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lunedì 20 maggio 2024

Il coro delle nuvole impazzite

Ho appena saputo che è mancato Renzo Favaron, un vecchio amico e poeta straordinario. Ci siamo frequentati parecchio in tempo remoto, ricordo i suoi racconti sulla Croazia, la mostra di Corot che avevamo visitato insieme a Maddalena Cavalleri a Verona nel dicembre 2009, è stato un amico, tanto che gli ho dedicato due poesie che copio qui per ricordarlo, insieme a quei giorni di sabato straordinari di un'estate di tanti anni fa.


Il coro delle nuvole impazzite

a Renzo Favaron

L’ora del tempo e la dolce stagione

non chiediamo altro al coro delle

nuvole impazzite e cortigiane

di questo vento che nega

la primavera ai fiori prima

ancora che a noi smemorati

e pieni di ogni luce negli

occhi caparbi nell’attesa

intenti nell’intagliare a

questo giorno una figura

memorabile nella teoria

degli anni, miserabili

frammenti delle stelle

che mai saremo, ma potremo

ricordare quel grande

albero in Croazia anche

se mai lo avremo veduto

e solo uno tra noi

lo ha cantato.


dalla raccolta Scrivere il vento. 

Atì editore 2016



Variazioni su nuvole, luce e ombra

a Renzo F.

Un presagio per il giorno che

verrà è un’invenzione di nuvole

in quel cielo che mai vedremo,

in un luogo privo di memoria,

ai nostri sguardi solo quel cielo

è rimasto della città antica,

il cielo che le mani capricciose

del tempo e della ragione

appendono sulla mia giornata.

Guardo ancora e le nuvole

di Corot si dissolvono con

l’eleganza di un segreto custodito

nel cuore della luce che veloce

si alza a oriente. È un mattino

nuovo, memoria della notte, fiato

lungo nei passi, sempre più

piano avvolti nella brina,

inondati di luce sino alla fine

della stessa strada.


dalla raccolta Figure del silenzio. Atì editore 2010

lunedì 8 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/365: nel cuore dell'inverno ho finalmente imparato che c'era in me un'estate invincibile.




Ecco che la sera è scesa anche su questo 365° giorno dall’inizio del primo confinamento. Non so perché un anno fa mi sia presa la pazzia di scrivere una Cronaca ogni giorno e di avere continuato a farlo, perché a maggio del 2020, dopo la prima riapertura, sapevo che non era  finita e non lo è ancora, non ancora. In realtà so perché scrivo ogni giorno, scrivo per rafforzare le memorie di questo periodo, scrivo per salvare frammenti di mondo e di umanità. Scrivo per il piacere dello scrivere, scrivo per dare testimonianza, per offrire il mio punto di vista sulle cose di questa realtà e su quelle della mia immaginazione che di realtà ne ha incontrate molte altre. Scrivo perché scrivere è una delle attività più belle della vita, perché così posso offrire e ricevere conforto e speranza attraverso le parole e sentire come risuona in me “l’invincibile estate” di Albert Camus.

Oggi, camminando come al solito, consideravo che la tecnologia, veleno della nostra società, in quest’anno di pandemia è stata la cura che ci ha permesso di non bloccare, almeno fino a un certo punto, il lavoro e la scuola. Smartworking e DAD (didattica a distanza) hanno salvato almeno in parte, le nostre vite. Avete provato a immaginare cosa sarebbe stata una pandemia del genere solo dieci anni fa? Io sì, e so che sarebbe stato tutto, ma proprio tutto, molto più difficile. È grazie alla tecnologia che questa sera ho potuto presentare, grazie all'invito del professor Giancarlo Covella grande appassionato di poesia, studioso e raffinato traduttore, il mio ultimo libro di poesie Un’estate invincibile all’Istituto Pascal-Mazzolari di Verolanuova. Circa 300 partecipanti con la presenza del sindaco e di un’assessora, la preside e la dirigente scolastica, molti professori e moltissime studentesse e studenti che hanno contribuito leggendo in lingua Sylvia Plath, Amelia Rosselli, Colette e Marguerite Yourcenar. Ho letto una poesia da ciascuno dei miei primi 4 libri e poi una scelta dal quinto. Nonostante gli schermi e la distanza, credo di avere sentito la presenza di tutte quelle giovani menti attente e curiose. Anche fare le presentazioni online è come gettare bottiglie con un messaggio in un oceano di cui non vedo i confini, né le isole, né le terre che lo delimitano.

