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venerdì 10 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/824. Appunti per un romanzo. La nostra vita consiste in come scegliamo di distorcerla

 



 

“Mi piace! Un personaggio che è troppo nevrotico per funzionare nella vita ma che funziona solo nell’arte. Appunti per un romanzo. Inizio possibile. Rifkin conduceva una frammentaria, disarticolata, esistenza. Era arrivato da tempo a questa conclusione: tutti conosciamo la stessa verità. La nostra vita consiste in come scegliamo di distorcerla. Soltanto la sua prosa era serena, quella prosa che in più di un’occasione gli aveva salvato la vita”.

 


Sto rivedendo a caso i film di Woody Allen, uno dei mie registi preferiti. È amaro, filosofico, ironico, antipatico, divertente e commovente. Per ora ho rivisto Match Point e Harry a pezzi, la citazione di apertura è la sua scena finale. Allen conosce molto bene le nevrosi dell’artista e la letteratura e gli scrittori sono parte fondamentale del suo bagaglio. Forse anche per questo mi piacciono così tanto i suoi film. I mie preferiti Hannah e le sue sorelle, Manhattan e Un’altra donna, me li terrò per ultimi come faccio sempre. In queste giornate luminose e ormai estive, sto continuando a leggere i diari di Virginia Woolf, Federico Pace, Borges e Laura Boella, di cui poi scriverò. Stasera sono poi andata a mangiare una pizza con Alex, Monica, Franco e Manuela, una coppia di vecchi amici con cui per anni abbiamo trascorsi dei bellissimi giorni di Ferragosto. Mancava un quarto d’ora alle 22 e la luce era ancora alta, le rondini sfrecciavano nel cielo e sentivo l’estate scorrermi nelle vene. Così chiudo questa Cronaca 824 di venerdì 10 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra con le citazioni che Pace ha messo in esergo al suo libro La più bella estate:

 

Shall I compare thee to a summer’s day?

William Shakespeare

 

I say Live, Live because of the sun,

the dream, the excitable gift.

Anne Sexton

 

Deserto: tufo e dirupo

odore di terra bagnata dopo un’estate di sete.

Viene una voglia:

essere ciò che sarei stato se avessi saputo ciò che è dato di sapere.

Essere prima di ogni cognizione. Come i colli. Come un sasso di luna.

Inerte e sicuro

di decantazione illimitata.

Amos Oz

 

 

 

William Shakespeare, I sonetti, a cura di Lucia Folena, Einaudi, Torino 2021; Anne Sexton, Complete Poems, Ecco Press, New York 1999; Amos Oz, Lo stesso mare, Feltrinelli, Milano 2000.

martedì 25 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/688. Desideravo la bufera perché il mio cuore è sempre in fiamme

 



In queste giornate gelide di fine gennaio, nel triste rituale delle elezioni del Presidente della Repubblica, (qualcuno glielo dice ai nostri 1.009 grandi elettori che i nomi scritti a casaccio non fanno ridere nessuno?) mi ritrovo a desiderare un tempo meno compatto, qualche sbalzo, qualche sorpresa. Così vado a leggere poesia russa, perché gli eccessi delle Russia mi sono cari quanto la mia amica Rossana che è per me, lei da sola, l’incarnazione della Russia e dei suoi scrittori e poeti. Comincio con la Achmatova che mi rincuora, così copio una sua poesia e distorco i suoi versi per scrivere il titolo della Cronaca.

 

 

Quasi in un album

 

Sentirai il tuono e mi rammenterai,

penserai: desiderava la bufera…

Sarà una striscia di cielo accesa di rosso,

e il cuore come allora in fiamme.

E ciò accadrà nel giorno moscovita

in cui abbandonerò per sempre la città,

muoverò verso il bramato riparo,

lasciando in mezzo a voi ancora la mia ombra.

 

 

 

Sentire Rossana parlare della Achmatova e della Cvetaeva è un’esperienza bellissima, voi potete leggere sull’Enciclopedia delle donne le voci che ha scritto su di loro. A proposito di Enciclopedia delle donne, sono andata a rileggere la voce che ho scritto su Virginia Woolf perché oggi è il suo compleanno e in rete è tutto un fiorire di citazioni. Ovunque mi giri sento forte intorno a me il conforto dei libri e della letteratura, la bellezza di poter vivere sempre in un altro luogo e in un altro tempo. Nel tardo pomeriggio finisco di scrivere il programma per gli incontri che terrò nella Biblioteca di Sesto San Giovanni in marzo e aprile dedicati a Sylvia Plath, Piera Oppezzo e Anne Sexton. Ma scriverò le informazioni complete più avanti. Continuo a girovagare tra i libri di carta e la rete dove si trovano tante cose belle e leggo altre poesie a caso della Achmatova, della Cvetaeva e della Berberova ed è sua la seconda poesia che ho scelto per oggi.

 

 

Pietroburgo


Là gettò l’ancora una tranquilla città

e si fece vascello immobile,

tutt’intorno allargò le sue rive

e trasfigurò ogni cosa attorno.

 

E ora gli alberi maestri concentrano

il loro incantevole ardore

e guardano il buio, e conficcano nel buio

il rabesco che scintilla.

 

Non si distinguono i deserti confini −

dove sono le strade, dove le rive?

Tra cortili, piazze, gallerie,

un unico brivido, un’unica tormenta.

 

Anch’io non molto tempo fa vivevo

su quell’enorme vascello,

e attorno al più bello dei suoi alberi

camminavo e aspettavo nella nebbia.

