IL SUD
martedì 31 dicembre 2024
forse son queste cose la poesia
mercoledì 8 novembre 2023
La pace delle cose selvagge
La pace delle cose selvatiche
Quando mi sale la disperazione del mondo
e mi sveglio di notte al minimo rumore
per paura di come sarà la vita mia e dei miei figli,
vado a sdraiarmi dove il germano silvestre
si posa splendido sull’acqua e il grande airone mangia.
Entro nella pace delle cose selvatiche
che non si affliggono la vita con presagi
di dolore. Entro al cospetto dell'acqua calma.
E sento sopra di me le stelle cieche di giorno
in attesa con la loro luce. Per un po'
riposo nella grazia del mondo e sono libero.
Wendell Berry
Perché l'amore tocchi terra
traduzione e cura di Riccardo Duranti
fotografie di Alessandro Ciaffoni
Lindau 2022
The Peace of Wild Things
When despair for the world grows in me
and I wake in the night at the least sound
in fear of what my life and my children’s lives may be,
I go and lie down where the wood drake
rests in his beauty on the water, and the great heron feeds.
I come into the peace of wild things
who do not tax their lives with forethought
of grief. I come into the presence of still water.
And I feel above me the day-blind stars
waiting with their light. For a time
I rest in the grace of the world, and am free.
lunedì 13 giugno 2022
Cronache dagli anni senza Carnevale/827. La più bella estate è quella che sta arrivando
Viaggio
sempre con almeno tre libri e per questa breve vacanza abruzzese, uno dei tre è
La più bella estate. Storie di una
stagione in cui tutto è possibile (Einaudi 2022) di Federico Pace che già
mi piaceva per i suoi libri precedenti e con questo si conferma come un
cantastorie di pregio. Lui ha questa capacità di infilarsi nelle pieghe della
Storia, delle vite di personaggi eminenti e di tirare fuori sempre qualcosa di
importante, di unico, un’epifania che illumina quella vita e quella persona e
ce la presente nella sua umanità e ricchezza e paura e gioia.
Questo
è l’incipit del libro che mi ha tenuto compagnia in spiaggia almeno per oggi:
La persistenza del desiderio
Dalla finestra si vedono le chiome degli alti pini, poi alcuni scogli e infine il mare. Sono i primi giorni d’estate. Dagli inneschi luminosi fino al dissolversi autunnale, il tempo della sua evoluzione si ripete ogni anno. Nel suo svolgersi pare accadere ogni cosa. Le stelle cadenti, il volo fragile delle farfalle, l’apparire ad altezze mesosferiche delle nubi nottilucenti, l’ostinata fioritura delle gemme. Seppure conosciamo le spiegazioni scientifiche dei fenomeni a cui assistiamo, quando ne facciamo l’esperienza diretta, quelle indicazioni non sembrano esaurirne il significato, piuttosto ne aumentano il mistero. Sempre rimane qualcosa di inaccessibile. Nonostante il rumore assordante e la sua veste consumata di rito collettivo, l’estate è sempre qualcosa di vivo e personale. Di intimo e struggente. Al suo approssimarsi, si sente, prima in maniera incomprensibile, e poi più urgente e chiara, la spinta del ricordo e della promessa. Ciò che è stato e ciò che sarà. Si sente di nuovo il bisogno di mettere in moto qualcosa che ci riguarda davvero. Riaprire il discorso che a un certo punto, senza esserne consapevoli, avevamo lasciato interrotto. Un tuffo in acqua, lo sfiorarsi delle labbra, le notti che si dissolvono nel giorno senza alcuna cesura. Ciò che accade d’estate è caratterizzato da una singolare unicità e il ricordo ci insegue con un’insistenza abbacinante.
