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giovedì 5 maggio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/788. Non troppa luce, non troppa ombra, così la poesia chiama il poeta

 


La chiarezza non appartiene alle ore dense che circondano l’ulivo nel sole del mezzogiorno. La troppa luce rende ciechi tanto quanto l’oscurità, mi disse il pastore seduto all’ombra dell’albero centenario. Senza chiedere se avessi sete mi porse l’orcio di terracotta dove l’acqua manteneva la freschezza della fonte. Il campo di grano prossimo alla maturazione era punteggiato di papaveri rossi e di fiordalisi blu, che una mano sapiente aveva sparso in maniera tale che ciascun colore avesse il suo spazio e non sovrastasse l’altro. Il coro delle cicale ancora non era iniziato, ci voleva qualche settimana, e poi l’estate avrebbe divorato la verdità della primavera, i teneri germogli e la promessa dei frutti. Dal punto in cui eravamo seduti era facile seguire il movimento del gregge. Le pecorelle si muovevano placide brucando le erbe sul confine tra i campi, ma senza toccare il grano. Il cane bianco e nero aveva poco lavoro perché nessuna si allontanava troppo dalle altre. Eravamo in questo tempo e in questo luogo e in un tempo remoto e millenario, dove la vita scorreva guidata solo dalle stagioni e dai frutti della terra, ci guardavamo intorno, in silenzio, non c’era bisogno di altre parole.

 

 

In uno sguardo e in una voce

 

Non la notte più scura,

non la luce implacabile

del mezzogiorno. Perché

la regola dello sguardo stava

nel margine dove l’occhio

poteva muoversi senza

cadere nei due baratri che,

pure, lo attiravano. Non

troppa luce, non troppa

ombra, così la poesia

chiama il poeta, così

il silenzio trova rifugio

e ristoro. In uno sguardo

e in una voce, la tua voce.

 

 

Mi piace passare queste ore silenziose con questo pastore che ancora non ha dieci anni, che è intento e serio, un pastorello che un giorno sarà mio padre.

Oggi è giovedì 5 maggio del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 788 sente tutta la grecità del momento.

mercoledì 20 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/591. Tutto inizia con gli alberi, il fuoco, la casa, la carta e i libri

 


Nel silenzio dell’autunno sono i pioppi gli alberi più silenziosi. Forse perché dove sono cresciuta c’era un enorme pioppeto che vedevo mutare stagione dopo stagione e ho raccolto decine e decine di foglie per le mie collezioni infantili. Se evoco l’immagine dei pioppi subito sono l’infanzia e la Lombardia a prendere possesso della visione. Se evoco le betulle è la ricerca “Vita e morte di una foglia” scritta a otto anni e corredata da foglioline di tutti i colori che mostravano, appunto, il ciclo vitale della betulla. Se penso alle querce è in Calabria che mi ritrovo di colpo e gli ulivi mi portano in Puglia. Le conifere mi portano sia sulle Alpi che nella Sila calabrese, gli aceri nel New England e nella mia via. Gli ippocastani popolano il mio quartiere, i castagni la foresta dove andavo da bambina insieme ai faggi. Gli oleandri e i fichi significano autostrada del Sole, casa della nonna in Calabria e giardino nelle Marche. Mi rendo conto che, se anche sono un animale da città, gli alberi fanno parte del mio paesaggio interiore più di qualunque altra forma sia naturale che costruita dall’uomo. Potrei quasi scriverci un’autobiografia a partire dai miei alberi, dallo sconvolgimento interiore che provo quando li ho visti tagliare o anche solo potare o capitozzare, pratica barbarica molto in uso tra i manutentori del verde qui a Milano.

 

 

Un albero non è mai solo un albero

 

Amo il silenzio degli alberi,

la loro voce che è vento tra

le foglie, le cortecce ruvide,

le radici nascoste, tutta quella

vita che si muove dentro e

intorno, la linfa che scorre,

i funghi, i nidi degli uccellini,

i fiori che danno frutti e quelli

che sono solo fiori. Amo gli

alberi che sono diventati

carta e poi libri, legna, casa

e librerie. Tutto inizia con

un albero e i frutti si

propagano nel tempo,

anche dopo di noi, se

anche dimentichiamo sarà

il vento brusco dell’autunno

a ricordare che un ramo sarà

anche fuoco, cibo e calore

nella notte più buia.

 

 

 

Adesso che ho finito di scrivere questa Cronaca 591 di mercoledì 20 ottobre del secondo anno senza Carnevale, tornerò alla finestra a guardare il mio albero bellissimo, un acero rosso che con la sua chioma vastissima nasconde la casa e invita alla sosta, in tanti si fermano a chiacchierare alla sua ombra d’estate e io sento le loro storie salire verso i nidi e le nuvole.

domenica 17 ottobre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/588. L’amore è affondare sguardo nello sguardo, sapere che non uscirò più dai tuoi occhi


 


 

Quando iniziamo a dare nomi al mondo? Quando mettiamo insieme un’immagine e un suono? Quando un’idea e una parola? Quando un ricordo e una frase? Quando abbiamo imparato tutti i nomi del mondo, abbiamo imparato a raccontare la storia della nostra vita.

Seduti in soffitta, sotto il tetto di travi e tegole, sentivamo le rondini andare e venire dal nido, sentivamo ogni suono, sentivamo i piccoli strillare per la fame e noi eravamo seduti stretti, per tenere la voce bassa, per non farci sentire dai grandi, per non far interrompere il nostro gioco segreto. Quando abbiamo imparato che i giochi replicano la verità del mondo?

Stare nella cucina autunnale o nel fienile non faceva molta differenza, il tavolo era ricoperto di mele rosse appena raccolte, nel tempo in cui le mele erano solo mele e il loro profumo sapeva di autunno e di promesse. Una volta sei entrato in cucina correndo mentre la nonna stava impastando una torta. Ti sei fermato dopo una lunga scivolata e l’hai abbracciata alla vita, lei ti ha risposto con un sorriso e uno sbuffo di farina sulla punta del naso. Io ti osservavo poco lontana, come ho fatto per tutta la nostra infanzia, cercando di attirare il tuo sguardo nel mio, perché sapevo che non ne saresti più uscito. E così fu, non quel giorno, ma non molto tempo dopo, stavamo scalando le colline dietro casa poco prima dell’imbrunire. Dal bordo delle nostro parole guardavamo il mondo intorno e fu allora che pronunciai il tuo nome a voce alta. Tornasti indietro e fu allora che furono i miei occhi a cadere nei tuoi e fui io a non trovare più l’uscita dal labirinto. Abbiamo continuato a crescere insieme, a correre e giocare insieme, nessuno ci ha controllato, sino all’estate in cui abbiamo smesso di essere bambini e loro, i grandi, hanno temuto che qualcosa tra noi potesse accadere. Non potevano immaginare che era già accaduto, che nella soffitta, a ridosso dei nidi delle rondini ti avevo dato il nostro primo bacio. Tu eri scappato, sapevi cosa significasse e gridasti che non volevi essere il mio innamorato. Non mi mossi, iniziai a contare, sapevo che saresti ritornato prima del numero mille. Così fu e tornasti da me con una spiga di grano non ancora maturo e un papavero. Il tuo dono nuziale, perché fu quello il momento in cui fummo gli sposi segreti della primavera. Avevamo capito di dover stare attenti, nessuno doveva svelare il nostro segreto. Non perché fossimo solo dei bambini ci avrebbero tenuti lontani, ma perché la forza dell’amore che scorre nelle vene della gioventù è l’unica forza in grado di sovvertire il mondo e l’ordine costituito. I nostri destini erano già stati disegnati dalla famiglia, tu saresti diventato medico come tuo padre, gli zii e i nonni. Io mi sarei sposata con qualcuno che non avevo conosciuto da bambino e sarei andata a vivere in un altro paese, dall’altro lato delle colline e avrei cresciuto figli che non avrebbero avuto i tuoi occhi di verde e d’oro. Ci siamo baciati in ogni angolo della tenuta, dietro ogni quercia, in ogni fienile. Non ci parlavamo quasi più davanti alla famiglia, nessuna immaginava che eravamo pronti a sbocciare come i papaveri nel grano maturo, che il tempo dovuto era in arrivo.