 

Sapevo meravigliosamente

obliare che vivessimo sul mare,

quando nel corridoio deserto

tu mi venisti incontro.

 

Ricorda ora come ci faceva barcollare,

come si frangeva contro i bordi la tempesta,

quando ti sembravano pochi

il silenzio e la quiete.

 

 

 

 

Così, per continuare a frequentare questi mondi alternativi, stasera finirò di guardare il film Colette di Wash Westmoreland e poi finirò di leggere Istantanee di Alain Robbe-Grillett. Naturalmente dopo avere finito di scrivere questa Cronaca 688 di martedì 25 gennaio del terzo anno senza Carnevale.

La poesia di Anna Achmatova è tradotta da Michele Colucci, La corsa del tempo, Einaudi, 1992.

La poesia di Nina Berberova è tradotta da Maurizia Calusio, Antologia Personale. Poesie 1921-1933, Passigli Poesia, 2004.

venerdì 10 dicembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/642. Nella pioggia sta la speranza che il gelo si trasformi in luce

 

 


 

Dopo la breve e intensa trasferta fiorentina, la città mai più silenziosa mi ha accolto dentro un miscuglio gelido di pioggia e nevischio. Le luci di Natale adornano i palazzi, i mezzi pubblici sono affollati, l’albero in piazza Duomo e quello in Galleria, gareggiano in maestosità e luminosità. Quanto mi piacciono le luci di Natale, più invecchio e più mi piacciono le festività dicembrine, il loro significato di speranza e rinnovamento. Certo, le notizie dalla pandemia non sono mai buone, l’ultima che ho letto è che prima o poi ci infetteremo tutti, ma l’impressione che ho è che le persone abbiano appreso la dura convivenza con il virus e che desideri e progettualità siano in forte risalita. Non si può vivere nella paura, non siamo fatti per questo. Siamo fatti per la gioia e per il benessere, ognuno di noi li cerca nei modi che più gli sono consoni e li appassionano. Per me questa ricerca della gioia passa sempre attraverso i libri, la poesia, le storie. Ieri ho iniziato a leggere le Lezioni di letteratura  di Nabokov e a inizio settimana Tre anelli: Una storia di esilio, narrazione e destino di Daniel Mendelsohn, due libri sulla letteratura, gli scrittori e i libri che sto amando alla follia. Intanto cammino molto, anche sotto la pioggia. Chiudo l’ombrello, abbasso la mascherina, tolgo il berretto di lana con pon-pon e lascio che le gocce mi impregnino i capelli, il viso, gli occhiali già appannati e in quell’abbraccio freddo dell’acqua respiro fino in fondo e sento la vita che mi scorre veloce nelle vene e il mondo si scompone e ricompone tra istanti e immagini e qualcosa di questa giornata resterà in me anche grazie alla pioggia.

 

 

La pioggia non è mai solo pioggia

 

Dentro la pioggia non ci sono

solo gocce, pollini e piume.

Dentro la pioggia ci sono

lacrime imprigionate e refoli

di vento prigionieri. Ci sono

cristalli di ghiaccio e pensieri,

un saluto al nuovo giorno, e

anche una domanda che non

ti ho mai fatto. Dentro questa

pioggia riposano le foglie

cadute, si affacciano i germogli

precoci, dentro la pioggia sta

tutta la speranza che il gelo

si trasformi in luce.

 

 

Oggi ho deciso di non scrivere una nuova Storia dell’Avvento, benché ci siano due personaggi che sono venuti a bussare alle porte della mia immaginazione. Ma mancano ancora parecchi giorni a Natale e ci sarà tempo anche per loro.

Oggi è venerdì 10 dicembre del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 642 cammina leggera sotto la pioggia, senza cappello e senza ombrello.

venerdì 3 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/544. Voglio solo stare in questa luce, in questo silenzio

 


 

 

Quanto era piccola l’isola, piccola come una mano stretta a pugno, come un fiore non ancora sbocciato, come una tazzina da caffè vuota, quanto era piccola l’isola dove ero appena sbarcata?

Sapevo da anni che un giorno sarei ritornata, lo sapevo dal giorno stesso in cui ero stata costretta ad allontanarmi. Quanto è lungo un anno? Tanto o poco, uno dopo l’altro erano passati gli anni, ed erano quaranta, tanti quanto la traversata del deserto. L’isola non era mai veramente uscita dal mio orizzonte, la vedevo apparire e sparire al centro del lago d’Orta, appariva e spariva in qualunque mare io stessi nuotando, ma sapevo che non ci sarei mai arrivata all’epoca, non in barca e non a nuoto, non nel tempo in cui più avevo desiderato di poterci andare. La prima volta che mi ci sono trovata è stato per caso, un’estate di tanti anni, tanti fa dove ho letto in sequenza e con la voracità tipica della giovinezza Anais Nin, Marie Cardinal, Virginia Woolf, Simone de Beauvoir, Hermann Hesse, Manuel Scorza, Gabriel Garcia Marquez, Roland Barthes, J. L. Borges, Thomas Mann, Franz Kafka, Albert Camus, Jean-Paul Sartre, Marcel Proust, Henry James, Jules Verne, Primo Levi, Luigi Pirandello, Dino Buzzati, John Steinbeck, George Orwell. E ho capito, ammirando l’arcipelago intorno a me, che quelle isole volevo esplorarle tutte e che un giorno avrei trovato la mia isola.

