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venerdì 4 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/698. Immenso e profondissimo, un frammento di ieri

 


 

Cosa resterebbe di questa giornata se non ne scrivessi in questa Cronaca? Non lo saprò mai, non so come funzionino i meccanismi della mia memoria. Potrebbe accadere tra qualche tempo, giorni o anni, che un’immagine ripetuta, un refolo di vento, una lama di luce funzionerebbero come chiave per la porta serrata che celerà le ore di questo giorno. Un giorno di aria umida, di odore di prati e foglie secche che mi hanno riportato a certi interminabili pomeriggi dell’adolescenza, dove il tempo futuro della vita adulta era un sogno più che un progetto. Oggi sono tornata con passo lento in quel tempo e ne ho portato frammenti con me, sino a questo scritto, sino a queste parole. È stata anche una giornata di grande polvere, di starnuti, di vecchi libri, di quaderni dimenticati che credevo già buttati da decenni. Fa sempre un certo effetto ritrovarsi davanti la propria grafia bambina e riconoscere le “o” panciute e le gambette di “f” e “p” con l’occhiello. Qualcosa ho deciso di conservare, soprattutto i vecchi quaderni Pigna con copertine bellissime che non sono più in produzione da anni. Messi in fila tutti i ricordi, a meno che non ci si chiami Marcel Proust, sono forse a malapena un paio per ogni mese vissuto. Ma anche se noi non ricordiamo, quella vita, quel tempo, vivono in noi, ancora e per sempre, anche se noi non lo sappiamo.

 

 

Dopo essere stato lupo

 

È rimasto quel frammento

verde di vetro, una conchiglia,

un sasso e quel giorno al

mare torna da noi e ci

trascina in spiaggia. Vedo

ancora il costume rosso e

le ciabattine di plastica, e

un secchiello, una paletta,

il castello di sabbia era

immenso e profondissimo

il fossato intorno e tornava

il cavaliere ogni mattina

dopo essere stato lupo,

notte dopo notte, qui

con me e il buio.

 


È passato così un altro giorno di questo terzo anno senza Carnevale, venerdì 4 febbraio e questa Cronaca 698 è impolverata e taciturna, meditabonda. Le nostre ombre sono rimaste in quel prato dell’adolescenza, hanno abbandonato i nostri passi e torneranno, forse un giorno torneranno e noi non sapremo perché e dove.

venerdì 19 novembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/621. Storia di un albero, di una foglia, di un quaderno e della bambina con la cartella rossa

 



Salto o non salto? Non è che la prospettiva mi arrida poi molto. È inutile che tutti quanti continuino a dirmi che si tratta solo di fiducia, che è un momento, che non mi succederà niente di male. Ma io non mi fido. Già quando si è trattato di uscire la prima volta sono stata l’ultima, stavo così bene lì dov’ero. Ma poi mi hanno spinta fuori, non so bene chi. E mi sono ritrovata immersa in quella luce accecante che mi pizzicava dappertutto, un vero trauma all’inizio. Poi però mi sono abituata, era bello starsene lì al sole, a rigirarsi senza nient’altro da fare che essere me stessa, che vivere.

Salto o non salto? Non mi piacciono i cambiamenti e so che una volta che il salto sarà fatto, mica mi faranno tornare indietro, qui non ci potrò tornare mai più, tocca ad altri mi hanno detto, io devo ricominciare il ciclo dall’inizio e, per farlo, devo saltare. Appunto, salto o non salto?

La mia livrea ha di nuovo cambiato colore, non so fino a quando resterà di questo bel giallo acceso, vedo le punte che già cominciano a diventare più scure. Se resto quassù magari divento tutta marrone che non è un colore che amo. Se salto resterò gialla ancora per un po’, prima di svanire. Ma mica si svanisce davvero, l’albero racconta che sulla terra si ridiventa terra e acqua, poi linfa o vapore e si sale, su, su nei rami o nelle nuvole e poi si scende e si torna giù con la pioggia e la nostra essenza riconosce sempre la strada di casa, sempre ritroviamo il nostro albero e il nostro ramo, sempre ritorniamo.

 

 

 

L’indecisione della caduta

 

Cado anche se non

vorrei, cado senza vento

e cado seguendo questo

vento che non mi porterà

al mare, ma poco lontano

dal mio ramo. Sono caduta

su un letto soffice di altre

foglie cadute prima di me.

Le riconosco, ci sorridiamo.

Cado perché questo è il mio

destino, essere foglia, polvere,

linfa e poi neve. Non importa

il colore, non la forma, perché

so che sempre il mio albero

mi riconoscerà.

 

 

Salto o non salto? Ho ascoltato tutte le leggende, so che devo saltare, meglio farlo adesso che sono bella gialla e ancora vigorosa. Salto, il vento mi sostiene, le nuvole sono sempre più lontane, ma mi sorridono ancora. Ecco che arrivo e mi adagio accanto alle foglie mie sorelle. Poi accade la cosa, quella imprevista, quella di cui ho sentito parlare dalle rondini e dai rami più antichi. Arriva una bambina con la cartella rossa, si china, inizia a scegliere. Nessuna di noi grida “Prendi me! Prendi me!”, anzi, cerchiamo di nasconderci. Ma poi tocca a me, la bambina mi sceglie, mi spolvera, sorride e apre la cartella che mi inghiotte. È buio, non so dove mi sta portando e non riconosco subito il posto, quando mi estrae e mi mette su uno strano albero orizzontale ricoperto di altre cose di quelle che amano gli umani. Mi deposita sul piano, prende un grande quaderno dove riconosco l’odore di altri alberi che ho conosciuto. So che si chiama quaderno perché dal mio ramo lo vedevo questo aggeggio che loro chiamano tavolo, ma non sapevo che una volta lui e il quaderno erano alberi. Ma allora si può continuare a essere se stessi anche lontano dal nostro albero originario? Sì che si può mi dice il tavolo, sììììì mi sibila il quaderno, presto lo capirai anche tu. La bambina mi prende, mi gira e mi rigira, poi mi incolla su un foglio e scrive: “Foglia del platano riccio, l’albero bellissimo che sta davanti alla mia finestra. Milano 19 novembre del 2021”.