Con
questa Cronaca 827 avida di storie, prendo commiato da questo lunedì 13 giugno
del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra.
mercoledì 20 aprile 2022
Cronache dagli anni senza Carnevale/773. Poetica dei libri abbandonati e risorti
Sono uscita molto presto questa mattina, il cielo era
ancora scuro e sono riuscita a vedere l’ultima stella della notte, poco prima
che sorgesse la stella del mattino. Era da parecchio tempo che non mi capitava
di strappare al cielo ben due stelle in così poco tempo. Durante la passeggiata
sono passata accanto alla biblioteca. Qualcuno aveva lasciato un sacchetto di
libri, ma non davanti al cancello, accanto a un bidone della spazzatura. Forse in
biblioteca gli hanno detto che ancora non accettano donazioni e lo sconosciuto,
chissà perché penso sia stato un uomo, ha preferito abbandonare quel sacchetto
di libri per strada anziché riportarli a casa. Mi incuriosisco sempre quando
trovo libri abbandonati per strada, così mi fermo a curiosare. E mi si ferma il
cuore per almeno un paio di battiti, perché sono tutti libri di poesia. Nella
raccolta Parole di Antonia Pozzi,
trovo una bella stella alpina perfettamente essiccata. Forse la proprietaria,
sono certa che si tratti di una proprietaria perché nella prima pagina del
libro c’è un elegante ex-libris con un cielo stellato e un nome – Alma - e l’iniziale del cognome - M. -, dopo avere
letto le poesie della Pozzi era andata a fare una passeggiata sopra Pasturo,
nei luoghi pozziani e aveva raccolto il fiore? Il secondo volume che trovo è un
Meridiano Mondadori con tutte le
poesie di Attilio Bertolucci. Anche qui ci sono fiori racchiusi tra le pagine,
papaveri che il tempo ha scurito, tre fiordalisi ancora azzurri, alcune foglie
di quercia. Anche questi fiori sono il ricordo di una passeggiata? Il terzo
libro che estraggo dal sacchetto è Notti
di pace occidentale di Antonella Anedda, qui ci sono tre mazzetti di
gelsomini che non hanno più né colore né profumo. Il quarto libro è il Livro de poemas di Garcia Lorca e nell’ultima
pagina c’è un cuore di petali di rosa. Poi trovo il volume Sansoni con le
poesie e le lettere di Emily Dickinson e tra le pagine ci sono, ben
schiacciate, due spighe di grano maturo legate insieme con un nastro rosso.
Il libri ci
assomigliano
Dopo che un libro è stato
letto non appartiene solo
a chi lo ha scritto, perché
lo sguardo del lettore ha
lasciato segni su ogni pagina
e costruito mondi e ascoltato
voci lì dove ci sono solo
parole. Per questo amo
i libri che sono stati di
qualcun altro. Perché cerco
anche quella voce ignota,
la sua gioia nel leggere,
il cerchio delle lacrime sulla
pagina, il segno della matita
che sfiora un verso prezioso,
un pensiero importante.
I libri ci assomigliano, sono
gli oggetti più umani tra
tutti gli oggetti che creiamo.
Dobbiamo averne cura, come
fossero creature vive.
È inutile che continui la passeggiata, il sacchetto pesa,
così torno a casa per continuare la pesca miracolosa nel sacchetto dei libri
abbandonati. Quelli che ho già scoperto li ho tutti, così potrò regalare questi
orfani a qualcuno che non li ha.
Oggi è mercoledì 20 aprile del terzo anno senza Carnevale
e del primo anno di guerra e questa Cronaca 773 è un po’ scocciata perché siamo
rimaste in giro troppo poco.
martedì 1 marzo 2022
Cronache dagli anni senza Carnevale/723. Si vedono terreni inzuppati di pioggia e stelle di marzo
L’inverno gira la pagina, una pagina di gelo
e guerra, inizia a disfarsi la fitta trama di brina, anche se cade ancora la
neve sui disperati che fuggono dalle loro case, la primavera ha iniziato a
gettare le gemme sui rami e si prepara l’inverno triste al suo addio.
Oggi vado a ripescare una poesia di Ingeborg
Bachmann che ho sempre amato e che ho già pubblicato sul blog.
Stelle di marzo
Ancora la semina è
lontana. Si vedono
terreni inzuppati di pioggia e stelle di marzo.
Nella formula di pensieri infecondi
si configura l’universo seguendo l’esempio
della luce, che non sfiora la neve.
Sotto la neve ci
sarà anche polvere
e, non disfatto, il futuro nutrimento
della polvere. Oh il vento che si leva!
Altri aratri dirompono l’oscurità.
Le giornate tendono a farsi più lunghe.
Nelle lunghe giornate, non richiesti,
veniamo seminati entro quei solchi storti
e diritti, e si eclissano stelle. Nei campi
prosperiamo o ci corrompiamo a caso,
docili alla pioggia, e infine anche alla luce.