Ora che sono arrivata, scopro di conoscerla come la mia casa, questa piccola isola, ma di non conoscerla davvero fino in fondo. Perché è impossibile conoscere qualcuno o qualcosa fino in fondo. E l’isola muta di continuo il suo profilo, si confonde nella nebbia dell’alba, mi acceca nel riverbero del sole che tramonta. Ci sono raggi verdi che attraversano il fitto bosco e colpiscono questa casa, che è la casa di tutte le case, di tutti i libri e di tutte le librerie. Conosco la fonte di quest’isola, perché per quarant’anni mi ci sono dissetata, conosco la biblioteca, perché ho portato libri in questo luogo per poter preparare il mio ritorno, sempre divisa tra l’altra vita e questa vita monastica che tanto mi aveva attirato sin dall’infanzia. Amare il mondo rinchiuso tra pareti, cercare ristoro nei paesaggi intorno, camminare a piedi, viaggiare, ma poi sempre ritornare tra queste mura, ai quaderni e ai libri.

 

 

Conversazione con un’isola

 

L’isola era sempre uguale, mi

pareva, forse mi stava aspettando,

forse si era dimenticata di me. Io

di certo non di quel luogo protetto

cui davo del tu. Perché rispondono

le isole, anche nella distanza, ho

sempre saputo che questo tavolo,

la penna e il taccuino, mi stavano

aspettando. Mi ha salutato la mia

isola, io le ho risposto in questa

assenza di riferimenti tangibili,

cose e promesse. Qui dovevo

arrivare, qui resto.

 

 

Non è distante dalla terraferma questa piccola isola, ma ora voglio solo stare in questa luce, in questo silenzio che nutrono le parole che arriveranno. È miele questo silenzio e le parole sono le api operose che si preparano per la stagione fredda che già si annuncia mattina dopo mattina.

Oggi è venerdì 3 settembre 2021, il secondo anno senza Carnevale, il secondo anno incerto, vago, difficile e questa è la Cronaca 544, monastica e insulare.

domenica 2 maggio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/420. Poetica delle tazze di porcellana e di Philip Roth

 

 


Dopo la pioggia battente arrivano le sorprese, un cielo di smalto azzurro e tutta l’infinita domenica davanti. Nelle strade del quartiere tutti gli ippocastani sono in fiore, pinnacoli rosa e avorio che svettano sotto le nuvole ballerine e ritagliano arabeschi anche nello sguardo. Stamane i supermercati aperti e le strade erano pieni di gente. Adesso che l’Inter ha vinto lo scudetto, non seguo il calcio ma sono interista per tradizione familiare, cortei di auto strombazzanti si susseguono come a un corteo nuziale. Sempre meglio che il suono tragico delle ambulanze di ieri, nel quartiere se ne sono fermate una decina ed è la prima volta dall’inizio della pandemia. Mi sto interrogando da lungo tempo sulla nostra società e ho iniziato a pensare in questi ultimi tempi che la nostra civiltà è proprio quel che voleva essere. Predatrice, avida, desiderosa di ricchezza, fasti e agi. Guardando un noto programma televisivo dedicato all’arte di ricevere, ho visto sfilare gente di tutti i tipi, compresi rapper, pompieri, sportivi di varia natura e non solo casalinghe, affannarsi a cercare l’apparecchiatura perfetta con le forchette e il tovagliolo a sinistra e il coltello a destra con i bicchieri in ordine di altezza. Il valore e la bellezza di interior design, mise-en-place e menù viene quasi sempre dalla tradizione, dalle ricette di mamme e nonne, da mobili e suppellettili ereditati. Ora, facendo un’operazione intellettualmente scorretta, tirerò questa mia osservazione sino ad arrivare a dichiarare che le tazze da tè hanno sconfitto il comunismo più di quanto non abbia fatto la democrazia rappresentativa. Tutti vogliono essere borghesi, o almeno la maggio parte delle persone, e il capitalismo ha mostrato per tutto il Novecento, e ancora ci mostra, di essere in grado di piegare alle proprie esigenze e poi di convivere con qualunque regime politico. Democracy and Capitalism, l’interessantissimo e imperdibile saggio di Samuel Bowles e Herbert Gintis mai tradotto in italiano, fornisce convincenti analisi e spiegazioni in merito. I regimi post comunisti di Russia e Cina, quelli teocratici dei paesi arabi, fondano sulla forza dello stato centrale e della preminenza di un’ideologia politica o religiosa il loro dominio. Ma le sirene degli stili di vita occidentali sono irresistibili e la rivolta contro l’Occidente è per la mancata accoglienza nel modo di vita borghese, non per il rifiuto di esso. In Occidente accade, però, che un senso di colpa collettivo, pandemia a parte, stia mettendo a dura prova la salvaguardia, la conservazione e la diffusione delle radici stesse della nostra cultura. Di recente, tale Dan-el Padilla Peralta, che insegna a Princeton, e che è diventato esponente di spicco di quella cancel culture di cui è preda una parte del mondo intellettuale anglosassone che ha attaccato da tempo Shakespeare – per la morte di Desdemona e Ofelia,  e di recente Jane Austen e Philip Roth. Padilla Peralta in interviste meno recenti esaltava la cultura classica, il cui studio – a lui bambino povero immigrato dalla Repubblica Dominicana – aveva permesso grazie alle borse di studio, di affrancarsi da una vita povera intellettualmente e materialmente. Jane Austen viene attaccata perché suo padre aveva quote di proprietà nelle piantagioni di zucchero e tè. Philip Roth perché era misogino e sessuomane, in rete trovate decine di articoli, e il suo biografo Blake Bailey la cui biografia di Roth viene mandata al macero dall’editore perché alcune studentesse, emerse dalle nebbie del passato, lo accusano di molestie e violenze sessuali e psicologiche. È giusto separare la biografia di un artista dalla sua arte? Io credo di sì, io sono convinta che Philip Roth sia uno dei più grandi scrittori del Novecento e che avrebbe meritato il premio Nobel, lui sì, mica Bob Dylan che scrive canzoni, che non sono poesia, sono un’altra cosa. Cancellare il passato, le tracce dello schiavismo, la violenza, nega la storia e la dignità di chi ha dovuto subire violenza e schiavismo. Non è abbattendo le statue di Colombo o facendo interpretare ruoli impossibili in epoche dove i mondi erano rigidamente separati, ad attori afroamerican,i che si possono correggere le storture della storia, il male fatto e il male patito.

