Visualizzazione post con etichetta Paul Auster. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Paul Auster. Mostra tutti i post

sabato 29 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/692. Come cantare lo stesso canto della mia città

 


 

Quali sono le cose che rendono ogni giornata una giornata felice? Di sicuro il sole, quando intiepidisce l’aria, mi chiama a sedermi su una panchina fuori dalla biblioteca e si offre al mio viso e io faccio lo stesso. Mi sono fermata a lungo, sino a quando la luce e il calore non hanno iniziato a farmi girare la testa e allora, piano, mi sono spostata verso una zona d’ombra e sulla soglia dell’ingresso ho sentito risuonare i passi degli operai che entravano a lavorare alla De Angeli–Frua, fabbrica tessile andata distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale. È tutta una stratificazione di ricordi quest’area vicino a casa, dove c’era anche un bosco spontaneo sorto sulle rovine della fabbrica e che venne quasi completamente tagliato durante un tentativo di speculazione edilizia, di cui ho già scritto, nell’agosto del 1991. Ma sono così tante le tracce del passato in questo quartiere che non mi stanco mai di andare a cercare particolari che non conoscevo sui libri e su internet. Oggi sembrava proprio primavera, l’aria era sottile e immaginavo di sentirci profumi che ancora non ci sono. Una fervida immaginazione rende una giornata qualunque una giornata felice. Sono passata apposta davanti al panettiere solo per poter respirare l’aroma del pane appena sfornato e dal fruttivendolo per catturare con le narici quello dei molti agrumi esposti sul bancone. Ho fatto anche un esercizio che non riesco mai a finire, cioè riuscire a ricordarmi tutti i negozi che si sono succeduti in via Marghera, una delle vie più belle di Milano, ma non ci riesco quasi mai, anche se ricordo quanto era piacevole questa zona della città, metà borgo antico e metà quartiere elegante, quando ho iniziato a frequentarlo negli anni delle scuole superiori. Intorno alla scuola Novaro-Ferrucci e alle rovine della fabbrica ci ho camminato così tante volte che i miei passi potrebbero avere contribuito a incidere il selciato. Così come i miei sguardi che non si fermano mai e continuano a interrogare i palazzi e le finestre alla ricerca di storie nuove da raccontare o raccontare di nuovo perché nessuno le ricorda più. Amo molto gli scrittori che si identificano, almeno in parte, con la città in cui vivono, a volte da quando ci sono nati, come Paul Auster e New York, Fernando Pessoa e Lisbona, Virginia Woolf e Londra, giusto per citarne alcuni. Anche Milano è stata molto raccontata nel corso del tempo da numerosi scrittori che l’hanno anche solo visitata nel giro di pochi giorni. Ho raccolto un’infinità di citazioni e testimonianze per il romanzo che ho appena finito di scrivere e mi piace andare a rileggere di quella Milano antica che nessuno vedrà mai più. Una giornata felice è anche quando scopro le tracce di altri scrittori per le vie che più amo e mi piace questa convivenza immaginaria con loro e la mia città, anche se spesso i palazzi dove hanno vissuto non esistono più.

 

 

 

Il canto di Milano

 

È forse questo il segreto

della parola, custodire

per noi quella luce e

quei volti che non abbiamo

mai veduto ma che possiamo

ricordare come se fossero

nostri, come se il tempo

fosse solo un luogo che

ci appartiene e cui apparteniamo

anche se non lo sappiamo, anche

se non lo vogliamo. Per tutti

quelli che l’hanno amata, per

quelli che la vivono senza

amarla, per tutto il passato

e per questo presente, per

tutta questa vita intorno e

dentro di me, io canto questo

tuo stesso canto, mia amata

Milano, la mia città, il mio

posto nel mondo.

 

 

E così, su queste note amorose è trascorso questo sabato 29 gennaio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 692 è molto orgogliosa di essere milanese e io con lei.

martedì 21 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/135: in cerca di un più luminoso silenzio


Da sempre mi piace immaginare cosa accade nei nostri luoghi abituali durante le nostre assenze.

Da bambina immaginavo i giocattoli animarsi e vivere una vita diversa da quella cui noi, piccoli umani, li costringevamo.

E i libri? Cosa fanno i nostri libri quando noi siamo assenti? Ho sempre immaginato grandi e risolutive conversazioni tra scrittori e poeti, ma anche tra i personaggi.

La considerazione di tutto questo immaginare è il momento in cui capiamo che il mondo e le cose esistono e continuano a esistere anche senza di noi.

E questa è una grande consolazione. Perché voglio bene al mio giardino e ai miei libri, non solo alle persone che amo.

Così sono rimasta in disparte tutto il giorno, un giorno di grande calura, forse la prima giornata davvero calda di questa estate molto diversa da tutte le estati che l’hanno preceduta.


Niente irriga il tronco, la pietra non spreca niente.
La parola non lastricherebbe il pantano,
e così danzi in cerca di un più luminoso silenzio.
Luce tronca onda, affonda, mimetizza –
il vento schiocca, è saetta.
Ti dò nome deserto.


