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sabato 9 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/762. Una giornata in compagnia di Bion, Beckett e Feydeau

 

 


La giornata inizia presto, molto presto. Prima che tutta la città sia sveglia e in movimento sono già pronta per uscire e raggiungere la mia scuola. Sono sempre emozionata come quando andavo alle scuole elementari. Oggi so che parleremo ancora di trascendenza, di Bion e di molto altro. Sono pronta, entro nel flusso della corrente e non ne uscirò che molto tardi, perché oggi resteremo insieme dopo le lezioni prima per un aperitivo e poi per cena. Tornata a casa scrivo ancora qualche appunto febbrile prima di andare a dormire perché domani di nuovo, ci sarà lezione. Oggi abbiamo parlato anche di Beckett e Clint Eastwood, entrambi pazienti di Bion e nel teatro del mondo, evocato durante la lezione pomeridiana, sono accaduti due episodi, il primo un po’ Georges Feydeau, un compagno che arriva in ritardo, entra dalla porta principale, esce e rientra. Esce e rientra, rientra esce sempre trascinandosi dietro una pesante valigia; e poi, molto più tardi nel pomeriggio il secondo episodio, molto teatro dell’assurdo, quando dopo qualche minuto di meditazione condivisa, quando abbiamo riaperto gli occhi, una signora che non faceva parte del nostro gruppo, si è alzata e si è avviata verso la porta: “Scusate, credo di avere sbagliato…”. È stato un momento surreale e al contempo pieno di senso. Avrei da scriverne per pagine e pagine di questa giornata bella e intensa, ma queste mie povere Cronache sono solo spunti, suggestioni, pennellate sulla tela del tempo per tenere traccia di quello che è accaduto, oggi sabato 9 aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra. Questa Cronaca 762 ora può andare a riposare.

domenica 13 febbraio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/707. Finché vivi, risplendi

 


 

Ci sono parole che arrivano a noi dopo avere varcato gli oceani del tempo, parole in un alfabeto antico, incise su un’antica stele per qualcuno che non c’è più, ci sono le indicazioni musicali, ma noi non conosciamo la musica greca, manca l’ultima frase in basso, perché uno dei proprietari precedenti l’aveva tagliato per rendere stabile quell’antico pezzo di marmo. La stele è ora esposta al Museo Nazionale Danese e si possono reperire in rete molte foto e varianti delle traduzioni, oltre che la messa in musica e non ce ne sono due uguali. La traduzione che ci ha offerto oggi la filosofa Claudia Baracchi è talmente bella da essere una poesia:

 

Sono un’immagine, io, la pietra;

qui mi pone Seikilos, segno

duraturo di una memoria

immortale.

 

Finché vivi, risplendi.

Non affliggerti affatto.

Il vivere è per poco.

Il tempo esige la fine.

 

 

Mi ha commosso profondamente ascoltare queste parole, trascriverle e poi rileggerle, soprattutto dopo un pomeriggio filosofico che ha nutrito la mia anima. È stato magnifico ascoltare la nostra maestra che ci ha guidato tra le rappresentazioni di Odisseo, Orfeo, il teatro, il senso della trascendenza e il misticismo. Ci ha guidato nella Repubblica di Platone, dove le anime degli eroi sono intente a scegliere la propria vita nuova. Tutti questi racconti risuonano forti in me, hanno addirittura evocato Le parole, l’autobiografia di Jean-Paul Sartre che avevo studiato decenni fa per l’esame finale di francese III all’Università. In tutto questo turbinio di ricordi e di scoperte più di tutte risuonano in me alcune delle frasi dell’epitaffio: “Sono un’immagine, io, la pietra” un verso che vorrei avere scritto io come mi ha detto anche il mio amico poeta Danilo. L’ultima frase “Il tempo esige la fine” perché il nostro essere nel tempo non può prescindere dalla sua durata che per noi viventi ha un limite. Ma più di tutte mi risuonano queste parole: “Finché vivi, risplendi” e in questa dimensione possiamo risplendere nella luce che ci arriva dalla nostra unica stella, dal sole che ci inonda e ci rallegra. Ecco, finisco su questo senso di allegria portato dalla luce, luce che è anche una mia ossessione poetica.

