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martedì 31 dicembre 2024

forse son queste cose la poesia

 IL SUD

Da un tuo cortile aver guardato
le antiche stelle,
dalla panchina in ombra aver guardato
quelle luci disperse
che non so ancora chiamare per nome
né ordinare in costellazioni,
aver sentito il cerchio d’acqua
nel segreto pozzo,
l’odore del gelsomino e della madreselva,
il silenzioso uccello addormentato,
la volta dell’androne, l’umido
– forse son queste cose la poesia.

Jorge Luis Borges
Fervore di Buenos Aires
Adelphi, 2010
(Traduzione di Tommaso Scarano)

mercoledì 8 novembre 2023

La pace delle cose selvagge

 La pace delle cose selvatiche


Quando mi sale la disperazione del mondo

e mi sveglio di notte al minimo rumore

per paura di come sarà la vita mia e dei miei figli,

vado a sdraiarmi dove il germano silvestre

si posa splendido sull’acqua e il grande airone mangia.

Entro nella pace delle cose selvatiche

che non si affliggono la vita con presagi    

di dolore. Entro al cospetto dell'acqua calma.

E sento sopra di me le stelle cieche di giorno

in attesa con la loro luce. Per un po'

riposo nella grazia del mondo e sono libero.


Wendell Berry

Perché l'amore tocchi terra

traduzione e cura di Riccardo Duranti

fotografie di Alessandro Ciaffoni

Lindau 2022



The Peace of Wild Things


When despair for the world grows in me

and I wake in the night at the least sound

in fear of what my life and my children’s lives may be,

I go and lie down where the wood drake

rests in his beauty on the water, and the great heron feeds.

I come into the peace of wild things

who do not tax their lives with forethought

of grief. I come into the presence of still water.

And I feel above me the day-blind stars

waiting with their light. For a time

I rest in the grace of the world, and am free.

lunedì 13 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/827. La più bella estate è quella che sta arrivando

 

 


 

Viaggio sempre con almeno tre libri e per questa breve vacanza abruzzese, uno dei tre è La più bella estate. Storie di una stagione in cui tutto è possibile (Einaudi 2022) di Federico Pace che già mi piaceva per i suoi libri precedenti e con questo si conferma come un cantastorie di pregio. Lui ha questa capacità di infilarsi nelle pieghe della Storia, delle vite di personaggi eminenti e di tirare fuori sempre qualcosa di importante, di unico, un’epifania che illumina quella vita e quella persona e ce la presente nella sua umanità e ricchezza e paura e gioia.

Questo è l’incipit del libro che mi ha tenuto compagnia in spiaggia almeno per oggi:

 

La persistenza del desiderio

Dalla finestra si vedono le chiome degli alti pini, poi alcuni scogli e infine il mare. Sono i primi giorni d’estate. Dagli inneschi luminosi fino al dissolversi autunnale, il tempo della sua evoluzione si ripete ogni anno. Nel suo svolgersi pare accadere ogni cosa. Le stelle cadenti, il volo fragile delle farfalle, l’apparire ad altezze mesosferiche delle nubi nottilucenti, l’ostinata fioritura delle gemme. Seppure conosciamo le spiegazioni scientifiche dei fenomeni a cui assistiamo, quando ne facciamo l’esperienza diretta, quelle indicazioni non sembrano esaurirne il significato, piuttosto ne aumentano il mistero. Sempre rimane qualcosa di inaccessibile. Nonostante il rumore assordante e la sua veste consumata di rito collettivo, l’estate è sempre qualcosa di vivo e personale. Di intimo e struggente. Al suo approssimarsi, si sente, prima in maniera incomprensibile, e poi più urgente e chiara, la spinta del ricordo e della promessa. Ciò che è stato e ciò che sarà. Si sente di nuovo il bisogno di mettere in moto qualcosa che ci riguarda davvero. Riaprire il discorso che a un certo punto, senza esserne consapevoli, avevamo lasciato interrotto. Un tuffo in acqua, lo sfiorarsi delle labbra, le notti che si dissolvono nel giorno senza alcuna cesura. Ciò che accade d’estate è caratterizzato da una singolare unicità e il ricordo ci insegue con un’insistenza abbacinante.

