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domenica 5 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/119: avremo scritto il nostro sogno, avremo sognato il nostro scrivere


Viviamo di impressioni e ricordi, ricordiamo quel che ci ha impressionato, così la vita è la trama quotidiana degli istanti vissuti, di quelli ricordati, di quelli immaginati. Questa tessitura non è fine a se stessa perché fino a che le immagini, tutte le immagini, non entrano nell'arazzo di cui le parole sono ordito, non abbiamo un quadro coerente che dia senso al nostro vissuto.

Conveniamo su questo sistema che dà forma e senso al mondo e ciascuno porta un frammento, una citazione, una poesia che possano rendere memorabile la nostra domenica d’estate. Il mattino è passato tra passeggiate, corse in riva al mare, nuotate e giochi con la palla, dove i bambini che siamo stati hanno preso il sopravvento e, liberi, hanno giocato.
Ora che è pomeriggio, la brezza marina ha cullato la nostra siesta e reso dolce il risveglio. Sulla tavola in veranda brocche di acqua fresca con limone e menta, ciotole piene di ghiaccio su cui riposano ciotole più piccole colme di cubetti di melone, anguria, pesca e fragole. Le albicocche e le ciliegie sono scampate alle manie geometriche della regina e tutto l’insieme dei colori, i rossi, i gialli, gli arancioni, rendono giustizia all’estate e al sistema solare nel quale rotoliamo, grati delle stagioni, di questa stagione, soprattutto.

La prima lettura è un frammento di Albert Camus:


“Fiotti di sole caduti dal sommo del cielo rimbalzano brutalmente sulla campagna intorno a noi. Tutto tace davanti a questo tumulto e il Lubéron, laggiù, è soltanto un enorme blocco di silenzio che io ascolto senza tregua. Tendo l'orecchio, di lontano corrono verso di me, mi chiamano invisibili amici, la mia gioia aumenta, la stessa di molti anni fa. Un felice enigma mi aiuta di nuovo a capire tutto. Dove sta l'assurdità del mondo? È questo splendore o il ricordo della sua assenza?”


Lo splendore dell’assenza, lo splendore del ricordo, ritorniamo sempre nei luoghi che ci hanno segnato anche solo scrivendo una poesia. Ma qui, oggi, vi porto una voce nuova che ancora non ho ospitato nelle Cronache ma che sta nel mio piccolo Olimpo della poesia contemporanea, ed è la voce di Camilla Miglio.


Bassa marea

La linea dei pini
ci ha cavati dall'onda abolita,
e intanto la diomedea tace
mimando la Murgia, non più marina.
L’altopiano è quasi una faglia
spartita tra grano e zolle
mentre
l’eucalipto sorprende
un pianto, lo raccoglie
sognandosi in rosa di salice.
Il canale del vento
s’incide nella ruga dei mulini
di un paese
che non conosce acqua
ma nel tempo è una fonte.


La fanciulla divina è tornata dalla madre nel colmo della stagione. Per questo la madre concede alla terra di darci tutti questi frutti. Perché la madre non può stare senza la figlia? Qual è la storia dietro la storia?


Kore

Sguardo di rondine
dal ramo.
Vestita di lino, bianca,
ma senza Demetra.
Arde dentro, il corpo
ma freddo risplende.

Fuori c’è il mare di Otranto.


Al quel mare torna la fanciulla che pensa al principe rinchiuso a forgiare nel sottosuolo.



Al principe dei gigli (da Goethe)


In mille forme potrai pure nasconderti
di tutti mio più amato, ti riconosco subito.

Vestiti pure col vento e con l’anello
in tutto tu presente, ti riconosco subito.

Nello slancio disperato del cipresso
tutto azzurro sei cresciuto, ti riconosco subito.

Nel continuo ondeggiare del mio mare
tutta roccia sgranata, e io ti riconosco.

Nella marea che sale e poi dilaga
tutto movimento in un riflesso, e io ti riconosco.

Se la nube prende forma e poi la perde
tutto orma sei nel labirinto, e io ti riconosco.

Sul tappeto fiorito del tuo dono,
tutto danza di stella, io ti riconosco.

E se con mille braccia l’edera dirama
tutti accogli tu, e per questo ti conosco.

Quando sul monte s’illumina il mattino
tutto saluti tu, e io ti saluto ancora.