Con il #metoo la presunzione di innocenza è venuta a cadere e si è affermata una logica inquisitoria, ogni uomo accusato è colpevole senza processo, ogni donna una vittima. Una vittima che resterà tale per sempre, inchiodata alla violenza subita senza poter andare oltre, come se la cura fosse impossibile e il marchio indelebile. Io credo che una donna che denunci una violenza sia sempre degna di fiducia, ma la colpevolezza dimostrata nelle aule di un tribunale è uno dei fondamenti dello Stato di diritto.

La letteratura è uno specchio deformante o forse un filtro, attraverso cui la vita passa e ci viene restituita da uno sguardo particolare, dalla creatività e dall’uso della lingua che gli scrittori sanno utilizzare come nessun altro. Non è la letteratura a essere violenta, misogina, razzista, è la vita, la vita che viviamo. L’educazione che impartiamo ai giovani, il rispetto per la fragilità, la solidarietà, lo spirito di cooperazione, il bene che siamo in grado di compiere, sono una conquista quotidiana. Il male fa parte della nostra natura, della nostra biologia, la storia di tutte le civiltà e le epoche ce lo dimostra. Negarlo e cancellarlo non ci aiuterà mai a combatterlo. Il male va guardato negli occhi, scritto, raccontato e combattuto al meglio delle possibilità di ciascuno. Bisogna essere vigili, all’erta, e ricordarsi che lo sguardo di Medusa, a volte, è nel nostro stesso specchio. Jung ci ha insegnato che l’ombra negata può prendere il sopravvento, per questo bisogna interrogarla e non negarla. Dove sono i liberi pensatori e le libere pensatrici? Dove è finita la libertà sessuale? E quella di pensiero? E quella di scrittura?

E adesso vado a leggere I fatti. Autobiografia di un romanziere di Philip Roth e a bere il tè in una classica tazza di porcellana a fiori, eredità di famiglia.

Oggi è domenica 2 maggio del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 420 è impoetica e vibrante come l’aria tra gli alberi, come la vita che non ha paura, che guarda e indaga e non si arrende alle vuote ideologie che vogliono prenderla a calci per farla entrare in schematismi e gabbie disegnate da tristi figuri.

sabato 1 febbraio 2020

Leggere ci porta nei luoghi selvaggi dell'immaginazione

Più leggevo, più mi sentivo collegata, attraverso il tempo, ad altre vite, e in profonda affinità con esse. Mi sentivo meno isolata. Non stavo andando alla deriva sulla mia piccola zattera nel mare del presente; c’erano ponti che mi avrebbero condotta sulla terraferma. Sì, il passato è un paese straniero, ma lo possiamo visitare, e una volta approdati potremo portare con noi le cose che ci servono. La letteratura è un terreno comune. Non è un terreno dominato solo da interessi commerciali, né può essere prosciugato come la cultura di massa, che sfrutta la novità e passa oltre. Si parla molto del mondo addomesticato, contrapponendolo al mondo selvaggio. Gli esseri umani non hanno solo bisogno di una natura selvaggia, ma degli spazi indomiti dell’immaginazione. Leggere ci porta nei luoghi selvaggi.

Perché essere felice quando puoi essere normale?
Jeanette Winterson
traduzione di Chiara Spallino Rocca
Mondadori 2012

venerdì 27 dicembre 2019

La letteratura non è un luogo dove nascondersi, è un luogo dove ritrovarsi

Una vita dura ha bisogno di una lingua dura perché duro è il linguaggio della poesia. Ecco cosa ci offre la letteratura: una lingua che ha il potere di dire le cose come stanno. Non è un luogo dove nascondersi. È un luogo dove ritrovarsi.

Perché essere felice quando puoi essere normale?
Jeanette Winterson
traduzione di Chiara Spallino Rocca
Mondadori 2012