 

 

 

Con la prima fiamma degli autunni

 

Accogliere l’amore è soprattutto

un esercizio dello sguardo, non

bisogna avere fretta, il sangue

conosce già la risposta e grida

alle rose di avere pazienza, tanta

pazienza quanto quella che abbiamo

avuto noi, quando eravamo due

e due dovevamo restare. Ma non era

possibile restare divisi, abbiamo

scommesso, abbiamo perduto,

ma siamo rimasti con il grano e

i papaveri, nel campo dopo

il giardino e dopo l’estate, pronti

al ritorno con la prima fiamma

degli autunni e della stagione fredda.

 

 

Anche oggi non sono andata a cercare storie nuove, mi sono fermata sul limitare del mattino e ho aspettato che le storie si presentassero, in fila come brave formichine, ognuna con un seme diverso tra le zampe, per questa domenica 17 ottobre del secondo anno senza Carnevale e la sua Cronaca 588, che profuma di mele e legna che brucia. Anche la poesia è inedita, scritta per questa Cronaca.

sabato 31 luglio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/510. Estate e Calabria erano una sola parola, gioia di vivere e mare e sole

 



Agosto, le vacanze finalmente! Che grande rito collettivo sono state le ferie d’agosto per noi baby-boomer. E in questa comunanza ogni famiglia aveva la propria ritualità.

I preparativi: acquisto dei doni per i parenti, chili di zucchero e caffè, come se giù non ce ne fosse, stoffe, vestiti, scarpe. Zucchero e caffè ci ho messo un po’ a capirlo come regalo, ma il caffè, freddo e già pronto, o appena fatto con la caffettiera napoletana e zuccheratissimo era una cortesia per gli ospiti imprescindibile. Ho conservato io la “guantiera” – piccolo vassoio di vetro – che era a della nonna, e che girava per casa a qualunque ora.

La partenza: quasi sempre nel cuore della notte, tra le 2 e le 3 del mattino, qualche volta un po’ più tardi, prima dell’alba. Ho imparato così a conoscere l’odore della notte a Milano, un misto di umidità, erba e aria stagnante.

Il viaggio: si partiva con due thermos, uno di caffè per i genitori e uno, più grande e largo, di polpette per tutta la famiglia. Poi pesche e pomodori, pane a fette, damigiana termica da 5 litri gialla e bianca che poi ci avrebbe accompagnato al mare ogni giorno. Di solito, quando si arrivava in Calabria era d’obbligo una sosta a Spezzano Albanese per riempirla con l’acqua buona. Ai bambini era concesso un supplemento di patatine Pai, gomme del Ponte, tavoletta di cioccolata e una buona scorta di fumetti Topolino. Il tutto veniva consumato entro le prime due ore di viaggio e poi iniziavano i litigi. Le soste ai distributori di benzina della Esso “metti un tigre nel motore” erano imprescindibili. L’odore della benzina, le code ai bagni, gli Autogrill Pavesi, un cappuccino con brioche se era ora di colazione, i giochi colorati e il cibo in abbondanza che, anno dopo anno, sembravano sempre uguali. La prima meta era Bologna, ci volevano dalle 2 alle 4 ore a seconda dell’ora e del giorno di partenza del primo fine settimana di agosto. Poi bisognava scegliere se proseguire sull’Autostrada del Sole, una vera avventura, o prendere l’Adriatica. Posso dire di aver visto quasi nascere e crescere le due principali reti autostradali d’Italia. Gli Appennini erano tutto un “Sali, Sali” e “Scendi, Scendi”, uno dei miei primi viaggi durò quasi 3 giorni, la macchina era una Prinz azzurra e ancora potevo stendermi da sola sul sedile posteriore e ronfare per quasi tutto il viaggio o giocare con la mia bambola Susanna e il bambolotto Mario, calciatore dell’Inter con la classica maglia a righe nerazzurre (a proposito, la nuova maglia pitonata, ma a chi è venuta in mente?). E poi i raccordi anulari di Roma e Napoli, la Basilicata, Lagonegro – che è davvero un lago scuro – il monte Pollino e poi Calabria e odore di gaddruzzo, cioè galletto, come diceva papà.

L’arrivo: i parenti erano tutti lì che ci aspettavano, io correvo subito dalla nonna. “Nonna, nonna! Dove sei? Siamo arrivati!” e lei mi rispondeva ridendo: “Bella!” era così che mi chiamava insieme a bell’i nanna, Ninni e Titti, si proprio come il canarino di gatto Silvestro che adoravo. E poi la cuginetta Maria, detta Mariuccia, la mia gemella e complice di tutte quelle estati. E tutti gli altri zii e zie, fratelli e sorella di papà, con i miei cuginetti e i cugini di papà e sorelle e fratello della nonna. Quanti eravamo? Mal contati direi almeno in 70. Da non crederci, davvero. E l’estate era davvero solo quella calabrese, perché luglio era il prologo al grande viaggio e settembre il mese della nostalgia dolce, che si stemperava solo con l’inizio della scuola.

La vacanza: qua e là ne ho già scritto nelle Cronache, oggi dico solo che la vacanza era sinonimo di felicità. Una felicità fatta di mare, e poi dei boschi di querce, dei fichi, dei mandorli e dei noci, dei campi di grano bruciati, dell’odore del focolare, dei peperoni verdi fritti, dei pomodori dell’orto, del tabacco steso a essiccare, del fieno, del grande oleandro bianco davanti a casa e di quelli rosa verso l’orto, del pergolato di uva fragola, del gattone tigrato e delle galline che razzolavano libere ovunque, del bucato che profumava di sapone di Marsiglia. E il rito della salsa di pomodoro che iniziava all’alba con il lavaggio delle bottiglie e finiva con la bollitura delle stesse, avvolte in sacchi di iuta in un enorme bidone che era stato abbandonato dalla Wermacht tedesca alla fine della guerra. E soprattutto della gioia di essere tutti insieme, di divertirci, di correre a piedi scalzi sulla terra come facevano i cuginetti, di cucinare le pizze nel forno a legna di zio Giacomo, di giocare interminabili partite a Scala 40, Briscola e Scopa d’Assi con i cuginetti Domenico, Luigi e Salvatore. E poi a Zorro/Luigi, di cui io ero la fidanzata – che nella serie non c’era – e il sergente Garcia/Salvatore e il servo muto Bernardo/Mariuccia – non chiedetemi perché, ma ero io che assegnavo le parti, e gli inseguimenti su e giù per la collina dello zio, e le scorribande nel granaio e poi nel pollaio a far scappare le galline e i niani, tacchini. E i fichi tiepidi mangiati appena colti dall’albero, le more dei gelsi, le nespole, merenda squisita gratis a ogni ora. E le mandorle e le noci acerbe che un’estate ci causarono un avvelenamento da tannino con febbre a 40°. E ancora i salti sul lettone di zia Maria, gli arrampicamenti sul baule della camera da letto che era sotto la finestra e saltare giù stando in piedi, così sembrava alto il doppio quel salto. E le colline che ci circondavano e il mare che era di là, oltre, ma sempre presente. Quelle erano vacanze, quella era la gioia del corpo, lo stordimento del sole, la freschezza dell’acqua.