 

La piccola foglia ancora non si capacita di come farà a resistere chiusa in quel quaderno, anche se sente altre foglie che sono state incollate prima di lei e anche molte e molte stagioni fa.

Non so come finirà questa storia, intanto il mio quaderno è pieno di foglie bellissime, ne conviene anche questa Cronaca 621 di venerdì 19 novembre del secondo anno senza Carnevale.

mercoledì 29 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/570. L’aquila, l’orso e il serpente, un bassotto giocoso e i quattro elementi

Stavamo facendo una passeggiata verso le Montagne della Nebbia, dopo questa lunga estate stanno ritornando le amiche e gli amici. Per prima è arrivata la sacerdotessa e mi ha proposto di accompagnarla perché doveva cercare certe erbe officinali che si trovano sull’Altipiano della Luna, in una zona non troppo lontana dalla nostra casa. Nella passeggiata ci hanno accompagnato i lupi, gioiosi e silenziosi come sempre. Allora la sacerdotessa mi ha raccontato una storia accaduta prima che io arrivassi in quella terra.

 

“Stavo passeggiando con la mia amica badessa e i lupi ci precedevano sul sentiero, poi si sono fermati di colpo. Un enorme serpente con occhi di fuoco ci sbarrava la strada. Ci ha fissato a lungo mentre i lupi hanno iniziato a ringhiare. Ma non c’è stato bisogno che lo attaccassero perché un orso nero si è avventato sul serpente. A tratti sembrava che fosse proprio lui, con le sue spire potenti, ad avere la meglio sull’orso. Poi è apparso un cane, minuscolo rispetto ai due contendenti ingaggiati in una lotta all’ultimo sangue. Era un bassotto nero focato che non ha esitato ad avventarsi sul groviglio di bestie feroci e ha morso il serpente alla testa. Subito le spire si sono sciolte, il serpente con un movimento brusco ha scagliato il cagnolino lontano e si è arrotolato su se stesso, inferocito e pronto ad avventarsi su di noi che eravamo bloccate, ipnotizzate da quella scena. Avrei voluto gridare, e se ci fossi riuscita avrei urlato “Mamma!” come se davvero lei avesse potuto intervenire e salvarci da quella minaccia. Ma non accadde nulla di quel che immaginavamo, perché dal cielo scese in picchiata un’aquila maestosa e colpì il serpente agli occhi col becco e poi lo afferrò con gli artigli e lo portò in volo con sé e non li abbiamo più veduti, tanto l’aquila era salita in alto. Solo dopo qualche giorno era ritornata e ci aveva deposto sul prato davanti a casa quella pelle lucida e nera che era appartenuta al serpente. La testa era squarciata come il ventre, mi faceva orrore, ma il sapiente guerriero la recuperò e mi disse che l’avrebbe utilizzata per ricoprire antichi manuali le cui copertine iniziavano a sfaldarsi. Non so se poi l’abbia fatto davvero, ma non potrò mai dimenticare la paralisi davanti a quella creatura ctonia che sembrava ci stesse aspettando. L’aquila tornò ancora e depose diverse penne sul prato della Casa delle Parole e anche l’orso venne a donare tre artigli all’antico sapiente. Scoprimmo poi che il bassottino era di proprietà delle tre sorelle che lo lasciavano scorrazzare in piena libertà e da quel giorno diventò un compagno costante delle mie passeggiate”.

 

Era una strana storia, piena di simboli, mi sono chiesta se davvero fosse accaduta quella lotta tra quei quattro animali. La dimensione simbolica era potentissima e così mi sono riproposta di analizzare con calma quelle presenze e il loro legame con i quattro elementi.

 

Mi piace stare in questa terra, è sempre piena di sorprese, di incontri. Ma sono dovuta tornare nella città silenziosa, avevo molte cose da fare, da scrivere. E così tornerò dalla sacerdotessa nei prossimi giorni. Oggi è mercoledì 29 settembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 570 sta ancora giocando con l’irresistibile bassotto.

martedì 24 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/534. Il fuoco che brucia ma non consuma, il fuoco delle parole vere

 



Anche il cielo si è fermato a guardare il salto della cerva in fuga. Arretra il cielo per far sì che lei possa arrivare ancora più in alto e sfuggire ai lupi che la inseguono. Ma poi le nuvole capiscono che la cerva non sta fuggendo dai lupi, ma sta giocando con loro. Così il cielo si ricompone e scende di nuovo verso la terra e osserva meglio quello che gli era sfuggito. In questa terra, nel nostro giardino, la cerva dorme accanto alla lupa, ma cosa cacceranno i lupi se i cervi sono amici? Non è tremendo essere condannati dalla propria natura ad annientare la vita di altre creature? I lupi non fanno certo domande e tornano nella foresta a procacciarsi del cibo. La mia cerva è salva, ma per quanto? Vado con lei fino allo stagno dove due libellule si inseguono sulla superficie, ci sono anche delle rane a mollo nell’acqua calma, e le canne ondeggiano nel vento che non arriva neanche a increspare l’acqua. Facciamo il giro tutto intorno allo stagno, ci sono delle nuove ninfee rosa e bianche e potremmo restare qui al sicuro. Ma il richiamo del bosco verde è troppo forte, troppo forte il desiderio selvaggio di essere libere e di correre. E allora lo facciamo, iniziamo a correre, lei potrebbe andare più veloce, la mia cerva, ma si adatta al mio passo. Se almeno avessi le tasche piene di sassi potrei giustificare questa mia lentezza, ma è il cuore stonato che mi trattiene e mi rallenta. Arriviamo sul limitare del bosco, là dove iniziano le colline tempestose di cui non intravediamo più le cime nei giorni di tempesta. Ma oggi il tempo è ancora chiaro e con la cerva vado sino alla fonte dove nasce il fiumiciattolo che attraversa queste terre. Le Montagne della Nebbia sono ancora più lontane delle Cime Tempestose e io vorrei tornarci, come ho già fatto tante altre volte quando vengo a rifugiarmi in queste terre. La cerva mi saluta e torna al suo branco, i lupi mi raggiungono e intonano il loro canto verso la luna che inizia la sua ascesa dietro le montagne. L’aria inizia a rinfrescare e io non voglio tornare a casa, non ancora, anche se non sono attrezzata per restare fuori di notte, è quello che vorrei fare. Ma sono i lupi a spingermi gentilmente verso il sentiero occidentale che mi riporterà a casa e loro scendono con me e mi fanno compagnia.