martedì 11 aprile 2017

Scrivere significa corteggiare la Musa dell'Impossibilità

LE VIRTÙ DELL'ARTISTA IMPERFETTO

Un giorno di dicembre del 1919, il ventenne Jorge Luis Borges, durante un breve soggiorno a Siviglia, scrisse una lettera in francese al suo amico Maurice Abramowics a Ginevra nella quale, quasi en passant, gli confessava i sentimenti contraddittori che nutriva verso la sua vocazione letteraria: «Talvolta penso sia stupido avere l'ambizione di essere un creatore più o meno mediocre di frasi. Ma questo è il mio destino». Borges sapeva fin da allora che la storia della letteratura è la storia di questo paradosso. Se da un lato c'è l'intuizione profondamente radicata negli scrittori che il mondo esista, per dirla con l'espressione abusata di Mallarmé, per sfociare in un bel libro (o almeno in un libro mediocre, come pensava Borges), dall'altro permane la consapevolezza che a governare quell'impresa sia quella che Mallarmé chiamava la Musa dell'Impotenza, (o, per usare una traduzione più libera, la Musa dell'Impossibilità). Nell'Autobiografia Mallarmé aggiunse che chiunque si sia cimentato nella scrittura, perfino i cosiddetti geni, ha tentato di completare questo Libro ultimo, il Libro con la L maiuscola. E tutti hanno fallito.
Questa doppia intuizione scaturisce dalla letteratura stessa. Vi è un momento, quando ci accostiamo per le prime volte alla lettura, in cui scopriamo che dalle macchie di inchiostro sulla pagina emerge un mondo compiuto e magicamente vero.
Questa esperienza ci trasformerà e, da quel punto in avanti, il nostro rapporto con il mondo tangibile e quotidiano non sarà più lo stesso. Dopo aver toccato con mano la capacità creativa del linguaggio, grazie alla quale le parole non soltanto riescono a comunicare e a etichettare, ma a dare vita a quanto etichettano e comunicano - quando siamo diventati cioè dei lettori - non potremo più percepire il mondo con innocenza. Una volta nominata, la cosa non è più se stessa, nel senso platonico che Borges avrebbe poi elaborato con grande passione: la cosa si desume dalla parola che la definisce, contaminata o arricchita dalla storia, dalle connotazioni e dai pregiudizi che tale parola porta con sé (...).
Così le nostre creazioni sono, nella migliore delle ipotesi, una copia approssimativa di una vaga intuizione della realtà, essa stessa un'imitazione imperfetta di un archetipo ineffabile. Questa è la nostra sola e umile prerogativa.
Perciò anche lo scrittore, che immagina un uomo e non può che crearlo a parole come un povero Golem, deve recitare la parte del Golem, una creatura imperfetta e capace soltanto di imperfezione, una creatura incompetente che in compenso solleva dubbi blasfemi sulla competenza del suo Creatore. In questo gioco di specchi mutevoli, il difettoso Golem diventa la nostra modesta, manchevole, onnicomprensiva letteratura, e la letteratura diventa il Golem, destinata a sbriciolarsi in un mucchio di polvere. «Il nostro scopo nella vita», scrisse Stevenson, «non è riuscire, ma continuare a fallire nella migliore delle intenzioni». E allora il fallimento, così come lo avvertono gli scrittori, non è soltanto l'unico esito possibile di un'impresa letteraria, ma ne è il fine, la massima realizzazione. (...) Ogni opera d'arte o di letteratura, che sfugga alla nostra comprensione, tanto da farcela chiamare grande è, in quanto tale, incompleta, perché deve mantenere vive le domande sulla sua essenza e incerta l'intuizione dell'insieme. Deve prevedere incrinature e varchi in cui il lettore possa spingersi a esplorare e interpretare. L'epilogo mortale dei racconti epici non pone mai fine alle eterne battaglie intraprese dagli eroi; le tragedie di Edipo e di Oreste rimangono insolute dopo Colono e Delfi; il padre di Amleto e lo spettro di Banquo continuano a vagare nel nostro immaginario, irrequieti, dopo la morte dei rispettivi oppositori; il lieto fine di molte narrazioni di Dickens è sopportabile solo perché poggia su una miriade di personaggi irrisolti che continuano la loro quest ben oltre l'ultima pagina del libro. Le uniche conclusioni assolute appartengono a storie di sola facciata, narrative prive di spessore e di profondità, sterili oggetti consumistici di fattura perfetta che assiepano gli scaffali di bestseller delle nostre librerie. «La stupidità», faceva osservare Flaubert, «consiste nel desiderio di concludere».
I modelli utopistici del mondo e le tabelle statistiche che misurano la realtà hanno una chiarezza rasserenante. In letteratura, però, le cose non funzionano così. La letteratura segue regole che prevalgono su quelle della fantasia e della realtà: non è fatta né di rosee speranze né di riscontri scientifici, né di arcadiche illusioni né di dogmi catechistici. Infatti, nonostante il desiderio di Dante, Beatrice alla fine - come sottolinea Borges in un saggio magistrale - sfugge al poeta; e Virgilio, fonte di ispirazione dantesca, deve mostrarsi fallibile, così come vuole la logica di sovvertimento delle cantiche; amici e nemici devono talvolta occupare posti inaspettati nell'Aldilà.E perfino il poema, la meticolosa, sorprendente, illuminata e illuminante Commedia, deve autodistruggersi. Le parole vengono meno a Dante e rifiutano di testimoniare la gloria ultima, lasciando il lettore abbagliato dal fulgore finale, quando volontà e desiderio si riassestano, con la muta consapevolezza che qualunque cosa sia o sia stata questa suprema rivelazione, essa «move il sole e l'altre stelle». (...) 