Sapremo essere
docili alla pioggia? Vogliamo esserlo? Abbandonarsi agli elementi, cercare un
rifugio, accendere il fuoco, preparare il cibo. Tutti gesti normali, di una
normalità che non tutti nel mondo possono permettersi, dipende dal tempo e dal
luogo dove il caso ci ha destinati alla nostra nascita. Questa è la Cronaca
breve numero 723 di martedì 1 marzo del primo anno di guerra e del terzo anno
senza Carnevale. La poesia di Ingeborg Bachmann è tratta da Poesie, traduzione di Maria Teresa
Mandalari, Guanda 1988
giovedì 3 febbraio 2022
Cronache dagli anni senza Carnevale/697. Per quelli che scrivono di notte
L’amicizia e l’amore, i libri letti e quelli scritti, la
stagione che muta, il sole che cala sempre più tardi, la luce chiara, l’intelligenza
luminosa di un’amica adorabile, il buon cibo, la passeggiata nella città
pre-serale, la consapevolezza di avere ben lavorato e la gioia di ricominciare
domattina. Questo è il bello dell’essere vivi e di vivere in una città che amo
e che conosco ogni giorno sempre meglio. Mi interessa sempre più esplorare i
quartieri che ancora non conosco bene, visitare antichi palazzi che portano
pezzi di storia in sé, leggere libri che sono pieni di storie sconosciute e gongolare
per queste storie e vederne i personaggi, appesi come una scimmietta al ramo
preferito. Poi leggere gli incipit dei nuovi racconti di questa giovane mente
luminosa e non vedere l’ora di leggere il seguito. E poi, a fine giornata,
immergersi nello studio, nella casa e nella città ormai silenziose e pronte alla
notte che per me è stato sempre il momento migliore, forse perché ho iniziato a
lavorare quando ero molto, molto giovane e la notte è stata la compagna degli
studi universitari e anche della scrittura. Forse per questo sono una creatura
più notturna che diurna, perché il buio è amico, favorisce il raccoglimento, la
riflessione e la scrittura, l’introversione, mentre il giorno è tutto slancio
verso il mondo e per il mondo.
Non so dove mi
porterà il fiume
Ho smesso da tempo di
contare le ore passate
sui libri di notte, non so
più quante sono, ma
continuo a provare la stessa
meraviglia, a sorridere nel
buio e a continuare a
esplorare tutto il mondo
che i libri custodiscono
e mi donano, pagina
dopo pagina. Poi scrivo
anch’io, seguo una vaga
idea, un frammento, anche
una piccola suggestione e
non so dove arriverò. Fuori
è davvero molto buio e limpido,
intravedo le stelle e poi
torno alla scrivania e apro
un quaderno e scrivo. Non
so dove mi porterà il fiume.
Ecco che posso concludere con questo desiderio di altrove e di scoperta anche questa Cronaca 697 di giovedì 3 febbraio del terzo anno senza Carnevale che adesso mi si siede accanto mentre continuo a scrivere.
mercoledì 2 febbraio 2022
Cronache dagli anni senza Carnevale/696. Come le stelle fanno con la notte
Come mi piace trovare subito un libro quando lo cerco e,
subito dopo andare a cercarne un altro e non trovarlo. Quindi ricominciare la
caccia al tesoro libresca che tanto mi appassiona. Al punto di essere sempre in
ritardo con la pubblicazione delle Cronache che spesso si stirano e stirano e
scavallano nel giorno nuovo. Ma anche in questi casi mantengo ferma la
numerazione e la data di pubblicazione, perché ognuno di questi 696 giorni da
che ho iniziato a scrivere con maniacale ossessione queste righe quotidiane,
valeva per me la pena di essere raccontato, e questo non è solo scrivere una
Cronaca o un diario, cosa che pure mi piace fare, è un esporsi ogni giorno agli
occhi dei miei lettori, delle amiche e degli amici, portare il mondo qui dentro
e restituirlo a chi legge, scrivere racconti a puntate, molte poesie, lasciare
che le parole fluiscano e si accompagnino al silenzio più puro come le stelle
fanno con la notte.