Amo queste terre perché qui posso stare da sola senza dover dare spiegazioni a nessuno. Il suono di un clavicembalo sale dalla Casa delle Stelle e mi fermo ancora ad ascoltare Bach fuori dal tempo e in un luogo imprevisto. Adesso so che sono tornati proprio tutti i miei amici e che potremo passare giornate liete insieme, li ho chiamati a raccolta tutti, qui in questa terra dove nascono le storie, perché questo è anche il luogo dove le storie vengono scritte e si avviano alla loro naturale conclusione come il veliero alla fine approda nella rada scelta dal capitano. Avrò condotto bene la mia nave? Troveremo acqua dolce oltre le colline? Troveremo qualcuno che vorrà ascoltare questa nuova storia della città silenziosa? Vado a scrivere le ultime pagine e poi inizierò a leggere e anche tu leggerai, tu che conosci tutta la storia dall’inizio. E poi inizierete a leggere anche voi e insieme sapremo se questa è una storia solo di terra, o anche di mare e di cielo, di fuoco. Quel fuoco che mi brucia ma non mi consuma, il fuoco delle parole vere, delle storie che iniziano a vivere anche fuori di noi.

 

Oggi è martedì 24 agosto del secondo anno senza Carnevale e sto scrivendo le ultime parole di un libro per me molto importante, questa Cronaca 534 lo sa e mi offre altro sostegno, un tavolo dove appoggiare il mio taccuino, una matita ben temperata e il focolare acceso che illumina e scalda l’estate che sta finendo.

mercoledì 11 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/521. Favola della rondine senza nido e del vento senza casa

 

 


 

Mi ha sempre colpito la dichiarazione di Michelangelo, di voler andare a cercare nella pietra le figure che erano vi erano nascoste, imprigionate. È proprio vero, è una qualità della materia tenere in sé altre forme, altri stati, altre possibilità di esistenza.

Il fiore in boccio tiene in sé il ricordo del seme, la foglia l’ombra dell’estate precedente e anche la nuvola nasconde la pioggia caduta giorni fa. Dunque l’unica verità di questa dimensione è l’eterno mutamento, le forme che cambiano con il cambiare della luce solare e della stagione.

È ancora la pietra che sembra poter essere uguale a se stessa, ma non è così, prima o poi il vento ne avrà ragione o Michelangelo che vuole scolpire lo schiavo che regge il mondo sulle spalle. È il nostro destino tenere il mondo sulle spalle, inutile cercare di sottrarsi perché ciascuno di noi è responsabile di quel che accade. Lottiamo contro la forza di gravità e contro il tempo per portare nel futuro la bellezza che abbiamo incontrato. Impariamo sin da piccoli ad avere cura delle persone e delle cose, le donne più degli uomini per via del retaggio culturale, ma ciascuno di noi ha un senso della cura e della gioia nel praticarla, metterla in atto. Non fosse che il curare delle piante o un gatto anziano. Siamo portati dall’istinto ad avere cura delle creature più giovani, più piccole o più anziane, indifese. Perché sappiamo di dover contrastare il male che abita il cuore degli uomini tanto quanto il bene e molto spesso è più forte. È difficile parlare ad alta voce di fronte alla sofferenza, e allora sussurriamo e facciamo ciò che va fatto. Anche di fronte al male estremo e assoluto del nazismo ci furono donne e uomini che dissero no, si opposero, salvarono vite ed ebbero cura del mondo. Avere cura è sempre un atto rivoluzionario, perché si oppone alla distruzione e si preoccupa e occupa in concreto delle creature e del pianeta a partire da chi e cosa ci è più vicino. Nell’astrazione e nella distanza non c’è cura ma solo fredde intenzioni e proclami. Nella strada dove abito c’era una signora, si chiamava Maria, non sapeva che ogni gesto fosse un gesto d’amore, ma bagnava i cespugli in giardino ogni mattina molto presto, prima che potesse il sole bruciare le foglie giovani, sfamava i gatti randagi del quartiere, lavorava ai ferri quadrati di lana per farne coperte,

leggeva favole ai bambini, chiacchierava con le vicine di casa e sorrideva ai negozianti. Era molto anziana e non so altro di lei, se non che un giorno ho smesso di incontrarla e i gatti hanno smesso di venire a cercarla e alle sue finestre non c’erano più i panni bianchi stesi, ma

vasi moderni con piante sempreverdi. Cosa è rimasto di lei se non questo ricordo, queste poche parole? È vero, ma il ricordo è potente e i gesti sono stati imparati. Ci sono altre mani che innaffiano i cespugli e la gente sorride quando si incrocia per strada, anche quelli che sono stati bambini e hanno ascoltato le favole lette da lei nei pomeriggi d’estate. Non hanno bisogno di leggerle, perché le hanno imparate a memoria e uno di loro stava con i suoi figli, sulle panchine nuove e recitava la storia della rondine senza nido e del vento senza casa che si incontravano ogni anno sotto lo stesso angolo di tetto.

Qualcosa rimane sempre e per sempre, anche se oggi non ci sembra che sia così. Ho innaffiato le rose e il basilico questa mattina, e poi sono andata a camminare e mi è sembrato di averla vista china con un ciotola di cibo in mano e un gatto rosso che la stava salutando.