E quando su di me s’inarca il cielo,
tutto tu attraversi, e poi io ti respiro.

Quello che apprendono i miei sensi dentro e fuori
tutto racconti a me, e da te l’apprendo io.

E quando dell’anima pronuncio i cento nomi,
in tutti segue in eco il nome tuo.


Il misterioso architetto legge poi una poesia che lo riporta nelle sue terre d’oltremare e mitiga la nostalgia.


L’art des femmes berbères

Ti offro il mio tappeto dell’Antiatlante rosso,
geometrica neolitica figura per vasi
cotti chiari e scuri, per tappeti, per tessuti,

identici a quelli di Gnathia.

Una lunga strada di migrazioni
avanti e indietro nel Mare di Mezzo
migliaia di anni di mano in mano
affidata a dita che maneggiano
fili, colori con fiori pestati,
segrete miscele di cardamomo
e zafferano, rosa del deserto
e lapislazzulo, azzurrissimo,
per tessere copricapo sottili
all'uomo dagli occhi lunghi tuo sposo:
Potrebbe essere greco o marocchino
Levante in occidente, Atlante in Tesprozia.

Tutto è vero nel grande
castello di Atlante

che è il mio tappeto.


Il tappeto di Camilla è intessuto di parole e narrazioni sognate prima ancora che scritte.


Lancio di dadi sull’acqua

C’era una tavola come apparecchiata, ma per terra.
Parevano scodelle quei fogli scritti e fitti
mezzo strappati da una tovaglia di carta –

“Avremo scritto il nostro sogno, avremo sognato il nostro scrivere”

C’erano come dadi sulle carte sgranate,
ma erano i ciottoli del Mar Nero
improvvisamente lanciati sulle nostre vite –

“Abbiamo seminato? Fiori. Raccoglieremo? Fogli”
“Avremo raccolto ancora ciottoli, ma chi potrà crederci”

Sulla carta apparecchiata
quasi una mappa confusa
tra pesci pane e un ricordo di vino.

C’era stata una fiamma, e intorno una tavola
come apparecchiata sullo scoglio
cancellata dalla sabbia e solo dopo secoli riemersa
sul fondo di un fiume essiccato.

Eravamo morti da tempo
e si parlava nel vento

“Vorrei rinascere per amarti in qualche forma”
“Ma tu lo sai, avremmo forme strane e imperscrutabili –”

“In mille forme potrai pure nasconderti, ti riconosco subito”
“In mille forme, e ancora ti respiro”
la brezza aveva spento ogni lume,
e non avremmo saputo più dire
se eravamo ancora anime antiche
o forse bambini con piedi piccoli
nelle pozze dello scoglio,
attenti a non farci ferire
dai granchi e dal vetro.



Dopo le letture abbiamo ripreso a camminare sulla spiaggia e ho visto le impronte di quei piccoli piedi accanto a una pozza dove due granchi sonnecchiavano.

Camilla è qui con noi, anche se sta scrivendo un nuovo libro, una forza della natura, una grande madre, una voce poetica che attinge alla grande poesia tedesca, alla Grecia e alla sua lingua antica, al mare che bagna la Puglia, all'amore per le persone e per i libri. Lei è l’estate incarnata, la dea dei frutti, la dea della stagione più lunga e colorata.




Tutte le poesie di questa Cronaca 119 sono di Camilla Miglio, poetessa, germanista, traduttrice e studiosa di Paul Celan e Ingeborg Bachmann.
L’art des femmes berbères è inedita e appartiene alla raccolta Stagioni di Kore, che spero Camilla vorrà pubblicare quest’anno.
Le altre poesie sono tratte dal volume Maree, Atì editore 2010

La citazione di Albert Camus è tratta da L'enigma in L'estate. Opere - Romanzi, racconti, saggi a cura e con introduzione di Roger Grenier, traduzione di Sergio Morando, Classici Bompiani 1988