 

Con questa Cronaca 827 avida di storie, prendo commiato da questo lunedì 13 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra.

mercoledì 20 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/773. Poetica dei libri abbandonati e risorti

 

 


 

Sono uscita molto presto questa mattina, il cielo era ancora scuro e sono riuscita a vedere l’ultima stella della notte, poco prima che sorgesse la stella del mattino. Era da parecchio tempo che non mi capitava di strappare al cielo ben due stelle in così poco tempo. Durante la passeggiata sono passata accanto alla biblioteca. Qualcuno aveva lasciato un sacchetto di libri, ma non davanti al cancello, accanto a un bidone della spazzatura. Forse in biblioteca gli hanno detto che ancora non accettano donazioni e lo sconosciuto, chissà perché penso sia stato un uomo, ha preferito abbandonare quel sacchetto di libri per strada anziché riportarli a casa. Mi incuriosisco sempre quando trovo libri abbandonati per strada, così mi fermo a curiosare. E mi si ferma il cuore per almeno un paio di battiti, perché sono tutti libri di poesia. Nella raccolta Parole di Antonia Pozzi, trovo una bella stella alpina perfettamente essiccata. Forse la proprietaria, sono certa che si tratti di una proprietaria perché nella prima pagina del libro c’è un elegante ex-libris con un cielo stellato e un nome – Alma -  e l’iniziale del cognome - M. -, dopo avere letto le poesie della Pozzi era andata a fare una passeggiata sopra Pasturo, nei luoghi pozziani e aveva raccolto il fiore? Il secondo volume che trovo è un Meridiano Mondadori con tutte le poesie di Attilio Bertolucci. Anche qui ci sono fiori racchiusi tra le pagine, papaveri che il tempo ha scurito, tre fiordalisi ancora azzurri, alcune foglie di quercia. Anche questi fiori sono il ricordo di una passeggiata? Il terzo libro che estraggo dal sacchetto è Notti di pace occidentale di Antonella Anedda, qui ci sono tre mazzetti di gelsomini che non hanno più né colore né profumo. Il quarto libro è il Livro de poemas di Garcia Lorca e nell’ultima pagina c’è un cuore di petali di rosa. Poi trovo il volume Sansoni con le poesie e le lettere di Emily Dickinson e tra le pagine ci sono, ben schiacciate, due spighe di grano maturo legate insieme con un nastro rosso.

 

 

Il libri ci assomigliano

 

Dopo che un libro è stato

letto non appartiene solo

a chi lo ha scritto, perché

lo sguardo del lettore ha

lasciato segni su ogni pagina

e costruito mondi e ascoltato

voci lì dove ci sono solo

parole. Per questo amo

i libri che sono stati di

qualcun altro. Perché cerco

anche quella voce ignota,

la sua gioia nel leggere,

il cerchio delle lacrime sulla

pagina, il segno della matita

che sfiora un verso prezioso,

un pensiero importante.

I libri ci assomigliano, sono

gli oggetti più umani tra

tutti gli oggetti che creiamo.

Dobbiamo averne cura, come

fossero creature vive.   

 

 

È inutile che continui la passeggiata, il sacchetto pesa, così torno a casa per continuare la pesca miracolosa nel sacchetto dei libri abbandonati. Quelli che ho già scoperto li ho tutti, così potrò regalare questi orfani a qualcuno che non li ha.

Oggi è mercoledì 20 aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 773 è un po’ scocciata perché siamo rimaste in giro troppo poco.

martedì 1 marzo 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/723. Si vedono terreni inzuppati di pioggia e stelle di marzo

 

 


L’inverno gira la pagina, una pagina di gelo e guerra, inizia a disfarsi la fitta trama di brina, anche se cade ancora la neve sui disperati che fuggono dalle loro case, la primavera ha iniziato a gettare le gemme sui rami e si prepara l’inverno triste al suo addio.

Oggi vado a ripescare una poesia di Ingeborg Bachmann che ho sempre amato e che ho già pubblicato sul blog.

 

Stelle di marzo


Ancora la semina è lontana. Si vedono
terreni inzuppati di pioggia e stelle di marzo.
Nella formula di pensieri infecondi
si configura l’universo seguendo l’esempio
della luce, che non sfiora la neve.

 

Sotto la neve ci sarà anche polvere
e, non disfatto, il futuro nutrimento
della polvere. Oh il vento che si leva!
Altri aratri dirompono l’oscurità.
Le giornate tendono a farsi più lunghe.