Oggi è domenica 13 febbraio del terzo anno senza Carnevale, ma pare che a Viareggio si stiano preparando a festeggiare il Carnevale, la pandemia scema, pare, e la mia amica Paola mi ha chiesto come si chiameranno le Cronache allora. Continueranno a essere le Cronache degli anni senza Carnevale, perché questo virus ha segnato uno spartiacque nella nostra storia e nel nostro immaginario, ha inciso la nostra memoria, ci ha fatto scoprire e riscoprire paura e dolore, la nostra fragilità e la nostra vulnerabilità. Ecco quindi anche oggi la Cronaca quotidiana, e questa è la 707, già seduta alla scrivania perché si è messa in testa di leggere Platone mentre io trascrivo gli appunti e li rileggo.


mercoledì 19 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/682. Dove i pensieri profumano di Grecia antica

 


 

Poi ci sono giorni in cui le cose concrete prendono il sopravvento, una perdita d’acqua dal lavandino principale, una pozzanghera in bagno, l’idraulico. La riparazione in sé non è cosa complicata, ma colgo l’occasione per chiedergli tutta una serie di piccoli lavori rimandati da secoli. Così questo bravissimo artigiano con le mani d’oro, calabrese trapiantato a Milano da ragazzo, cinquant’anni fa, simpaticissimo e chiacchierone ripara, cambia, sistema e per farlo lavorare ho dovuto svuotare completamento la stanza da bagno che rimane nuda nella sua bianchezza con solo i colori della tenda della doccia, immagini floreali con una prevalenza di foglie verdi intorno. Tanto è stato veloce svuotare la stanza, tanto sono lenta nel rimettere in ordine le cose perché anche in questa stanza decido di fare una selezione tra gli oggetti accumulati negli anni. Anche tra i più banali campioncini di creme e profumi si nascondono frammenti di giorni andati, un giro in profumeria, un profumo che riporta indietro un giorno speciale, un’amica perduta che prova un ombretto verde. È proprio di verde e di azzurro che sono colorati tappi e boccette che decido di tenere insieme a vecchi flaconi dei prodotti della linea I Coloniali che non sono più in produzione da tempo, di sicuro a causa del nome così poco politically correct, ma l’aroma alla mirra resta insuperato. Anche fare ordine e pulizia in casa è un’attività che concilia il pensiero, forse perché alla ripetitività dei gesti lascia libera la mente di ritornare alle letture recenti e anche a una straordinaria lezione di Romano Madera intorno alle storie della filosofia come modo di vivere, dove ritorna il nume tutelare di questo filone di pensiero, il filosofo francese Pierre Hadot. Tra lui e la Zambrano questi giorni invernali sono ricchi di filosofia e di spunti di riflessione che lascio rispecchiarsi nelle bolle di sapone e nelle gocce d’acqua che scivolano nel lavandino. Il pensiero scivola altrettanto veloce e frammenti di frasi intorno a scrittura e poesia, solitudine e filosofia si affollano e chiedono di essere portati sulla carta. Lo faccio, non in questa Cronaca, e tutto quel movimento si placa per un po’.

 

 

La poesia è parola rovesciata

 

Come conservare le cose

caduche e fragili come

sono foglie e gocce d’acqua?

Se possiamo salvare una

foglia in un libro amato,

sapendo che perderà solo

il colore, non è possibile

procedere allo stesso modo

per la goccia d’acqua. Perché

il suo stato appartiene all’istante,

per questo non possiamo

tenerla ferma nel tempo, se

non in un’immagine o parola.

Guardo meglio la goccia

d’acqua e il mondo tutto intero,

ma rovesciato, si rispecchia.

Così accade con la poesia, dopo

che l’abbiamo scritta, dobbiamo

imparare a leggere a rovescio.

