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domenica 19 febbraio 2017

Avere fede nella narrativa

Così completa è la mia fede nella narrativa che la vedo come una megadisciplina, una disciplina che incorpora tutte le altre, confonde i generi, mescola realtà e immaginazione, e nel migliore dei casi riafferma il diritto dello spirito individuale e indipendente di rappresentare il mondo. Proprio come faceva nell'antichità, quando la storia era un modo di conoscere, anzi lo strumento principale per organizzare e conservare il sapere: quando la realtà era una funzione della fede visionaria e la gente creava le storie che leggiamo e che ci hanno guidato fino a oggi. Le Scritture, le storie di Dio.

Edgar L. Doctorow
in una conferenza tenuta a Roma nella primavera del 2007
citato da 
Corrado Augias
Leggere
perchè i libri ci rendono migliori, più allegri e più liberi
Mondadori 2007

mercoledì 15 febbraio 2017

Scrittore e Narratore: trova la differenza

Però so che a lei sotto sotto Gadda non piace.
"Sono in minoranza, lo riconosco. Io credo che quando è al meglio Gadda è un grande scrittore, ma non un grande narratore".

Qual è la distinzione?
"Lo scrittore maneggia il linguaggio, il narratore estende il discorso al di là della lingua".

Lei ha più volte manifestato entusiasmo per la prosa d'arte.
"È la pura verità. Sono molto interessato alle arti figurative. Dopo aver scritto un saggio su Longhi, conclusi che la prosa dei critici merita di essere studiata come prosa di invenzione".

Grandi critici, a chi pensa oltre che a Longhi?
"Contini e Debenedetti. Il primo lo considero a tutti gli effetti la persona che ha più influito su di me. Al punto che talvolta scrivendo mi soffermo a pensare: questo l'ha già scritto lui".

E Debenedetti?
"Una sensibilità moderna straordinaria".

Sui narratori del Novecento che giudizio esprime?
"Ci sono stati narratori di grande valore. Tra questi Svevo, Morante, Fenoglio, ovviamente Calvino. Potrei allungare il brodo".

Si concentri su questi nomi, perché sento come una lontana riserva, un dubbio.
"Sono grandi, ma non sono dei giganti. Svevo non regge il confronto con Kafka o Proust, nonostante ciò che ne pensa Debenedetti. Morante non è Thomas Mann. E il resto...".

Il resto?
"È come se i personaggi della narrativa italiana quando parlano debbano esprimere sempre la verità, mai una conversazione brillante, leggera, mai un dialogo persuasivo!".

Ha avuto la tentazione di passare dalla parte dei narratori?
"Non so narrare. La sola cosa che so fare è ricordare".

Cosa intende?
"Saper scrivere ciò che si ricorda. Chi lo ha fatto meravigliosamente è stato Luigi Pintor con Servabo e Carmelo Samonà con Fratelli.
Si tratta però di memorialistica. Narrare è altra cosa. Presuppone l'uscire da sé, dalla propria vita. Occorre possedere talento per trasferire la propria esistenza in un'altra esistenza. Non ho questa capacità di lasciarmi possedere da qualcosa che non sia io".

Ogni grande narratore è in questo senso una specie di Dio.
"È un creatore, le teologie sono successive".


frammenti dell'intervista di Antonio Gnoli a Pier Vincenzo Mengaldo
Repubblica 12 febbraio 2017

venerdì 9 dicembre 2016

come l’odore d’erba dopo una notte di pioggia

Narrativa

Penso alle vite innocenti
delle persone nei romanzi: sanno che morranno
ma non che il romanzo finirà. Come sono diverse
da noi. Qui, la luna osserva istupidita,
tra nubi sparse, la città assopita,
e il vento ammonticchia le foglie cadute,
e qualcuno – vale a dire, io – sprofondato in poltrona,
sfoglia le pagine che mancano, sapendo che non c’è
molto tempo per l’uomo e la donna nella camera a ore,
per la luce rossa sopra la porta, per l’iris
che proietta la propria ombra sul muro; non molto tempo
per i soldati sotto gli alberi lungo il fiume,
per i feriti che vengono trasferiti
in città di retrovia dove resteranno;
la guerra che ha infuriato per anni si concluderà,
come pure ogni altra cosa, tranne una presenza
difficile da definire, una traccia, come l’odore d’erba
dopo una notte di pioggia o quel che resta di una voce
che ci fa sapere senza compitarlo
di non disperare; se la fine è arrivata, anch’essa passerà.
Mark Strand 
L’uomo che cammina un passo avanti al buio
traduzione di Damiano Abeni
Mondadori 2011