 

Questa è la Cronaca 521 di mercoledì 11 agosto del secondo anno senza Carnevale, e Milano risplende nel silenzio e nella solitudine delle strade che hanno riscoperto le gioie della contemplazione.

martedì 27 luglio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/506. Quando il tempo si moltiplica nei tempi infiniti

 


Storie dall’arcipelago del tempo/1


Quando le cose iniziarono a cambiare nessuno se ne accorse e quando il mondo capì, non c’erano parole per dire come erano diventate le stagioni. In mezzo all’estate più torrida, appariva uno squarcio improvviso di primavera, piovosa, assediata dalla voglia di ricominciare. E in primavera accadeva che fosse l’inverno a irrompere tra i germogli e i boccioli appena aperti, e che tutto gelasse e la promessa di rinnovamento finisse in cristalli di ghiaccio. In autunno le foglie resistevano aggrappate ai frutti tardivi e profumati come nel colmo della stagione bella. Così l’estate si salvava apparendo a Natale e scaldando gli alberi che germogliavano e poi morivano. Non erano più quattro le stagioni, ma infinite come le combinazioni di alberi, fiori, frutti e germogli.

Fu poi la volta della luce, che arrivava troppo presto, o il buio che cadeva nel pieno mezzogiorno, ed era come se un’eclissi infinita del sole si fosse impadronita del cielo.

All’inizio erano fenomeni che duravano pochi secondi, così era difficile rendersene conto, e il cervello ricomponeva il buio come se fosse stata solo un’ombra e la luce, la luce era più difficile, ma c’erano pur sempre le scie delle stelle cadenti che illuminavano l’oscurità.

La realtà intorno a noi non era più quella che avevamo imparato a conoscere, cercavamo disperati di capire se potevamo fare qualcosa, ma non c’era modo di tornare a quei tempi che erano rimasti solo nella nostra memoria. Almeno così credevamo all’inizio, perché poi qualcuno riuscì ad andare indietro e a ritornare e tutti volevano farlo perché nessuno amava il presente. Tutti insieme stavamo cercando di ritrovare l’infanzia e la giovinezza, almeno chi ne aveva ricordi felici, e chi non aveva un’età mitica a cui ritornare, cercava anche solo quell’unico istante che aveva reso la vita degna di essere vissuta.

Poi in molti iniziarono a non ritornare e il mondo così si divise tra quelli che erano ritornati e quelli che non erano ancora partiti.

Mentre i ghiacci si scioglievano, mentre il livello delle acque saliva in tutti i mari e oceani, intere città furono sommerse in entrambi gli emisferi, ma chi aveva il tempo di ricordare Venezia o New York? Si poteva tornare indietro, perché limitarsi a conservare quello che era stato costruito secoli prima?

Il mondo come lo conoscevamo non esisteva più, caddero le nazioni, si estinsero altre centinaia di specie animali, ma quelli che potevano continuavano a pagare per tornare indietro, viaggiavano. Gli altri, le masse, le moltitudini, si arrabattavano e arrancavano, storditi dagli smartphone e dalle immagini che stavano soppiantando ogni lingua parlata. Si comunicava solo con gli emoticon e con versi simili a grugniti. Solo chi conosceva la lingua dei segni si salvò da questa decadenza. Furono proprio loro, i sordi o i minorati sensoriali dell’udito, come si preferiva dire in quell’epoca di politicamente corretto, che si unirono e andarono a costituire la nuova casta dei governanti insieme ai fisici quantistici che garantivano la possibilità di viaggiare avanti e indietro nel tempo a se stessi e a chi poteva permettersi di pagare le cifre a tre zeri per poter andare in un angolo qualunque dello spazio tempo. Le moltitudini stordite vennero poi sterminate da una sequenza di altri corona-virus che si succedevano come un tempo la stagione dei raffreddori. Così cambiava il mondo che avevamo conosciuto, così rimanemmo in poche migliaia a parlare alla vecchia maniera, a decidere di non tornare indietro. Come gli uomini libro di Fahrenheit 451, avevamo scelto di vivere lontani dalle grandi città e di coltivare le piante di cui ci saremmo nutriti e di allevare pecore e capre per la lana, il latte e il formaggio. Il villaggio dove vivevamo quando tutto iniziò, non era lontano da quello che un tempo era stato uno dei grandi laghi lombardi e che era ridotto più a un acquitrino fangoso che a un laghetto. Ci eravamo adattati e non ci allontanavamo mai oltre il necessario per portare al pascolo gli animali. Eravamo sempre meno nel mondo e lo sentivamo anche senza andare a cercare le notizie, scarse e incomplete, che la Rete continuava a portare come fa la marea con i relitti di un naufragio. Forse eravamo davvero come dei naufraghi. Ma poi accadde che in quel tempo, nel nostro tempo malato, iniziarono ad arrivare viaggiatori che arrivavano non solo da altre epoche, ma anche da altre realtà. Il tempo era davvero uscito dai cardini, a qualcuno toccò di ritrovarsi bambino e di vivere il paradosso di non conoscere il proprio passato. Questo era il nostro mondo, a metà di quello che era stato chiamato XXI° secolo, ma che era solo un’isola in un arcipelago di istanti che non riuscivamo più a tenere insieme.

 

Ecco l’inizio di una nuova storia che forse scriverò, una storia di fantascienza, come quelle che leggevo nelle estati dell’adolescenza. In questi giorni questa pioggia così poco estiva mi ha fatto venire voglia di rileggere alcuni di quegli autori. E intanto di scrivere l’incipit di una storia senza punti di riferimento. Cosa ne verrà fuori in questo secondo anno senza Carnevale? Oggi è martedì 27 luglio e questa è la Cronaca 506, ancora sdraiata in giardino a leggere Ray Bradbury.

mercoledì 12 maggio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/430. Come pronunciare il nostro alfabeto che qui è sconosciuto

 


 

 

Il pittore è arrivato al porto con le fanciulle e le rondini, sa che è giunto il momento del commiato, che potrà continuare a dipingere le gemelle e la fanciulla addormentata, ma solo grazie alla memoria e non più in compagnia dello sguardo. Tutto si è compiuto in una manciata di giorni e lui sa che non potrà mai ritornare. Le gemelle gli hanno regalato una scatola di colori che non finiscono mai e una pezza di broccato, color bronzo come quello dei loro abiti, perché ne faccia un mantello o una coperta per le sere in cui le penserà senza più poterle guardare se non nei quadri nuovi.