Spero, spero davvero che i ragazzi e le ragazze stasera abbiano sentito la loro estate invincibile e che imparino a coltivare il loro giardino interiore.

Di seguito alcune delle poesie che ho letto stasera.

 

La stessa riva

Siamo rimasti fermi

sulla stessa riva, guardando

direzioni opposte tra la fine

e l’inizio della luce, accecati

intenti, pronti a riconoscere

il calvario della rosa

che fiorirà in novembre.

 

 

Il calvario della rosa

Moretti&Vitali 2004

 

 

L’opera del vento

 

Dovevo uscire dal gesto usuale

cambiare la foglia con l’acqua

piovana, non cercare presagi

sull’asfalto arroventato. Poco

molto poco, il calice non riempie

la brocca, il miele non addolcisce

l’ape, semmai ne fortifica il pungiglione.

Questo è il mio scrivere, ti confesso

mescolare polline e parole, il resto

è opera del vento.

 

 

Sillabario della Luce

Moretti&Vitali 2007

 

 

La rosa sapiente e profumata

 

Quella rosa, quella non un’altra

perfetta sull’orlo della sparizione

dove l’ultimo petalo esita a

proclamare la propria fioritura.

È quella la rosa che ha scolpito

il fondo della pupilla, immagine

pietrosa incisa in un occhio

che non sa il fondo perché

dentro l’abisso vive. Quello

è l’occhio scolpito, quella

vi dico, proprio quella rosa

aulentissima e perfetta, oh

mia mistica visione che a ogni

cosa doni il profilo di una

rosa. Quella rosa, quella

non un’altra. Dolorosa,

sapiente e profumata, mai

nata nel maggio odoroso.

 

Figure del silenzio

Atì editore 2010

 

 

In ogni passione avvengono prodigi

 

 

Le noci e il melograno

ancora intatti sul tavolo,

due parole opposte che si

attraggono, le sto cercando

quercia e pietra uniche

a sfidare il tempo

troppo simili nella pervicacia

meglio la pioggia e il vento

che passano e non sanno

il sollievo della sosta.

Così saranno la quercia

e il vento i primi opposti

e la pietra con la pioggia

ad accompagnare ogni ricordo

che avrai lasciato, ogni parola

che avrò perduto.

In ogni passione avvengono

prodigi.

 

Scrivere il vento

Atì editore 2016

 

 

Un muro, un tetto, il silenzio interiore

 

Quello che sta sopra di noi,

le nuvole, le stelle, i tetti delle

case, la luce del sole, la chioma

degli alberi, le foglie in aria,

la pioggia prima che cada.

Quello che sta intorno a noi,

il vento, la nebbia, la luce del sole,

la voce di ogni persona, la pioggia

mentre cade, il profumo dei tigli,

i ricordi che assediano i passanti.

Quello che sta sotto di noi,

la terra, la sabbia, le pietre,

l’erba che non è stata

tagliata, le foglie dopo che sono

cadute, l’acqua, la neve,

la carta gettata.

Dunque, sta sotto solo ciò che

possiamo evitare, ma il vento,

le voci, la stella marina e quella

appesa nel cielo, la luce del sole,

le nuvole, sono cose che non

possiamo scongiurare, se non

usando i poveri strumenti umani:

l’ombrello, il passo lungo, lo sguardo

chino e distratto, un muro, un tetto,

il silenzio interiore.

 

Un’estate invincibile

Atì editore 2019

 

 

Altre poesie da Un’estate invincibile, seguiranno nei prossimi giorni. Chiudo così questa Cronaca 365 di lunedì 8 marzo del secondo anno senza Carnevale

mercoledì 27 gennaio 2021

Cronache dall’anno senza Carnevale/325: è così che voglio scrivere, con altrettanto spazio intorno a poche parole



 

Oggi sto in silenzio e in compagnia del Diario di Etty Hillesum. Così questa Cronaca 325 del 27 gennaio del secondo anno senza Carnevale, è una tessitura di alcuni suoi frammenti e delle poesie che le ho dedicato negli anni trascorsi.