Alberto Manguel
frammenti dell'articolo pubblicato su Repubblica del 2 settembre 2011

giovedì 2 marzo 2017

Lo sguardo sul mare causa la contemplazione dell'infinito

Noia, malinconia, vibrazioni liriche

La noia è un blocco dell'atto, un vuoto tra due progetti, ma passa, perché lo spazio si riempie da solo. La coscienza umana non può restare vuota, si popola di versi di poeti, visi di donne, ricordi, e sensi di colpa. Si pensa sempre a qualcosa, e per me la malinconia prevale sulla noia, che diventa così una specie di rêverie mista a tristezza intorno alle cose che mi circondano. Da questo stato nasce la prosa dell'elegia, che è un modo di sfuggire al sadomasochismo dei rapporti umani troppo stretti.
La noia permette di contemplare quello che appare in lontananza, a metà strada tra il dolce e il funebre, e di sottrarsi in questo modo alla polemica e alla collera. Questa noia malinconica ci pone al di là dell'angoscia paralizzante, favorisce lo slancio dell'immaginazione e anche della lucidità, e dispensa dall'alzare il tono e lanciare delle grida: «Gettare il proprio cuore tra le cose e allontanarsene per meglio contemplarle e oggettivarle», diceva Camus.
La noia è più arida, la malinconia è più musicale, ha una vibrazione lirica. Sul mare l'aridità prevale. Per me, niente può essere concepito senza legame con il paesaggio, e quando le cose riappaiono sul mare, nel mezzo dei ricordi, hanno questo tono di spoliazione e di dolcezza, non tanto dal punto di vista della malinconia romantica quanto da quello dell'universalità. Lo sguardo sul mare causa la contemplazione dell'infinito. Le rocce mi riportano alle cose antiche. Il minerale è più vicino all'essenza, mentre il deserto è più superficiale. La letteratura della mia regione è fatta di questo linguaggio aspro, teso verso l'essenziale. Oggi vedo scrittori che si buttano con rabbia nel bel mezzo della mischia, della lotta, della carneficina, del saccheggio. Non amo questo tipo di letteratura, preferisco la contemplazione.

Une manière de contempler le lointain, in «Magazine Littéraire», n. 400, luglio-agosto 2001, p. 32. Il testo, con quelli di altri scrittori, fa parte di un dossier dal titolo Variations sur l'ennui; la testimonianza è stata raccolta da Valérie Marin Le Meslée. La traduzione è dei curatori

Francesco Biamonti
Scritti e parlati
a cura di Gian Luca Picconi e Federica Cappelletti
prefazione di Sergio Givone
Einaudi 2008

domenica 13 luglio 2014

Scrivere è lasciare un'impronta nella polvere del tempo

Rielaborare incessantemente le proprie esperienze, provare a leggere la propria vicenda nel contesto della Storia, tentare di dare un significato alla propria vita, lasciare la propria impronta nella polvere del tempo, seppellire nella sabbia un coccio di ceramica o una moneta d'oro che un giorno qualcuno esumerà: alla fine, forse, è proprio questo il senso di ogni letteratura.


Melania Mazzucco, dalla sua postfazione 
Annamarie Schwarzenbach 
La gabbia dei falconi
traduzione e cura di Melania Mazzucco
Rizzoli 2006

mercoledì 2 luglio 2014

Scrivere è nascondersi, smarrirsi fuori dal tempo

L'inconscio è fondamentale nella scrittura?
"Ne sono convinto".

È una relazione rischiosa?
"Scrivere è anche nascondersi. Julien Gracq ha detto che dentro a un libro che leggiamo ci sono le tracce di più testi fantasmi che sono stati rifiutati o scartati. Un buon critico si mette alla ricerca di quei fantasmi".

Viene in mente Flaubert.
"È un punto di svolta interessante per il nostro discorso. Penso allo straordinario controcanto alla sua opera che è l'Epistolario, in cui butta fuori tutto quello che viceversa nei romanzi trattiene. Lui paga qualsiasi parola scriva".

Nel senso?
"Deve costruire virgola per virgola il suo edificio letterario. Una fatica e una sofferenza terribile. È una figura cruciale della modernità. Un altro autore dell'800 che amo moltissimo è Balzac. Ma è uno scrittore diverso, meno problematico".

Più di superficie?
"Non proprio. C'è tutta una zona oscura che lievita nei suoi romanzi. Fa da sottofondo".

Cosa l'affascina del sottofondo?
"L'oscurità può diventare una risorsa narrativa. Non è un caso che mi sia laureato su Dino Campana. La sua follia mi incuriosiva. Impiegai alcuni strumenti analitici derivati, però, più da Jung che da Freud".

Una preferenza che giustificherebbe come?
"La psicoanalisi di Freud applicata alla letteratura mi risulta meccanica e prevedibile. Jung opera una discesa agli inferi. Provò a spiegare anche Joyce, che pure non amava la psicoanalisi".


(...)
Gli anni di Parma?
"Più esattamente gli anni in cui, durante la guerra, sfollammo nella campagna del parmense. Ricordo certe sere in cui un vecchio si fermava da noi, chiedendo alla mamma un piatto di minestra. In cambio adunava in una stalla noi bambini e quelli delle case coloniche vicine e raccontava delle storie meravigliose. Fu un'esperienza straordinaria che mi fece capire che la lettura anche quando è un fatto individuale, riflette un mondo di legami collettivi".

È il meccanismo dell'ascolto della fiaba.
"Quasi tutto parte da lì. È vero. Walter Benjamin disse che quando il narratore raccoglie attorno al fuoco un po' di gente produce una specie di miracolo. Ognuno di coloro che ascolta diventa lui stesso narratore. Si crea una catena emotiva fortissima".


Mi pare difficile che oggi si legga ancora in quel modo.
"Si pensi al Processo: un uomo passa quasi l'intera vita davanti a una porta, si sente dire che non può varcarla e poi scopre che quella è la sua porta. Nel racconto Nella colonia penale la scrittura stessa è una forma di tortura che pian piano incide sulla schiena del condannato la sentenza. Cosa c'è di più crudele?".