 

 

Ecco che va verso la sua fine un’altra giornata di ricchezza filosofica e poetica e sono grata a questo tempo, a questo freddo per esserci ora, per essere in queste parole, in queste letture e nel flusso del pensiero dei filosofi che nutrono la mia mente. Oggi è mercoledì 19 gennaio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 682 ha indossato un antico chitone greco preso in prestito da non so ancora quale filosofo.

martedì 18 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/681. Scrivere è stare nella lontananza dalle cose concrete

 



Un giorno di pausa dalla città poco silenziosa, un breve viaggio in treno fino al Lago Maggiore. Poca gente in metropolitana, ancor meno sul treno. Tutte le persone mascherate, qualcuno con addirittura la mascherina chirurgica sopra quella FFP2. È una giornata di sole, non troppo fredda, c’è il mercato Ad Arona ed è piacevole passeggiare tra le bancarelle. Proprio all’inizio ci sono quelle di frutta e verdura, formaggio, gastronomia. Poi la biancheria, per casa e umani, moltissime bancarelle di vestiti, borse e scarpe. La prima sosta è a un bar pasticceria che già conosco, mi siedo con il sole di lato che mi scalda subito, mentre l’altro lato è all’ombra. Quasi tutti i tavolini sono occupati, si sta proprio bene. Dopo un cappuccino riprendo il mio girovagare, finisco il mercato e vado sul lungolago. C’è una quiete infinita, sento solo le onde e le voci dei radi passanti. Così mi siedo su una panchina e ricomincio a leggere un libro letto un quarto di secolo fa, Verso un sapere dell’anima di Maria Zambrano, filosofa impagabile e che è una grande fonte di spunti di riflessione che mi accompagna da allora. Nel rileggerla trovo brani che mi risuonano come il battito di un campanile noto e altri che continuano ad avere tutto il gusto delle novità, come se li stessi leggendo oggi per la prima volta. Mi lascio trasportare dalla lettura senza più muovermi sino a ora di pranzo.

“Scrivere è difendere la solitudine in cui ci si trova; è un’azione che scaturisce soltanto da un isolamento effettivo, non comunicabile, nel quale proprio per la lontananza da tutte le cose concrete, si rende possibile una scoperta di rapporto tra esse. È una solitudine, però, che non ha bisogno di essere difesa, che non ha bisogno cioè di giustificazione. Lo scrittore difende la sua solitudine, rivelando ciò che trova in essa e in essa soltanto”.

È proprio la solitudine dello scrittore a chiamare e creare la solitudine del lettore, quello stato estatico dove il mondo intorno diventa un dettaglio e tutto l’universo sta in ciò che stiamo leggendo, cioè ricreando nella nostra mente.

 

 

Leggere è stare nella lontananza dalle cose concrete

 

Inizio la prima pagina, giro

inizio daccapo, sento in

mano il peso del libro, mi

accompagnano immagini

nuove anche se ciò che

leggo non sono descrizioni.

Giro una pagina ed entro

ogni volta in una stanza

diversa o in un mondo

nuovo. Sono sola, eppure

non sono mai sola, mi

accompagna la mente dello

scrittore, l’unica compagnia

di cui ho bisogno. Leggo pagina

dopo pagina e il mio mondo

interiore è più vasto e ha orizzonti

ancora più lontani di quello

che vedo ora sul limitare del

lago, tenuto fermo tra la Rocca

e il cielo. Leggo e non sono

più soltanto io, presto le mie

mani all’ignota viaggiatrice che

ha intrapreso un giorno questo

cammino, si è seduta, ha preso

carta e penna e ha deciso che

era arrivato il tempo di essere

sola scrivendo un libro e così,

non essere sola mai più, per

l’eternità e un giorno.

 

 

Oggi è martedì 18 gennaio del terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 681 ancora si riposa nel sole tiepido e nella brezza leggera di questa giornata trascorsa al lago.

giovedì 15 aprile 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/403. La cura del mondo è un cerchio che danza

 