 

 

Esperienza amorosa con una primavera

per Etty Hillesum

 

Dio è la sorgente sepolta dalla

sabbia, non sarà facile arrivare

nel centro della polla e ammirare

l’acqua che sgorga pura e incontaminata.

Possiamo scavare solo a mani nude e

nudi nella polvere, scalzi i piedi.

Se non tieni la terra ben salda contro

l’intero corpo, non potrai inginocchiarti

a scavare. Allora l’ombra che siamo si

ridurrà e darà sollievo alle mani ferite che

dividono sasso da sasso, il sì dal no.

I ciottoli che feriscono le ginocchia

saranno il monito, il memento del

tempo a dire che possiamo vivere

o lasciarci vivere, dal tempo farci

molare e frantumare, o resistere.

Quando la sabbia sarà fresca e umida

nelle mani il vento visiterà la terra e

asciugherà il nostro sudore sotto

la sabbia antica, sotto i frantumi dei

giorni che siamo stati, ci saranno ancora

rocce a difendere la sorgente. Allora

potremo spostare ogni pietra a lato e

circondare lo scavo da noi compiuto e farne

un bacino dove l’acqua potrà sostare

prima di dissetare una gola riarsa, incapace

di parole e di farsi attrarre dal sole e seguirne

i raggi fondersi nella nuvola pensierosa

e ricadere nel mare, guizzante tocco

ai pesci che mai conosceranno la vita

dell’aria. E così poter amare la fresca

carezza della mano di Dio che ci

soccorre, dopo che noi lo avremo

aiutato.

E tenere nell’incavo del ricordo

l’acqua, la sabbia, la nuvola

l’impronta di quelle ginocchia

e la preghiera che non ascende

al cielo, ma nella materia oscura

canta una ripetizione e la nostra

nostalgia contornata dall’ombra di

Dio.

 

 

L’albero rosso-sangue di Etty

 

Ricordi il faggio rosso-sangue, quello

con cui avevi adolescente un rapporto

speciale? Io pure lo ricordo, ti vedo

prendere la bicicletta e andare per

mezz’ora veloce sino ai suoi rami.

L’incanto era la tua vista, le tue

parole oggi anche la mia nostalgia.

So come lo sapevi tu, che è possibile

avere, un’esperienza amorosa con

una primavera. Ricordi ancora?

 

Ora un brano dal diario della Hillesum.

 

"Oggi pomeriggio ho guardato alcune stampe giapponesi con Glassner*. Mi sono resa conto che è così che voglio scrivere: con altrettanto spazio intorno a poche parole. Troppe parole mi danno fastidio. Vorrei scrivere parole che siano organicamente inserite in un gran silenzio, e non parole che esistono soltanto per coprirlo e disperderlo: dovrebbero accentuarlo, piuttosto. Come in quell'illustrazione con il ramo fiorito nell'angolo in basso: poche, tenere pennellate - ma che resa dei minimi dettagli- e il grande spazio tutto intorno, non un vuoto ma uno spazio che si potrebbe piuttosto definire ricco d'anima. Io detesto gli accumuli di parole. In fondo, ce ne vogliono così poche per quelle quattro cose che veramente contano nella vita. Se mai scriverò - e chissà poi che cosa?-, mi piacerebbe dipingere poche parole su uno sfondo muto. E sarà più difficile rappresentare e dare un'anima a quella quiete e a quel silenzio che trovare le parole stesse, e la cosa più importante sarà stabilire il giusto rapporto tra le parole e il silenzio - il silenzio in cui succedono più cose che in tutte le parole affastellate insieme. E in ogni novella, o altro che sia, lo sfondo muto dovrà avere un suo colore e un suo contenuto, come capita appunto in quelle stampe giapponesi. Non sarà un silenzio vago e inafferrabile, ma avrà i suoi contorni, i suoi angoli la sua forma: e dunque le parole dovranno servire soltanto a dare al silenzio la sua forma e i suoi contorni, e ciascuna di loro sarà come una piccola pietra miliare, o come un piccolo rilievo, lungo strade piane e senza fine o ai margini di vaste pianure. E' buffo: potrei riempire dei volumi su come vorrei scrivere, ma può darsi benissimo che a parte le ricette non scriverò mai nulla. Però le stampe giapponesi mi hanno fatto capire a che cosa io aspiri, e mi piacerebbe camminare una volta attraverso paesaggi giapponesi, per capirlo ancor meglio. Del resto credo che un viaggio in oriente lo farò, in futuro - per trovare in quei luoghi, vissute ogni giorno, quelle cose in cui qui ci si sente soli, in dissonanza."