venerdì 19 giugno 2020

Cercavo con lo sguardo l’isola d’Elba, e apparvero altre isole

Io per venire a Manarola avevo preso la via dell’Amore. Unica via di terra che collega il paese a Riomaggiore. Un sentiero scavato nella roccia a picco sul mare, che attraversa le colline coltivate a vite. Ti viene voglia di accarezzarla questa natura, fino alle pendici che si adagiano nell'acqua. Eravamo alla fine della primavera. Nell'ora in cui la luce non è ancora diventata densa. Fui assalito da altre immagini. Il guscio d’oro di Palermo, dove il sole sa riposare tutto il giorno come un fiore in un vaso. Djemila, dove regna un silenzio pesante e senza incrinature, con quella donna che corre, come in una novella di Camus, verso la notte stellata che le restituirà finalmente la pace. Ronda, la montanara andalusa aggrappata al cielo, che seppe guarire la nevrastenia di Rainer Maria Rilke. Il golfo azzurro di Salamina, quando lo scopriamo dal monumento di Filopapos, tra colline pelate e una piana ciottolosa. Cercavo con lo sguardo l’isola d’Elba, e apparvero altre isole. Il vulcano di Santorini, che sorge da un mare di trasparenza cristallina. Il capo Sounion e la minuscola Psara, spazzata dalla polvere e dai venti, Simi, l’isola delle spugne, abbarbicata al monte Siglos. Quella terra italiana di colpo mi parlava greco. Forse perché in Grecia, come ha scritto Jean Grenier, c’è “un’amicizia tra il minerale e l’uomo”, e il Mediterraneo non è altro che un appello alla riconciliazione."




Jean-Claude Izzo 
Aglio, menta e basilico
traduzione di Gaia Panfili
e/o 2012

mercoledì 10 giugno 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/94: bisogna essere lenti, amare le soste per guardare il cammino fatto


Sono tornata alla Casa delle Sorelle sulla spiaggia, in veranda c’è solo il ragazzo che sta leggendo un libro che conosco.

  
"Pensiero meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integrismi della terra (in primis quello dell'economia e dello sviluppo), quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l'altro diventa difficile e vera. Il pensiero meridiano infatti è nato proprio nel Mediterraneo, sulle coste della Grecia, con l'apertura della cultura greca ai discorsi in contrasto, ai dissoi logoi".

(…)

Bisogna essere lenti come un vecchio treno di campagna e di contadine vestite di nero, come chi va a piedi e vede aprirsi magicamente il mondo, perché andare a piedi è sfogliare il libro e invece correre è guardarne solo la copertina. Bisogna essere lenti, amare le soste per guardare il cammino fatto, sentire la stanchezza conquistare come una malinconia le membra, invidiare l'anarchia dolce di chi inventa di momento in momento la strada.
Bisogna imparare a star da sé e aspettare in silenzio, ogni tanto essere felici di avere in tasca soltanto le mani. Andare lenti è incontrare cani senza travolgerli, è dare i nomi agli alberi, agli angoli, ai pali della luce, è trovare una panchina, è portarsi dentro i propri pensieri lasciandoli affiorare a seconda della strada, bolle che salgono a galla e che quando son forti scoppiano e vanno a confondersi al cielo. È suscitare un pensiero involontario e non progettante, non il risultato dello scopo e della volontà, ma il pensiero necessario, quello che viene su da solo, da un accordo tra mente e mondo."

Questo libro è sempre stato una grande fonte di ispirazione per me, il ragazzo mi mostra, senza parlare, i brani che ha sottolineato e che, a mia volta, copio per portarli in questa Cronaca.

Quando ho finito, mi fa cenno di entrare in casa e io lo seguo senza chiedere nulla.

Le tre sorelle sono intente a scrivere ognuna sotto una diversa finestra e non fanno cenno di voltarsi e salutare. Forse, anche per questo motivo, non mi accorgo che nell’ampio sofà davanti al camino spento, c’è un uomo dagli abiti di foggia orientale che ha in mano quel taccuino rosso.

- Buongiorno cara narratrice, bene arrivata! È lui a salutarmi per primo e io non posso fare altro che rispondere.

- Buongiorno architetto o come devo chiamarla?

- Architetto va bene, qui nessuno usa i nomi della terra di là. Vedo che ti piace proprio intrufolarti nelle case altrui. Ho giusto finito di copiare una poesia per te e stavo per tornare nella mia nuova casa, nella “tua” Casa delle Stelle, ma visto che sei qui puoi leggere davanti a me…

- Se è proprio necessario…

Mi porge il taccuino già aperto e io leggo la poesia che ha scelto per me.