 

 

Il canto di Andrey che parte

 

Sono partito da Odessa mio

amore, ma non per tornare da

te. È da te che sono partito per

cercare un mare più profondo e

un cielo più vasto. Passerò da

Varna amore mio e ancora starò

cercando il tuo volto tra i mille

che mi verranno accanto. E a

Venezia fermerò i miei passi e

nelle onde della laguna cercherò

una casa, la casa dove poterti

chiamare e dire che i leoni di

San Marco si svegliano all’alba,

che la Fenice risorge davvero

dalle sue ceneri e gli unicorni

pascolano nei prati che questa

città nasconde dietro le mura

dei cortili e delle case. Quando

verrai, amore mio, porta con te

una brocca della nostra acqua e

tutte le parole del nostro alfabeto

che qui conoscono come straniere,

mentre la mia lingua gioisce anche

solo a ricordarle. Ti scioglierò i capelli

mia piccola sirena, e ti chiederò

di restare mentre canterò questi

mari così lontani, ma così simili

al canto del nostro amore.

 

 

Sale su un battello a vapore Andrey, mentre le fanciulle identiche sono diventate sei. Vorrebbe chiedere chi sono le altre, ma il rumore è troppo forte e la banchina sempre più lontana. Così smette di guardarle e cerca il mare. Ogni onda è un pensiero, ogni onda è un ricordo.

Lasciamo Andrey Remnev, autore anche del quadro che accompagna questa Cronaca 430 di mercoledì 12 maggio del secondo anno senza Carnevale, al suo viaggio. Forse più avanti lo ritroveremo insieme alle fanciulle e alle rondini di Odessa, insieme alle nuove poesie che dalle onde saranno accompagnate.

lunedì 10 maggio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/428. Le rondini sono appena uscite dai nidi e sfrecciano nel cielo

 



 Usciamo per scrutare l’orizzonte mentre il pittore e le fanciulle si stanno ancora studiando. La villa è in cima a una collina e il grande giardino termina con un belvedere dove lo sguardo sorvola tutta la città e arriva sino al mare. Voliamo con le rondini, voliamo come se fossimo rondini e raggiungiamo il mare scendendo in picchiata e poi ritorniamo portati dal vento ascendente che soffia dal mare alle colline. Lassù, lassù in alto solo il vento che strappa al silenzio suoni inauditi sulla terra. Siamo ritornati e le fanciulle sono in giardino, ognuna è abbracciata a una gemella trasparente, uno dei tanti doppi che hanno disseminato nella casa e nel giardino. La luce si piega al tramonto e l’aria lascia intravedere quella chiesa sullo sfondo dove qualcuno è sceso a pregare. Monete d’argento ornano il copricapo della fanciulla che vedo, e il suo collo. Quale obolo dovremo pagare per restare ancora in questo giardino? Mentre noi guardiamo il pittore, appoggiato a un albero fuori dalla scena, lui guarda le fanciulle che guardano il mare e le rondini. Il patto è stato siglato, il pittore si trasferirà a vivere nella villa con le fanciulle e potrà dipingerle. Le gemelle gli insegneranno l’arte di tagliare e cucire i tessuti, lui i segreti per utilizzare l’oro e l’argento come se fossero due colori soltanto. Si allontana dal suo doppio la fanciulla con le monete d’argento che scendono dal copricapo e accoglie in grembo un gatto fulvo e tigrato. Non è l’unico gatto che vive nel giardino, quando ci avviciniamo per accarezzarlo, salta giù e va a rifugiarsi in un cespuglio, è un gatto che non ama gli estranei, non si fida, ma un po’ ci restiamo male.

 




Quello che ho sognato

 

Seguo il tuo sguardo sino

all’orizzonte aperto in fondo

alla valle e volo in picchiata

con le rondini. Vedi com’è

facile il mio volo? Vedi quanto

è vasto il cielo? Ci sono sagome

che ritagliano il paesaggio e

io vedo le fanciulle e la cattedrale

e allo stesso tempo cerco questa

ragione per continuare il volo,

per cercare ancora quello che

tu hai veduto e io solo sognato.

 

 

Dal giardino e dagli orizzonti che abbiamo tutto intorno, cerco di portare con me un mazzo vasto di immagini e profumi. Rientro in casa con il pittore e le fanciulle, dovrà esserci qualcuno che racconterà la loro storia e io sono pronta.

Questa è la Cronaca 428 di lunedì 10 maggio del secondo anno senza Carnevale e le rondini sono appena uscite dai nidi e sfrecciano nel cielo.

Anche le due immagini odierne sono di Andrey Remnev.

venerdì 7 maggio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/425. Le gemelle senza voce e le ninfee in fondo al giardino

 


 

Non ci era riuscita al primo tentativo e neanche al secondo. Tagliare gli abiti per la donna di pietra che dormiva in giardino non era semplice. Doveva immaginare come ogni pezza di seta sarebbe caduta dalle spalle ai piedi e ridurre dove ce ne sarebbe stata troppa e aggiungere per fare le pieghe che avrebbero coperto le gambe. Tessa aveva dipinto la statua sino a farla sembrare una creatura viva e addormentata. Cressida, la sarta, aveva anche scolpito il marmo, per lei erano le forme a scaturire dalle mani, per Tessa i colori ed erano i colori che disegnavano le forme sulla tela. Quando si guardavano potevano credere di essere di fronte a uno specchio, anche l’idea della terza gemella di pietra l’avevano pensata nello stesso momento. Erano poi andate insieme a cercare il marmo e Tessa aveva guardato in silenzio mentre Cressida entrava nelle venature e lasciava che quella sorella addormentata prendesse forma nella pietra che avevano scelto per lei. Si erano interrogate a lungo su quale soluzione fosse la migliore: scolpire anche la panca di pietra insieme alla dormiente o farne due pezzi separati. Cressida decise per i due pezzi separati, se un giorno avessero voluto portarla a casa e metterla a dormire in sala da pranzo, sarebbe stato molto più semplice. Per la seduta scelsero una delle panche in pietra del giardino, il contrasto con la statua sarebbe stato ancora più acceso e avrebbe reso somigliante al vero la terza ragazza che in quel giardino abitava.