I muretti a secco che dividono gli uliveti gemono nel vento, il raccolto sarà buono quest’anno. Sarà buona anche la vendemmia e il grano ha dato farina morbida e nutriente.
Nel fiume nuotano migliaia di pesci che vanno e vengono dal mare, basta immergere le mani e pescare il necessario.

Nessuna nuvola porta il nostro nome, nessun vento ci sta chiamando. Siamo invisibili nell’aria della sera, come i pesci andiamo e veniamo dal fiume al mare, ebbri di sale e di mirto.

Abbiamo bisogno di un’isola per vivere appieno questa estate, andrò a cercarla, la immaginerò, chiederò ai miei amici e alle mie amiche.

Avremo presto l’isola nel cerchio del nostro orizzonte, nell’angolo del nostro occhio.

Vado in spiaggia da sola mentre gli altri tornano verso casa, devo iniziare a disegnare quel profilo poco mosso, solo poche alture, molte spiagge, il lato settentrionale alto a proteggerla dai venti.

Domani o dopo domani avrà un nome la nostra isola e andremo a scoprire cosa nasce dall’incontro fecondo tra il suo silenzio e le nostre parole.


La poesia senza titolo è di Paul Auster, tratta dalla raccolta Affrontare la musica, traduzione di Massimo Bocchiola, Einaudi 2006

venerdì 26 giugno 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/110: la luce nell'aria e tutto intorno a me


Prima di iniziare la salita bisogna che la luce passi attraverso gli occhi, sbianchi lo sguardo e ci lasci immemori di chi ci ha preceduto.
Ai piedi del Monte Ventoso l’aria brillava come se una mano feroce avesse passato la mattina a lucidare il cielo. Il mondo riposava in quella luce che chiedeva coraggio, invocava la fatica della salita, il desiderio della cima, lo sguardo che infine poteva librarsi prossimo alle nuvole.
L’aria profumava di lavanda, di timo, di sale e di miele. Le api ronzavano incrociando il volo delle rondini, e il vento ci spingeva nel luogo dove lo sguardo diventa acuminato e la luce rivela i suoi segreti. Dopo uno dei tornanti, una stradina laterale, quasi nascosta dagli arbusti, finiva vicino a tre minuscole case dai colori della terra e delle rose.
Una porta era aperta e c’era infisso nello stipite un cartello che invitava a entrare. Nella zona d’ombra della stanza una donna giovane con lunghi capelli biondi e ricci, stava dipingendo un vaso fatto a mano. Indossava una tunica di lino color avorio dai complicati ricami in oro.
Il tempo si fermò con me a guardarla lavorare. Alle pareti erano appesi quadri che la ritraevano e i colori erano gli stessi celesti e ocra che stava usando per quella decorazione. Non dubitai che anche la mano fosse la stessa. Un cane lupo dormiva nella lama di luce sotto la finestra, il muso appoggiato al fresco pavimento di pietra.
La seconda stanza sembrava vuota, ma dal piano superiore un suono di pianoforte irruppe nell’aria, così intenso e improbabile perché era musica di un altro tempo remoto, ma sbagliato. Mi fermai ad ascoltare in silenzio, in un vaso trasparente rose bianche e gialle fiorivano e appassivano sotto i miei occhi.
Quando la musica tacque mi accorsi che la donna e il cane non erano più nella stanza. Uscii ma intorno alla casa non c’era nessuno e le imposte del piano superiore vennero sbarrate.
Ripresi la salita senza mai smettere di cercare quelle case a ogni giro, le vidi sino alla fine della strada, sempre più piccole, sempre più simili a un mucchietto di sassi gettati con noncuranza.
In cima mi accolse un vento impetuoso, mi inginocchiai per salutarlo e rimasi a guardare l’orizzonte oscillando a ogni folata.
Al ritorno svoltai verso le case perché volevo comprare un quadro. Ma c’erano solo un mucchio di mattoni e pietre e un muro che finiva con una finestra aperta su una stanza invisibile.

Non appena finii di leggere chiusi il quaderno e guardai gli abitanti della Casa delle Parole. Il poeta accennò un applauso, il misterioso architetto e il sapiente guerriero chiesero di poter ricopiare il racconto nei loro taccuini. La lupa venne ad accucciarsi ai miei piedi, la regina e la sacerdotessa parlavano a bassa voce.
- È un sogno quello che ci hai letto? – mi chiese il re.
- No, non è un sogno, è un ricordo. Una cosa accaduta in un altro tempo e in un altro spazio. Ma oggi, quando sono andata a camminare alle pendici della cima più bassa delle Montagne della Nebbia e l’aria intorno me era d’oro e turbinava, mi è ritornata in mente l’ascesa al Monte Ventoso che avevo scritto dopo averla vissuta. Non ho inventato nulla. Le cose erano proprio come le ho descritte. Quando ho preso la strada del ritorno, stamattina, ho rivisto le stesse case del racconto. Perché, sapete, è proprio vero che immaginazione e memoria costruiscono la nostra realtà. Andiamoci insieme domani, voglio vedere se qualcosa sarà cambiato, perché anche voi avete immaginato le case prima vissute e poi in rovina.