 

5 Giugno 1942 da Diario 1941-1943, Etty Hillesum, Adelphi

 

*Evariste Edgar Glassner era un musicista e organista tedesco. Avendo perso il proprio impiego come organista di chiesa a Berlino, (era un mezzo ebreo, secondo la classificazione nazista) era emigrato ad Amsterdam: qui conobbe Julius Spier, partecipando ai concerti organizzati dagli ebrei dopo la loro esclusione dalle sale pubbliche

 

Di seguito la poesia che è scaturita dalla lettura di questo brano.

 

Invocazione alla luce

per Etty Hillesum, da una sua annotazione

Ti accompagniamo nella tua

crescita, silenzioso Glassner

e dall’altro capo dei giorni

io tendo l’orecchio alle

tue note e bevo la luce di

quella estate mai respirata:

cedi all’oscuro impulso

e rendi ebbra l’anima

di questa invocazione

“fa che torni primavera

dammi ancora quelle

note e la sua voce

che le ha precedute”.

 

 

Le mie poesie sono tratte da Figure del silenzio, Atì Editore 2010

 

Ora Un frammento di Etty tradotto da Lorenzo Gobbi, Il bene quotidiano. Breviario dagli scritti. (1941-1942), Edizioni San Paolo 2014

 

Prima, quando stavo seduta alla mia scrivania, mi sentivo sempre molto in ansia, come se stessi perdendo qualcosa della vita. Così, non sapevo concentrarmi bene sui miei studi. E quando ero nella "vita vera", tra la gente, avevo sempre molto desiderio di tornare alla scrivania, e non ero per nulla felice tra la gente. Questa separazione innaturale tra lo studio e la "vita vera", ora è scomparsa. Adesso, alla scrivania ci "vivo" davvero. Lo studio è diventato un'autentica "esperienza di vita" e ha smesso di essere qualcosa che riguarda soltanto la testa. Alla scrivania sono immersa totalmente nella vita, e nella "vita" porto la pace interiore e l'equilibrio che ho acquisito dentro di me. Prima, ero obbligata a ritirarmi ogni volta dal mondo perché le sue troppe impressioni mi confondevano e mi rendevano infelice. Dovevo fuggire in una stanza silenziosa. Adesso, porto con me questa che possiamo chiamare "stanza silenziosa", e posso rifugiarmi là in qualsiasi momento, anche se mi trovo se un tram affollato o su un treno che si ferma con tutto il suo peso. (...)

9 gennaio 1942

 

La poesia che segue è mia ed è tratta dalla raccolta Scrivere il vento, Atì editore 2017

 

Le cose che facevano parte di me

a Etty Hillesum

Le cose che facevano parte di

me erano nel tuo lento accumulare:

api che ronzavano alla finestra,

il ramo di glicine addormentato

nel bicchiere, il libro d’ore di Rilke,

l’acero rosso che contava le stagioni,

il desiderio di poter dominare

tutte le parole e tutto mettere in

parole, suoni, immagini per

dare conto a quelli che verranno

della tua esperienza amorosa

con una primavera.

 

“Ma ci sono anche dei giorni in cui

egli invecchia, i minuti gli passavano

sopra come anni” scriveva il poeta

all’amico Ewald. E ora che gli anni

sono passati sui tuoi giorni scomparsi

nella sabbia, come l’ultima onda prima

del tramonto seppellisce il mare,

tu che capivi la certezza della fine e

hai scelto di restare per essere il balsamo

di molte ferite.


“I cieli si stendono dentro di me

come sopra di me” scrivevi, sapendo

che tu sola potevi essere misura a

te stessa: la ragazza che non voleva

inginocchiarsi, che aveva iniziato

a costruirsi una casa pietra su pietra.