Nelle lunghe giornate, non richiesti,

veniamo seminati entro quei solchi storti
e diritti, e si eclissano stelle. Nei campi
prosperiamo o ci corrompiamo a caso,
docili alla pioggia, e infine anche alla luce.

 

 

Sapremo essere docili alla pioggia? Vogliamo esserlo? Abbandonarsi agli elementi, cercare un rifugio, accendere il fuoco, preparare il cibo. Tutti gesti normali, di una normalità che non tutti nel mondo possono permettersi, dipende dal tempo e dal luogo dove il caso ci ha destinati alla nostra nascita. Questa è la Cronaca breve numero 723 di martedì 1 marzo del primo anno di guerra e del terzo anno senza Carnevale. La poesia di Ingeborg Bachmann è tratta da Poesie, traduzione di Maria Teresa Mandalari, Guanda 1988

giovedì 3 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/697. Per quelli che scrivono di notte

 



 

 

L’amicizia e l’amore, i libri letti e quelli scritti, la stagione che muta, il sole che cala sempre più tardi, la luce chiara, l’intelligenza luminosa di un’amica adorabile, il buon cibo, la passeggiata nella città pre-serale, la consapevolezza di avere ben lavorato e la gioia di ricominciare domattina. Questo è il bello dell’essere vivi e di vivere in una città che amo e che conosco ogni giorno sempre meglio. Mi interessa sempre più esplorare i quartieri che ancora non conosco bene, visitare antichi palazzi che portano pezzi di storia in sé, leggere libri che sono pieni di storie sconosciute e gongolare per queste storie e vederne i personaggi, appesi come una scimmietta al ramo preferito. Poi leggere gli incipit dei nuovi racconti di questa giovane mente luminosa e non vedere l’ora di leggere il seguito. E poi, a fine giornata, immergersi nello studio, nella casa e nella città ormai silenziose e pronte alla notte che per me è stato sempre il momento migliore, forse perché ho iniziato a lavorare quando ero molto, molto giovane e la notte è stata la compagna degli studi universitari e anche della scrittura. Forse per questo sono una creatura più notturna che diurna, perché il buio è amico, favorisce il raccoglimento, la riflessione e la scrittura, l’introversione, mentre il giorno è tutto slancio verso il mondo e per il mondo.

 

 

 

Non so dove mi porterà il fiume

 

Ho smesso da tempo di

contare le ore passate

sui libri di notte, non so

più quante sono, ma

continuo a provare la stessa

meraviglia, a sorridere nel

buio e a continuare a

esplorare tutto il mondo

che i libri custodiscono

e mi donano, pagina

dopo pagina. Poi scrivo

anch’io, seguo una vaga

idea, un frammento, anche

una piccola suggestione e

non so dove arriverò. Fuori

è davvero molto buio e limpido,

intravedo le stelle e poi

torno alla scrivania e apro

un quaderno e scrivo. Non

so dove mi porterà il fiume.

 

 

Ecco che posso concludere con questo desiderio di altrove e di scoperta anche questa Cronaca 697 di giovedì 3 febbraio del terzo anno senza Carnevale che adesso mi si siede accanto mentre continuo a scrivere.

mercoledì 2 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/696. Come le stelle fanno con la notte

 


 

 

Come mi piace trovare subito un libro quando lo cerco e, subito dopo andare a cercarne un altro e non trovarlo. Quindi ricominciare la caccia al tesoro libresca che tanto mi appassiona. Al punto di essere sempre in ritardo con la pubblicazione delle Cronache che spesso si stirano e stirano e scavallano nel giorno nuovo. Ma anche in questi casi mantengo ferma la numerazione e la data di pubblicazione, perché ognuno di questi 696 giorni da che ho iniziato a scrivere con maniacale ossessione queste righe quotidiane, valeva per me la pena di essere raccontato, e questo non è solo scrivere una Cronaca o un diario, cosa che pure mi piace fare, è un esporsi ogni giorno agli occhi dei miei lettori, delle amiche e degli amici, portare il mondo qui dentro e restituirlo a chi legge, scrivere racconti a puntate, molte poesie, lasciare che le parole fluiscano e si accompagnino al silenzio più puro come le stelle fanno con la notte.