Con questo racconto chiudo una panoramica sui quattro elementi, forse scriverò anche del legno anche se di ciascun elemento ho già scritto molto e ritorno sempre sui miei passi e sulle mie parole.
Questa sera vi saluto con un brano da uno dei miei scrittori più amati di tutti i tempi e di tutti i luoghi.

 

“Ma la cosa più bella è l'aria. Sì. E a poco a poco, ho imparato a vivere dentro di essa. L'aria e la luce, sì, anche quella, la luce che risplende su tutte le cose e le rende visibili ai miei occhi. C'è l'aria e c'è la luce, e questa è la più bella. Mi perdoni. L'aria e la luce. Sì. Quando è bel tempo, mi piace star seduto vicino alla finestra aperta. A volte guardo fuori e osservo le cose sottostanti. La strada e tutte le persone, i cani e le automobili, i mattoni del palazzo di fronte. E poi ci sono le volte in cui semplicemente chiudo gli occhi e rimango seduto, con la brezza che mi soffia sul viso, e la luce nell'aria, tutto intorno a me e appena oltre i miei occhi, e tutto il mondo è rosso, di un bellissimo rosso nei miei occhi, con il sole che splende su di me e sui miei occhi”.


La sera dolce e profumata si avvicina a piccoli passi, l’aria resterà con noi, la luce si avvolgerà nel suo mantello notturno, solo dentro di noi continuerà a risplendere come ricordo e come desiderio.


Il mio racconto è inedito in volume, l’ho riletto pensando a questa Cronaca 110 e ho deciso di inserirlo.

La citazione è di Paul Auster, dalla Trilogia di New York. Città di vetro. Einaudi 1996, traduzione di Massimo Bocchiola.

mercoledì 20 maggio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/73: scrivere è la musica del corpo


Mi duole la città oggi, mi duole a causa del rumore, dell’aria calda della tarda primavera già vestita d’estate. Mi dolgono gli uccellini che cantano nelle gabbie e anche quelli nei nidi sull'albero bellissimo. I pioppi hanno ripreso la fioritura dove l’avevano interrotta prima delle piogge, il gelsomino impregna ogni refolo di vento e io non so proprio cosa scrivere oggi se non di questa sensazione di non conoscere più la mia città e i suoi abitanti.

Il quaderno delle citazioni me ne offre una interessante di Amal Hanano, blogger e scrittrice siriana che scrive sotto pseudonimo:

“Ogni città è sospesa tra realtà e immaginazione, governata da leggi assurde, con l'effetto di ricordare al lettore che una città può essere assorbita solo attraverso brevi sguardi, ciascuno dei quali si fissa a un oggetto, una storia o un ricordo”.

Brevi sguardi, un oggetto, una storia o un ricordo, una città sospesa tra realtà e immaginazione, sembra proprio che queste parole siano state scritte per me che vago tra almeno due mondi e due dimensioni. So che da qualche parte ai piedi delle Montagne della Nebbia c’è una città che non ho ancora visitato, so che anche in cima alle Montagne c’è una città fortificata. E un’altra città si apre sul mare proprio oltre il giardino della Casa delle Parole.
Non ho che l’imbarazzo della scelta e prima o poi andrò a consultare Italo Calvino e le sue città invisibili.

Ma oggi l’unico rimedio a questa inquietudine è camminare, perché l’idea di dover restare intrappolata nei confini della Lombardia comincia a essere più che un pensiero ma una probabilità, con i numeri di nuovi contagi e decessi chi mai dovrebbe volere noi lombardi in giro per il proprio territorio? Tutto quello che posso fare è andare a zonzo con Paul Auster e così esco di casa:

“Per fare quello che fai hai bisogno di camminare. È camminare che ti porta le parole, che ti permette di sentire il ritmo delle parole mentre le scrivi nella tua mente. Un piede avanti, poi l’altro piede, il doppio battito di tamburo del tuo cuore. Due occhi, due orecchie, due braccia, due gambe, due piedi. Questo, e poi quello. Quello, e poi questo. Scrivere incomincia nel corpo, è la musica del corpo, e anche se le parole hanno significato, possono a volte avere significato, è nella musica delle parole che i significati hanno inizio. Siedi alla tua scrivania per scrivere le parole, ma nella mente stai ancora camminando, sempre camminando, e quello che senti è il ritmo del tuo cuore, il battito del tuo cuore. Mandel'štam: “Mi chiedo quante paia di sandali avrà consumato Dante mentre lavorava alla Commedia”. Scrivere come forma minore di danza”.