Mattutino


Non solamente il sole ma la terra
stessa splende, fuoco bianco
che balza dalle montagne vistose
e la strada piatta
tremolante di primo mattino: è questo
solo per noi, per provocare
una risposta, o sei anche tu commosso, incapace
di controllarti
in presenza della terra? … Mi vergogno
di quello che pensavo tu fossi,
distante da noi, considerandoci
un esperimento: è
cosa amara essere
l’animale sostituibile,
cosa amara. Caro amico,
caro compagno tremante, cosa
ti sorprende di più in quel che provi,
il bagliore della terra o il tuo stesso piacere?
Per me, sempre
il piacere è la sorpresa.


- Non so perché tu abbia deciso di comunicare con me attraverso la poesia, ma sono molto curioso e vorrei scoprirlo. Accompagnami a casa, così ci diciamo.

Usciamo insieme, la giornata è ancora splendida.

Camminiamo allo stesso passo, vedo in lontananza i lupi che corrono e giocano, le aquile che custodiscono il cielo e le tigri alla foce del fiume.

Il re con la regina sta passeggiando nel Giardino delle Rose, il poeta li osserva poco distante.

La sacerdotessa e il sapiente guerriero stanno osservando con il solito cannocchiale uno spicchio di cielo in cui si intravede la luna calante.

Ogni cosa è al suo posto qui, ai piedi delle Montagne della Nebbia.

Cammino con l’architetto, con il suo stesso passo, respiro la sua stessa aria, sto bene.

La gioia mi sorprende dopo poche decine di passi. C’è qualcosa in questa giornata che fa presagire una svolta, una nuova forma del pensiero.

Con quale poesia potrò rispondere alla sua poesia? Perché le sorelle non si sono nemmeno girate a salutare?

Domani tornerò nella loro casa, qualcosa, di sicuro accadrà.



Mattutino è una poesia di Louise Glück, tratta dalla raccolta L’iris selvatico (Giano 2003)


Matins

Not the sun merely but the earth
itself shines, white fire
leaping from the showy mountains
and the flat road
shimmering in early morning: is this
for us only, to induce
response, or are you
stirred also, helpless
to control yourself
in earth’s presence – I am ashamed
at what I thought you were,
distant from us, regarding us
as an experiment: it is
a bitter thing to be
the disposable animal,
a bitter thing. Dear friend,
dear trembling partner, what
surprises you most in what you feel,
earth’s radiance or your own delight?
For me, always
the delight is the surprise.


La prima citazione è un frammento da un libro imperdibile: Il pensiero meridiano di Franco Cassano. Laterza editore 1996

venerdì 30 agosto 2019

La città delle estati e l'inverno dei volti

Con animo furente hai navigato lontano dalla casa paterna, varcando le doppie rocce del mare, e abiti una terra straniera.
Medea 

Da cinque giorni la pioggia colava senza tregua su Algeri, aveva finito per inzuppare persino il mare. Dall'alto d’un cielo che sembrava inesauribile s’abbattevano sul golfo incessanti acquazzoni, tanto spessi da diventare vischiosi. Nella baia senza contorni, il mare si gonfiava grigio e molle come una grande spugna. Ma la superficie delle acque sembrava quasi immobile sotto la pioggia costante. Solo di tanto in tanto un largo moto impercettibile sollevava sul mare un vapore torbido che veniva ad approdare al porto, sotto la cinta dei viali inzuppati. Anche la città, con tutti i suoi muri bianchi gocciolanti d’umidità, esalava un vapore che veniva incontro al primo. Da qualunque parte ci si voltasse, sembrava che si respirasse acqua: l’aria insomma si beveva. Io camminavo di fronte al mare affogato; aspettavo, in quell'Algeri decembrina che per me rimaneva la città delle estati. Ero fuggito dalla notte d’Europa, dall'inverno dei volti. Ma anche la città delle estati s’era vuotata delle sue risa e mi offriva solo schiene curve e lucenti. La sera, nei caffè violentemente illuminati in cui mi rifugiavo, leggevo la mia età su visi che riconoscevo senza poter dar loro un nome. Sapevo soltanto che erano stati giovani con me e non lo erano più.