 

 

Dove danza il colore della primavera

 

La luce dei lampioni chiama

quella delle stelle, quella luce

di oggetti misteriosi cui mai

abbiamo resistito. Se dico

stella dico cielo, dico notte e

dico poesia. Se dico cielo

ecco che arrivano le nuvole e

gli alberi agitano i rami in

un saluto gioioso che solo

loro conoscono. Mi fermo a

guardare e respiro l’aria fresca

di questo mattino invernale

dove ancora non si sente

primavera, ma il suo colore

già danza tra noi.

 

Oggi è stata una buona giornata di lavoro e scrittura, di riordino di libri e di molto, molto silenzio. Una giornata gioiosa anche per la città che aspetta quanto me un cambiamento, una gioia a lungo attesa, parole che mi piace ascoltare e riascoltare, la poesia che è una fedele compagna, anche oggi che è mercoledì 2 febbraio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 696 sta riordinando il guardaroba e vorrebbe tanto portare i cappotti in tintoria. È tempo, forse è tempo di tornare a essere fiduciosi, forse la pandemia sta davvero rallentando, forse il Covid sparirà così come è apparso e come fece la Spagnola che impestò la terra per un paio d’anni e poi sparì.

sabato 22 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/685. È il silenzio, insieme, della città e del cielo

 


Quando hanno smesso di parlarsi le strade e le stelle? Quando le nuvole e gli alberi? Eppure oggi è questa la città, silenziosa, è questo il cielo, silenzioso. Si guardano come fanno sempre e da sempre ma hanno deciso di non comunicare, almeno per oggi, almeno per il tempo necessario a fantasticare su questo silenzio nuovo, o rinnovato, su questa mancanza di parole umane, di simboli, di ritorni.

Il cielo parla con le nuvole, con il loro movimento, ma anche con la totale assenza di nuvole e di movimento. Le nuvole dicono le stagioni di mezzo, primavera e autunno, la fine della stagione calda con i temporali d’agosto, il colmo dell’inverno, quando da nuvole bianche e compatte saltano giù fiocchi di neve via via sempre più fitti. La città parla con le luci dei lampioni e dei negozi, parla con luci alle finestre, i clacson in strada e il rombo delle auto. La voce della città dipende sempre dalle azioni umane, la voce del cielo solo da intenzioni celesti di esseri invisibili e a noi sconosciuti. Quando le luci e le nuvole si incontrano nascono bizzarre creature alate che si divertono a portare scompiglio. Quando il cielo parla con le stelle, lo fa solo di notte, quando le stelle cercano di entrare in contatto con le finestre e quello che nascondono, o svelano, alla vista. Sono curiose le stelle delle attività umane, ma possono avvicinarsi solo quando il buio è calato e noi umani siamo perlopiù chiusi nelle nostre case a preparare la cena, a guardare la televisione, a riposarci dopo una giornata di lavoro. Sono invidiose le stelle dei racconti delle nuvole che ci vedono agire durante le ore diurne, ci vedono passeggiare alla luce del sole, chiacchierare, cantare, giocare e correre. Di notte siamo illuminati dai lampioni e dalle lampadine, non dalla luce dell’unica stella abbastanza vicina da illuminare tutto questo nostro mondo. Le stelle, il firmamento, sono invidiosi di quest’unica stella che può starci vicino senza consumarci. Ma loro, le altre stelle, lanciano i loro raggi e li inseguono sperando di arrivare in tempo, prima di esplodere, prima della nostra estinzione, prima che il tempo finisca, ma non sempre ci riescono.

 

 

 

La perfezione senza le sillabe

 

 

Nel silenzio della città

e del cielo prendo in

prestito i suoi versi e

mi fermo ad ascoltare

il loro suono e un’altra

città si dispiega davanti

ai miei occhi e io sono

qui e anche laggiù, mentre

è tutto questo silenzio

che accompagna il giorno

e la sua fine che è certa

mentre la notte è scesa

e questo silenzio è anche

il mio silenzio, il tuo silenzio,

nessuna sillaba arriva a

cambiarne la perfezione.