Cammino, mi fermo, cerco una panchina, leggo un paio di pagine, mi distraggo ricomincio a camminare. Quanti passi per arrivare sino a casa tua? Quanti passi per vedere le tue piante e il tuo giardino? I tuoi occhi diventano l’approdo ai miei e mi distraggo dalla passeggiata e torno a casa per scrivere, ma il cammino e quei passi che non posso contare mi danno la direzione per questa Cronaca recalcitrante. Cerco una poesia per congedarmi e continuare a pensare ai tuoi occhi che la realtà tiene lontano dai miei.

Una poesia è sempre una risposta anche se nessuno ha ancora formulato la domanda.


Il mondo è come appare
dinanzi ai miei cinque sensi,
e dinanzi ai tuoi che sono
come l'approdo dei miei.
Nostro non è il mondo
degli altri: non è lo stesso.
Letto dell'acqua ch'io sono,
tu, noi due, siamo il fiume
che laddove è più profondo
più lento e limpido appare.
Immagini della vita:
via via che le riceviamo,
ci accolgono consegnate
più strettamente a un ritmo.
Ma le cose si formano
coi nostri stessi deliri.
L'aria ha la dimensione
del cuore che io respiro
e il sole è come la luce
con la quale io lo sfido.
Agli occhi degli altri, ciechi,
oscuri, sempre deboli,
guardiamo all'interno sempre,
vediamo dal più intimo.
Fatica e amore mi costa
così con me, con te vedere;
apparire, come l'acqua
con la sabbia, sempre uniti.
Nessuno mi vedrà intero,
nessuno è come lo guardo.
Siamo più di ciò che vediamo,
meno di ciò che indaghiamo.
Qualche vicenda di tutti
inavvertita trascorre.
Nessuno ci ha veduti.
Ciechi di tanto vedere,
nessuno abbiamo veduto.

Miguel Hernandez


El mundo es como aparece
ante mis cinco sentidos,
y ante los tuyos que son
las orillas de los míos.
El mundo de los demás
no es el nuestro: no es el mismo.
Lecho del agua que soy,
tú, los dos, somos el río
donde cuanto más profundo
se ve más despacio y límpido.
Imágenes de la vida:
cada vez las recibimos,
nos reciben entregados
más unidamente a un ritmo.
Pero las cosas se forman
con nuestros propios delirios.
El aire tiene el tamaño
del corazón que respiro
y el sol es como la luz
con que yo le desafío.
Ciegos para los demás,
oscuros, siempre remisos,
miramos siempre hacia adentro,
vemos desde lo más íntimo.
Trabajo y amor me cuesta
conmigo así, ver contigo:
aparecer, como el agua
con la arena, siempre unidos.
Nadie me verá del todo
ni es nadie como lo miro.
Somos algo más que vemos,
algo menos que inquirimos.
Algún suceso de todos
pasa desapercibido.
Nadie nos ha visto. A nadie
ciegos de ver, hemos visto.


