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martedì 15 giugno 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/464. Quattro storie, il mare e le ombre

 

Era bello stare sdraiati all’ombra dei grandi cedri sulle pendici del monte Libano senza altro pensiero che allungare un braccio per prendere una fetta di melone maturo o bere un sorso d’acqua fresca. In lontananza una striscia di mare brillava come una stoffa ricamata d’oro. Certo sarebbe finito a breve quel viaggio e sarebbe ritornato a vivere a Parigi, ma intanto era lì e poteva continuare a godere di quella bellezza tutto intorno. D’un tratto apparve una ragazza molto giovane, non doveva avere più di vent’anni, con una gran massa di capelli neri che gli stava sorridendo. Si mise in piedi per andarle incontro, ma lei gli disse che non era il tempo, non ancora e corse via. Lui si mosse e così ruzzolò un po’ a valle e capì che la ragazza era un sogno e, forse, una promessa.

Il ragazzino ormai undicenne, continuava a fare un gioco che si era inventato da solo nei lunghi pomeriggi infantili, quando lo costringevano a fare riposini di cui non sentiva alcun bisogno. Prima di tutto contò le lame di luce sul soffitto, ed erano molte, poi andò ad aprire lo scrigno che stava sotto la finestra e chiamò le ombre, che risposero nella loro lingua muta che solo ai poeti era comprensibile. Ogni volta qualche ombra mai vista prima si presentava e chiedeva di poter ritornare. Lui acconsentiva e le ombre, disciplinate come soldatini di piombo, tornavano nel loro rifugio. Allora il ragazzino poteva alzarsi, prendere il cavalletto con una tela nuova e la cassetta dei colori a olio. Quando attraversava il campo di grano e i corvi si alzavano in volo, sentiva la presenza di Van Gogh accanto e, solo allora, poteva iniziare a dipingere quel che vedeva e quel che aveva ricordato. Il grano era oro che brillava come quell’altro mare.

Nel giardino notturno il poeta si era sdraiato a guardare le stelle perché gli piaceva quella vertigine che precedeva lo sprofondamento in quei punti di luce imprendibile. Tutto intorno era il profumo dei gelsomini notturni ad avvolgere il mondo e lui ne era inebriato. D’un tratto dal fondo del giardino, dove c’era l’angolo delle rose, arrivarono danzando le lucciole. Che canto stavano ascoltando che alle sue orecchie umane non arrivava? Una voce di fanciulla sorretta da un suono d’arpa si mosse nell’aria lieve quanto le lucciole. Il poeta non capiva le parole, ma il sentimento sì, e lasciò che una lacrima gli scivolasse lungo la guancia. Non volle chiedersi perché, lasciò che la notte lo avvolgesse nel filo tessuto di buio e scivolò nell’oblio, per qualche ora almeno.

In quanti erano quel giorno gli amici sulla spiaggia? Ridevano e gridavano, si sfidavano, ma nessuno aveva ancora avuto il coraggio di tuffarsi dagli scogli più alti. I ragazzi più grandi e muscolosi tentennavano, così lui si sentì chiamato in causa, perché era il più piccolo e il più gracile, sempre chiuso in casa chino sui libri, l’unico che stava frequentando il ginnasio e sognava di diventare professore di greco antico. Quando sarebbe stato immerso nella sua amata Odissea, in quel mare colore del vino, avrebbe potuto ricordare quel giorno, almeno un giorno dove la sua vita sarebbe stata vissuta fuori dai libri. Così si arrampicò sullo scoglio, prese la rincorsa e si tuffò stringendo al petto le ginocchia e poi con una capriola, che non sapeva di poter fare, si allungò e stese le braccia. Fu un tuffo perfetto, l’acqua era fresca, sfiorò il fondale con le mani e poi seguì le bolle d’aria e la luce per risalire. Tutti lo stavano guardando e poi uno dei grandi gridò il suo nome e iniziò ad applaudire. E tutti gli altri lo seguirono e il ragazzino gracile diventò, almeno per quell’estate, un eroe come Ulisse.