 

 

 

Ecco che un altro giorno di gennaio è trascorso tra lavori domestici, riposo e libri. Ho sentito così forte in me questo silenzio quando il mio amico Danilo mi ha letto la poesia Comizio di Pasolini, che ho dovuto prenderne un verso e utilizzarlo per il titolo di questa Cronaca 685 di sabato 22 gennaio del terzo anno senza Carnevale. Anche se il Brasile ha deciso di posticipare le sfilate dei carri in aprile, forse potrò scrivere le Cronache dagli anni con il Carnevale in ritardo?

sabato 15 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/678. La vita è incessante, perfino nella sua quiete

 


 

Anche oggi una giornata ricca di letteratura, poesia e filosofia, con dei compagni di strada eccezionali. Sono tante le cose che vorrei scrivere di queste ore appena trascorse, ma voglio che sedimentino in me, con calma, e poi vedere cosa ci sarà in fondo a questa polla d’acqua e di sapienza, cosa resterà in me di tutte le storie, la cura e le guarigioni.

 

 

Anche il tempo non sa cosa fare quando guarda le rose

 

E qui aspetto il fiume

prima che diventi mare,

svolta e si apre, corre

e l’acqua salata lo attrae

perché tutti siamo pronti

a cambiare in corsa il nostro

destino. Anche le stelle

saprebbero come mutare

senza perdere la luce, ma

devono accontentarsi di

essere fantasmi della luce

originaria, quella che noi

vediamo. Come le rose in

fondo al giardino vorrebbero

essere la prefazione di un

frutto, noi cerchiamo l’angolo

originale, quel punto di vista

che solo noi, dai nostri occhi

sappiamo avere. Ma forse, a

volte, è meglio arrendersi

allo stato naturale e splendere

in questa bellezza senza scopo

e fine se non l’essere bellezza

e annientare il tempo che

abbandona il fiume e si blocca

quando le rose sono fiorite

in fondo al nostro giardino.

 

 

È sempre così ricca la vita e sorprendente, anche quando si è lontani e non ci si può guardare negli occhi. Ma ci sono sempre le parole cui potersi affidare, la poesia da lasciar entrare ogni giorno nella nostra vita e andare oltre l’ansa del fiume e il muro di cinta del giardino dove sono fiorite le rose.

Oggi è sabato 15 gennaio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 678 zampilla dalle ore del giorno che è appena trascorso e ancora non è stanca e sfoglia libri e legge poesia. Il suo titolo è una citazione dal libro Verso un sapere dell’anima della filosofa Maria Zambrano.

venerdì 7 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/670. Canzone del figlio dimenticato in fondo al giardino

 


Mi sono svegliata con due frasi in inglese che mi ronzavano in testa: “the morning son” e “the morning song” così le ho raccolte dal nido dei sogni e le ho portate con me nella città più depressa che silenziosa. Alcune scuole hanno riaperto, ma pare che da lunedì parta di nuovo la DAD, le code davanti alle farmacie che fanno i tamponi sono sempre chilometriche, i saldi sono partiti in sordina, le notizie sulla pandemia sono sempre sconsolanti. Così ho deciso che quelle poche parole inglesi sarebbero state una migliore compagnia per le mie parole, le intenzioni per questa nuova Cronaca e le cose da fare in questa giornata interlocutoria dopo la fine del periodo festivo. Così questa mattina ho letto un racconto di Irène Némirovsky che avevo comprato da tanto tempo: Legami di sangue, una storia familiare, madre anziana, una figlia nubile di mezza età, tre figli con rispettive consorti e loro figli e le dinamiche relazionali scandagliate con l’usuale profondità e sottigliezza psicologica da grande scrittrice qual è stata.

Il desiderio di fuga e di libertà del fratello più piccolo, disposto ad abbandonare moglie e figlie per raggiungere la propria amante e il bambino avuto con lei, sembra concretizzarsi solo quando sembra che la madre sia ormai sul letto di morte. Ma lei sopravvive, il dolore e il sollievo dei congiunti si ritirano come la marea e tutto torna a orbitare intorno ai tremendi pasti domenicali che tutti destano ma cui nessuno osa sottrarsi. Eppure c’è stato un tempo dove questa è stata una famiglia felice, quando i figli erano bambini e nella casa delle vacanze si tenevano feste bellissime. Nel presente è la vecchiaia della madre che tiene imprigionato il resto della famiglia:

 

“Nel frattempo, la madre aveva richiuso la porta dietro Alain e Alix, gli ultimi ad andarsene. Rimasta sola, passò un istante da una stanza all’altra, aprendo tutte le finestre. Che silenzio! Di solito non lo sentiva, ma quella sera, dopo che i passi dei suoi figli si erano allontanati, che tutte quelle giovani voci avevano taciuto, quel silenzio la opprimeva. Spaventoso silenzio della vecchiaia, dove tutto sembra tacere nello stesso istante, il rumore della vita fuori e quel tumulto gioioso dell’anima che si sente risuonare come una fanfara durante la giovinezza…”.