Incantata dal glicine odoroso, hai aperto

le mani e lasciato rotolare melodiosamente

il mondo fino alla mano di Dio e ti sei

immersa per cercare nel profondo i tesori

che vi giacciono senza possedere gli strumenti,

sapendo fabbricarli dal nulla delle parole.

 Oggi io sono qui nel cuore luminoso

di un giorno invernale, a indovinare

il glicine che sarà fiorito nella tua

primavera amorosa.

 

 

Ecco ho trascritto i frammenti e le poesie, posso tornare a leggere il Diario e a guardare l’unica rosa che tengo sulla scrivania e a pregare perché la prossima primavera sia un tempo di libertà rifiorita.

giovedì 7 gennaio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/305: ancora non parliamo la lingua dell’anno nuovo


 


Nelle lunghe passeggiate solitarie che mi portano a cercare il conforto dei ricordi da apporre a questo confuso presente, mi vengono sempre più spesso in mente alcuni personaggi, poetici, letterari e biblici che sono venuti meno a un patto, che hanno compiuto un gesto che gli era stato proibito e al prezzo che hanno dovuto pagare.

Si muovono nel Teatro del Mondo tre poeti: Orfeo, Rilke e Montale.

Orfeo piange e canta la sposa perduta Euridice, scende nell’Ade a cercarla e ottiene di poterla portare con sé alla luce purché non si volti mai a guardarla. Durante la risalita teme di stare tenendo per mano un’ombra e si volta, così, nel momento stesso in cui vede la propria sposa, la “Tanto Amata”, la perde per sempre, lei ridiventa un’ombra e torna nell’Ade. Orfeo, inconsolabile, continuerà a piangerla e cantarla, a cantare il loro amore e a scolpire le radici della poesia orfica e neo-orfica che tanto amo.

Rilke canta le figure dei due sposi e il loro amore immortale nei Sonetti a Orfeo, dove la poesia è canto dell’assenza che ne è condizione fondamentale.

Cantiamo ciò che abbiamo perduto o ciò che desideriamo, perché noi umani amiamo struggerci nel desiderio e nella nostalgia.

È poi Montale, che se ne va tra gli uomini che non si voltano, lui il poeta che si è voltato e ha visto il nulla alle sue spalle; perché il passato è abitato solo da ombre e non basta l’amore a sovvertire l’ordine del tempo.

 

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
 

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

 

L’ultimo “voltarsi indietro” di queste brevi riflessioni è quello di una donna, Ado la moglie di Lot raccontata nel versetto 26 del diciannovesimo capitolo della Genesi: “La moglie di Lot si volse a guardare indietro e diventò una statua di sale”. Voltarsi a rimpiangere il passato ci costringe in una forma immutabile, il sale è simbolo di conoscenza e condivisione, di ricchezza, ma anche di un tempo bloccato che ci governa.

 

Qualche anno fa ho scritto questa poesia dedicata a questo gesto così carico di simboli e valenze:

 

Voltarsi nell’aria di vetro

 

Non ho bisogno di voltarmi indietro

né di quella fresca aria di vetro

che scontorna le mie immaginazioni

per vedere l’albero che diventa

il nulla e la strada farsi

vuoto anziché sostegno ai miei

passi. Non ho bisogno di farlo

ancora perché già troppe volte

mi sono girata e adesso ho

imparato che solo la parola

tiene il mio passo e non ho

bisogno, non più, di guardare

dove va perché abito a ogni

ora il regno della mia immaginazione

e trasformo la foglia caduta

in un fiore appena sbocciato,

la pioggia lieve di questo autunno,

nel sole fendente di un’estate

che mai più sarà. Tengo gli

occhi chiusi e solo la tua voce

conosce la strada per varcare

il mio cancello.

 

 

Ora il regno della mia immaginazione vive nell’inverno più profondo di quest’anno appena iniziato e di cui, ancora, non conosciamo la lingua.

Per impararla dovremo continuare a interrogare le nuvole e il cielo, gli alberi spogli, le assenze e le nostalgie, pronti a voltarci per cercare ancora con lo sguardo ciò che abbiamo perduto e subito tornare a guardare avanti per non smarrire la strada.