 

 

Questa vita di incendi e tramonti

 

Sorella, sorella senza

voce e senza destino,

non ho abiti da poterti

prestare così li cucio,

uno ogni giorno e poi ti

vesto. Già un giovane

uomo torna a guardarti,

non ha capito che il tuo

sonno è l’origine stessa

della tua vita. Non lo

faremo entrare, non ancora,

ma è necessario che gli

abiti siano uguali tra noi

e te, che mai ci parlerai

e aprirai gli occhi e

respirerai. Sorella, sorella

che sogna ogni ora,

custodisci per noi questa

vita di incendi e tramonti,

questa vita che nella pietra

trova rifugio e nei nostri

colori la più nuda verità.

 

 

Così abbiamo imparato che le fanciulle sono tre e non due, che quella addormentata è la replica esatta delle gemelle e che forse un giorno si sveglierà e si unirà a loro nell’atelier, dove disegnano cartamodelli, tagliano le sete e i broccati e poi indossano abiti identici al suo, tagliato per quelle spalle reclinate, per quella schiena che chiama le rondini a posarsi e poi le invita a spiccare il volo. In fondo al giardino le libellule sfiorano le ninfee e i cigni sfilano aggraziati nel lago. La perfezione non è nello specchio, ma nel doppio che gemelle hanno accanto.

Anche l’immagine di questa Cronaca 425, di venerdì 7 maggio del secondo anno senza Carnevale, è un dipinto di Andrey Remnev. Cosa accadrà alle gemelle, mi parleranno ancora?

giovedì 6 maggio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/424. Le rondini d’oro e l’incendio della sera

 


La ragazza dormiva a braccia conserte su un tavolo di pietra, la testa appoggiata sulla sommità e il viso rivolto verso il cancello. La vidi per la prima volta una mattina molto presto, c’erano ancora i canti dell’alba che risuonavano dai nidi e le rondini sfrecciavano intorno a lei, senza svegliarla. Mi chiesi come potesse dormire con quel festoso frastuono, mi fermai qualche istante ancora, ma lei non si svegliò. Il giorno successivo passai di nuovo davanti alla villa, era quasi mezzogiorno e la ragazza dormiva nella stessa posizione del giorno prima. Non c’erano più le rondini a sfrecciare nel cielo, ma il suo sonno sembrava protetto dalla medesima veglia della natura intorno che sembrava volerla proteggere. Poi fu che non ci pensassi più, salvo incrociare la sua via andando verso il caffè dove mi ero dato appuntamento con gli amici. Mi fermai al cancello e la ragazza dormiva sempre, sembrava che non si fosse mai mossa, il viso era rilassato e di un bell’incarnato, la vestaglia giapponese bianca a rosa, ricamata con grossi fiori viola e oro, nella luce morbida del pomeriggio luccicava ancora di più. Rimasi fermo per qualche istante, ma lei non si mosse neanche quel giorno, così ripresi la mia strada. Fu solo la settimana successiva che notai un cambiamento, la vestaglia, forse era davvero un kimono, era turchese e verde smeraldo. Sulla schiena si intravedevano delle canne di bambù ricamate finemente, di un verde più tenue ombreggiato di un color giada che faceva rilucere la figurina addormentata. Da quel giorno non potei fare a meno di passare per controllare che quel sonno fosse sempre profondo e protetto dal fitto giardino che circondava la villa. La vestaglia di seta, la prima volta che passai da lì al tramonto, era rosso fuoco, striata di arancione, l’insieme dava l’idea di un incendio appena scoppiato. La ragazza dormiva sempre, mi chiesi una volta di più cosa stesse sognando, battei la punta del bastone contro la cancellata, ma a sfrecciare via furono le rondini che volavano basse, mentre lei non si mosse. Fu nella quarta settimana che la mia impazienza ruppe indugi e scrupoli, girando intorno alla villa avevo intravisto la possibilità di arrampicarmi sul muro di cinta e poi da lì appendermi a un ippocastano dall’aria robusta e lasciarmi poi dondolare giù sul prato. Ero certo che non ci fossero cani da guardia, né giardinieri che avrebbero potuto fermare la mia intrusione. Quel pomeriggio la ragazza indossava una vestaglia di seta nera ricamata con delle rondini dorate. Il suo sonno imperscrutabile non cambiava mai e io ero deciso ad assistere al suo risveglio. Mi sedetti al riparo di un cespuglio poco distante dal tavolo di pietra e dalla fanciulla addormentata. E poi accadde che il grande portone di legno intarsiato della villa si aprisse e sulla soglia apparisse una fanciulla identica a quella che stava dormendo. Sugli avambracci tesi portava un chimono di broccato arancione e oro, copia identica a quello che lei stessa indossava. Fu un attimo e tutto un frullare di ali, perché le rondini d’oro posate sulla fanciulla addormentata presero il volo. Ma lei non si mosse, non poteva muoversi, era una fanciulla scolpita nel marmo e dipinta con una tale maestria da sembrare viva. Chi aveva compiuto quel miracolo compositivo aveva certo studiato le antiche sculture greche che, benché giunte a noi prive di colori, ne conservano tracce quasi invisibili. Lo sapevo per averne letto in un libro studiato ai tempi dell’università. Il miracolo della fanciulla addormentata era ancor più intenso per via della vestaglia di seta. Quella viva indossava una vestaglia dal taglio tradizionale, mentre quella per la sua sosia che sempre dormiva, era tagliata e cucita in maniera tale da caderle addosso con pieghe perfette. Il corpo era roseo e perfetto, i piccoli seni sbocciavano da un petto elegante come le spalle e il collo. Guardai la fanciulla, che era ormai accanto alla sua sosia e non ebbi più dubbio alcuno che lei ne fosse stata il modello. Con gesti rapidi e sicuri aveva denudato la statua e sostituito la vestaglia. Poi si era seduta accanto, sulla panchina e aveva assunto la stessa posizione. Le rondini dorate, che vidi di nuovo solo per qualche istante, si posarono sulle mani delle due ragazze. Anche l’altra, quella che respirava, si era addormentata e il mio occhio non riusciva più a staccarsi. Temetti di stare impazzendo perché capii di essermi innamorato, ma non della fanciulla di carne viva. Io bramavo quell’essere di pietra che chiamava a sé le rondini d’oro e l’incendio della sera. Sentii un cigolio e vidi che il grande cancello era aperto, qualcuno mi stava invitando a lasciare il giardino e le fanciulle addormentate. Imboccai così il sentiero con in cuore la promessa di tornare l’indomani. Volevo svelare quel mistero e baciare quelle labbra più fresche anche dell’ultima rosa.