Così le due frasi che mi accompagnano dal risveglio fanno crasi con questo racconto e il suo silenzio e una poesia si presenta nella testa, nelle orecchie e negli occhi.

 

 

Il figlio di un mattino che ha cantato

 

Cammina nell’alba il ragazzo,

ancora non sa dire se il cielo

sarà grigio o rosa. È lunga

questa strada che lo allontana

dalla notte, è stanco di buio e

cerca solo la luce, lui che è

figlio di un mattino e di una

rosa. Inizia così, con queste

parole il canto mattutino del

giorno nuovo e del figlio

dimenticato dalla rosa in fondo

al giardino. È silenzioso ora

quel canto lontano, il figlio non

è più bambino, ma nell’alba cerca

ancora il distacco dal buio e

dalle stelle.

 

 

Intanto che scrivevo questa Cronaca sono anche venuta a sapere della morte, forse per un gesto volontario, dello scrittore Vitaliano Trevisan. Forse la sua notte non lo ha mai lasciato, ma qui mi fermo perché solo il silenzio, di nuovo il silenzio, può contenere tutto lo sgomento e il dolore.

Oggi è venerdì 7 gennaio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 670 fischietta un motivetto in inglese che mi sembra di riconoscere.

venerdì 3 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/635. Ninna nanna della città non più silenziosa

 

 


Il ricordo più intenso del primo confinamento non sarà la paura ma il silenzio. Mai più le città beneficeranno dell’interruzione della vita di noi umani. Si sentivano solo il rumore dell’acqua nelle fontane e il suono agghiacciante delle sirene. È un silenzio che è entrato nel mito prima di essere interrotto dagli appuntamenti canterini sui balconi e sui tetti. Nessuna epoca prima di questa è stata così fotografata e filmata. In nessuna epoca prima di questa così tante persone, decine e decine di migliaia, hanno raccontato sui social l’esperienza della pandemia. Non so quanti lo stiano facendo da 635 giorni come me, ma chissà… magari non sono l’unica, magari lo sono. Oggi voglio dedicare a Milano le mie parole e ringraziarla perché per me è una fonte perenne di ispirazione.

 


Oltre le nuvole vedrai le stelle


Se non dormi non ci sarà

una canzone cantata solo

per te, vieni piccola luce a

chiudere gli occhi dei bambini,

solo così dormiranno le strade,

solo così dormirà la paura e

sognerà di non essere sola e

sarà meno spaventosa. Dormi

mia bella città distrutta più

volte e sempre ricostruita senza

mai rimpianti per il passato. Dormi

mio piccolo albero che ti allunghi

verso il cielo, ancora non hai

scoperto che oltre le nuvole

vedrai le stelle e sarà proprio

questa la sera che ti farà cambiare.

Dormi mia amata città, dormi

e sogna di avere sognato questi

giorni di dolore e speranza.

 

 

 

Sono già entrata nello spirito natalizio, sollecitata dalle luci e dagli addobbi. Sto pensando a una nuova favola di Natale, ma nessuno spirito è ancora venuto a trovarmi. Così guardo vecchie fotografie, assaggio il primo panettone e prendo appunti e cerco di immaginare un Natale diverso anche in questa città che, soprattutto, pensa a lavorare e questa non è una leggenda, è la realtà di Milano città operosa. Oggi è venerdì 3 dicembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 635 è adorna di luci e addobbi natalizi. Così anch’io mi preparo a fare il mio albero, lo stesso che facevo nella mia casa d’infanzia, che è la vera casa di ogni storia di Natale.

mercoledì 24 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/626. Nuotare nel cielo come fosse il mare, cantare

 

 

 