La partenza: significava ore di pianti, abbracci, promesse per l’estate dell’anno prossimo che iniziava già da quel giorno. Si partiva con la macchina con le valigie legate sul portapacchi insieme a cassette di legno con le bottiglie di salsa che dovevano bastare a superare l’inverno, i pomodori freschi, i mazzi di basilico, i peperoni verdi da friggere e quelli secchi rossi da mangiare in inverno con i broccoli e qualche cucchiaiata di scarafuogli, cioè tutto il grasso e la carne del maiale che restavano sul fondo del pentolone dopo avere bollito le ossa. E ancora il pollo fritto con l’aglio, l’origano e le patate avvolti poi nella carta oleata, la pagnotta e le pite, le frese, i pomodori, le cipolle rosse di Tropea, i fichi maturi, le more.

L’arrivo a Milano: l’odore della pianura, il cielo grigiastro all’alba, l’ultimo Autogrill dopo Bologna, il casello di Melegnano, la tangenziale. E la gioia che diventava sogno e desiderio per l’estate che sarebbe arrivata dopo tre stagioni milanesi.

Se potessi fare un viaggio nel tempo è proprio lì che vorrei andare, in quella terra, con quelle persone, con quel sole e quei profumi, a cercare la bambina di campagna che sono stata e di tornare ad arrampicarmi sul gelso da more con Mariuccia e un vaso di Nutella sottratto a zia Maria, che per lei era nonna Maria, che ci spalmammo sulla faccia prima di mangiarla.

 

Oggi è sabato 31 luglio, l’inizio delle vacanze, la fine vera dell’anno che è ancora un anno senza Carnevale, come questa Cronaca calabrese che è la 510.

P.S. del giorno dopo: mio fratello mi ha ricordato che tra le merende del viaggio di andata c’erano anche i biscotti Togo. La memoria ha davvero anche una dimensione collettiva incredibile, per questo 1+1 fa 5.


domenica 25 luglio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/504. Il tempo non esiste davvero, è un’unica, infinita estate



Gli odori più di ogni altra cosa: anguria, pomodoro, basilico, menta selvatica. E poi peperoni verdi, melanzane, aglio, cipolla rossa, origano. L’olio dell’anno prima, il pane e le pite appena sfornati da nonna. Le frese strofinate con l’aglio e condite con pomodoro, olio, sale e origano. Il profumo del cibo che mangeremo crudo mentre il sole è al culmine e anche mentre la sera scende dolce e raccoglieremo la menta per condire le zucchine fredde e poi aggiungere anche un po’ di aceto. Il mattino e il latte appena munto, il caffè sempre pronto, lo zucchero conservato nella credenza che profuma anche di anice, i taralli cotti nel forno a legna e ancora l’aroma dell’anice.

Le stanze fresche, imbiancate a calce, il pavimento di pietra grezza, i mobili di legno, le lenzuola di cotone tessute al telaio a mano, il sapone di Marsiglia, i gummuli di terracotta che conservano l’acqua fresca, la cassapanca di legno dove conservare i cibi che verranno mangiati in giornata. Il focolare dove cuciniamo i peperoni con le patate, il pollo fritto con l’origano. Si mescolano anche le immagini delle mani che impastano, nonna impasta i maccaroni e arrotola la pasta su una sottile canna e ogni tanto spalma un po’ di strutto sulle mani. Mamma impasta con la stessa abilità e dalle sue mani escono orecchiette perfette che verranno condite con un sugo di pomodori freschi, cipolla e basilico. Con abbondante olio e anche un poco di origano. Beviamo acqua, il vino è riservato al pranzo della domenica o alle grandi occasioni. Quando si cucina quasi tutto al forno, pasta, peperoni ripieni, pollo e tacchino arrosto, patate.

Le stoviglie di terracotta dipinta d’avorio punteggiato di verde, i bicchieri di vetro lavorato, le brocche, le tazzine del caffè di porcellana bianca, la zuccheriera e la piccola guantiera (vassoietto) di vetro per servire il caffè agli ospiti. Poi lavare i piatti alla fontana sotto l’acqua che scorre tutto il giorno, giocare con le bolle di sapone, come quando laviamo i panni nell’acqua. Zia indossa sempre degli stivaloni da pescatore, mamma e nonna stanno a piedi nudi e noi la imitiamo. Strofinare ogni capo sulla pietra, sbatterlo, sciacquarlo e strofinarlo ancora, sciacquarlo e poi strizzarlo. Il profumo dell’oleandro bianco dà le vertigini, il sole ancora di più. Poi il pomeriggio viene inghiottito dalla frescura della casa, dal sonno, dal silenzio intessuto dal canto delle cicale. I bambini si svegliano prima dei grandi, con la cuginetta corriamo nell’orto, camminiamo in equilibrio sul bordo dell’abbeveratoio dove, verso il tramonto, si fermeranno i carri trainati dai buoi che devono abbeverarsi. Andiamo anche nell’essiccatoio a sbirciare il tabacco steso a seccare e poi ci arrampichiamo sul nespolo, ci intrufoliamo nel pollaio a raccogliere le uova appena deposte, l’odore della paglia e degli escrementi, l’uovo millenario che sta in ogni nido per invogliare le galline a deporne altri. Le papere che vanno a nuotare nell’acquaro, e noi che le inseguiamo, il gatto tigrato enorme che amava mangiare i peperoni e le cipolle dell’insalata, il cane Black, uno spinone da caccia, implacabile e simpatico, sposato da sempre e per sempre con la bastardina Diana, fino alla morte, i cuccioli bicolori che poi trovavano altre famiglie. I ricci che uscivano di notte a cui Black dava la caccia, le mucche nella stalla, tranquille, ancora odore di fieno e di erba, non avere mai paura degli animali, dei loro odori, perdersi nei loro sguardi e sentire il senso profondo delle loro vite. I maialini appena nati, rosa e strillanti, la vecchia scrofa che grugniva felice quando le portavamo i resti delle verdure e soprattutto le bucce dell’anguria. Il branco dei tacchini governati da uno dei cuginetti, l’altalena appesa alla quercia dietro la casa di zio. La grande quercia a bordo del campo di grano dove andavamo a riposare guidati in fila indiana da papà, gli alberi di fico, il loro latte che usciva dai frutti acerbi, la delizia di quelli maturi di cui Black amava le bucce. Il sentiero che portava al fiume, a volte ci si andava a piedi, a volte nel rimorchio del trattore condotto da zio. Il cugino grande pesca con le mani, guardiamo mamma e cugina che puliscono i pesci prima di arrostirli sulla brace con i peperoni. Il fiume è stretto e basso, possiamo giocare e fare il bagno da soli. Le colline sono ricamate di querce e ulivi centenari, le luci degli altri paesi sono le lanterne dei giganti che escono solo di notte. Dormiamo con le finestre aperte, siamo in tanti e ci sono letti e lettini in ogni stanza. Sopra la mia testa un crocifisso e un’immagine della Madonna del Pettoruto con un rosario appeso. Fuori le luci oscillano al canto dolce dei grilli, ci addormentiamo.

Il paese con la sua torre rotonda, il castello e la fontana normanni, la Cattedrale, il Monastero, il vecchio ghetto ebraico, le Contrade con nomi incantati, è tutto lì che ci aspetta, domani mattina, ogni mattina.

Ora tutte quelle giornate, quei mesi, quegli anni, sono un’unica infinita estate che mi accompagna e basta il profumo dell’anguria a riportarmi laggiù, con tutti voi che amo come se fossimo ancora lì, tutti insieme. Il tempo non esiste davvero, è solo una convenzione per farci raccontare storie almeno un po’ ordinate.