 

Ho scritto questa Cronaca 424 suggestionata dall’immagine del quadro High Water del pittore russo Andrey Remnev che ho scoperto su Facebook grazie a Jean-Philippe de Tonnac. Scrivere a partire da un’immagine è un percorso che sto facendo con Valentina Durante e Giulio Mozzi, che ringrazio. Le immagini ci parlano e non sappiamo perché, noi rispondiamo con le parole, che delle immagini sono compagne. Oggi è giovedì 6 maggio del secondo anno senza Carnevale.

lunedì 1 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/330: due donne sedute su sedie d’ombra, una pietra, una foglia

 



L’uomo corre, grida, si addormenta e sogna. La fanciulla è seduta accanto a sua madre, ma sente il grido e fugge, fugge via. Per andare dove? Per seguire quale richiamo tra le parole sconnesse che lui ha pronunciato?

Così arriva sulle rive silenziose la fanciulla che ha compreso il grido, vede l’uomo addormentato e gli si adagia accanto.

 

Il canto della ninfa dormiente

 

Tutti vedranno il nostro sonno e

penseranno che ti ho seguito a

causa di una tua malia. Invece,

invece, mio signore delle pietre,

ho solo riconosciuto il luogo dove

sei andato, perché l’ho visto in

sogno e tu pure eri lì già in sogno

e addormentato. Sembrerà al

mondo che io pure stia dormendo,

ma le tue grida mi hanno svegliata

e portata in quella dimensione che

solo con te potrò esplorare. Tocco

la pietra bianca e sorrido. Lei arriverà

a raccoglierla e ci terrà nelle sue mani

a coppa, come si fa con un uccellino

da proteggere o quando la sete ci

sconvolge a tal punto da avere bisogno

solo di acqua fresca e delle nostre

mani. Dormi ora, dormi fanciulla e

aspetta, ci sarà un risveglio in un

giorno qualunque e insieme tornerete

dalla madre che ancora tesse e fila.

Mentre la pietra raccoglie il vostro

canto e spezza l’attesa con i piccoli

frutti rossi che si palesano sui rami,

come se la primavera fosse solo un altro

sogno da chiamare ad alta voce.

 

Sono tornata in riva al ruscello, oggi pomeriggio, e ho ascoltato la pietra dire la sua nuova storia. Dormono, dormono ancora i due innamorati e la pietra veglierà il loro sonno e io veglierò la pietra. E questa Cronaca veglierà la Poesia e la Poesia sarà la custode, la prescelta, la predestinata.

Non scegliamo la pietra, è la pietra che sceglie noi. Così come non scegliamo le storie, ma sono le storie che accadono a chi saprà raccontarle.

Questa è la Cronaca 330 di lunedì primo febbraio del secondo anno senza Carnevale. Il canto della ninfa dormiente è una poesia inedita che ho ascoltato in riva alle acque smeraldine che mi chiedono di tornare anche domani.

domenica 31 gennaio 2021

Cronache dall’anno senza Carnevale/329: le storie sono sempre le stesse, millennio dopo millennio, ma non sono mai uguali

 


Sono tornata a casa con un ricco bottino stasera: un sasso bianco e una foglia sempreverde di alloro. Quando passeggio nella città silenziosa, nelle vie del mio quartiere, è sempre difficile trovare frammenti di mondo interessanti, ma qui nel giardino ai piedi delle Montagne della Nebbia è talmente facile che scelgo con cura, rinuncio ai pezzi più belli con la promessa di tornare a prenderli durante una nuova passeggiata.

La foglia era ancora attaccata al suo cespuglio, lungo la recinzione occidentale del giardino e l’alloro ha ridacchiato quando ho staccato la foglia.

Il sasso, invece, l’ho trovato sulla riva del ruscello che attraversa il bosco e che, d’estate, è uno dei miei rifugi preferiti. Avevo già parlato numerose volte con il sasso bianco e avevo ascoltato la sapienza antica diffondersi intorno e raccontare vecchie storie a chi si fermava.

 

La pietra bianca e i sognatori

 

Era un uomo non molto

giovane, arrivò correndo e

si tuffò nelle acque verdi

come se le anime dell’inferno

lo stessero inseguendo. Cadde

e non si rialzò, se non dopo

istanti lunghi come le primavere

che lo avevano aspettato. Gridò

quando emerse da quelle acque

e implorò, implorò di avere indietro

il suo corpo, implorò di potersi

materializzare in questo mondo

una volta almeno, una volta ancora.

Era spaventato il fauno dalle

sembianze umane, spaventato al

punto che non sapeva di esserci

riuscito ad avere ancora quel corpo

che aveva amato. Quando si addormentò

al sole, caddero i frutti rossi dai rami

e bisbigliarono le foglie. Le giovani

ninfe vennero ad ammirare quella

bellezza che respirava al ritmo del

vento e la più ardita tra loro gli si

lasciò cadere accanto e si

addormentò con lui. Le altre

capirono di doverli lasciar stare

e i due innamorati dormono

ancora accanto al ruscello verde

e io, la pietra bianca, sono custode

del loro sonno e raccolgo i sogni

che maturano come i frutti e li

custodisco per chi vuole ascoltarli.

 

Vi starete chiedendo perché ho portato con me la pietra bianca e perché ho fatto un simile gesto che lascia indifesi gli addormentati.