A volte è meglio non fare nulla, stare in piedi sulla riva e vedere cosa il mare ci porta. A volte è meglio gettare le reti al largo, scandagliare i fondali e muoversi per favorire la pesca. Bisogna uscire quando fuori è ancora buio e attraversare la notte come se fosse un altro mare e sentire che anche il cielo è un’altra forma del mare e diventare nuotatori celesti, imparare a fermarsi vicino alle costellazioni come fossero arcipelaghi. Immaginiamo questi mari, le stelle, le isole, immaginiamo e lasciamo che le storie arrivino a noi. Con una storia ben raccontata possiamo mettere ordine nel tempo e dare un senso a ogni giornata, fare di ogni giornata un tempo ben vissuto. Così peschiamo nell’immenso mare delle immagini, vedute, ricordate e anche spontanee, tutte quelle che la nostra mente riesce a cogliere e poi elaborare.

 

 

 

L’alba attraversa le finestre

 

Mi fermo e aspetto che arrivi

il banco dei pesci argentati,

nella scia appaiono le sirene,

cantano, ma la loro lingua è

sconosciuta, nessuna malia ci

rapirà. Aspetto e ferma cerco

un’immagine che rappresenti

il senso di questa giornata.

Il senso mi ripeto e poi capisco

che in quel mare ci sono anch’io,

sono un’immagine? Seguo i pesci

nella loro scia d’argento, canto

lontano dalle sirene, la mia voce

è un’altra, diverso questo canto.

Si girano i pesci, le sirene fuggono,

l’alba attraversa le finestre, mi

sveglia. Era un sogno, un sogno?

Ridono le sirene e fuggono di

nuovo, il silenzio si leva con

il sole. È giorno, un giorno nuovo

che ancora non abbiamo scritto.

 

 

Ma ora che è scritto questo giorno nuovo, ne do conto in questa Cronaca 626 di mercoledì 24 novembre del secondo anno senza Carnevale, mentre la notte è di nuovo padrona del nostro mondo e i sogni sono pronti a ritornare.

domenica 14 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/616. Dov’è il luogo dove vivono le ombre quando la luce scompare?

 


Come camminano le ombre quando percepiscono che la sera sta arrivando? Come possono abituarsi a svanire, a sapere che dipendono sempre dalla luce, da qualunque tipo di luce? Non si agitano le ombre perché sanno che la loro invisibilità appartiene solo a questa dimensione e a questa terra. A loro basta sganciarsi dai corpi solidi, dai nostri corpi, per tornare nella grande ombra che è tutto l’universo, visibile e sconosciuto, che circonda questo piccolo pianeta. I muri intorno a noi sono di stelle remote milioni di anni, ma noi non possiamo allontanarci da quaggiù, non possiamo, anche se ci abbiamo provato arrivando sino alla luna, non possiamo e così fuggiamo con l’immaginazione. Per questo in un buio pomeriggio di novembre ho sentito il profumo del tuo dopobarba, del burro di cacao, della Leocrema e sei uscito dalle ombre per qualche istante, eri con me, anche se non sono riuscita a vederti. A volte mi basta alzare lo sguardo all’improvviso verso uno specchio e riconosco il baluginare dei tuoi occhi, la forma delle orecchie, la cartilagine del naso. Ciascuno di noi è fatto di elementi presi in prestito da genitori e antenati. Nei giorni migliori la mia bocca assomiglia alla tua madre, come l’arco della sopracciglia, mentre la forma e il colore degli occhi, di nuovo, appartengono a te padre. Ho preso le mani lunghe da tuo padre, madre, le spalle larghe e le anche da tua sorella padre. Siamo noi e non siamo soltanto noi, per questo le ombre si mescolano e ci sussurrano non solo cose note, perché possiamo riconoscerle, ma anche storie sconosciute perché possiamo impararle.

 

 

Nella forma delle stelle

 

Chino la testa sulla spalla

destra, la tua spalla è

dietro la mia, la sua spalla

è dietro la tua. Sono in noi

tutte le generazioni, non ci

lasciano mai, non siamo mai

noi soltanto, siamo io e non

solo io, io e un altro. Stiamo

nello spazio nella stessa

forma imperscrutabile delle

stelle, stiamo sulla terra a

piccoli gruppi, stelle cadute

che guardano il cielo e

cercano il ritorno, soltanto

questo, una parola ancora

per chiamarvi e il vostro

profumo mi dice che siete

arrivati e che le vostre ombre

sono tutto intorno e sopra e

sotto. Le stelle aspettano,

nell’aria aspettano e risplendono

nel loro silenzio, nel nostro

canto e nel perdono che non

abbiamo mai chiesto.