Le prime due citazioni sono tratte da

Amal Hanano 
Aleppo città invisibile
su Internazionale 980 del 21 dicembre 2012

Paul Auster 
Diario d'inverno
traduzione di Massimo Bocchiola
Einaudi 2012

venerdì 20 marzo 2020

Cronache dall'anno senza Carnevale/12: la primavera, i draghi e le illusioni


Passeggiata o contemplazione? Dato che non possiamo uscire mi immagino a passeggio, mentre guardo i rami gonfi di gemme che si stagliano contro il cielo già chiaro. L’aria è fresca ma non gelida, visto che dirigo io la passeggiata includo molti passanti e anche qualche auto. Ai semafori c’è poca gente, ma non sono ancora le sette del mattino. Guardo tutti i cespugli in fiore nelle aiuole sui marciapiedi intorno a Piazza Sicilia, ma poi torno sui miei passi perché la mia strada preferita, per arrivare in Piazza del Duomo segue altre vie, letteralmente. Così percorro tutta Via Sacco sino in Piazza De Angeli e a destra giù per Via Marghera, una delle strade più deliziose di Milano, dove i vecchi palazzi regnano silenziosi. A metà si può deviare per Via Ravizza, proseguire fino in piazza Wagner o imboccare Corso Vercelli, attraversare Piazza Piemonte, salutare i due palazzi gemelli, i grattacieli di Milano come li chiamava l’architetto Mario Borgato che li aveva progettati, e sbucare in Piazzale Baracca. Andando sempre dritti, nelle belle giornate si vede anche la Madonnina seguendo questo itinerario. Se invece di prendere Corso Vercelli si arriva sino in Piazza Wagner è bene imboccare via Belfiore, breve ma altrettanto suggestiva come Via Marghera. Da Largo Cherubini si imbocca comunque Corso Vercelli, si attraversa Piazzale Baracca e giù per Corso Magenta dove ci sono le tracce di Leonardo, con Santa Maria delle Grazie e il Cenacolo e le Vigne, di fronte uno dei miei palazzi preferiti in assoluto. Proseguendo questo cammino vediamo anche il Bar Magenta che è sempre bellissimo, Palazzo Litta, la spettacolare chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore, dove tanti anni fa partecipai a una lettura di poesia, e giù ancora per Via Meravigli, sino in piazza Cordusio, una piccola deviazione a rivedere Piazza Mercanti e poi ecco il Duomo che non finisce mai di lasciarmi stupefatta. Questo tragitto si può fare anche con il tram 16 e guardare palazzi e passanti con più agio. Ma a passeggio è proprio bello, soprattutto se è primavera, soprattutto se siamo liberi di scegliere il nostro itinerario. Adesso che ho ripercorso in pochi minuti una strada ben più lunga mi consola aver rivisto con gli occhi della memoria un pezzo della mia città che amo. Magari ne farò altre di passeggiate immaginarie nei prossimi giorni, ho tutto quel che mi serve. Non voglio piangermi addosso, non voglio cedere alle più facili emozioni in questo primo giorno di primavera, non voglio. Penso alle donne e agli uomini che sono al lavoro per mantenere in piedi noi e il nostro Paese, penso a coloro che ci hanno lasciati senza un saluto, penso al dolore di familiari e amici, penso allo sgomento, penso alla paura. Mi commuovo per un nonnulla, piango sulle note di Fratelli d’Italia, piango quando ascolto Gabriele Romagnoli e quando leggo Michele Serra e Paolo Rumiz su Repubblica, Claudio Magris e anche i tanti contributi di gente comune che racconta la propria storia. Ora che ho finito la mia passeggiata immaginaria, posso accingermi alla passeggiata trionfale nella mia dimora, dove lo spazio è quel che è, posso zigzagare tra i mobili, a volte compierne il periplo quasi completo. Posso spolverare qualche altro libro, decidere se conservare una recensione ritagliata dal Corriere della Sera nel 1993. Se tengo il libro tengo la recensione. Stesso discorso per un’intervista di Franco Marcoaldi a Josif Brodskij del 14 ottobre 1993 intitolata “I draghi di Brodskij”, e un’altra intervista, apparsa sull’Unità del 22 marzo 2003, di Maria Serena Palieri a Paul Auster e intitolata “L’illusione di vivere”. Illusione e draghi sono ottimi temi per una poesia sulla primavera che arriva comunque, magari stasera la scrivo. Seduta sul divano osservo la libreria di fronte a me. Tutti i libri di Paul Auster e Siri Husvedt, sua moglie, se ne stanno affiancati ed eleganti nelle loro copertine Einaudi, poco distante c’è un intero ripiano dedicato a Rilke, giusto ieri ho ritrovato alcuni versi tratti dal “Libro d’ore” e che mi risuonano nella testa senza sosta:

Giro attorno a Dio, all’antica torre,
giro da millenni;
e ancora non so se sono un falco, una tempesta
o un grande canto.


E mi viene in mente una poesia scovata qualche anno fa in Rete e che dice quanto sia pericoloso il mondo in primavera:

Un poeta non deve in primavera
passare da solo per i parchi.

Sotto i rami si abbracciano le coppie
e l’erba è umida.

Non deve attraversare
da solo i parchi in primavera.

Ci sono nuvole lanceolate, voli, resti
di amore già usato in terra, e i lillà,
i lillà così dolci, come feriscono.

In primavera è pericoloso il mondo.

Juan Cobos Wilkins

Biografia impura

Un poeta no debe en primavera
cruzar solo la tarde de los parques.

Bajo las ramas se abrazan las parejas
y la yerba humedece.

No debe pasear
en primavera solo por los parques.

Hay nubes lanceoladas, vuelos, restos
de amor usado ya en la tierra, y las lilas,
tan suaves las lilas, cómo hieren.
En primavera es peligroso el mundo.


Per oggi basta, dalla fase immaginativa mi pongo in quella contemplativa. Chissà che un drago non venga a sedersi sul mio davanzale, chissà che la primavera non ci porti sollievo.

lunedì 10 marzo 2014

Scrivere è aprire ogni giorno la porta della stessa cella

Se è davvero così arduo dire qualcosa di interessante sull'amicizia allora
è possibile arrivare a un’intuizione ulteriore: che, diversamente dall'amore e dalla politica che non sono mai quello che sembrano essere, l’amicizia è quello che sembra. L’amicizia è trasparente.

John M. Coetzee
(...)
Per cominciare, mi limiterò all'amicizia maschile, l’amicizia fra uomini, l’amicizia fra ragazzi.
1) Sì, esistono amicizie trasparenti e dirette (per usare le tue parole), ma nella mia esperienza non sono molte. Questo può dipendere da un altro dei termini che usi tu: taciturno. Hai ragione a dire che gli amici maschi (almeno in Occidente) tendono a «non parlare dei loro sentimenti reciproci». Farei anche un passo in più, aggiungendo: gli uomini tendono a non parlare di quello che sentono, stop. E se ignori come si sente il tuo amico, o quello che sente, o perché lo sente, puoi dire onestamente di conoscerlo?
Paul Auster
(...)