Dove danza il colore
della primavera
La luce dei lampioni chiama
quella delle stelle, quella luce
di oggetti misteriosi cui mai
abbiamo resistito. Se dico
stella dico cielo, dico notte e
dico poesia. Se dico cielo
ecco che arrivano le nuvole e
gli alberi agitano i rami in
un saluto gioioso che solo
loro conoscono. Mi fermo a
guardare e respiro l’aria fresca
di questo mattino invernale
dove ancora non si sente
primavera, ma il suo colore
già danza tra noi.
Oggi è stata una buona giornata di lavoro e scrittura, di riordino di libri e di molto, molto silenzio. Una giornata gioiosa anche per la città che aspetta quanto me un cambiamento, una gioia a lungo attesa, parole che mi piace ascoltare e riascoltare, la poesia che è una fedele compagna, anche oggi che è mercoledì 2 febbraio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 696 sta riordinando il guardaroba e vorrebbe tanto portare i cappotti in tintoria. È tempo, forse è tempo di tornare a essere fiduciosi, forse la pandemia sta davvero rallentando, forse il Covid sparirà così come è apparso e come fece la Spagnola che impestò la terra per un paio d’anni e poi sparì.
sabato 22 gennaio 2022
Cronache dagli anni senza Carnevale/685. È il silenzio, insieme, della città e del cielo
Quando hanno smesso di parlarsi le strade e le stelle? Quando le nuvole e gli alberi? Eppure oggi è questa la città, silenziosa, è questo il cielo, silenzioso. Si guardano come fanno sempre e da sempre ma hanno deciso di non comunicare, almeno per oggi, almeno per il tempo necessario a fantasticare su questo silenzio nuovo, o rinnovato, su questa mancanza di parole umane, di simboli, di ritorni.
Il cielo parla con le nuvole, con il loro movimento, ma
anche con la totale assenza di nuvole e di movimento. Le nuvole dicono le
stagioni di mezzo, primavera e autunno, la fine della stagione calda con i
temporali d’agosto, il colmo dell’inverno, quando da nuvole bianche e compatte
saltano giù fiocchi di neve via via sempre più fitti. La città parla con le
luci dei lampioni e dei negozi, parla con luci alle finestre, i clacson in
strada e il rombo delle auto. La voce della città dipende sempre dalle azioni
umane, la voce del cielo solo da intenzioni celesti di esseri invisibili e a
noi sconosciuti. Quando le luci e le nuvole si incontrano nascono bizzarre
creature alate che si divertono a portare scompiglio. Quando il cielo parla con
le stelle, lo fa solo di notte, quando le stelle cercano di entrare in contatto
con le finestre e quello che nascondono, o svelano, alla vista. Sono curiose le
stelle delle attività umane, ma possono avvicinarsi solo quando il buio è
calato e noi umani siamo perlopiù chiusi nelle nostre case a preparare la cena,
a guardare la televisione, a riposarci dopo una giornata di lavoro. Sono
invidiose le stelle dei racconti delle nuvole che ci vedono agire durante le
ore diurne, ci vedono passeggiare alla luce del sole, chiacchierare, cantare,
giocare e correre. Di notte siamo illuminati dai lampioni e dalle lampadine,
non dalla luce dell’unica stella abbastanza vicina da illuminare tutto questo
nostro mondo. Le stelle, il firmamento, sono invidiosi di quest’unica stella
che può starci vicino senza consumarci. Ma loro, le altre stelle, lanciano i
loro raggi e li inseguono sperando di arrivare in tempo, prima di esplodere,
prima della nostra estinzione, prima che il tempo finisca, ma non sempre ci
riescono.
La perfezione senza
le sillabe
Nel silenzio della città
e del cielo prendo in
prestito i suoi versi e
mi fermo ad ascoltare
il loro suono e un’altra
città si dispiega davanti
ai miei occhi e io sono
qui e anche laggiù, mentre
è tutto questo silenzio
che accompagna il giorno
e la sua fine che è certa
mentre la notte è scesa
e questo silenzio è anche
il mio silenzio, il tuo silenzio,
nessuna sillaba arriva a
cambiarne la perfezione.