E Proust?
"È sufficiente seguire il destino dei personaggi della Recherche, vedere come sono spiati dal narratore, che non concede loro né tregua né clemenza, per capire che Proust ha bisogno di quel sentimento per raccontare che un certo mondo, il suo, era finito".


(...)
l mestiere del critico sta morendo?
"C'è sempre una certa enfasi quando si tirano fuori i certificati di morte. Anche del romanzo si diceva che fosse defunto".

E invece?
"È ancora qui".

Però nel Novecento accade qualcosa di decisivo.
"Saltano i tempi narrativi. L'ultimo romanzo in cui ancora il calendario funziona perfettamente è I Buddenbrook di Thomas Mann. Anche un romanzo complesso come I fratelli Karamazov, fatto di piani narrativi molteplici e complicati, è una specie di orologio perfettamente regolato. Se invece si va alla Recherche di Proust si nota che i tempi epici non sono più misurabili con strumenti oggettivi".

Non corrispondono alla vita biologica dei personaggi?
"Proust se ne disinteressa".

Perché il tempo narrativo deflagra?
"È difficile da spiegare. Certamente all'inizio del Novecento accade qualcosa nei vari ambiti: dall'arte figurativa, alla poesia alla musica, alla letteratura e naturalmente nella scienza, basti pensare alle rivoluzioni di Einstein".

E alla psicoanalisi.
"Ovviamente. Non c'è più un tempo oggettivo misurabile".

Tranne che in economia.
"Il tempo lì diventa ferreo. La letteratura e l'arte in genere si sottraggono a questa tirannia".

Meglio smarriti ma liberi?
"In un certo senso. Anche se lo "smarrimento" non è una condizione che viene scelta ma subita".

I quattro grandi dinamitardi della letteratura del Novecento sono considerati Proust, Musil, Kafka e Joyce. La convince?
"Direi di sì. Ci sono altri grandissimi come Faulkner per esempio, o Bulgakov. Ma la statura non è lo stessa di quelli che ha citato".

E tra questi lei predilige Proust.
"Non è un segreto. Ho scritto tantissimo su di lui. Ma ho anche letto moltissimo Kafka, che amo enormemente".

Proust e Kafka sono due mondi opposti.
"Senza dubbio. E tuttavia sia l'occhio dell'uno che dell'altro sono precisi e crudeli".

Crudeli?
"Quel modo di raccontare si chiude con la morte di Tolstoj. Per quanto raffinato, straordinario e in perfetta solitudine, Tolstoj è l'ultimo narratore della tribù. Poi tutto cambia. Il romanzo muta pelle. Va in mille pezzi".


frammenti della conversazione di Antonio Gnoli con Mario Lavagetto
Repubblica 16 marzo 2014

martedì 4 febbraio 2014

Foglie che spuntano su un albero: come qualcosa di quasi detto

Qual è la differenza tra scrittura di testi jazz e fiction?
La musica esprime idee e trasmette significati in modo molto diverso dalla letteratura. Alla fine di un concerto il pubblico avrà impressioni e opinioni molto diverse sulle melodie ascoltate. La letteratura esprime idee, trasmette messaggi e significati in modo oggettivo. Se scrivo: "C'è una bottiglia di vino sul tavolo", questo passaggio esprime una realtà oggettiva. Se il mio amico Michael volesse esprimere la stessa immagine in musica, be' le lascio immaginare. La musica mi ricorda un passaggio di Philip Larkin: "Leaves coming on a tree: something almost being said..." (Foglie che spuntano su un albero: come qualcosa di quasi detto...", ndr). La stessa cosa avviene al cinema: il visivo è molto più oggettivo dell'astrazione musicale.

E il suo prossimo lavoro allora cosa sarà? Un libro o un altro libretto?
Sto preparando un nuovo romanzo, il protagonista è un giudice. Ma la gestazione come sempre sarà lunga: passo molto tempo a pensare, sono molto lento. Ma non c'è molto: c'è letteratura in abbondanza su poliziotti e spie di tutte le nazionalità, su studi di avvocati abilissimi e indomiti, ma quasi nessuno parla dei giudici. E invece i giudici e scrittori hanno un compito simile, in fondo: prendono decisioni che determinano destini umani.

frammenti della conversazione di Ian McEwan con Emilia Ippolito 
l'Espresso 13 giugno 2013

domenica 5 gennaio 2014

Per amore della letteratura

(...)
Io, che seleziono aspiranti studiosi di letterature e lingue moderne, baso il colloquio sull'analisi di un brano letterario, scritto originalmente in inglese, non più lungo di una trentina di righe, sul quale il candidato è invitato a riflettere nel corso della mezz'ora che precede l'interview, nella quiete della sua stanza o della biblioteca. Sondo le abilità logiche, deduttive e induttive; la capacità di figurarsi un contesto, ovvero di tradurre in indizi pensieri e descrizioni e di spremere informazioni dagli indizi; la capacità di concettualizzare e di definire; la prontezza nel rispondere; la proprietà linguistica; la concisione; l'eleganza delle frasi; il contegno di fronte alle difficoltà e all'inatteso.
In passato tendevo ad assegnare brani linguisticamente e narrativamente ardui. Henry James o Ruskin funzionavano alla perfezione. Chi li aveva mai sentiti quei latinismi, quella sintassi, quei discorsi arzigogolati e vaghi? Poi ho constatato che brani meno difficoltosi sul piano letterario potevano aiutarmi a stabilire ancor meglio e ancor più certamente quanto il candidato fosse percettivo e profondo e istruito, proprio perché non ostacolato dall'oscurità del vocabolario o dalla patina arcaizzante. Quest'anno mi sono deciso per una pagina di The Hare with Amber Eyes, un libro recente di grande successo, molto ben scritto, molto chiaro, tutt'altro che ingenuo nello stile, di Edmund de Waal; un libro che, mischiando fatti privati agli eventi della grande storia, racconta le vicissitudini di una collezione di netsuke (quelle miniature scultoree con cui si ferma la cintura del kimono), avventurosamente scampata alla dispersione, a differenza dei suoi proprietari (la versione italiana di Carlo Prosperi è uscita nel 2011 per i tipi di Bollati Boringhieri con il titolo Un'eredità di ambra e avorio). Il passo parlava di incertezza del futuro, di perdita, di nostalgia; del senso degli oggetti; di eredità... Non era facile capire per quali ragioni precise. Nelle righe estrapolate non si trovava cenno esplicito alle persecuzioni degli ebrei né al momento storico. Bisognava davvero impegnarsi in un esercizio non comune di induzione, perfino di speculazione, e motivarlo: costruire un ponte e guardare giù, nel vuoto. Pochi ci sono riusciti...