Tra questi due movimenti oscillatori sta il poeta e scrive, prendendo per la coda la scia luminosa della poesia.

 

Questa è la Cronaca 305 dagli anni senza Carnevale e oggi è giovedì 7 gennaio. La poesia di
Eugenio Montale
è tratta dalla raccolta Ossi di seppia. La mia poesia Voltarsi nell’aria di vetro è tratta dalla raccolta Scrivere il vento, Atì editore 2016.

domenica 13 dicembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/280: dove più grande è l’ombra, più forte è la luce

 


Non è un caso che in dicembre, e oggi in particolare, festeggiamo la luce e le luci. Dicembre è il mese della luce, proprio quando siamo più vicini al sole e più obliqui, manifestiamo la nostra fame di luce, di chiarezza, di calore.

Lo sguardo non è un movimento a una sola via c’è chi guarda e chi è guardato, il mondo si offre ai nostri occhi tutto intero e noi pure siamo nello sguardo degli altri e in quello delle cose e delle altre creature animate e inanimate.

Noi esistiamo prima nello sguardo di chi ci guarda, poi nel nostro stesso sguardo quando ci guardiamo allo specchio, in una vetrina, nell’acqua.

Ma anche in una nuvola, in una stella, in un albero teso nel vento, anche in ciò che è opaco noi ci riflettiamo, quando lo facciamo con gli strumenti misteriosi della poesia.

Oggi è la festa di Santa Lucia e, qualche anno fa nel 2013, l’amico giornalista e organizzatore culturale Alessandro Bottelli chiese a diversi poeti e scrittori contemporanei, Nanni Balestrini, Mario Benedetti, Fernando Bandini, Pier Luigi Bacchini, Giancarlo Majorino, Roberto Mussapi, Gianni D’Elia, Franco Buffoni, Daniele Piccini, Danilo Bramati, Stefano Raimondi, Lorenzo Gobbi, Aldo Nove, Valeria Parrella, Gabriella Sica, Ida Travi, Vivian Lamarque, Elena Petrassi, Chandra Livia Candiani, Maria Pia Quintavalla, Giuseppe Conte, Giancarlo Pontiggia, Silvio Ramat, Valentino Zeichen, Andrea Vitali, un testo per la serata bergamasca dedicata a Santa Lucia.

In questa prima poesia è Danilo Bramati che dà voce alla povera Santa cieca:

  

Orbite


Così terribile è stare nel buio,

gli occhi strappati e calpestati.

Un vento gelido sfiora le orbite,

vuoti scuri e dolenti.

 

Mondo, mondo, ci sei?

Lucia… Lucia…

Chi sussurra il mio nome

nella tenebra? Voci ambigue,

aliti urlanti su di me.

 

Nome… nome di chi?

Nome strappato,

calpestato con gli occhi.

 

Così terribile è sanguinare

senza nome né orbite,

senza una mano che ti porge una rosa.

 

 

Lo sguardo è quindi ciò che tesse la relazione tra il nostro occhio e il mistero della rosa.

 

La mia poesia scritta per quell’occasione, l’ho poi pubblicata nel volume Scrivere il vento nel 2016.

 

 

Il segreto di Santa Lucia

 

Se fosse il nome a custodire

il segreto, se fosse oltre

la luce che porti dentro

il dono che illumina non

le fredde notti d’inverno ma

le ore fosche di quella notte

oscura che dimora nei cuori

senza più speranza.

È il nome che rivela la crepa

tra le nubi compatte d’Occidente

è la luce che dipana la stagione

e intreccia i tempi per i giorni

che verranno dopo l’oscurità.

È il dono del tuo sguardo a noi

invisibile, che pur senza guardare

noi o il mondo, accoglie ogni

nostro dolore e sfiora i rami

spogli e le strade deserte, guida

i nostri passi nel viaggio lungo

di questa stagione fredda.

 

 

Nel 2016 Alessandro mi invitò di nuovo a collaborare alla serata per Santa Lucia e con piacere accettai e scrissi una lettera e una poesia che mi fa piacere condividere in questa Cronaca 280.

 

Cara Santa Lucia, non ho mai scritto una lettera a un Santo e di rado mi raccolgo in preghiera.