 

Oggi è domenica 25 luglio del secondo anno senza Carnevale, abbiamo festeggiato il diciottesimo compleanno del mio nipote più piccolo. Abbiamo passato tutti insieme una giornata bellissima con altre e nuove famiglie e che il profumo dell’anguria ha legato alle estati della nostra infanzia, in questa Cronaca 504 che non vuole uscire dall’orto se non per andare a sonnecchiare sotto la grande quercia.


lunedì 5 luglio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/484. Quando il silenzio riempie la notte sonora

 



 

“Ma i colori, quelli no, non sono cambiati. I colori nel sud hanno una sola dimensione, schiacciati dalla luce e dall’estate, senza sfondo. I casali, i tetti, i maggesi, le chiome delle querce e degli ulivi, i campi di granturco con le pannocchie pendule tra le foglie, il greto argilloso dei torrenti in secca, le spiagge bianche che orlano le costiere.

Colore puro, cotto dal sole. E le strade di terra che viaggiano in mezzo al colore. Il celeste delle finestre chiuse sui muri ocra non intonacati. Il verde brillante dei castagni, il giallo dei covoni, il blu del mare. Perfino il mare, d’estate, sembra immobile, laccato, senza respiro.

La natura, sotto la luce del sud, ferma l’attimo e lo rende eterno nella sua silenziosa fissità.

Il silenzio ha i suoi rumori. Il martelletto delle cicale è uno di quelli. Quando sotto la calura la cicala arresta per un attimo il suo canto, il silenzio s’interrompe.

Un altro rumore del silenzio è l’abbaiare dei cani nella notte. Tu ti svegli quando tacciono e la luce della luna arriva con le sue ombre di tenerezza fino al tuo letto. Ti riaddormenti quando i cani riprendono ad abbaiare e il silenzio riempie di nuovo la notte sonora”.

 

 

Dormono le cime dei monti

e le vallate intorno,

i declivi e i burroni.

Dormono i rettili, quanti nella specie

la nera terra ne alleva,

le fiere di selva, le varie forme di api,

i mostri nel fondo cupo del mare.

Dormono le generazioni

degli uccelli dalle lunghe ali.

 

 

Così vorrei che ogni sera un canto come questo cullasse il mio riposo e quello delle creature che abitano nella mia mente e nel mio cuore”.

 

Questo brano è una citazione del libro autobiografico di Eugenio Scalfari L’uomo che non credeva in Dio (Einaudi 2008). La poesia è il Notturno di Alcmane nella bellissima traduzione di Salvatore Quasimodo.

 

Ho riletto oggi il libro d’un fiato, senza mai chiuderlo e senza avere mai alzato gli occhi dalla pagina. A volte mentre cerchiamo nella natura una corrispondenza al nostro stato d’animo, la risposta arriva da un libro e dal ricordo di qualcun altro. Un ricordo che mi è così familiare perché quella di Scalfari è anche la mia memoria della Calabria. Il libro è pieno di sottolineature e note ai margini e un giorno lo rileggerò.

 

Questa è la sera di lunedì 5 luglio del secondo anno senza Carnevale e me ne sto quieta a ricordare le estati della mia infanzia in questa Cronaca 484 ascoltando i grilli, ora che le cicale hanno cessato, per oggi, il loro canto. 

Nella foto l'isola di Dino, di fronte a Praia a mare in Calabria

martedì 29 giugno 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/478. L’infanzia era un’unica, lunghissima estate

 

C’erano molti modi semplici e facili per uscire dallo stato abituale di coscienza. Il primo era restare a giocare per molto tempo sotto il sole, lasciare che i capelli e la testa si scaldassero, lasciarsi andare tra il grano maturo e guardare la luce, sentire che la temperatura del corpo era in salita e poi correre in casa, nel buio della cucina, respirare l’odore della legna bruciata, a volte del cibo nelle pentole sul fuoco, poi afferrare un gummulo di terracotta e bere a garganella, lasciar scendere l’acqua in gola, poi sul viso e tra i capelli. Pian piano impadronirsi della nuova visione e passare dal nero totale a un colore via via più chiaro, indefinito, comunque totalizzante, perché copriva tutti gli altri colori. In questa attesa lasciare che tutto il corpo si abituasse a questo repentino cambiamento e vederlo riapparire con stupore, come se in quel tempo buio si fosse stati in un altrove.

Anche il secondo modo era legato alla luce solare, al mezzogiorno, con l’astro più lucente a picco sulla testa. Anche in questo caso bisognava aspettare che il corpo reclamasse un refrigerio qualunque, che saltasse in piedi e che corresse verso il mare. Il differenziale di temperatura era sconvolgente ogni volta, anche se si era preparati. Mille aghi salivano dalle gambe verso il petto, le spalle e la testa. Era quello il momento in cui bisognava tuffarsi, sprofondare nelle onde, non respirare per qualche istante e poi sbucare qualche metro più in là. L’acqua salata gocciolerà allora dai capelli negli occhi, nelle narici già in affanno e il cuore batterà, come se stesse cercando un nuovo angolo dove respirare.

Il terzo modo era salire in cima alla balle di fieno nel fienile, respirarne l’aroma profondo e un po’ selvatico, sentire anche l’odore delle mucche che ruminavano all’ombra con il muso nella mangiatoia. Quanti metri potevano essere? Sette, otto, non di più. Ma c’era la prova di coraggio e bisognava saltare da lassù sino al fieno che non era stato imprigionata e aspettava di sapere cosa ne avrebbero fatto. Era pericoloso quel salto? Sì, era pericoloso, perché bisognava farlo prendendo la rincorsa e bisognava farlo a memoria, e cercare di non finire oltre, sulle pietre e rompersi qualche osso. Quel volo di pochi metri era un’impresa epica ogni volta, e ogni volta la Pisana e l’altra Maria, ancora bambine, lo facevano quel salto tenendosi per mano. Poi, a volte insieme, più spesso ciascuna per conto suo, se ne salivano sulla collinetta dietro la casa d’infanzia dell’altra Maria, ad aspettare il tramonto che aveva sempre un profumo particolare. Era di oleandro e menta selvatica quel profumo e, mentre l’oleandro non si poteva masticare, pena la morte, la menta selvatica preparava la bocca al pasto serale, spesso solo una grande insalata di pomodori maturi, peperoni verdi crudi, cipolle rosse di Tropea e pane cotto nel forno a legna.

Il volo, la caduta, l’esserci senza esserci, sapere di esserci stati perché il corpo ricordava sempre quelle sensazioni, non aveva bisogno che la mente si impegnasse a ricordare.

E poi? Poi ci si arrampicava su un albero, un susino, o la grande quercia, o il fico più vecchio e si restava nascoste tra le frasche mentre le madri le chiamavano per farsi aiutare a fare il bucato nell’acquaro e, siccome le bambine sapevano che lo avrebbero fatto poi per tutta la vita, perché non allontanare un po’ quella routine giornaliera? Ecco, a nessuna delle due era mai venuto in mente di potersene andare da quella terra. Non che non ci avessero pensato, molti compaesani e qualche compaesana lo avevano fatto e poi tornavano solo d’estate e qualcuno a Natale, stimandosi tutti nei loro vestiti di città, qualcuno anche con l’auto nuova. Ma vuoi mettere l’aria che respiravano e il paesaggio che vedevano lì a Milano e a Torino? Uno dei fratelli dell’altra Maria viveva proprio a Milano, si era pure sposato con una ragazza che loro chiamavano la Milanese ma che veniva dalle Puglie. Era bellissima quella ragazza e aveva fatto con il marito una prima figlia bella quanto lei che era ancora molto piccola e che aveva già intrecciato una grande amicizia con una delle nipoti dell’altra Maria. La Pisana osservava in silenzio e annotava sul quaderno delle cose quello che l’aveva colpita.

La cosa mille e sedici fu: “restare sotto il sole fino a che la testa non picchia e poi tornare in casa di corsa a bere l’acqua fresca. Per il mare lo faccio la settimana prossima”.

Così fece, si rinfrescò e poi andò a prendere la corriera per salire in paese a comprare i sussidiari e i quaderni. All’altra Maria disse che aveva finito il filo per ricamare, non era ancora il momento di rivelarle il suo nuovo proponimento.