 

 

 

 

Non siamo mai soli, mai, anche quando pensiamo di esserlo, è un posto molto affollato questa terra, anche in una domenica di novembre, anche in un pomeriggio piovoso. Come oggi, domenica 14 novembre del secondo anno senza Carnevale con la sua Cronaca 616 che cerca di decifrare le luci che sappiamo stanno splendendo oltre le nuvole e su, fino alle stelle.

mercoledì 10 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/612. Prendi le nostre parole e fanne nuvole, pioggia o vento

 

 


 

A volte bisogna cambiare prospettiva per imparare di nuovo a vedere le cose. Un po’ come chiede il professor Keating nel film L’attimo fuggente ai suoi studenti quando li fa salire in piedi sui banchi. Salire su una scrivania in ufficio fa uno strano effetto, la stanza sembra più ampia e anche più luminosa. Salire sul tavolo della cucina permette di vedere la parte superiore dei mobili, i libri di ricette che non usiamo mai, la piccola collezione di bottiglie verdi, ricordo di cene e amici inghiottiti dal tempo. Per guardare da un’altra prospettiva il soggiorno e lo studio, ma anche la camera da letto, bisogna arrampicarsi in cima alla scala grande. Ecco dov’era finito quel romanzo di Carrère che era sparito, era solo scivolato tra il divano e il tavolino ed era rimasto intrappolato in una piega del telo colorato che cercava di difendere il divano dalla passione dei gatti che amavano rifarsi le unghie sugli angoli. Per guardare al quartiere con occhio diverso, bastava salire sino all’ultimo piano del palazzo e guardare verso nord-est per riconoscere le Tre Torri di City Life e riconoscere le vie che portavano verso la vecchia fiera che era un fantasma nella memoria. Tutta la città era una città fantasma, anche il fiume Olona scorreva sepolto sotto strati di terra e asfalto, il suo corso era stato deviato con un’ottima opera di ingegneria idraulica e in quel quartiere della città non c’erano esondazioni, come invece accadeva sempre dove scorrevano il Lambro e il Seveso.

Una volta arrivata in cima al palazzo aspetto che il sole tramonti, cerco di andare oltre le luci della città, verso la luna, invisibile, e le stelle fioche e remote. Anche se l’aria è già fredda, approfitto della sedia a sdraio della signora Luisa e mi accomodo meglio. E riporto alla mente una conferenza interessantissima dove una brillante filosofa aveva parlato di Pico della Mirandola, di Giordano Bruno e del Rinascimento. È proprio in quel preciso momento che sento in me e intorno a me che la terra è il cielo della luna. Noi siamo il cielo di qualcun altro? Possiamo cadere da questo cielo? È solo la forza di gravità che ci impedisce di cadere o è, piuttosto, la forza dell’immaginazione?

 

 

Guardare senza credere a ciò che vediamo

 

Luna, mia luna che sei

il cielo di questa terra,

non cadere su questa

città e sulle sue case,

lascia che noi siamo,

per oggi almeno, il tuo

cielo e tu la nuova

terra, quella dove vanno

a riposare i sogni prima

di tornare a casa. Prendi

le nostre parole e fanne

nuvole, pioggia o vento.

Noi staremo buoni, buoni

e in silenzio. Per la prima

volta densi come le nuvole

che crediamo leggere e

forti come il vento che

soffia gli impeti della volontà

prima ancora di quelli della

memoria. Terra o luna due

arance blu nel cielo nero,

se guardiamo senza credere

a ciò che vediamo.

 

 

Gli esercizi per lo sguardo sono seri e molto impegnativi, continuo ad allenarmi, non mi stanco mai. Com’è vasto il mondo, come mi sorprende, come mi piace guardarmi intorno e immaginare quel che non riesco a vedere, quel che non c’è più, quel che non ci sarà mai.

Oggi è mercoledì 10 novembre del secondo anno senza Carnevale e la sua Cronaca 612, occhiuta più che mai, continua a guardarsi intorno e mi racconta tutto quello che vede.