I think of the innocent lives
Of people in novels who know they’ll die
But not that the novel will end. How different they are
From us. Here, the moon stares dumbly down,
Through scattered clouds, onto the sleeping town,
And the wind rounds up the fallen leaves,
And somebody – namely me – deep in his chair,
Riffles the pages left, knowing there’s not
Much time for the man and woman in the rented room,
For the red light over the door, for the iris
Tossing its shadow against the wall; not much time
For the soldiers under the trees that line
The river, for the wounded being hauled away
To the cities of the interior where they will stay;
The war that raged for years will come to a close,
And so will everything else, except for a presence
Hard to define, a trace, like the scent of grass
After a night of rain or the remains of a voice
That lets us know without spelling it out
Not to despair; if the end is come, it too will pass.

giovedì 20 ottobre 2016

Tutti i romanzi sono un unico libro che noi stessi abbiamo scritto

Di colpo mi son trovata dentro un libro su come leggere i romanzi, e non riesco a smettere di costruire frasi. È questo il libro che vedo quando sollevo il coperchio e guardo dentro. Sarà come leggere tutta la narrativa come se fosse un unico libro che noi stessi abbiamo scritto.
 5 febbraio 1927

Virginia Woolf
lettera a Vita Sackville-West 

domenica 26 aprile 2015

Scrivere è scegliere il linguaggio che sappia coinvolgere il lettore nella visione che è la finzione

Spero di essere riuscita a mostrare quanto spazio ci sia, quante variazioni esistano, quante possibilità si possano considerare nel momento in cui si sceglie come narrare i propri racconti e i propri romanzi. Decidere l'identità e la personalità del narratore è un passo importante. 
Ma è solo un passo. Ciò che importa davvero è quello che avviene dopo: il linguaggio che lo scrittore usa per destare interesse e coinvolgere il lettore nella visione e nella versione di eventi che si sa essere finzione.

Francine Prose
Leggere da scrittore
traduzione di Jusi Loreti
Dino Audino editore 2014


domenica 19 ottobre 2014

Nella poesia deve esserci solo poesia

Tremarella

I poeti e gli scrittori.
Così infatti si dice.
Ma, se non scrittori, i poeti chi sono -
I poeti – la poesia, gli scrittori – la prosa.
Nella prosa può esserci tutto, anche poesia,
ma nella poesia deve esserci solo poesia -
In sintonia col manifesto, che l’annuncia
con lo svolazzo liberty d’una P maiuscola,
iscritta nelle corde d’una lira alata,
dovrei, più che entrare, arrivare volando -
E non sarebbe meglio scalza,
che con queste scarpe da quattro soldi,
pesanti, scricchiolanti,
goffa sostituzione d’un angelo? -
Avessi almeno un vestito più lungo, più lieve,
e versi che escono così, dalla manica,
da festa, da parata, da grande occasione,
un don dan don,
ab ab ba -
Ma là sul palco già guata un tavolino
da seduta spiritica, coi piedini dorati,
su cui fuma un piccolo candeliere -
Ne deduco che
dovrò leggere al lume di candela
ciò che ho scritto a macchina
tac tac tac alla luce d’una lampadina -
Senza preoccuparmi in anticipo
se sia poesia
e quale poesia -
Se del genere in cui la prosa è malvista -
O del genere che è benvista in prosa -
E qual’è la differenza,
percepibile oramai solo nella penombra
nello sfondo del sipario bordò
con frange viola?