Mentre saliva in corriera, guardava come sempre il paesaggio intorno e si stava chiedendo perché le sembrava che tutta l’infanzia non fosse stata che un’unica, lunghissima estate.

 

È proprio così, anche la mia infanzia è stata quell’unica, lunghissima estate quando ci penso. Poi, via via riaffiorano anche le altre stagioni, i panorami diversi. Ma il mio cuore batte ancora sotto quel sole di Calabria, una delle mie tre radici, uno dei miei rami che ho voluto cantare così, in questa Cronaca 478 di martedì 29 giugno del secondo anno senza Carnevale, un giorno in cui sto festeggiano il mio compleanno.

lunedì 28 giugno 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/477. Andare al mare, ritornare, respirare

 

 

 

Alla fine ci erano riuscite, avevano organizzato il viaggio con cumpa Attanasio che doveva andare a Cetraro a comprare il pesce per il negozio. Così erano partite la mattina prestissimo, albeggiava appena e prima delle sei erano in spiaggia con lui a guardare le barche dei pescatori che rientravano nel porticciolo. Si erano tolte subito le scarpe ma non ancora gli scamiciati. L’aria non era ancora calda e volevano spostarsi oltre il porto per mettere giù l’ombrellone e le sedie. In effetti erano partite attrezzate quasi come per un safari e l’altra Maria aveva deciso che per quella prima gita al mare non voleva tra i piedi nessun nipote. Solo loro due, tranquille, come al solito lei avrebbe parlato e la Pisana ascoltato e detto poche cose ma molto sagge. Man mano che il sole saliva, il colore dell’acqua cambiava e da grigio argento era diventato trasparente, così che si potevano vedere i buchi di areazione delle vongole e i pesciolini argentati che si avventuravano sino a riva. Attanasio si accomiatò
dopo avere scelto le dieci cassette di pesce che gli servivano per il negozio. Nel retro del furgone c’erano i cassoni con il ghiaccio e il pesce sarebbe arrivato sui banchi di pietra ancora bello fresco. Quando Attanasio salì al posto di guida, si girò a lanciare uno sguardo un po’ troppo lungo all’altra Maria, così la Pisana non ebbe bisogno di immaginare oltre cosa sarebbe successo. Attanasio sarebbe passato il giorno dopo a consegnare il pesce, Maria gli avrebbe offerto il caffè, Attanasio se ne sarebbe andato via dopo un’oretta rosso e congestionato che l’altra Maria toglieva il respiro ai suoi amori. Lei non li chiamava mai amanti, diceva che la parola amante suona di triste e peccaminoso. Invece gli amori suoi erano amori che duravano qualche decina di minuti ogni volta, ma di amore si trattava, sempre. Perché lei era una donna onesta e senza amore non si sarebbe mai concessa. La Pisana si divertiva sempre molto ad ascoltare le spiegazioni ardite della sua amica che, nel frattempo, si era tolta lo scamiciato e aveva messo in mostra le belle gambe lunghissime da vera normanna e il seno generoso a malapena contenuto dalla parte superiore del castigatissimo costume nero di lana che diventava una specie di zavorra quando faceva il bagno. Ma l’altra Maria non si allontanava mai da riva benché avesse imparato a nuotare da bambina, quindi non rischiava di morire affogata, trascinata a fondo dal costume. La Pisana aveva indossato un costume che si era cucita da sola. Era di maglina con una fantasia in varie tonalità di verde che ricordavano le onde del mattino presto. Lo aveva foderato con una fodera di tonalità più scura e aveva nascosto l’attaccatura delle cosce con un gonnellino, come ancora si usava in quegli anni. Le spalline larghe sostenevano un reggiseno a fascia e lo stomaco e la pancia restavano ben contenuti. Non che alla Pisana interessasse molto l’opinione del prossimo, ma voleva stare bene con se stessa. Dopo poco che erano sdraiate, l’altra Maria comunicò che andava a comprare il pane e magari qualche fetta di mortadella. I negozi erano vicini alla spiaggia, quindi ci mise pochissimo a ritornare. Fecero il bagno a turno perché non si fidavano di lasciare le loro cose incustodite. Poi mangiarono i panini con la mortadella, buoni come quelli che faceva Don Noschero in paese. Nessuna delle due parlò più. Si limitavano a guardare il mare, ognuna persa in diversi pensieri. La Pisana pensava alla soddisfazione quando, quella mattina prima di uscire, aveva scritto la cosa mille e sedici: “andare al mare con l’altra Maria”. Aveva dovuto rimandare l’acquisto dei sussidiari, ma era contenta lo stesso. Quando stava sdraiata in riva al mare, non che ci fosse stata molte volte, le piaceva perdersi nel rullio delle onde, che le sembrava stessero parlando proprio con lei. L’odore del mare era cosa rara, solo lì lo si poteva usmare. Un odore che era un misto di salsedine, pesce, gigli marini, alghe. La mattina passò così veloce che neanche si erano rese conto del tempo che sfuggiva proprio come la sabbia tra le dita. L’altra Maria aveva prenotato anche un tavolo nella trattoria da Vincenzo, quando era andata a comprare i panini. Non che avessero proprio fame, ma non potevano certo perdersi un pranzo di pesce! Non pensarono neanche a cosa ordinare perché Vincenzo, che già conoscevano, portò in tavola un’insalata di mare tiepida, seguita dagli spaghetti con le vongole e poi una gigantesca grigliata mista con gamberi, calamari, pesce spada e spigola, una vera bontà. Dopo pranzo tornarono in spiaggia e rimasero di nuovo in silenzio a guardare il mare, fino alle cinque, quando andarono in piazza per prendere la corriera e tornare a casa. Dato che la corriera faceva un giro lungo su in paese prima di scendere dalle loro parti, preferirono scendere al Varco del Bufalo e farsi un chilometro, più o meno, a piedi. Era stata una giornata perfetta, erano contente e si ripromisero di tornare a Cetraro quanto prima. L’altra Maria era molto affezionata a quel luogo perché ci era nata sua madre e a lei sarebbe piaciuto andare a viverci. Per uno strano giro di eredità e lasciti la casa di famiglia era finita nelle mani di un vecchio cugino di sua madre. Vecchio era vecchio, zitello era zitello, l’altra Maria si teneva informata sulle sue condizioni di salute e decise che sarebbero andate a trovarlo la settimana successiva. Preparò subito un biglietto che gli avrebbe spedito la mattina dopo e tutta contenta se ne andò nell’orto a raccogliere pomodori e peperoni per la cena.

Alla Pisana non restò che continuare la strada fino a casa sua. Tutto era a posto, i panni che aveva steso il pomeriggio precedente erano belli asciutti e profumati. Ancora era troppo presto per pensare alla cena, così prese uno dei telaietti e ricamò a memoria il mare e la spiaggia. Era proprio stata una bella giornata.

 

Mentre le due Marie sono tornate alle loro abituali occupazioni, io sto ancora gironzolando per Cetraro alla ricerca delle tracce della famiglia della marinota, la donna che veniva dal mare, così era soprannominata la madre dell’altra Maria. L’aria è magnifica e profumata, e il porticciolo delizioso. Chissà se esiste ancora la trattoria da Vincenzo, vado a vedere.

Oggi è lunedì 28 giugno del secondo anno senza Carnevale e io gironzolo ancora in compagnia della Cronaca 477.

sabato 26 giugno 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/475. Nel giorno dell’oleandro rosa, il mondo gli sarebbe cresciuto intorno


 

Immagini del mondo in gioventù: un grappolo dì uva bianca e dolce mangiata non appena raccolta; un’anguria matura e profumata, comprata da Fragghiaco, nella sua capanna di frasche di granoturco proprio davanti alle fontane di Spezzano Albanese; dondolarsi sull’altalena grande, dove con una spinta forte si arrivava oltre il crinale del burrone e sembrava di volare.