Ecco che un altro giorno di gennaio è trascorso tra lavori
domestici, riposo e libri. Ho sentito così forte in me questo silenzio quando
il mio amico Danilo mi ha letto la poesia Comizio
di Pasolini, che ho dovuto prenderne un verso e utilizzarlo per il titolo di
questa Cronaca 685 di sabato 22 gennaio del terzo anno senza Carnevale. Anche
se il Brasile ha deciso di posticipare le sfilate dei carri in aprile, forse
potrò scrivere le Cronache dagli anni con il Carnevale in ritardo?
sabato 15 gennaio 2022
Cronache dagli anni senza Carnevale/678. La vita è incessante, perfino nella sua quiete
Anche oggi una giornata ricca di letteratura, poesia e
filosofia, con dei compagni di strada eccezionali. Sono tante le cose che
vorrei scrivere di queste ore appena trascorse, ma voglio che sedimentino in
me, con calma, e poi vedere cosa ci sarà in fondo a questa polla d’acqua e di
sapienza, cosa resterà in me di tutte le storie, la cura e le guarigioni.
Anche il tempo non
sa cosa fare quando guarda le rose
E qui aspetto il fiume
prima che diventi mare,
svolta e si apre, corre
e l’acqua salata lo attrae
perché tutti siamo pronti
a cambiare in corsa il nostro
destino. Anche le stelle
saprebbero come mutare
senza perdere la luce, ma
devono accontentarsi di
essere fantasmi della luce
originaria, quella che noi
vediamo. Come le rose in
fondo al giardino vorrebbero
essere la prefazione di un
frutto, noi cerchiamo l’angolo
originale, quel punto di vista
che solo noi, dai nostri occhi
sappiamo avere. Ma forse, a
volte, è meglio arrendersi
allo stato naturale e splendere
in questa bellezza senza scopo
e fine se non l’essere bellezza
e annientare il tempo che
abbandona il fiume e si blocca
quando le rose sono fiorite
in fondo al nostro giardino.
È sempre così ricca la vita e sorprendente, anche quando si è lontani e non ci si può guardare negli occhi. Ma ci sono sempre le parole cui potersi affidare, la poesia da lasciar entrare ogni giorno nella nostra vita e andare oltre l’ansa del fiume e il muro di cinta del giardino dove sono fiorite le rose.
Oggi è sabato 15 gennaio del terzo anno senza Carnevale e
questa Cronaca 678 zampilla dalle ore del giorno che è appena trascorso e
ancora non è stanca e sfoglia libri e legge poesia. Il suo titolo è una
citazione dal libro Verso un sapere dell’anima
della filosofa Maria Zambrano.
venerdì 7 gennaio 2022
Cronache dagli anni senza Carnevale/670. Canzone del figlio dimenticato in fondo al giardino
Mi sono svegliata con due frasi in inglese che mi ronzavano in testa: “the morning son” e “the morning song” così le ho raccolte dal nido dei sogni e le ho portate con me nella città più depressa che silenziosa. Alcune scuole hanno riaperto, ma pare che da lunedì parta di nuovo la DAD, le code davanti alle farmacie che fanno i tamponi sono sempre chilometriche, i saldi sono partiti in sordina, le notizie sulla pandemia sono sempre sconsolanti. Così ho deciso che quelle poche parole inglesi sarebbero state una migliore compagnia per le mie parole, le intenzioni per questa nuova Cronaca e le cose da fare in questa giornata interlocutoria dopo la fine del periodo festivo. Così questa mattina ho letto un racconto di Irène Némirovsky che avevo comprato da tanto tempo: Legami di sangue, una storia familiare, madre anziana, una figlia nubile di mezza età, tre figli con rispettive consorti e loro figli e le dinamiche relazionali scandagliate con l’usuale profondità e sottigliezza psicologica da grande scrittrice qual è stata.
Il desiderio
di fuga e di libertà del fratello più piccolo, disposto ad abbandonare moglie e
figlie per raggiungere la propria amante e il bambino avuto con lei, sembra
concretizzarsi solo quando sembra che la madre sia ormai sul letto di morte. Ma
lei sopravvive, il dolore e il sollievo dei congiunti si ritirano come la marea
e tutto torna a orbitare intorno ai tremendi pasti domenicali che tutti destano
ma cui nessuno osa sottrarsi. Eppure c’è stato un tempo dove questa è stata una
famiglia felice, quando i figli erano bambini e nella casa delle vacanze si
tenevano feste bellissime. Nel presente è la vecchiaia della madre che tiene
imprigionato il resto della famiglia:
“Nel
frattempo, la madre aveva richiuso la porta dietro Alain e Alix, gli ultimi ad
andarsene. Rimasta sola, passò un istante da una stanza all’altra, aprendo
tutte le finestre. Che silenzio! Di solito non lo sentiva, ma quella sera, dopo
che i passi dei suoi figli si erano allontanati, che tutte quelle giovani voci
avevano taciuto, quel silenzio la opprimeva. Spaventoso silenzio della vecchiaia,
dove tutto sembra tacere nello stesso istante, il rumore della vita fuori e
quel tumulto gioioso dell’anima che si sente risuonare come una fanfara durante
la giovinezza…”.