Wislawa Szymborska
Gente sul ponte
a cura di Pietro Marchesani
Libri Scheiwiller 1996

giovedì 12 dicembre 2013

Tutti noi siamo creature narrative

Siamo tutti Don Chisciotte. Io, tu, voi: tutti. Lo poteva dire a ragion veduta il suo creatore, sicuramente lo può dire Francisco Rico, a cui dobbiamo una magistrale edizione critica del capolavoro di Miguel de Cervantes. E lo possiamo dire tutti, perché la grandezza del Don Quijote de la Mancha è esattamente questa: "Rappresenta una volta per tutte il punto d'incontro della vita e della letteratura, il crocevia tra verità e finzione. Ci riguarda tutti, perché tutti noi siamo creature narrative: ci raccontiamo ogni giorno a noi stessi, tra la speranza di un domani alla misura del nostro desiderio e la nostalgia del come avrebbe potuto essere il passato, a volte fuggendo dalla realtà e altre volte fuggendo verso la realtà".
(...)
Qual è la cifra stilistica del romanzo?
"Il Chisciotte non è tanto "scritto" quanto "detto", steso senza sottostare alle costrizioni della scrittura, ma lasciando correre la penna come se fosse la voce, quindi con lo stile della lingua quotidiana e contro la lingua letteraria. Le persone e le cose, viste sotto il prisma domestico della vita, da una prospettiva familiare, vivono sul piano dell'esperienza di ogni giorno: avere elevato questa esperienza comune a norma della finzione romanzesca rappresenta un momento di capitale importanza nell'avventura letteraria europea".


Francisco Rico

frammenti dell'intervista a Benedetta Craveri
Repubblica martedì 5 novembre 

domenica 16 giugno 2013

Scrivere è sfondare una finestra chiusa

Immaginate una stanza affollata - l' aria viziata, stagnante. Tra i presenti uno va alla finestra. Bene, pensate: la aprirà. Invece la sfonda. Ecco: per Virginia Woolf quello è Joyce. Per lui bisognava scuotere le fondamenta per rinnovare la fabbrica narrativa. Alcuni pilastri, però, li lascia intatti: la triade di Padre, Figlio, Madre - la più antica cellula del mito, della religione, della società. Della letteratura. Ma poiché per Joyce la letteratura si rinnova a punti crociati di tradizione e tradimento, le alterazioni contano: il padre Ulisse è un ebreo di erranza stanziale. Il figlio Telemaco è un intellettuale riottoso incatenato al labirinto in terra d' Irlanda; la Grande Madre Molly, più che una Mater Matura che apra all Aurora, è Afrodite sulla via del tramonto. Di questa cellula germinale - Joyce docet - la letteratura non può fare a meno; soprattutto della Grande madre - umida, acquatica. Come lui di Nora Barnacle: moglie e madre. E' con Nora - il 16 giugno 1904 - a Dublino che concepisce per sé la vita nuova. Sempre con Nora si ingravida di se stesso e nasce scrittore in esilio, che brucia in olocausto le inerti escrescenze di un genere stanco - il romanzo. E lo riporta ad abbeverarsi alla sua origine epica.

Nadia Fusini
Repubblica 16 giugno 2004

domenica 12 maggio 2013

La narrativa è l'arte dell'inganno

... Desidero che i miei libri abbiano una struttura, che abbiano sangue, muscoli, tendini, ossa.

(...) soprattutto ai tempi del libro su Keplero - il secondo della trilogia dedicata ai grandi scienziati - la mia scrittura governava l'intreccio in modo troppo controllato; tanto che mi ricordo ancora molte della parole che avevo usato allora. Ma già nell'Intoccabile ho cercato di confidare in una narrazione più istintuale: è un esperimento e come tale non so se sia del tutto riuscito. Desideravo comporre una sorta di manifesto di arte pubblica, vedevo questo romanzo come una specie di murale, dove i dettagli si evidenziano man mano che ci si avvicina. Inoltre, da ragazzo avevo una grande ammirazione per alcuni scrittori inglesi come Graham Greene, Evelyn Waugh, P. G. Wodehouse, Henry Green; così con questo libro volevo allo stesso tempo tentare una loro parodia e rendere omaggio alla loro scrittura.

Torniamo ai libri che ha dedicato a Copernico e a Keplero: non è tanto la passione per l'astronomia ad averglieli dettati, quanto l'affinità con l'esigenza di ordine che muove le speculazioni scientifiche. Tutto questo sembra avere a che fare con quella sorta di furore organizzativo che il poeta americano Wallace Stevens chiamava "the rage for order". Ma, qui, il fatto di inseguire armonie prestabilite pare abbia per lei una valenza soprattutto estetica. È così?
Assolutamente sì. Sono d'accordo con Frank Kermod quando teneva a sottolineare come l'opera d'arte trovi in se stessa una sua compiutezza, perché è qualcosa di circolare, di conchiuso, di finito: ha un inizio, una parte centrale, una fine. Le nostre vite, invece, sono aperte, nel senso che non ricordiamo la nostra nascita, né possiamo avere piena consapevolezza della morte. Quel che ci resta è una parte centrale, connotata, tra l'altro, da una profonda incoerenza. Dunque, ciò che mi ha affascinato in persone come Keplero o Copernico è proprio l'aver cercato di imporre il loro senso dell'ordine su questo complesso disordine che ci circonda.