Albert Camus
L'estate e altri saggi solari 
Ritorno a Tipasa
in Saggi letterari
traduzione di C. Pastura, S. Perrella, S. Morando, E. Capriolo
Bompiani 1966

mercoledì 28 agosto 2019

Una geografia delle felicità possibili

Non so cos'ero venuto a cercare a Santa Cruz, quel giorno. Ma quello che trovai lì mi andò bene. La quiete. Forse perché mi era bastato chiudere gli occhi perché il paesaggio mi entrasse dentro fino a diventare mio. Allora ho capito che sarebbe rimasto in me ovunque fossi andato. Ho capito dopo, in altri porti, in altre città di questo Mediterraneo, che sarebbe stato sempre così. Che quello che avevo scoperto non era il Mediterraneo preconfezionato che ci vendono i mercanti di viaggi e di sogni facili. Quello che offriva, che mi offriva il mare non era nient’altro che una felicità possibile. Di sicuro, anche altrove sarebbe stato sempre così. E così, nel corso degli anni, mi sono creato una geografia delle felicità possibili. In questa geografia rientra Biblo. Yazid, un pescatore incontrato al porticciolo, mi aveva raccontato la leggenda di Adone. Una leggenda fenicia. Il primo giorno di primavera, Adone morì alle sorgenti del fiume che oggi porta il suo nome, fra le braccia di Astarte. Il suo sangue fece nascere gli anemoni e tinse di rosso il fiume dalle acque ferruginose. Allora le lacrime di Astarte caddero a pioggia sulla natura al risveglio, e ridiedero vita all'amante. Un tempio ai piedi della grotta di Afqua, innalzato dai fenici, le rende omaggio. Ero venuto a vedere proprio quel tempio. Un tempio dell’amore. Della fedeltà. Ero solo.

Jean-Claude Izzo 
Aglio, menta e basilico
traduzione di Gaia Panfili
e/o 2012

martedì 27 agosto 2019

le città del Mediterraneo

Di ritorno dal Cairo, Flaubert scrisse a un amico: “Ho acquisito la certezza che le cose previste accadono di rado”. Nelle città del Mediterraneo è spesso così. Non trovi mai davvero quello che eri venuto a cercare. Forse perché questo mare, i porti che ha generato, le isole che culla, le linee e le forme delle sue rive rendono la verità inseparabile dalla felicità. L’ebbrezza stessa della luce non fa che esaltare lo spirito di contemplazione. L’ho scoperto a casa mia, a Marsiglia. Vicino alla baia des Singes, ben oltre il porticciolo di Les Goudes, all'estremità orientale della città. Ore e ore a guardar passare nello stretto di Les Croisettes le barche di ritorno dalla pesca. È qui, e in nessun altro posto, che queste mi sembrano, mi sembreranno sempre le più belle. Ore e ore ad attendere quel momento, più magico di qualsiasi altro, in cui un cargo entrerà nella luce del sole al tramonto sul mare e vi scomparirà per una frazione di secondo. Il tempo di credere che tutto è possibile. Qui non pensiamo. Dopo. Soltanto dopo pensiamo a tutte le ore della vita in cui avremmo dovuto imparare, e a quelle in cui avremmo dovuto dimenticare. Certo, è raro che un’intera vita possa trascorrere così, nella contemplazione.


Jean-Claude Izzo 
Aglio, menta e basilico
traduzione di Gaia Panfili
e/o 2012

lunedì 18 luglio 2016

Ma una luce tutta greca continua sottilmente ad avvolgere le cose

Siamo ad Alessandria, ma potrebbe trattarsi, d'altro canto, del Pireo, di Marsiglia, di Algeri, di Barcellona, di qualsiasi altra grande città mediterranea. A parte il colore del cielo, non siamo poi così lontani dalla Parigi di Utrillo; una camera fa pensare alle abitazioni di Van Gogh, alle loro sedie impagliate, ai loro vasi di porcellana gialla, ai loro muri luminosi e nudi. Ma una luce tutta greca continua sottilmente ad avvolgere le cose: leggerezza dell'aria, nitidezza del giorno, abbronzatura sulla pelle umana, salsedine incorruttibile che preserva anche da una totale dissoluzione i personaggi del Satyricon, il capolavoro greco in lingua latina.

Marguerite Yourcenar
Con beneficio d'inventario
traduzione di Fabrizio Ascari
Bompiani 1985

lunedì 11 aprile 2016

sul filo fra i mandorli in fiore

In un porto del Mediterraneo

Io non so cosa sia più importante: 

          la dolcezza speziata del caffè amaro
mescolata al gusto della prima sigaretta del mattino
          o l'odor di pesce e barche verniciate di fresco.
I vestiti sbiaditi sul filo fra i mandorli in fiore
          o i monti che li mettono in risalto...