Così le
due frasi che mi accompagnano dal risveglio fanno crasi con questo racconto e
il suo silenzio e una poesia si presenta nella testa, nelle orecchie e negli
occhi.
Il figlio di un mattino che ha cantato
Cammina
nell’alba il ragazzo,
ancora
non sa dire se il cielo
sarà
grigio o rosa. È lunga
questa
strada che lo allontana
dalla
notte, è stanco di buio e
cerca
solo la luce, lui che è
figlio
di un mattino e di una
rosa. Inizia
così, con queste
parole
il canto mattutino del
giorno
nuovo e del figlio
dimenticato
dalla rosa in fondo
al
giardino. È silenzioso ora
quel
canto lontano, il figlio non
è più
bambino, ma nell’alba cerca
ancora
il distacco dal buio e
dalle
stelle.
Intanto
che scrivevo questa Cronaca sono anche venuta a sapere della morte, forse per un
gesto volontario, dello scrittore Vitaliano Trevisan. Forse la sua notte non lo
ha mai lasciato, ma qui mi fermo perché solo il silenzio, di nuovo il silenzio,
può contenere tutto lo sgomento e il dolore.
Oggi è venerdì 7 gennaio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 670 fischietta un motivetto in inglese che mi sembra di riconoscere.
venerdì 3 dicembre 2021
Cronache dagli anni senza Carnevale/635. Ninna nanna della città non più silenziosa
Il ricordo più intenso del primo confinamento non sarà la paura ma il silenzio. Mai più le città beneficeranno dell’interruzione della vita di noi umani. Si sentivano solo il rumore dell’acqua nelle fontane e il suono agghiacciante delle sirene. È un silenzio che è entrato nel mito prima di essere interrotto dagli appuntamenti canterini sui balconi e sui tetti. Nessuna epoca prima di questa è stata così fotografata e filmata. In nessuna epoca prima di questa così tante persone, decine e decine di migliaia, hanno raccontato sui social l’esperienza della pandemia. Non so quanti lo stiano facendo da 635 giorni come me, ma chissà… magari non sono l’unica, magari lo sono. Oggi voglio dedicare a Milano le mie parole e ringraziarla perché per me è una fonte perenne di ispirazione.
Oltre
le nuvole vedrai le stelle
Se non dormi non ci sarà
una canzone cantata solo
per te, vieni piccola luce a
chiudere gli occhi dei bambini,
solo così dormiranno le strade,
solo così dormirà la paura e
sognerà di non essere sola e
sarà meno spaventosa. Dormi
mia bella città distrutta più
volte e sempre ricostruita senza
mai rimpianti per il passato. Dormi
mio piccolo albero che ti allunghi
verso il cielo, ancora non hai
scoperto che oltre le nuvole
vedrai le stelle e sarà proprio
questa la sera che ti farà cambiare.
Dormi mia amata città, dormi
e sogna di avere sognato questi
giorni di dolore e speranza.
Sono già entrata nello spirito natalizio,
sollecitata dalle luci e dagli addobbi. Sto pensando a una nuova favola di
Natale, ma nessuno spirito è ancora venuto a trovarmi. Così guardo vecchie
fotografie, assaggio il primo panettone e prendo appunti e cerco di immaginare
un Natale diverso anche in questa città che, soprattutto, pensa a lavorare e
questa non è una leggenda, è la realtà di Milano città operosa. Oggi è venerdì
3 dicembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 635 è adorna di
luci e addobbi natalizi. Così anch’io mi preparo a fare il mio albero, lo
stesso che facevo nella mia casa d’infanzia, che è la vera casa di ogni storia
di Natale.