Anche oggi vado con la pesca a strascico nel grande mare delle storie e ne raccolgo, come fossero sassi o conchiglie. La vita è questo inventare e scrivere, oggi 15 giugno del secondo anno senza Carnevale, nient’altro e non è poco per questa Cronaca 464.

domenica 4 dicembre 2016

di tutto possiamo raccontare la storia

Quando Bàal-Shem doveva assolvere un qualche compito difficile, qualcosa di segreto per il bene delle creature, andava allora in un posto nei boschi, accendeva un fuoco, diceva preghiere, assorto nella meditazione: e tutto si realizzava secondo il suo proposito. Quando, una generazione dopo, il Maggìd di Meseritz si ritrovava di fronte allo stesso compito, riandava in quel posto nel bosco, e diceva: «Non possiamo più fare il fuoco, ma possiamo dire le preghiere», e tutto andava secondo il suo desiderio. Ancora una generazione dopo, Rabbi Moshè Leib di Sassow doveva assolvere lo stesso compito. Anch'egli andava nel bosco, e diceva: «Non possiamo più accendere il fuoco, e non conosciamo più le segrete meditazioni che vivificano la preghiera; ma conosciamo il posto nel bosco, dove tutto ciò accadeva, e questo deve bastare». E infatti era sufficiente. Ma quando di nuovo, un'altra generazione dopo, Rabbi Ysra'el di Rischin doveva anch'egli affrontare lo stesso compito, se ne stava seduto in una sedia d'oro, nel suo castello, e diceva: «Non possiamo più fare il fuoco, non possiamo dire le preghiere, e non conosciamo più il luogo nel bosco: ma di tutto questo possiamo raccontare la storia». E il suo racconto da solo aveva la stessa efficacia delle azioni degli altri tre.

(una storia della tradizione orale chassidica riportata così come sentita dalla voce di Shemuel Yosef Agnon)

Gershom Scholem
Le grandi correnti della mistica ebraica
traduzione di Guido Russo
Einaudi 1993

giovedì 1 dicembre 2016

Raccontare storie, vivere e crescere - e cambiare

Raccontare storie ai bambini, cioè aiutarli a crescere, aiutarli a imparare a vivere.
Vivere, crescere. Non: sopravvivere; non trascinarsi; non: adeguarsi all'esserci consentendo comunque. Vivere e crescere - e cambiare, quindi. Magari guardando e prendendo in mano il Qui, per progettare un Altrove che non si trovi altrove ma sia qui, che sia il Qui trasformato. Allora però è necessario che dietro il raccontare, prima del raccontare, ci sia qualcosa di enorme, come il senso stesso della propria esistenza. Una passione vera, almeno, che muova e accompagni - che perseguiti, forse; che non lasci respiro al respiro affannoso, all'arrancare, e che aliti invece il proprio respiro ampio. Si può chiamare amore, dolore, Dio - ognuno ha la propria storia -: non è il nome che conta, quel che è essenziale e che la rivelazione ci sia e sia mantenuta viva e alimentata: con passione, con disponibilità a stupirsi e a rinnovare lo stupore. 

Giuseppe Pontremoli
Elogio delle azioni spregevoli
l'ancora del Mediterraneo 2004



venerdì 11 novembre 2016

Così vanno raccontate le storie

A un rabbi, il cui nonno era stato discepolo del Baal-shem, fu chiesto di raccontare una storia. «Una storia», disse egli, «va raccontata in modo che sia essa stessa un aiuto». E raccontò: «Mio nonno era storpio. Una volta gli chiesero di raccontare una storia del suo maestro. Allora raccontò come il santo Baal-shem solesse saltellare e danzare mentre pregava. Mio nonno si alzò e raccontò, e il racconto lo trasportò tanto che ebbe bisogno di mostrare saltellando e danzando come facesse il maestro. Da quel momento guarì. Così vanno raccontate le storie».