A cementare la loro intesa c’è però un profondo legame: 
«Sento una certa tenerezza fraterna per te…- scrive Coetzee - Mi dico, il mondo è ai suoi piedi, eppure eccolo lì, ogni mattina alle otto e mezzo, che apre la porta della sua cella, e si presenta per scontare un’altra giornata della sua punizione». 
Insomma, a unirli c’è anche una magnifica prigione.

frammenti delle lettere e della recensione di Mirella Serri all'epistolario di 
Paul Auster e John Maxwell Coetzee
Ora e qui. Lettere 2008-2011
Einaudi 2014

martedì 5 novembre 2013

Le pietre potevano pensare, e Dio era ovunque

In principio, ogni cosa era viva. I più piccoli oggetti erano dotati di cuori palpitanti, e anche le nuvole avevano un nome. Le forbici potevano camminare, i telefoni e le teiere erano cugini primi, gli occhi e gli occhiali erano fratelli. Il quadrante dell’orologio era un volto umano, ogni pisello nella tua ciotola aveva una diversa personalità, e la griglia del radiatore sul muso della macchina dei tuoi genitori era una bocca piena di denti che ghignava. Le penne erano dirigibili. Le monetine dischi volanti. I rami degli alberi erano braccia. Le pietre potevano pensare, e Dio era ovunque.


In the beginning, everything was alive. The smallest objects were endowed with beating hearts, and even the clouds had names. Scissors could walk, telephones and teapots were first cousins, eyes and eyeglasses were brothers. The face of the clock was a human face, each pea in your bowl had a different personality, and the grille on the front of your parents’ car was a grinning mouth with many teeth. Pens were airships. Coins were flying saucers. The branches of trees were arms. Stones could think, and God was everywhere.

Questa è la prima mezza pagina (tradotta da me) del nuovo libro autobiografico così descritto sul risvolto di copertina:
 "Paul Auster now remembers the experience of his development from within, trough the encounters of his interior self with the outer world".

Paul Auster
incipit di Report from the interior
faber and faber 2013

sabato 17 agosto 2013

Frammenti di vite nelle case abbandonate

For almost a year now, he has been taking photographs of abandoned things. There are at least two jobs every day, sometimes as many as six or seven, and each time he and his cohorts enter another house, they are confronted by the things, the innumerable cast-off things left behind by the departed family. The absent people have all fled in haste, in shame, in confusion, and it is certain that wherever they are living now (if they have found a place to live and are not camped out in the streets) their new dwellings are smaller than the houses they have lost.

Da quasi un anno fotografa le cose abbandonate. Ogni giorno ci sono almeno due lavori, a volte anche sei o sette, e ogni volta che lui e i suoi colleghi entrano in una casa si trovano di fronte le cose, le innumerevoli cose smesse e lasciate indietro dalle famiglie che sono andate via. Tutti gli assenti sono fuggiti di fretta, nella vergogna, nella confusione, e non c'è dubbio che, ovunque vivano ora (se hanno trovato un posto dove vivere e non sono accampati per strada) le loro nuove abitazioni sono più piccole di quelle che hanno lasciato.

Paul Auster 
Sunset Park
traduzione di Massimo Boccchiola
Einaudi 2010

domenica 26 maggio 2013

Scrivere è attraversare la terra di nessuno


Entrambi i protagonisti del Leviatano sono scrittori: Peter riflette sulle difficoltà che sembrano rendergli la lingua inaccessibile: «mi sento separato dai miei stessi pensieri, intrappolato in una terra di nessuno tra il sentimento e la sua espressione», dice. Mentre per Sachs la scrittura è priva di sofferenza, le parole scorrono sulla pagina alla stessa velocità con cui le avrebbe pronunciate. A quale dei due scrittori lei si sente più vicino?
Sono più vicino a Peter, scrivere mi prende molto tempo, ho ritmi assai rallentati, e non so spiegarmelo. Lavoro paragrafo dopo paragrafo, scrivo e poi riscrivo e poi butto via tutto e ci torno di nuovo su. È doloroso, ma fa parte del mio lavoro: credere nel bene del libro piuttosto che nella bellezza di una frase o di una pagina, ecco penso che questo abbia a che fare con l’onestà nei confronti della propria opera.

Paul Auster
La lingua è un debole strumento
Frammenti dall’intervista - del settembre 1996 - a proposito del suo romanzo Leviatano nel volume di Francesca Borrelli
Biografi del possibile
Bollati Boringhieri 2005


sabato 29 dicembre 2012

Diario d'inverno


“Una porta si è chiusa. Un’altra si è aperta.
Sei entrato nell’inverno della tua vita”.