No, nulla di ciò, ma tutte queste cose insieme
          rivelano che ho trascurato qualcosa

e che la sua presenza mi tormenterà per il resto della vita
              perché l'ho ignorato mentre era qui.


Henrik Nordbrandt
Il nostro amore è come Bisanzio
traduzione di Bruno Berni
Donzelli editore 2000

sabato 26 aprile 2014

Il Mediterraneo e le sue parole


Il discorso sul Mediterraneo ha sofferto della sua stessa verbosità: i profumi e i colori; i venti e le onde; le spiagge sabbiose e le isole fortunate; le ragazze precocemente maturate e le vedove avvolte nel nero; i porti, le barche e i richiami delle coste sconosciute, le navigazioni, i naufragi e i racconti che si tramandano sulle une e sugli altri; l'arancio, il mirto e l'ulivo, le palme, i pini e i cipressi; lo sfarzo e la miseria; la realtà e l'illusione, la vita e il sogno.

Predrag Matvejevic
Mediterraneo. Un nuovo breviario
Garzanti 1991


martedì 6 agosto 2013

Sono nata per vagare, senza riposo


Mediterraneo
Sono nata per vagare, senza riposo
In vesti cerulee sfrangiate di bianco
Che roteano sotto uccelli di mare a cui ho insegnato
    le grida,
Napoli e natiche, con lunghe alghe per capelli,
Viaggiatore che sul mio petto sollevo
Oltre il sapere mortale, la nostra vita un lungo sonno
Finché ci si sveglia a Itaca sotto le lunghe lance
    del sole.


Derek Walcott

Odissea. Una versione teatrale
a cura di Matteo Campagnoli
Crocetti Editore 2006

martedì 4 giugno 2013

L'ebbrezza della luce

Di ritorno dal Cairo, Flaubert scrisse a un amico: "Ho acquisito la certezza che le cose previste accadono di rado". 
Nelle città del Mediterraneo è spesso così. Non trovi mai davvero quello che eri venuto a cercare. Forse perché questo mare, i porti che ha generato, le isole che culla, le linee e le forme delle sue rive rendono la verità inseparabile dalla felicità. L'ebbrezza stessa della luce non fa che esaltare lo spirito di contemplazione.
L'ho scoperto a casa mia, A Marsiglia. Vicino alla baia des Singes, ben oltre il porticciolo di Les Goudes, all'estremità orientale della città. Ore e ore a guardar passare nello stretto di Les Croisettes le barche di ritorno dalla pesca. È qui, e in nessun altro posto, che queste mi sembrano, mi sembreranno sempre le più belle. Ore e ore ad attendere quel momento, più magico di qualsiasi altro, in cui un cargo entrerà nella luce del sole al tramonto e vi scomparirà per una frazione di secondo. Il tempo di pensare che tutto è possibile.

Jean-Claude Izzo
Aglio, menta e basilico.
Marsiglia, il noir e il Mediterraneo
(Mediterraneo delle felicità possibili/1)
traduzione di Gaia Panfili
edizioni e/o 2006


domenica 2 settembre 2012

Trarre la forma da disarmonie intenzionali


Dal piccolo porto di Collioure, un pezzo di Catalogna in terra francese, André Derain scrive nell'estate del 1905 all'amico Maurice Vlaminck, con il quale condivideva dall'inizio del nuovo secolo un atelier a Chatou, dell'esperienza affascinante che va facendo in quei mesi a fianco di Matisse, sotto la luce calda e zenitale di quel meridione d' Europa: scrive della "luce bionda, dorata, che sopprime le ombre"; del suo quotidiano "sfacchinare seriamente e con tutta l'anima" attorno a una trentina di studi, tutti rigorosamente condotti all'aria aperta, in cerca di "quelle cose che traggono la loro forma da disarmonie intenzionali"; e di quanto, infine, quell' aria tersa che respira, quel mondo diverso che ora conosce, fatto di pini e di olivi, di mare e di cieli inondati dal sole, imprimano un corso nuovo alla sua pittura: così che, dice, "la mia guarigione data solo da oggi".

Fabrizio D'Amico
in un articolo dedicato alla mostra
di Derain e Matisse a Torino
Repubblica 8 febbraio 1999