Maria la Pisana scrisse nel quaderno delle cose queste immagini del mondo, non sapeva se fosse meglio una cosa soltanto o almeno tre. Decise per la cosa mille e quattordici perché le erano venute in mente tutte insieme ed era forse la prima volta che in tutta la sua vita si fermava a pensare alla sua gioventù, una gioventù vissuta nel corpo e con fatica, con molti slanci e voluttà, ma senza che mai i desideri del corpo prevalessero sul suo bisogno di solitudine. L’altra Maria non aveva mai fatto mistero della sua passione per gli uomini e poi per le gioie che diventare madre le avevano permesso di conoscere. La Pisana non aveva mai avuto bisogno di provare le cose per conoscerle, le bastava immaginarle. Questo era vero soprattutto per quanto riguardava la maternità, per l’amore e gli uomini era stato diverso. Non lo sapeva nessuno perché Romeo, sì proprio così si chiamava il suo bello, era partito per il Brasile a cercare fortuna e nessuno aveva mai più avuto sue notizie, tranne lei che custodiva in fondo al quaderno delle cose l’unica cartolina che lui le aveva inviato. “San Paolo è bellissima, mi piacerebbe che tu fossi qui con me”. Maria non si era né disperata né offesa per il silenzio infinito che era seguito a quel messaggio. Aveva osservato, sempre in disparte e sempre in silenzio, come nascevano e morivano le storie d’amore. Ed era sempre più convinta che l’amore fosse una questione di gioventù, di corpi infuocati che si cercavano anche se era proibito, dalle famiglie, dai padroni e dai parroci. Lei, Romeo lo aveva amato in tutti i modi in cui una ragazza poteva amare e la prima volta che aveva deciso di cedere alle sue continue insistenze, mise anche in conto che avrebbe potuto essere solo per una volta e che poi, avuto quel che voleva, come metteva in guardia le ragazze zia Annina, se ne sarebbe fatto vanto e poi sarebbe sparito. Ma anche Romeo era innamorato della Pisana e custodì il loro segreto e fu pieno d’orgoglio perché loro erano una coppia vera adesso, anche se non si erano sposati davanti a un parroco, Dio gli era testimone che aveva intenzioni serie e che un giorno avrebbe sposato la Pisana. Forse era colpa dell’estate che lei finiva col pensare alla gioventù, forse perché le cicale e le rondini riempivano tutta l’aria intorno, e poi c’erano tutti quei profumi. Chissà se Romeo era ancora vivo, se si era sposato e aveva fatto dei figli con una bella ragazza brasiliana. Tanti compaesani lo avevano fatto e quelli più ricchi tornavano al paese ogni due o tre anni per sfoggiare mogli e figli. Alla Pisana non dispiaceva non avere famiglia, le bastava quella dell’altra Maria, dove tutti la consideravano come se fosse una zia di sangue. Intanto che rimuginava sulle immagini di gioventù, dato che aveva già finito tutti i lavori del mattino, andò a sedersi all’ombra del pergolato con tutti i suoi attrezzi da ricamo e si guardò intorno. Quello era il giorno dell’oleandro rosa, molto diverso per come i rami si tendevano verso il cielo rispetto all’oleandro bianco che cresceva in riva all’acquaro davanti alla casa dell’altra Maria. La seta che aveva comprato era della stessa sfumatura dei fiori e così iniziò proprio da loro e il resto del mondo sarebbe cresciuto intorno. Era brava con tutte le attività femminili, come le chiamava il parroco, ci si guadagnava anche da vivere bene. Ma in quel giorno d’estate, tra il quaderno delle cose e il ricordo di Romeo, sentì che c’era una mancanza, un vuoto dentro e che il ricamo era come una merenda quando invece vorresti essere stata invitato a un pranzo di nozze. Non era facile trovare le parole, Maria la Pisana lo sapeva che il fatto di non avere studiato di certo non la stava aiutando. Decise allora di andare in paese il giorno dopo, nella cartoleria-libreria della famiglia Garofalo a comprare i sussidiari delle scuole elementari. Tanto nessuno avrebbe immaginato che fossero per lei, avrebbero pensato che fossero per uno dei nipoti dell’altra Maria. La cosa mille e quindici fu quindi: “comprare i sussidiari dai Garofalo e anche tre quaderni per italiano, storia e geografia”.

Mentre sognava i suoi libri di scuola e annotava mentalmente quello che avrebbe scritto nel quaderno delle cose, le sue mani avevano finito gli oleandri nel ricamo, e senza sapere come avesse fatto, vide che su di un ramo i fiori erano rossi.

 

Oggi ho passato un bel pomeriggio con Maria la Pisana, i suoi ricordi, i suoi ricami e i suoi desideri. Così questa Cronaca 475 di sabato 26 giugno del secondo anno senza Carnevale, si ritira nelle sue stanze che risplendono di oleandri rosa e sussidiari intonsi.

giovedì 24 giugno 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/473. Cercare la geometria nelle cose della natura e del mondo

 



 

 

Le notti erano sempre brevi nel mondo di Maria la Pisana, d’estate perché la luce vinceva e c’era sempre da fare intorno e dentro casa. D’inverno perché le cose da fare erano quasi tutte le stesse, ma faceva freddo e bisognava coprirsi bene prima di uscire. D’estate capitava spesso che l’altra Maria fosse già all’acquaro a lavare i suoi panni nell’acqua corrente, limpida e fresca. Quando si trovavano, nel silenzio dell’aria che ancora non stato interrotto dagli uccellini e dalle cicale, era sempre una festa. L’altra Maria aveva sempre i capelli raccolti ed entrava nell’acqua con degli stivaloni da pescatore quando ancora non era giorno, la Pisana preferiva entrarci a piedi nudi, si sentiva più a suo agio e libera. L’altra Maria lavava i panni di casa sua, le lenzuola, le tovaglie, gli asciugamani e i vestiti dei figli, della figlia e dei nipoti. Anche se il figlio più grande era già sposato, era andato a vivere nella casa accanto a quella di sua madre. Giulio aveva già due bambini, uno di un anno e l’altro di tre, e li lasciava spesso da sua madre che ci sapeva fare. Fu proprio quella mattina che alla Pisana venne in mente che l’altra Maria avrebbe potuto fare un piccolo asilo dove tenere i bambini delle donne che andavano a faticare nei campi e glielo disse. Maria la Grande, era il suo secondo soprannome, si fermò solo un attimo a riflettere ma l’idea la convinse subito. I bambini potevano stare con lei durante le faccende, avrebbe dato loro una buona colazione con il latte di vacca appena munto e i taralli del forno delle Pianette, i più buoni di tutti secondo lei e anche secondo la Pisana. Il rito del bucato condiviso, che non avveniva tutti i giorni, ma quasi, proseguiva per almeno quattro ore e poi, a seconda dell’istinto dell’altra Maria, finivano con il fare colazione o con una fresa conzata con aglio, olio e pomodori appena raccolti, o con una tazza di latte appena munto e un caffè forte fatto con la caffettiera napoletana e addolcito con molti cucchiai di zucchero di cui l’altra Maria era ghiotta. Quella mattina vinse il desiderio di dolcezza, non bisognava mai osteggiare quelle voglie, anche se non si era in stato interessante. I tre figli maschi di Maria erano già andati a mietere il grano con il padre e la femmina più piccola, insieme alla cugina, avevano ancora la fortuna di essere lasciate a dormire. Le bambine sarebbero state importanti per aiutarla con l’asilo e così le fece alzare per fare colazione con lei e la Pisana, Caterina di anni dodici e Concetta di anni dieci, cominciarono a saltare e cantare perché erano entusiaste della notizia, avrebbero lavorato, così sarebbero state grandi anche loro.