mercoledì 24 novembre 2021
Cronache dagli anni senza Carnevale/626. Nuotare nel cielo come fosse il mare, cantare
A volte è meglio non fare nulla, stare in piedi sulla riva e vedere cosa il mare ci porta. A volte è meglio gettare le reti al largo, scandagliare i fondali e muoversi per favorire la pesca. Bisogna uscire quando fuori è ancora buio e attraversare la notte come se fosse un altro mare e sentire che anche il cielo è un’altra forma del mare e diventare nuotatori celesti, imparare a fermarsi vicino alle costellazioni come fossero arcipelaghi. Immaginiamo questi mari, le stelle, le isole, immaginiamo e lasciamo che le storie arrivino a noi. Con una storia ben raccontata possiamo mettere ordine nel tempo e dare un senso a ogni giornata, fare di ogni giornata un tempo ben vissuto. Così peschiamo nell’immenso mare delle immagini, vedute, ricordate e anche spontanee, tutte quelle che la nostra mente riesce a cogliere e poi elaborare.
L’alba
attraversa le finestre
Mi fermo e aspetto che arrivi
il banco dei pesci argentati,
nella scia appaiono le sirene,
cantano, ma la loro lingua è
sconosciuta, nessuna malia ci
rapirà. Aspetto e ferma cerco
un’immagine che rappresenti
il senso di questa giornata.
Il senso mi ripeto e poi capisco
che in quel mare ci sono anch’io,
sono un’immagine? Seguo i pesci
nella loro scia d’argento, canto
lontano dalle sirene, la mia voce
è un’altra, diverso questo canto.
Si girano i pesci, le sirene fuggono,
l’alba attraversa le finestre, mi
sveglia. Era un sogno, un sogno?
Ridono le sirene e fuggono di
nuovo, il silenzio si leva con
il sole. È giorno, un giorno nuovo
che ancora non abbiamo scritto.
Ma ora che è scritto questo giorno nuovo, ne
do conto in questa Cronaca 626 di mercoledì 24 novembre del secondo anno senza
Carnevale, mentre la notte è di nuovo padrona del nostro mondo e i sogni sono
pronti a ritornare.
domenica 14 novembre 2021
Cronache dagli anni senza Carnevale/616. Dov’è il luogo dove vivono le ombre quando la luce scompare?
Come camminano le ombre quando percepiscono che la sera sta arrivando? Come possono abituarsi a svanire, a sapere che dipendono sempre dalla luce, da qualunque tipo di luce? Non si agitano le ombre perché sanno che la loro invisibilità appartiene solo a questa dimensione e a questa terra. A loro basta sganciarsi dai corpi solidi, dai nostri corpi, per tornare nella grande ombra che è tutto l’universo, visibile e sconosciuto, che circonda questo piccolo pianeta. I muri intorno a noi sono di stelle remote milioni di anni, ma noi non possiamo allontanarci da quaggiù, non possiamo, anche se ci abbiamo provato arrivando sino alla luna, non possiamo e così fuggiamo con l’immaginazione. Per questo in un buio pomeriggio di novembre ho sentito il profumo del tuo dopobarba, del burro di cacao, della Leocrema e sei uscito dalle ombre per qualche istante, eri con me, anche se non sono riuscita a vederti. A volte mi basta alzare lo sguardo all’improvviso verso uno specchio e riconosco il baluginare dei tuoi occhi, la forma delle orecchie, la cartilagine del naso. Ciascuno di noi è fatto di elementi presi in prestito da genitori e antenati. Nei giorni migliori la mia bocca assomiglia alla tua madre, come l’arco della sopracciglia, mentre la forma e il colore degli occhi, di nuovo, appartengono a te padre. Ho preso le mani lunghe da tuo padre, madre, le spalle larghe e le anche da tua sorella padre. Siamo noi e non siamo soltanto noi, per questo le ombre si mescolano e ci sussurrano non solo cose note, perché possiamo riconoscerle, ma anche storie sconosciute perché possiamo impararle.
Nella
forma delle stelle
Chino la testa sulla spalla
destra, la tua spalla è
dietro la mia, la sua spalla
è dietro la tua. Sono in noi
tutte le generazioni, non ci
lasciano mai, non siamo mai
noi soltanto, siamo io e non
solo io, io e un altro. Stiamo
nello spazio nella stessa
forma imperscrutabile delle
stelle, stiamo sulla terra a
piccoli gruppi, stelle cadute
che guardano il cielo e
cercano il ritorno, soltanto
questo, una parola ancora
per chiamarvi e il vostro
profumo mi dice che siete
arrivati e che le vostre ombre
sono tutto intorno e sopra e
sotto. Le stelle aspettano,
nell’aria aspettano e risplendono
nel loro silenzio, nel nostro
canto e nel perdono che non
abbiamo mai chiesto.