Martin Buber
I racconti dei Chassidim
traduzione di Gabriella Bemporad
Garzanti 1979

venerdì 4 novembre 2016

Il potere dei racconti

Il mondo era grande.
Ma tutto era ancora più grande quando si ascoltava una cosa raccontata.

João Guimarães Rosa
Una storia d'amore
traduzione di Edoardo Bizzarri
Feltrinelli 1989

sabato 30 gennaio 2016

Raccontare le cose per non dimenticarle

Penso che dimentichiamo le cose quando non abbiamo qualcuno a cui raccontarle.

Questa è una battuta di un film che mi è piaciuto molto Lunchbox, la storia epistolare tra Ila e Saajan, una casalinga e un impiegato di Mumbai.
Lei vive tra le mura domestiche e parla solo con una zia invisibile che vive al piano di sopra e accudisce un marito paralizzato da quindici anni. 
Lui è un uomo di mezza età prossimo alla pensione, vedovo, silenzioso e un po' antipatico che tiene le persone alla larga. Un banale scambio di lunchbox, consegnate con un sistema complicatissimo, fa degustare a Saajan il pranzo che Ila ha preparato per il marito, indifferente e infedele, come scopriremo poi; il buon cibo e un primo bigliettino scatenano una fitta corrispondenza che scatena in entrambi un desiderio di cambiamento. Ma per cambiare bisogna avere coraggio e forse un po' di incoscienza. Lunchbox, del giovane regista indiano Ritesh Batra è un film delicato e poetico che si dipana per sottrazioni e sospension.
Una storia dove la vita quotidiana, che appare così difficile e povera, è invece fonte di gioia e allegria.

E.P.



martedì 27 agosto 2013

ll senso della narrazione

frammenti dell'intervista di Leonetta Bentivoglio al compositore Fabio Vacchi su Repubblica di oggi.

... Un'altra censura ha colpito per molto tempo la narrazione.

In che senso?

Negli anni Settanta e Ottanta dire di un brano che era narrativo veniva considerato insultante. Sempre Boulez dichiara che il teatro musicale è morto perché la narrazione non ha più senso. Affermazione contraddetta dagli scienziati su base sperimentale. Le neuroscienze parlano del self autobiografico, cioè della creazione di un senso di identità coincidente col rappresentarsi attraverso la propria storia. Il racconto è un cardine primario della nostra specie.

martedì 18 giugno 2013

Raccontare storie è stare lassù, da soli, con una sedia

Il mio mestiere è quello di raccontare storie agli altri.
Devo raccontarle.                           
Non posso non raccontarle. 
Racconto storie di altri ad altri.                                            
O racconto storie mie a me stesso o agli altri.                                                               
Le racconto su un palco di legno, con altri esseri umani, in mezzo a oggetti e luci.             
Se non ci fosse il palco di legno, le racconterei per terra, in una piazza, in una strada, in un angolo, a un balcone, dietro una finestra. 
Se non ci fossero esseri umani assieme a me le racconterei con pezzi di legno, brandelli di stoffa, carta ritagliata, latta, con qualsiasi cosa esista al mondo.                 
Se non ci fosse niente, le racconterei parlando ad alta voce, se non avessi voce parlerei con le mani, con le dita.                                                  
Se non ci fossero le mani e le dita, le racconterei con il resto del corpo. Racconterei muto, racconterei immobile, racconterei attraverso i fili, dentro uno schermo, dentro una ribalta. 
In qualsiasi modo racconterei, perché l'importante per me è raccontare le cose ad altri che le ascoltano.                        
Non capite che il resto non conta quasi nulla?
Non capite che il mezzo per raccontare è solo un passaggio, un oggetto, un pretesto per parlare con gli altri, di cose che ti stanno dentro?
Cosa mi parlate di teatro, di cinema o di altro.
Appeso a un filo in una piazza, seduto su una sedia a venti metri da terra, sarebbe anche quello un modo di raccontare cosa può fare un uomo, solo, lassù, con la sua sedia.
Raccontare che esiste, che sta in equilibrio, che può cadere e non cade, che ha paura e che non lo fa vedere e mille mille altre cose.
Non capite questo? 
Non avete proprio mai capito niente.
Ma l’importante è che non mi importa più di essere capito.
Mi basta di essere ascoltato.