Le tazze del latte erano di porcellana bianca, di forma tonda ma mosse sull’esterno, come se ci fossero state delle onde. Il caffelatte era buonissimo, i taralli si inzuppavano alla perfezione e poi si scioglievano in bocca. Quando ebbero finito l’altra Maria chiese alla Pisana di aiutarla con l’orto perché c’erano molte cose da raccogliere e così, dopo avere reciso peperoni verdi, pomodori e melanzane con grande impegno, la Pisana se ne tornò a casa con un cesto stracolmo di verdura anche se non ne avrebbe avuto bisogno, visto che anche il suo orto era rigoglioso. Scrisse nel suo quaderno delle cose la numero mille e dieci, anche se la mille e nove ancora non l’aveva raccontata all’altra Maria. E già che c’era doveva anche scrivere la mille e undici che non sarebbe stato facile realizzare: andare al mare con l’altra Maria, sua figlia e sua nipote. Scritte che ebbe le cose nel quaderno delle cose, tornò fuori per scaricare dal somarello i cesti con la biancheria da stendere e andò ai fili stesi dietro casa. Avrebbe anche potuto lavare tutto lì, aveva il lavatoio e l’acqua corrente, ma il rito del bucato con la sua amica era qualcosa cui teneva molto e l’acqua del torrentello, che scendeva dalla montagna di Fagnano, lasciava un profumo diverso sui panni. Finito che ebbe di stendere tutti i panni e lisciato quelli che doveva stirare, la Pisana preparò una fresa conzata, che le era rimasta la gulia dalla mattina. Ci aveva strascicato sopra uno spicchio di aglio intero, tagliuzzato il pomodoro più grande e maturo e poi strascicato anche un ramo di origano selvaggio che aveva raccolto lei stessa sulle colline dietro casa. Così dopo pranzo scrisse la cosa mille e dodici che diceva la bontà della fresa conzata, mangiata così, sola, senza bisogno di altro.

Era arrivato il momento di stirare, perché poi sarebbe arrivato l’autista di donna Carmelina a ritirare tutti i vestiti e le cammarere li avrebbero portati a casa delle signore. Stirare le piaceva, le piaceva ridare forma e colori ai tessuti, quando ebbe finito erano quasi le cinque del pomeriggio e i pacchetti coi vestiti li preparò in poco, perché ormai era abituata. Dopo che l’autista aveva ritirato tutte le cose e le aveva lasciato la busta colle banconote, la Pisana poté sedersi davanti a casa, sotto il pergolato, a guardare le colline verso Roggiano, erano tutte uguali, punteggiate di querce e fichi, e quella loro geometria immobile l’avrebbe riprodotta anche nella sua tela del giorno. Ma prima scrisse la cosa mille e tredici: cercare la geometria nelle cose della natura e del mondo, un bel progetto! - scrisse tutta contenta la Pisana.

 

In questa sera d’estate continuo a scrivere le vicende di Maria la Pisana, chissà dove mi porteranno. Oggi è giovedì 24 giugno del secondo anno senza Carnevale e questa, stesa al vento con i panni freschi di bucato, è la Cronaca 473.

mercoledì 23 giugno 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/472. Le rondini amano i papaveri e i tetti estivi

 


Il quaderno delle cose era un robusto taccuino rilegato in marocchino rosso che Maria “la Pisana” aveva ricevuto in dono per la Cresima. A farle il regalo era stata la zia Antonetta, sorella di latte di Melina, la madre dell’altra Maria. Ricordava molto bene quel giorno, quando fu comunicata e cresimata nelle stesso momento e meno male che mamma era riuscita a farla battezzare, anche se suo padre non era tanto d’accordo, qualche mese dopo la nascita, che comunque bisognava essere sicuri che le creature sarebbero diventate grandi, le spese per la festa del battesimo erano tante. A partire dal vestito di pizzo che anche i bambini poveri avevano il diritto di avere. Lei non era povera, ma neanche tanto ricca, però era stata battezzata con tutti gli onori e le avevano anche fatto una fotografia con quel vestitino lussuoso e la cuffietta bianca in testa, sempre di pizzo e due guance tonde e belle come due pagnottelle appena sfornate. Anche per la festa della Cresima, la bambina aveva avuto il suo vestito da piccola sposa, con i guanti e le scarpine coordinati a una borsetta dove poteva tenere un fazzolettino, caso mai si fosse messa a piangere. Quel che ricordava meglio di quel giorno erano i pettegolezzi delle altre mamme che commentavano i vestiti delle altre bambine e aveva capito così il significato della parola invidia, quel sentimento livido che impediva alla gente di godere delle fortune altrui, come se ogni cosa buona fosse stata tolta a loro. Dopo la cerimonia ci fu un rinfresco collettivo con altre famiglie nel locale di piazza Selvaggi. C’erano dolci tipici della zona, come le ginette, ricoperte di granella d’argento, torte Paradiso a tre piani, farcite di crema pasticcera con dodici tuorli, bigné lunghi che assomigliavano alle éclaires francesi e biscotti di mandorle. Poi le vennero dati i regali, una catenina con il crocefisso, una medaglietta con San Marco, un’altra medaglietta con la Madonna del Pettoruto, un po’ di soldi, un buono postale al portatore e il taccuino rosso. Non sapeva bene che farci di quel dono che arrivava dalla maestra Arnone, così quando arrivò a casa lo mise nella sua cassapanca e non ci penso più per qualche mese. Ma, poi, un giorno che stava sistemando della biancheria stirata le capitò in mano e così decise di prenderlo per guardarlo bene. E lo guardò, e lo rigirò nelle mani, respirò il profumo della pelle, sfiorò anche la carta che era color avorio ed era un invito a scriverci sopra qualcosa. Mai Maria “la Pisana” aveva immaginato di poter avere qualcosa da dire, ma proprio in quel momento le vennero non una ma ben due idee da scrivere.

La cosa numero uno è questo quaderno rilegato in pelle di capretto tinta di rosso. Questa è la prima cosa che penso e che scrivo. È bello questo quaderno, mi piace guardarlo e accarezzarlo. Per non farlo rovinare lo conserverò in una di quelle federe di cotone pesante che stanno nella cassapanca.

La cosa numero due sono le lenzuola nuove di lino che mamma ha comprato da Rosina la tessitrice. Sono belle e fresche e mi ha detto che dovrò usarle solo d’estate per stare bella fresca, mentre quelle di cotone pesante si usano d’inverno quando fa freddo e le potrò anche passare con lo scaldino prima di andare a dormire per togliere quella sensazione di umidità e di freddo che c’era nel letto d’inverno.

Aveva iniziato così il quaderno delle cose e con una certa regolarità, in quasi trent’anni, era arrivata alla cosa numero mille. Un bel numero davvero e anche molto solenne. Cosa avrebbe dovuto scrivere in quel numero così importante? Sorrise perché non era difficile a pensarci bene.

La cosa numero mille sono i paesaggi ricamati che ho deciso di fare ogni giorno e quindi arriviamo alla cosa mille e uno che è un ricamo della Fontana Banca la mattina presto.

Mentre la cosa mille e due è la grande quercia dietro la casa dell’altra Maria.

La cosa mille e tre è l’acqua profumata di San Giovanni che ho usato questa mattina per lavarmi dalla testa ai piedi.

La cosa mille e quattro è il sacchettino di fiori di lavanda pronto da mettere nella cassapanca.

La cosa mille e cinque è il profumo dei pomodori appena raccolti ancora caldi di sole.

La cosa mille e sei sono le cicale che cantano di giorno e la cosa mille e sette sono i grilli che cantano di notte.

La cosa mille e otto è la contentezza di questo momento che sto scrivendo.