Cosa significa avere cura del mondo? In parte è impedire che l’azione del tempo offenda la bellezza delle cose e il nostro agire è tutto centrato su questo. Perché noi sentiamo le lacrime delle cose, ne percepiamo il dispiacere quando la bellezza originaria svanisce e, soprattutto, è difficile recuperarla. Io amo molto le cose già usate, quelle che hanno una storia, un passato, che altre mani hanno tenuto, usato e conservato. Amo anche le cose scompagnate, non ho servizi di posate ma quartetti di forchette, coltello, cucchiaio e cucchiaino che arrivano dagli ormai lontani anni Cinquanta del secolo scorso. Erano il campionario di una sorta di cugino calabrese che faceva il rappresentante di casalinghi e, quando aveva cambiato lavoro, aveva lasciato il suo baule in deposito a casa di mia nonna. Mia zia Maria, che detestava le cose vecchie, voleva buttare tutto, ma mia madre e mia nonna paterna salvarono tutto. Insieme a questi quartetti di posate, ce ne sono alcune trafugate dalla casa dei miei genitori e altre comprate nei mercatini. Anche per i piatti e i bicchieri ho partecipato al salvataggio di parecchi oggetti dimenticati e insieme a porcellane di fattura recente, ho piatti bellissimi del servizio buono dei miei genitori, bordato di oro zecchino. Ma non volevo parlare delle mie collezioni incompiute, che vanno a braccetto con la mia passione dei frammenti poetici e letterari, stasera volevo scrivere del senso della cura. Buona parte del lavoro quotidiano, soprattutto quello dedicato alla casa, serve a tenere gli oggetti in buone condizioni e gradevoli all’uso. In una casa curata possiamo vivere meglio, rilassarci, godere della piccola bellezza delle cose di uso quotidiano. Abbiamo poi cura dei giardini, delle piante sui balconi, degli alberi che fiancheggiano le nostre strade, dei monumenti, dei palazzi a partire dalle loro facciate. Il nostro manutenere fa parte di un senso più ampio della cura. Ma la dimensione che più interessa questa cura è quella del tempo, delle azioni e dei pensieri che dedichiamo ai nostri simili. Non sono solo i gesti dedicati alla vita materiale, cucinare, pulire, vestire che pure sono fondamentali, ma soprattutto i gesti e i pensieri che sostengono e accarezzano la fioritura di chi ci sta accanto. Ascoltare, sostenere, incitare, ispirare sono azioni che fanno bene al prossimo e a noi che le compiamo. Si parte sempre in concreto da chi ci sta vicino e poi, per cerchi concentrici, allarghiamo le nostre azioni agli altri ambiti della nostra vita. Il tempo della cura è un tempo donato che viene ripagato, nella cerchia di parenti e amici, con cure contraccambiate e con la gioia della condivisione. L’espressione della cura negli ambiti lavorativi è un'altra dimensione importante della nostra esperienza di vita, un’esperienza orbata e forse cambiata per sempre a causa della pandemia. La vita d’ufficio, l’unica esperienza lavorativa significativa e ormai lunghissima che mi appartiene, nonostante i molti lavori diversi che ho fatto, è una dimensione dove la cura si è espressa attraverso l’arredamento degli spazi con piante e quadri, prima ancora che lo facessero le aziende, ninnoli, libri e penne colorate sulle scrivanie. Piccole attenzioni nei confronti dei colleghi: invitarli a prendere il caffè, uno dei pochi momenti rituali della vita d’ufficio, insieme alla convocazione delle riunioni, che permetteva di scambiare opinioni fuori onda e ridere insieme. Pochi minuti al giorno, ma che facevano bene. Le pause sulle varie piattaforme sono, come dire carine, ma non possono sostituire la ritualità e il profumo di numerosi caffè che si espandeva nell’aria intorno. Avere cura in ufficio significava anche portare brioche per merenda di metà mattina, mele e arance in stagione, bottiglie d’acqua quando i distributori automatici non erano frequenti. E poi il regalo di piante grasse da mettere accanto al computer, di piccoli oggetti di cancelleria e di tazze colorate per il tè. La parte immateriale stava nell’aiutare chi era indietro nella consegna del lavoro, chi era in difficoltà con la tecnologia – mi viene in mente Nicoletta S., una collega talmente maldestra da essere riuscita a far saltare la scheda video del suo pc e la cui caratteristica principale stava nel lamentarsi in continuazione e in continuazione chiedere aiuto per fare qualunque cosa. Se lei è stata l’estremo dell’esperienza della cura, questa dimensione dell’aiuto e dell’ascolto, della solidarietà è fondamentale per rendere piacevole e per dare un senso all’agire quotidiano, anche se tutti, ormai, conosciamo benissimo l’insensatezza della burocrazia e la pesantezza che scarica ogni giorno sia sugli utenti che sui lavoratori. Esserci per gli altri è l’unica cosa che fa la differenza al lavoro, l’unica cosa che dà senso e piacere nel lavorare. Diversissime dalle mie esperienze impiegatizie sono quelle di amici e conoscenti che lavorano nel campo della produzione di beni e servizi e, in questa fase storica, il lavoro durissimo di medici, infermieri e paramedici e di insegnanti e dirigenti scolastici, di psicologi, psicoterapeuti e assistenti sociali. Avere cura degli altri, dei corpi malati, degli spiriti sconfortati, delle giovani menti in formazione di bambini e ragazzi, è l’attività fondamentale che garantisce la continuità della società e il legame sociale. Il legame è la condizione che favorisce le attività di cura e ne è anche una conseguenza. Oltre ai geni e all’ambiente in cui cresciamo, sono i legami e le relazioni che possono rendere la nostra vita un viaggio appassionante o l’anticamera dell’inferno. Chi fa politica, chi fa volontariato, va oltre la dimensione affettiva e lavorativa, perché si occupa e si preoccupa della vasta cerchia degli sconosciuti che compone il resto dell’umanità. Ma non ci si improvvisa in nessuna attività, vanno acquisite le competenze tecniche per ben espletare le attività di cura, di qualunque attività che va riconosciuta e ricompensata se coincide con l’attività lavorativa prevalente. Riconoscere la cura e la dimensione relazionale, ci porta a riconoscere la nostra dipendenza gli uni dagli altri, a rispettare le nostre fragilità e bisogni e sottolinea come la fiducia sia l’altra faccia della cura, un’altra condizione essenziale delle nostre vite.