La vita narrata è quella di Paul Auster che si racconta non pronunciando mai la parola “Io”.
Per frammenti, a volte lunghi qualche pagina, a volte poche righe, lo scrittore ricompone in un mosaico quello che della sua vita è rimasto nella memoria.
Testimone e attore di avvenimenti, di casualità che lo hanno portato a essere Paul Auster, racconta dell’infanzia illuminata dall’amore materno, dei giochi sfrenati con gli altri bambini, dei cambiamenti di un corpo di cui conosce soprattutto le mani e i piedi, rassegnato a non sapere mai davvero nulla del suo viso che solo gli altri vedono in continuazione. Proprio il volto dello scrittore campeggia sulla copertina della traduzione italiana, come sempre dell’eccellente Massimo Bocchiola, un volto assorto, preso in chi sa quali pensieri, che si staglia su uno sfondo nero, da cui emerge come una scultura antica dove la pietra trasmette la consistenza della carne.
Un libro di frammenti e più ancora di liste che ricompongono la figura di Auster uomo, perché non molto viene detto dello scrittore, così come l’ebraismo che pur presente, non è uno degli elementi fondanti di questo libro. Liste di cicatrici, di luoghi visitati, di case abitate nel corso di tutta la vita, di viaggi, di donne amate, di malattie, di piccoli piaceri del corpo, dei cibi e dei dolci, del piacere del fumo e del buon vino, del camminare, del leggere, del tradurre gli amati poeti francesi. Tra tutte due sono le donne che emergono, la madre non bellissima ma carina e fascinosa, divisa da sempre in tre creature, oscillante tra l’estrema sicurezza del fascino e il panico che la paralizza e le impedisce di vivere una vita normale. Dopo la sua morte è Paul che conosce cosa siano gli attacchi di panico, quasi fosse un modo per tenere in vita dentro di sé, colei che lo aveva dato alla vita. L’altra è Siri Hustvedt, donna bellissima, “alcuni fra i luoghi più belli del mondo si trovano sul corpo di tua moglie", e talentuosa, scrittrice come lui, con la quale condivide, ancora con stupore la vita da quasi trentadue anni, “il grande amore che ti tese un’imboscata quando meno te lo aspettavi”. Una vita insieme lunga e piena di gioie e di dolori, caratterizzata soprattutto dal loro incessante conversare. L’amore coniugale è raccontato con delicatezza e passione, ancora grato al caso, non dimentichiamo che Auster, in ogni suo libro è il cantore del caso, per averli fatti incontrare. Lo stesso caso che in un giorno lontanissimo fa sì che un fulmine colpisca l’amico con cui sta giocando e risparmi lui. Così in una sequenza di eventi, di casualità, di scelte apparenti Auster uomo diventa Auster scrittore ed è lo scrittore, sullo sfondo ma sempre presente, che rende grazie all’uomo che lo ospita. Un uomo che riconosce l’inverno della vita ormai iniziato, un uomo simile a tanti altri uomini della sua epoca e che in qualche modo li rappresenta tutti. Un libro di poche reticenze e molto pudore che ci avvicina allo scrittore più che all’uomo perché anche in questo libro è l’uomo a essere creato dalle parole, perché senza parole che raccontano l’uomo, Paul Auster sarebbe solo un’ombra nel teatro della vita.

E.P.

Scrivere è la musica del corpo


Per fare quello che fai hai bisogno di camminare. È camminare che ti porta le parole, che ti permette di sentire il ritmo delle parole mentre le scrivi nella tua mente. Un piede avanti, poi l’altro piede, il doppio battito di tamburo del tuo cuore. Due occhi, due orecchie, due braccia, due gambe, due piedi. Questo, e poi quello. Quello, e poi questo. Scrivere incomincia nel corpo, è la musica del corpo, e anche se le parole hanno significato, possono a volte avere significato, è nella musica delle parole che i significati hanno inizio. Siedi alla tua scrivania per scrivere le parole, ma nella mente stai ancora camminando, sempre camminando, e quello che senti è il ritmo del tuo cuore, il battito del tuo cuore. Mandel’stam: “Mi chiedo quante paia di sandali avrà consumato Dante mentre lavorava alla Commedia”. Scrivere come forma minore di danza.

Paul Auster 
Diario d'inverno
traduzione di Massimo Bocchiola
Einaudi 2012

Gli scrittori sono anime danneggiate


Nel libro scrive: "Sei senza dubbio un essere menomato e ferito, un uomo che si è portato dentro una ferita dalla nascita (altrimenti perché avresti passato la vita a sanguinare parole su una pagina?)" 
«Tutti gli scrittori sono persone ferite. Abbiamo bisogno di ricordare e creare altri mondi, perché quello in cui viviamo arreca dolore e comunque non è sufficiente. Siamo anime danneggiate».

Gli artisti sono sempre infelici? 
«Non sempre, ma è certo che trovano sollievo nell' arte che creano».