La cosa numero mille e nove è quando nel pomeriggio racconterò all’altra Maria di questo quaderno delle cose. L’ho tenuto segreto sinora, ma se mi succede qualcosa voglio che lo tenga lei che è come una sorella per me.

Ecco, non aveva mai scritto così tanto, ma non tutte le cose che sentiva nel petto erano venute fuori, così scrisse una cosa che non sapeva bene cosa fosse e che aveva anche un titolo.

 

La nostalgia gridata al sole e al cielo

 

Le rondini amano i papaveri

e dopo la mietitura scendono

in picchiata a cercarli, perché

non li vedono più. Anche quei

fiori amavano le rondini, ma

non potevano impegnarsi,

sapevano che avrebbero dovuto

seguire la sorte del grano maturo.

Così piangevano i papaveri quando

cadevano sotto la falce e le rondini

impazzite gridavano tutta la loro

nostalgia al sole e al cielo.

 

 

Maria “la Pisana”, mi toccherà raccontarvi il motivo del suo nomignolo, tanto che a un certo punto la gente la chiamava solo Pisana, mentre la sua amica restò per sempre l’altra Maria.

Ora posso riporre il mio taccuino delle Cronache dagli anni senza Carnevale con questa Cronaca 472 di mercoledì 23 giugno. C’è ancora luce, fa caldo, le rondini volano vicino a questa casa, io sono in pace con il mondo e gioiosa in questa luce estiva che mi commuove ogni anno.

martedì 22 giugno 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/471. Le lacrime invisibili della luna che amava le storie calabresi

 


Quando arrivava la notte più corta dell’anno, Maria “la pisana” era pronta per andare a raccogliere le erbe nei campi e nei prati, anche se per trovarle bisognava salire verso la montagna. Come ogni estate preparava il suo asinello e il cesto per le erbe e non appena il sole era calato si avviava ripercorrendo i suoi stessi passi anno dopo anno. La prima volta che era andata a fare la raccolta di San Giovanni, di anni ne aveva meno di dieci e nonna le aveva detto che era importante che lei imparasse prima di diventare una signorina. Le disse anche che nella notte di Natale le avrebbe insegnato il rito per togliere l’affascino, che non era solo il malocchio provocato dagli invidiosi, ma qualcosa di più profondo e sottile che poteva anche turbare le menti più impressionabili e fiaccare la volontà di chi già era messo a dura prova dalla vita. Ma ancora peggio era per quelli a cui le cose della vita andavano bene. Ci fu il caso del pastore Alfiero cui iniziarono a morire tutti gli agnellini appena nati, oppure di Filomena delle vacche, le cui vacche, appunto, avevano smesso di fare il latte e i vitelli non svezzati furono portati al macello mentre le madri si disperavano. E poi c’era stata la disgrazia delle sorelle Selvaggi, ma di uno dei rami minori, le povere Rosaria e Serafina che allevavano bachi da seta e in una notte morirono tutti. Ma loro non era andate a raccogliere le erbe la notte del solstizio e non lo aveva fatto neanche il piccolo possidente Michele Sammarco, le cui coltivazioni di tabacco erano andate in fumo a causa della disattenzione del suo fattore. Sì, a ben pensarci, le disgrazie misteriose che colpivano i beni delle famiglie erano frequenti, così come erano frequenti dalle loro parti, i bambini che nascevano nelle famiglie sbagliate, quelli che, anziché assomigliare al padre, assomigliavano a uno zio, o al barone, o alla mamma del mezzadro. Insomma, gli spiritelli dei boschi erano sempre pronti a fare dispetti, soprattutto, se non si stava bene attenti quando si passeggiava sotto le querce, perché quelli delle querce erano i più dispettosi di tutti e avevano anche il potere di rubarti il nome e di tenerlo imprigionato sino a che non tornavi con cesti e cesti colmi di salsicce, peperoni, pane fresco, pomodori maturi, cipolle rosse e un fiasco di olio buono e almeno un paio di vino. Chi aveva provato a rifilare loro vino che era andato in aceto oppure olio di semi di girasole, che pure era buono, non certo un veleno, ebbene questi disgraziati riuscivano a ritornare a casa dopo giorni ma non riuscivano a parlare che dopo un mese dal loro ritorno in paese. Nonna Rosa conosceva tutte queste storie e gliele raccontava perché voleva che lei sapesse tutte le vicende del paese per poterle tramandare poi alle figlie e alle nipoti. Fece un unico errore nonna Rosa, di insegnare alla nipote anche la formula per non sembrare bella, formula che lei usò sin da ragazzina per tenere lontani i maschi, che non aveva nessuna voglia di diventare grossa come una giovenca e poi di dovere badare al nugolo dei suoi pargoli come se fosse state la guardiana dei niani. Quando spiegò a Maria cosa bisognasse dire e fare, la reazione della sua amica fu proprio il contrario della sua. A lei i maschi piacevano, e le piacevano forti e ben piantati. Per questo si era fidanzata ennemila volte prima di trovare quello giusto che era stato capace di domarla, cioè di tenerla in camera da letto, e in qualunque altro posto capitasse, per giorni e giorni. Fu proprio lui, Luigi Maria, a farle fare il primo dei suoi figli e anche il secondo e il terzo. Poi quando lui si distrasse con Caterina, la figlia del barone Randone, Maria si consolò molto in fretta con uno dei giovani mezzadri col quale fece una bambina che portava però il nome di suo marito. Non è che in paese queste cose non si sapessero, tutti sapevano e le mogli di paese accettavano quelle di campagna e viceversa, i bambini di paese giocavano con i fratelli di campagna e tutti andavano d’accordo. Il vescovo, l’arcivescovo e i parroci di San Nicola e di San Giovanni Battista, sembravano molto duri in pubblico, ma tra loro gioivano per il tasso di peccaminosità del paese e di tutte le sue contrade. Molti peccatori significavano molte confessioni e molte prebende, grandi donazioni ai santi e alla curia, ex-voto d’argento e oro per ringraziare della grazia ricevuta e tutte le messe, le orazioni e i vespri seguiti non solo dalle donne, ma anche da molti uomini. Seppure tanti si fossero fatti ammaliare dalla bandiera rossa del socialismo e in chiesa ci andavano per far contente le madri.

A tutte queste storie pensava Maria “la pisana” mentre andava a passo lento nei suoi campi. Ci mise meno di un’ora ad arrivare e poi lasciò il somarello a brucare l’erba e a lume di candela, ne aveva una sacca piena, andò a scegliere le erbe che le servivano. Lì nei campi cercava soprattutto l’artemisia, la verbena, il ribes e l’iperico, perché salvia, rosmarino, ruta, aglio e lavanda li aveva già raccolti nell’orto e preparati sul tavolo. Non ci mise molto e se ne tornò verso casa respirando i profumi che arrivavano dal cesto. Dopo aver governato il somarello nella stalla, andò a raccogliere l’acqua fresca nel pozzo. Sulle colline tutt’intorno si vedevano i bagliori dei fuochi e lei immaginava i giovani inseguirsi tra prati e boschi, come aveva fatto la sua amica Maria quando era ragazza. Tornata in casa, diede una sciacquata alle piantine e ai fiori e poi mise tutto nel bacile di terracotta che mise sul davanzale esterno della sua camera a prendere l’aria della notte e le lacrime invisibili della luna che era attratta da tutti quegli aromi. A lume di candela gli oggetti prendevano vita nella cucina, e lei si mise a un angolo del tavolo per ascoltare le storie che avrebbero raccontato.

Maria “la pisana” è già tornata a mostrarmi la sua storia, me l’ha sussurrata in un orecchio insieme alla voce del camino e quella del tavolo. Per questo, anche la Cronaca 471 di martedì 22 giugno del secondo anno senza Carnevale è una storia calabrese, forse vera, forse inventata, forse un po’ tutte e due le cose.