Non siamo mai soli, mai, anche quando
pensiamo di esserlo, è un posto molto affollato questa terra, anche in una
domenica di novembre, anche in un pomeriggio piovoso. Come oggi, domenica 14
novembre del secondo anno senza Carnevale con la sua Cronaca 616 che cerca di
decifrare le luci che sappiamo stanno splendendo oltre le nuvole e su, fino
alle stelle.
mercoledì 10 novembre 2021
Cronache dagli anni senza Carnevale/612. Prendi le nostre parole e fanne nuvole, pioggia o vento
A volte bisogna cambiare prospettiva per
imparare di nuovo a vedere le cose. Un po’ come chiede il professor Keating nel
film L’attimo fuggente ai suoi
studenti quando li fa salire in piedi sui banchi. Salire su una scrivania in
ufficio fa uno strano effetto, la stanza sembra più ampia e anche più luminosa.
Salire sul tavolo della cucina permette di vedere la parte superiore dei
mobili, i libri di ricette che non usiamo mai, la piccola collezione di
bottiglie verdi, ricordo di cene e amici inghiottiti dal tempo. Per guardare da
un’altra prospettiva il soggiorno e lo studio, ma anche la camera da letto,
bisogna arrampicarsi in cima alla scala grande. Ecco dov’era finito quel
romanzo di Carrère che era sparito, era solo scivolato tra il divano e il
tavolino ed era rimasto intrappolato in una piega del telo colorato che cercava
di difendere il divano dalla passione dei gatti che amavano rifarsi le unghie
sugli angoli. Per guardare al quartiere con occhio diverso, bastava salire sino
all’ultimo piano del palazzo e guardare verso nord-est per riconoscere le Tre
Torri di City Life e riconoscere le vie che portavano verso la vecchia fiera
che era un fantasma nella memoria. Tutta la città era una città fantasma, anche
il fiume Olona scorreva sepolto sotto strati di terra e asfalto, il suo corso
era stato deviato con un’ottima opera di ingegneria idraulica e in quel quartiere
della città non c’erano esondazioni, come invece accadeva sempre dove
scorrevano il Lambro e il Seveso.
Una volta arrivata in cima al palazzo aspetto
che il sole tramonti, cerco di andare oltre le luci della città, verso la luna,
invisibile, e le stelle fioche e remote. Anche se l’aria è già fredda,
approfitto della sedia a sdraio della signora Luisa e mi accomodo meglio. E
riporto alla mente una conferenza interessantissima dove una brillante filosofa
aveva parlato di Pico della Mirandola, di Giordano Bruno e del Rinascimento. È proprio
in quel preciso momento che sento in me e intorno a me che la terra è il cielo
della luna. Noi siamo il cielo di qualcun altro? Possiamo cadere da questo
cielo? È solo la forza di gravità che ci impedisce di cadere o è, piuttosto, la
forza dell’immaginazione?
Guardare
senza credere a ciò che vediamo
Luna, mia luna che sei
il cielo di questa terra,
non cadere su questa
città e sulle sue case,
lascia che noi siamo,
per oggi almeno, il tuo
cielo e tu la nuova
terra, quella dove vanno
a riposare i sogni prima
di tornare a casa. Prendi
le nostre parole e fanne
nuvole, pioggia o vento.
Noi staremo buoni, buoni
e in silenzio. Per la prima
volta densi come le nuvole
che crediamo leggere e
forti come il vento che
soffia gli impeti della volontà
prima ancora di quelli della
memoria. Terra o luna due
arance blu nel cielo nero,
se guardiamo senza credere
a ciò che vediamo.
Gli esercizi per lo sguardo sono seri e molto
impegnativi, continuo ad allenarmi, non mi stanco mai. Com’è vasto il mondo,
come mi sorprende, come mi piace guardarmi intorno e immaginare quel che non
riesco a vedere, quel che non c’è più, quel che non ci sarà mai.
Oggi è mercoledì 10 novembre del secondo anno senza Carnevale e la sua Cronaca 612, occhiuta più che mai, continua a guardarsi intorno e mi racconta tutto quello che vede.