Nicola Gardini
frammento dell'articolo Ammessi all'eccellenza pubblica  
pubblicato sul Domenicale - Il Sole 24ore del 5 gennaio 2014

lunedì 30 dicembre 2013

Se la letteratura è il grano di una terra

Non solo il poeta dischiude immagini, distilla significati; il poeta apre gli occhi del lettore su visioni di luce strappate sull'orlo buio della voragine...

frammento della recensione di Nadia Fusini "Se la letteratura è il grano di una terra"  al nuovo libro di 

Antonio Spadaro 
Nelle vene dell'America. 
Da Walth Whitman a Jack Kerouac
Jaca Book 2013

giovedì 12 dicembre 2013

Tutti noi siamo creature narrative

Siamo tutti Don Chisciotte. Io, tu, voi: tutti. Lo poteva dire a ragion veduta il suo creatore, sicuramente lo può dire Francisco Rico, a cui dobbiamo una magistrale edizione critica del capolavoro di Miguel de Cervantes. E lo possiamo dire tutti, perché la grandezza del Don Quijote de la Mancha è esattamente questa: "Rappresenta una volta per tutte il punto d'incontro della vita e della letteratura, il crocevia tra verità e finzione. Ci riguarda tutti, perché tutti noi siamo creature narrative: ci raccontiamo ogni giorno a noi stessi, tra la speranza di un domani alla misura del nostro desiderio e la nostalgia del come avrebbe potuto essere il passato, a volte fuggendo dalla realtà e altre volte fuggendo verso la realtà".
(...)
Qual è la cifra stilistica del romanzo?
"Il Chisciotte non è tanto "scritto" quanto "detto", steso senza sottostare alle costrizioni della scrittura, ma lasciando correre la penna come se fosse la voce, quindi con lo stile della lingua quotidiana e contro la lingua letteraria. Le persone e le cose, viste sotto il prisma domestico della vita, da una prospettiva familiare, vivono sul piano dell'esperienza di ogni giorno: avere elevato questa esperienza comune a norma della finzione romanzesca rappresenta un momento di capitale importanza nell'avventura letteraria europea".


Francisco Rico

frammenti dell'intervista a Benedetta Craveri
Repubblica martedì 5 novembre 

giovedì 29 agosto 2013

La letteratura è qualcuno con cui correre

Lasciamo i libri dove devono stare, non inquiniamo per favore un lavoro di solitudine e interiorità, l’unico rimasto. L’unico che ti permette di isolarti davvero, che ti permette di non dover rispondere a niente e a nessuno, l’unico lavoro che puoi fare da solo in riva al mare con un foglio e una biro qualsiasi, se lo vuoi.
La scrittura è vita e sofferenza, ed è tempi morti, spesso molto lunghi. È capacità di raccontarsi e al tempo stesso pudore nel raccontarsi. La letteratura, parafrasando un autore da me molto amato, David Grossman, è qualcuno con cui correre: un te stesso nuovo che corre accanto a te, e ti spiega il passato, e ti insegna il futuro.


Roberto Cotroneo 
frammento del post dedicato al talent show per scrittori

giovedì 30 maggio 2013

Con il gelo e con le stelle

Se non ci fossi tu, rabbia della letteratura, con quale cibo potrei mangiare il sale della terra? Tu dai sapore a quel pane insipido che è il comprendere, tu allegra coscienza del torto, tu sale dei congiurati, tramandato con un perfido inchino un decennio dopo l'altro nella saliera sfaccettata, con tanto di salvietta!*

È per questo che mi dà tanto piacere smorzare l'ardore della letteratura con il gelo e con le stelle acuminate. Manda un crepitio come fosse neve? La gelida strada nekrasoviana le mette allegria?** Se è autentica letteratura sì.

Osip Mandel'štam 
Il rumore del tempo
e altri scritti
a cura di Daniela Rizzi
Adelphi 2012


* Qui si allude al rituale di ospitalità, diffuso nella tradizione russa, che consisteva nell'accogliere gli ospiti importanti offrendo pane (simbolo di ricchezza e prosperità) e sale (protezione contro le avversità). Li si porgeva appoggiandoli su un tovagliolo dispiegato.
** Riferimento alla poesia di Nekrasov «Edu li noc'ju po ulice tëmnoj...» («Se avanzo di notte per la via oscura...», 1847), testo emblematico del filone letterario di ispirazione patetica e umanitaria.