Antonio Monda intervista a Paul Auster
La Repubblica giovedì 29 novembre 2012

domenica 1 luglio 2012

Scrivere è far succedere le cose nel futuro

I pensieri sono reali. Le parole sono reali. Tutto quello che è umano è reale, e a volte conosciamo le cose prima che succedano anche se non ne siamo consapevoli. Viviamo nel presente, ma il futuro è dentro di noi in ogni momento. Forse scrivere è proprio questo. Non registrare i fatti del passato, ma far succedere le cose nel futuro.


Paul Auster
La notte dell'oracolo
traduzione di Massimo Bocchiola
Einaudi 2004

martedì 19 giugno 2012

Quando le cose erano intere

- Una nuova lingua?
- Sí. Una lingua che finalmente dica quello che dobbiamo dire. Perché le nostre parole non corrispondono più al mondo. Quando le cose erano intere, credevamo che le nostre parole le sapessero esprimere. Poi a mano a mano quelle cose si sono spezzate, sono andate in schegge franando nel caos. Ma le nostre parole sono rimaste le medesime. Non si sono adattate alla nuova realtà. Pertanto, ogni volta che tentiamo di parlare di ciò che vediamo, parliamo falsamente, distorcendo l’oggetto che vorremo rappresentare. Tutto si fa disordine. Ma le parole, come anche lei comprende, hanno la capacità di cambiare. Il problema è come dimostrarlo. Ecco perché io ora lavoro con i più semplici mezzi possibili… talmente semplici che anche un bambino può capire quel che dico. 

Paul Auster 
Trilogia di New York 
Città di vetro 
Einaudi 1996 
traduzione di Massimo Bocchiola

domenica 17 giugno 2012

La stessa difficoltà dello scrivere

Ti ho parlato della difficoltà di essere ebrei, che è la stessa difficoltà dello scrivere. Perché l'ebraismo e la scrittura non sono altro che la stessa attesa, la stessa speranza, lo stesso logorio.


Edmond Jabès

Citato da Paul Auster 
L'arte della fame 
Incontri, Letture, Scoperte, saggi di poesia e letteratura
Einaudi 2002
traduzione di Massimo Bocchiola

sabato 16 giugno 2012

La poesia non si interessa alla forma del mondo in sè

La poesia non si interessa alla forma del mondo in sé, ma al mondo che questo universo diventerà. La poesia parla solo di presenze - o di assenze.


Yves Bonnefoy


Citato da Paul Auster 
L'arte della fame 
Incontri, Letture, Scoperte, saggi di poesia e letteratura
Einaudi 2002
traduzione di Massimo Bocchiola

venerdì 15 giugno 2012

Tradurre poesia

Tradurre poesia è, nel migliore dei casi, un'arte dell'approssimazione, e non esistono regole fisse per stabilire che cosa funziona e che cosa non funziona affatto. E' in buona parte questione d'istinto, di orecchio e di buon senso. Tra una scelta letterale e una più poetica, non ho mai esitato a preferire la seconda. Mi sembrava più importante dare ai lettori che non conoscono il francese una vera idea di ogni testo come componimento poetico, che affannarmi in favore di un'aderenza parola-per-parola. Una poesia si esperisce non solo per ciascuno dei vocaboli che contiene, ma nelle interazioni fra loro - la musica, i silenzi, le forme - e se al lettore non si fornisce l'occasione di entrare nella totalità di questa esperienza, resterà escluso dallo spirito dell'originale. Ecco perché ritengo che le poesie debbano essere tradotte dai poeti.


Paul Auster 
L'arte della fame 
Incontri, Letture, Scoperte, saggi di poesia e letteratura
Einaudi 2002
traduzione di Massimo Bocchiola

La settimana Paul Auster

Rileggere i libri che amo è una delle attività che segnano l'arrivo dell'estate. Questa è la settimana di Paul Auster. La prima lettura della Trilogia di New York risale al week-end del 14-16 settembre 1996. Avevo già letto e amato altri suoi libri Leviatano, L'invenzione della solitudine, La musica del caso, ma dopo quei giorni Auster è entrato nel mio Olimpo personale degli scrittori preferiti. Credo che il mio sia ancora più affollato dell'Olimpo originale...

giovedì 14 giugno 2012

Ricopiare brani di libri

Per più di un mese, la sola cosa che feci fu ricopiare brani di libri. Uno di essi, di Spinoza, diceva: "E quando sogna di non volere scrivere, non ha il potere di sognare che vuole scrivere; e quando sogna di volere scrivere, non ha il potere di sognare che non vuole scrivere".


Paul Auster
Trilogia di New York
La stanza chiusa 

Einaudi 1996
traduzione di Massimo Bocchiola

mercoledì 13 giugno 2012

Amare le parole, credere nel potere dei libri

Amare le parole, investire una parte di sé in quello che è scritto, credere nel potere dei libri: tutto ciò sommerge il resto, e al confronto la propria vita individuale diventa insignificante.


Paul Auster  
Trilogia di New York   
La stanza chiusa 
Einaudi 1996
traduzione di Massimo Bocchiola