Per la verità, anche l'arte contempla il non finito: da Michelangelo a Proust a Gadda a Schubert, l'incompiuto è una potenzialità più volte realizzata, non le sembra?
Certo, ma io non mi riferisco all'aspetto superficiale con il quale si presenta l'opera d'arte, alla sua rifinitura; bensì al fatto che essa nasce dal nulla e anche quando non viene portata a compimento esibisce, comunque una sua oggettività che non è paragonabile a null'altro di quanto scorre nella nostra vita.

La pittura è nei suoi romanzi una presenza insistente, come mai?
La narrativa è l'arte dell'inganno. Chiunque si dedichi a un lavoro simile dovrebbe conoscere anche altre forme di espressività artistica.

Nelle pagine dei suoi romanzi, pur così diversi nella tessitura della trama, sono molte le ricorrenze che si potrebbero citare. Sul finire del suo memoriale, Victo Maskell - ovvero "l'intoccabile" - riflette: "Qui, alla scrivania, alla luce della mia lampada, mi sento come Odisseo nell'Ade, premuto da ombre che supplicano un po' di calore, un po' del sangue della mia vita, così che possano vivere ancora, anche se per poco" (...)
Sì, (...) un nesso c'è e riguarda la creatività. Come sosteneva Beckett, tutti i protagonisti di una stessa storia non fanno altro che prestare voci diverse a ciò che l'artista vuole esprimere. Maskell si dibatte tra le figure nebulose della sua memoria e cerca di restituire loro un corpo. (...) A me pare che quel che rende possibile la nostra relazione con gli altri sia l'immaginazione, la proiezione delle nostre fantasie su chi ci circonda.
(...)

John Banville
Voglio che i miei romanzi abbiano sangue, muscoli, tendini, ossa
Frammenti dall’intervista - del novembre 1998 - a proposito del suo romanzo L'intoccabile nel volume di Francesca Borrelli
Biografi del possibile
Bollati Boringhieri 2005

mercoledì 17 aprile 2013

La casa della narrativa non ha una finestra sola, ma un milione


La casa della narrativa – non ha una finestra sola, ma un milione – un numero quasi incalcolabile di possibili finestre, ognuna delle quali è stata aperta o è ancora apribile, sulla sua vasta fronte, dalla necessità della visione e dalla pressione della volontà individuale.
Queste aperture, di forma e misure dissimili, danno tutte sulla scena umana, sì che ci si potrebbe aspettare, da esse, una identità di riproduzione maggiore di quella che troviamo. Esse sono finestre nel migliore dei casi o altrimenti meri fori in un muro morto, sconnessi, collocati in alto; non sono porte coi cardini che si aprano direttamente sulla vita. Ma hanno questa caratteristica, che ad ognuna di esse v’è una figura con un paio d’occhi o almeno con un binocolo, che costituisce uno strumento unico di osservazione, il quale assicura a chi ne fa uso un’impressione distinta da ogni altra. Lui e i suoi vicini osservano lo stesso spettacolo, ma uno vede di più là dove un altro vede di meno, uno vede nero là dove un altro vede bianco, uno vede grande là dove un altro vede piccolo.
E così via di seguito: fortunatamente non è dato dire dove, per un particolare paio d’occhi, la finestra non si possa aprire: “fortunatamente” in virtù, precisamente, di questa incalcolabilità di raggio. Il campo che si estende, la scena umana, è la “scelta del soggetto”; ma, sia da sola che insieme ad altre, essa non è nulla senza la presenza dell’osservatore – senza, in altre parole, la coscienza dell’artista.
Henry James, 
prefazione a Ritratto di signora
in Le Prefazioni, a cura di Agostino Lombardo, Neri Pozza, 1956.

lunedì 18 febbraio 2013

Il potere di qualcosa al tempo stesso immaginato e reale

Perdere e ritrovare la fede nella narrativa?
Accade anche agli scrittori. Ecco uno stralcio da un articolo di 
Ian McEwan su Repubblica di oggi.