Me lo ha chiesto la pietra stessa e staremo insieme solo per un giorno, loro si sveglieranno e potranno attraversare il bosco, scegliere se restare in questa dimensione insieme, conoscersi con occhi umani, perché solo in sogno si sono incontrati.

Domani, quando torneremo sulle rive del ruscello, rimetterò la pietra bianca dove l’ho trovata. Se i sognatori saranno tornati, ricominceranno a mostrarle i sogni, se saranno ancora nel bosco, saranno i fili d’erba a sussurrare nuove storie che arrivano dai luoghi umani.

Storie che sono sempre le stesse, millennio dopo millennio, ma non sono mai uguali.

Questa è la Cronaca 329 di domenica 31 gennaio del secondo anno senza Carnevale. La pietra bianca e i sognatori, poesia fiabesca, l’ho scritta con la vera pietra bianca accanto a me sullo scrittoio.

sabato 26 dicembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/293: dove l’anno vecchio e quello nuovo stanno per incrociarsi in una giornata di sole imprevisto



Immaginate l’antico Senato di Roma e i senatori con la toga bianca bordata di rosso, immaginateli tutti presi dalle arringhe, dalle conversazioni, dalle dotte citazioni. I senatori sanno tutto quello che c’è da sapere e con sapienza guidano l’Impero e la città.

Immaginate che accanto al Senato ci sia un asilo dove i piccoletti schiamazzano e le maestre non riescono a tenerli a bada. Immaginate che i bambini stiano disegnando sui muri, stiano imparando l’alfabeto e a colorare le figure. Immaginate che un pallone rosso senatoriale venga scalciato tra i Senatori che, però, non si arrabbiano, ma sorridono.

Immaginate che questo luogo abbia anche una terza stanza, piena di adolescenti e giovani adulti con la musica a tutto volume, che ballano, bevono, si sbaciucchiano – e non solo – fumano qualunque cosa di aspetto fumabile gli arrivi a tiro, ridono, gridano, stanno davanti alla playstation come se fosse la vita vera. Immaginate i Senatori che sentono gli effluvi dei fumi giungere sino a loro; non si arrabbiano i Senatori, ma sorridono.

Se il Senato romano vi pare un po’ troppo arcaico, sappiate che in questo specifico Senato siedono anche Senatrici altrettanto bianco togate e bordate di rosso.

In questo luogo nessuno si è mai sottoposto alla chirurgia estetica, quindi ciascuno ha l’età che ha e l’aspetto che il destino e un po’ di buona manutenzione concedono ai visi anziani.

Ma, come vi dicevo, se questo luogo tripartito non vi aggrada, proviamo a immaginare il Senato della Repubblica Galattica, quello di Star Wars per intenderci, organizzato per piattaforme aeree e il podio del cancelliere. In questa dimensione non ci sono rappresentate solo le età della vita e i generi, ma specie e razze provenienti da altri sistemi stellari. Ma anche questo luogo è tripartito: ci sono bambini, adolescenti e giovani, anziani.

Bene, ora che vi siete sistemati al centro dell’emiciclo, quello romano o quello galattico, sappiate che state per assistere a una scena mai vista prima, mai vista da quando, in svariati modi, noi umani abbiamo cominciato a contare il tempo e numerare gli anni, i mesi, i giorni.

Avrete notato che, in entrambi i senati che stiamo immaginando mancano gli adulti. Ma che razza di mondo è senza gli adulti? Appunto, che razza di mondo è?

Dovete sapere che gli anni, incarnati dagli abitanti del Senato, passano eoni d’infanzia, milioni di ere da adolescenti e poi, quando sono maturi, uno alla volta, un anno alla volta, cadono come una mela dall’albero e rotolano nel tempo. Hanno solo un anno per prendere confidenza con noi umani in questo strato di realtà, un anno che è il corpo e il pensiero che loro sono.

Passato questo frammento di tempo concitato, dove la cosa e l’essere, lo spazio e il tempo coincidono, poum!

Si ritrovano, sempre rotolando, nell’emiciclo del Senato, indossano la loro toga, o armatura galattica, ma io resto sulla toga che è molto elegante. Qualcuno ha già i capelli ingrigiti, altri rimpiangono il breve passaggio sulla terra, la maggior parte accetta questo destino e inizia a raccontare agli altri tutto quello che ha visto accadere, tutto quello che ha fatto accadere, e le azioni degli umani, i pensieri e le reazioni.

Mentre l’Anno Vecchio si prepara al congedo, l’Anno Nuovo si prepara al debutto. Ogni anno nuovo sa che sta per arrivare il suo turno perché gli prudono l’equivalente, di piedi, mani e capelli.

Ma nella stanza degli anni che verranno ecco che si alzano grida talmente alte che tutti, ma proprio tutti gli anni che sono stati e quelli che saranno, si zittiscono per ascoltare le rimostranze di questo giovane anno, di fattezze maschili come quello che sta finendo, e che pare non ne voglia proprio sapere.

-     No! No! E poi ancora no! Io non ci vado sulla Terra, non dopo il passaggio di Ventiventi!

-     Beh – dice la consueta voce fuori campo – non puoi scegliere se andare o no, devi andare e basta!

-     No! No! E poi ancora no! Io non ci vado da quei poveretti con la pandemia ancora in corso! È colpa di Ventiventi, quindi prima lui risolve il problema e poi io vado a rimettere insieme i cocci.

Ventiventi, chiamato in causa, fece capolino dalla porta di servizio trascinando i piedi. Va anche detto che aveva l’aspetto di Matusalemme, molto, ma molto più vecchio dei suoi predecessori recenti che si erano anche molto divertiti, almeno in certe parti del globo.

Tutti stavano aspettando che dicesse qualcosa, soprattutto al ribelle VentiVentuno, che continuava a strepitare e a battere i piedi per terra.

Ma VentiVenti non apriva bocca e una lacrima solitaria e silenziosa gli scese dall’occhio sinistro e rotolò sino al suo cuore.

 

Oggi è sabato 26 dicembre, giorno di Santo Stefano dell’anno senza Carnevale e questa è la Cronaca 293, quella in cui abbiamo scoperto che l’anno nuovo non vuole venire da noi.