogni giornata una giornata felice? Di sicuro il sole, quando intiepidisce l’aria, mi chiama a sedermi su una panchina fuori dalla biblioteca e si offre al mio viso e io faccio lo stesso. Mi sono fermata a lungo, sino a quando la luce e il calore non hanno iniziato a farmi girare la testa e allora, piano, mi sono spostata verso una zona d’ombra e sulla soglia dell’ingresso ho sentito risuonare i passi degli operai che entravano a lavorare alla De Angeli–Frua, fabbrica tessile andata distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale. È tutta una stratificazione di ricordi quest’area vicino a casa, dove c’era anche un bosco spontaneo sorto sulle rovine della fabbrica e che venne quasi completamente tagliato durante un tentativo di speculazione edilizia, di cui ho già scritto, nell’agosto del 1991. Ma sono così tante le tracce del passato in questo quartiere che non mi stanco mai di andare a cercare particolari che non conoscevo sui libri e su internet. Oggi sembrava proprio primavera, l’aria era sottile e immaginavo di sentirci profumi che ancora non ci sono. Una fervida immaginazione rende una giornata qualunque una giornata felice. Sono passata apposta davanti al panettiere solo per poter respirare l’aroma del pane appena sfornato e dal fruttivendolo per catturare con le narici quello dei molti agrumi esposti sul bancone. Ho fatto anche un esercizio che non riesco mai a finire, cioè riuscire a ricordarmi tutti i negozi che si sono succeduti in via Marghera, una delle vie più belle di Milano, ma non ci riesco quasi mai, anche se ricordo quanto era piacevole questa zona della città, metà borgo antico e metà quartiere elegante, quando ho iniziato a frequentarlo negli anni delle scuole superiori. Intorno alla scuola Novaro-Ferrucci e alle rovine della fabbrica ci ho camminato così tante volte che i miei passi potrebbero avere contribuito a incidere il selciato. Così come i miei sguardi che non si fermano mai e continuano a interrogare i palazzi e le finestre alla ricerca di storie nuove da raccontare o raccontare di nuovo perché nessuno le ricorda più. Amo molto gli scrittori che si identificano, almeno in parte, con la città in cui vivono, a volte da quando ci sono nati, come Paul Auster e New York, Fernando Pessoa e Lisbona, Virginia Woolf e Londra, giusto per citarne alcuni. Anche Milano è stata molto raccontata nel corso del tempo da numerosi scrittori che l’hanno anche solo visitata nel giro di pochi giorni. Ho raccolto un’infinità di citazioni e testimonianze per il romanzo che ho appena finito di scrivere e mi piace andare a rileggere di quella Milano antica che nessuno vedrà mai più. Una giornata felice è anche quando scopro le tracce di altri scrittori per le vie che più amo e mi piace questa convivenza immaginaria con loro e la mia città, anche se spesso i palazzi dove hanno vissuto non esistono più.

 

 

 

Il canto di Milano

 

È forse questo il segreto

della parola, custodire

per noi quella luce e

quei volti che non abbiamo

mai veduto ma che possiamo

ricordare come se fossero

nostri, come se il tempo

fosse solo un luogo che

ci appartiene e cui apparteniamo

anche se non lo sappiamo, anche

se non lo vogliamo. Per tutti

quelli che l’hanno amata, per

quelli che la vivono senza

amarla, per tutto il passato

e per questo presente, per

tutta questa vita intorno e

dentro di me, io canto questo

tuo stesso canto, mia amata

Milano, la mia città, il mio

posto nel mondo.

 

 

E così, su queste note amorose è trascorso questo sabato 29 gennaio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 692 è molto orgogliosa di essere milanese e io con lei.