"Ho un ricordo di quand'ero bambino, nel quale accarezzo un dettaglio in un romanzo. Ricordare il momento è un altro modo di ritrovare la fede nella narrativa. Fu un' esperienza ipnotica, che ha avuto delle conseguenze per tutta la vita, perché mi mostrò come il mondo fattuale e quello narrativo possono penetrarsi l'un l' altro. Avevo tredici anni, ero solo nella biblioteca scolastica, incantato da Messaggero d' amore, il romanzo di L. P. Hartley. Il suo protagonista, Leo, di famiglia povera, trascorre l'estate del 1900 in vacanza con un compagno di scuola la cui famiglia possiede una grande villa in campagna. Il cuore della vicenda, naturalmente, è il ruolo di Leo come messaggero in una storia d' amore clandestina. Ma ciò che mi attrasse fu 
l'ondata di calore di quel mese di luglio, e l'attrazione di quel ragazzino per il termometro della serra e come potesse raggiungere i 100 gradi Fahrenheit. Un giorno arriva alla villa una copia del settimanale satirico, Punch, dove una vignetta mostra "Il signor Punch sotto l' ombrello si asciuga la fronte, mentre il cane Toby, con la lingua di fuori, si affloscia dietro di lui". Ricordo di aver messo da parte il libro, con mossa ispirata, e di avere attraversato la biblioteca per andare a cercare lo scaffale dove erano riposte le vecchie copie rilegate di Punch, di aver tirato giù il volume del 1900 cercando il mese di luglio. Ed eccoli lì, il cane sovraccaldato, l'ombrello e il signor Punch che si preme un fazzoletto sulla fronte! Era vero. Ero rapito, esultante per il potere di qualcosa al tempo stesso immaginato e reale. E per un attimo, provai una singolare tristezza, la nostalgia per un mondo dal quale ero escluso. Per un momento, ero stato Leo, avevo visto ciò che lui aveva visto, poi mi trovai di nuovo nel 1962 ed ero in collegio, e non c'erano amanti tra cui fare la spola, nessuna ondata di calore, e non restava che questo, una rivista ingiallita. Allora non potevo capirlo così, ma avevo visto come il realismo può essere potenziato da ciò che accade davvero. Venti anni dopo, l'ho sperimentato personalmente. Cose che non sono mai accadute possono mescolarsi con cose successe, una creatura immaginaria può prendere per mano la realtà in carne ed ossa, può vivere in casa tua, come il mio Henry fece una volta, può leggere tutto ciò che hai letto e perfino fare l' amore con tua moglie. L'ateo può riposare con il credente, l'enciclopedia con la poesia. Tutto ciò che hai assorbito e di cui ti sei stupito nei mesi privi di fede (la scienza, la matematica, la storia, la legge e tutto il resto) puoi portarlo con te e usarlo quando torni nuovamente all'unica vera fede".

lunedì 17 dicembre 2012

L'istinto narrativo

Se mi chiedeste di descrivere i caratteri che trasformano una persona in uno scrittore parlerei, per prima cosa, del potente impulso a creare delle storie; a organizzare entro il contesto di una trama quella realtà che non di rado risulta caotica e incomprensibile; a trovare in tutto ciò che accade i nessi evidenti e quelli occulti, capaci di dare un significato particolare; a evidenziare in ogni evento i tratti "avvincenti", e a farvi spiccare i "protagonisti".
Dal mio punto di vista, l'impulso a raccontare una storia, a inventare o ad attingere alla realtà, è quasi un istinto a sé, l'istinto narrativo: per determinate persone - alcune delle quali finiscono poi per diventare scrittori - questo istinto è potente e primario come ogni altro. La grande fortuna sta nel fatto che esso trova nel mondo l'istinto parallelo: quello di ascoltare storie.

David Grossman
Con gli occhi del nemico
Raccontare la pace in un paese in guerra
traduzione di Elena Loewenthal e Alessandra Shomroni
Mondadori 2007

mercoledì 29 agosto 2012

La narrativa è la memoria, il fantasma, la lanterna magica

La narrativa è la memoria, il fantasma, la lanterna magica della realtà presente e passata, interna ed esterna all'uomo, dunque è necessaria alla società e alla civiltà, prima ancora dell'artista.

Francesca Sanvitale