Oggi però, in quella fase dell’anno in cui la luce si ritira e le giornate sono brevi parentesi tra due mantelli di oscurità, sento che è giunto il momento di scriverti pensando a te, alla verità della tua vita, agli occhi, allo sguardo, alla visione.

Non ti chiederò una grazia per i miei occhi stanchi. Ho iniziato a vederci male quando avevo undici anni e non l’ho detto a nessuno. Stavo giocando a palla-fuoco, quando una pallonata mi ha colpito in pieno viso. Lo spavento, il male e poi la percezione di una vista sbagliata dall'occhio destro. Ho fatto finta di niente fino all'anno successivo. Avevo ricevuto in regalo per il mio compleanno degli occhiali Ray-Ban da pilota. Erano poco femminili ed erano bellissimi. I miei genitori mi portarono a fare una visita oculistica di controllo e fu il disastro. Scoprii di essere miope all’occhio destro in maniera già piuttosto seria e di dovere iniziare a portare gli occhiali da vista. Piansi a dirotto, mi rifiutai di farlo, e alla fine mi arresi solo quando ottenni che i miei Ray-Ban diventassero gli occhiali da vista e da sole, con delle lenti fotocromatiche che alla luce diventavano via via più scure, sino a essere quasi nere.

Spesso però non li portavo gli occhiali, perché con tutti e due gli occhi ci vedevo ancora abbastanza bene. E fino a oltre i vent'anni, riuscii a non portarli tutti i giorni. Mi arresi solo quando cominciai a non riconoscere le persone per strada. E iniziai a portare le lenti a contatto, perché gli occhiali davano un’aria da “secchiona” come si diceva allora e io non volevo sembrarlo. Ma lo ero, sai? Una bambina e poi una ragazza studiosa, una vera talpa di biblioteca che preferiva stare rintanata nella sua cameretta a leggere anziché scendere in cortile a giocare. Separate da secoli le nostre vite non hanno davvero nulla in comune. Ho letto resoconti sulla tua di vita cercando qualcosa e forse un piccolo tratto del carattere in comune lo abbiamo: la caparbietà. Niente ti ha fatto recedere dalle tue convinzioni e dalla tua fede. Io, nonostante le difficoltà, non ho mai smesso di avere fede nel potere delle parole.

Così oggi, nel giorno a te dedicato, cara Santa Lucia ti scrivo per dirti che bisognerebbe aggiungerti ai santi patroni di poeti e scrittori. San Francesco e San Giovanni Evangelista adempiono bene ai loro compiti e di certo hanno il mestiere “in mano”. Ma tu, tu che evochi la luce, tu che proteggi la vista, aiutami a tenere limpido il mio sguardo, a non arrendermi di fronte alle ingiustizie. Aiutami a tenere salda la mia vocazione, questa chiamata che mi costringe a vivere ogni giorno una doppia vita immersa nel mondo reale da un lato e immersa nel mio mondo immaginato dall’altro. Perché nelle parole degli altri poeti e scrittori io trovo ogni giorno la forza e la gioia e al mondo vorrei restituire questa gioia e questa stessa forza.

Non accenderò una candela per te ora, cara Santa Lucia. Affiderò la mia devozione a questi semplici versi:

 

 

Il tuo nome risplende nella notte più profonda

e in questa notte io cerco la verità.

 

Più salgo con lo sguardo verso il cielo

più sento che il tuo nome mi chiama

verso la terra feconda che attende

la pioggia e la stagione che verrà.

 

Ora possiamo stare in silenzio,

sedute accanto allo stesso fuoco.

 


Ecco, a distanza di anni sottoscrivo sia la lettera che le poesie e ringrazio Danilo per avermi dato la sua per questa nuova Cronaca.

La luce di questo giorno si è già spenta, c’era il sole oggi, non il sole anomalo del 13 dicembre 1997 dove avevo attraversato la città a piedi in una giornata quasi primaverile, è per via della luce che ricordo quel giorno lontano.

È per via della luce e di Santa Lucia che ricorderò anche questo 13 dicembre dell’anno senza Carnevale.

Il dipinto è L’adorazione dei pastori di Georges de La Tour, in mostra a Milano proprio quest’anno.