                                                                                                      
Giorgio Strehler
citato in Italo Moscati 
Strehler
Vita e opere di un regista europeo
Editore Camunia 1985

mercoledì 16 gennaio 2013

Un'ansia del segreto delle stelle

Tutto ero mistero per la mia fede, la mia vita era tutta "un'ansia del segreto delle stelle, tutta un chinarsi sull'abisso". 
Ero bello di tormento, inquieto pallido assetato errante dietro le larve del mistero. 
Poi fuggii. Mi persi per il tumulto delle città colossali, vidi le bianche cattedrali levarsi congerie enorme di fede e di sogno colle mille punte nel cielo, vidi le Alpi levarsi ancora come più grandi cattedrali, e piene delle grandi ombre verdi sugli abeti, e piene della melodia dei torrenti di cui udivo il canto nascente dall'infinito del sogno. 
Lassù tra gli abeti fumosi nella nebbia, tra i mille e mille ticchiettìi le mille voci del silenzio svelata una giovine luce tra i tronchi, per sentieri di chiarìe salivo: salivo alle Alpi, sullo sfondo bianco delicato mistero. 
Laghi, lassù tra gli scogli chiare gore vegliate dal sorriso del sogno, le chiare gore i laghi estatici dell'oblìo che tu Leonardo fingevi. 
Il torrente mi raccontava oscuramente la storia. 
Io fisso tra le lance immobili degli abeti credendo a tratti vagare una nuova melodia selvaggia e pure triste forse fissavo le nubi che sembravano attardarsi curiose un istante su quel paesaggio profondo e spiarlo e svanire dietro le lancie immobili degli abeti. 
E povero, ignudo, felice di essere povero ignudo, di riflettere un istante il paesaggio quale un ricordo incantevole ed orrido in fondo al mio cuore salivo: e giunsi giunsi là fino dove le nevi delle Alpi mi sbarravano il cammino. 
Una fanciulla nel torrente lavava, lavava e cantava nelle nevi delle bianche Alpi. 
Si volse, mi accolse, nella notte mi amò. 
E ancora sullo sfondo le Alpi il bianco delicato mistero, nel mio ricordo s'accese la purità della lampada stellare, brillò la luce della sera d'amore.

Dino Campana
frammento dai Canti Orfici

venerdì 21 settembre 2012

Il racconto della felicità di esistere

L'arte, anche se tragica, è sempre il racconto della felicità di esistere.

Boris Pasternak
Quintessenza
Saggi sulla letteratura e sull'arte
a cura di C. G. De Michelis
Marsilio 1990

giovedì 12 luglio 2012

Non esiste un solo modo di raccontare

Non esiste un solo modo di raccontare. C'è stato un tempo in cui raccontare per me era soprattutto utilizzare la chiave della memoria. Oggi quello che racconto passa attraverso il viaggio e il paesaggio, due luoghi che hanno molto a che vedere con la narrazione svolta al presente.


Marco Paolini
intervista a Repubblica del 11/12/2000

domenica 8 luglio 2012

Scrivere è fluire come acqua chiara

Noi viviamo perché ci raccontiamo, prima a noi stessi e poi agli altri, siamo affabulatori infiniti, ma il linguaggio dev'essere sempre fluido e chiaro come l'acqua.


Joyce Lussu
La Repubblica - Il venerdì
13/03/1998

lunedì 25 giugno 2012

L'incantesimo sta nel sentire e nel narrare


A eccezione del pregiudizio, nelle arti non ci sono sentimenti banditi, e non c’è storia che non possa essere raccontata. L’incantesimo sta nel sentire e nel narrare, nient’altro.

Siri Hustvedt
L'estate senza uomini
traduzione di Gioia Guerzoni
Einaudi 2012