È un cerchio che danza la cura, un bisogno e un effetto della vita, bisognerà che continui a rifletterci.

Questa Cronaca 403 di giovedì 15 aprile del secondo anno senza Carnevale, è la prima Cronaca della cura, penso che ne seguiranno altre, che altre poesie verranno a prendersi cura delle nostre anime inquiete di giorno e di notte.

domenica 21 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/378. La primavera prepara i germogli, mentre le api spargono polline e poesia


Oggi è la giornata mondiale della poesia e di poesia mi sono nutrita, ne ho letta tanta, tanta ne ho ascoltata in compagnia di altre persone che l’amano e, in alcuni casi, la scrivono. Leggere poesia, prima ancora che scriverla, significa attingere alle forze primigenie, originarie della vita stessa. Quando sono triste o dubbiosa, apro a caso un libro e leggo, come si fa ancora con la Bibbia, cercando conforto e risposte.

Trovo sempre nella poesia la consolazione che cerco e mi piace pensare che oggi, in tutto il mondo, la poesia si sia sparsa come polline, portata dal vento e dalle api. Sempre qualcuno ne sarà toccato e dopo avere letto una poesia, ecco che il suo sguardo sarà mutato.

Amo le parole, i libri, la poesia e la letteratura, dopo avere letto il libro Poesia e filosofia di Maria Zambrano, mi è piaciuto immaginare i filosofi come avventurosi marinai che solcano mari e oceani nelle loro imbarcazioni di epoche, dimensioni e fogge diverse, e i poeti come audaci nuotatori, o forse solo naufraghi, che stanno immersi nell’acqua e non periscono grazie alla forza delle loro gambe e braccia. Oggi, a questa immagine di tutti i mari, si è aggiunta l’immaginazione dei fiumi e ho capito che, di nuovo, il poeta affronta senza altro strumento che se stesso, la sfida di un’acqua che scorre controsenso.

 

Pescare a mani nude

 

È un fiume l’immaginazione che

scorre dal mare verso i monti,

sono pesci le parole, alghe nella

corrente, sassi e anche detriti.

La memoria è l’acqua dove

lo scrittore pesca a rete, altre

volte con la lenza, e se ne sta

sempre sulla riva o nella stessa

barca di nome Sofia, ma noi

guardiamo il poeta che pesca

sempre a mani nude.

 

Le terre ai piedi delle Montagne della Nebbia, la Casa delle Parole e quella delle Stelle, la città silenziosa, tutto intorno è silenzio, tutto intorno è poesia che risuona e rimbomba.

Insieme aspettiamo il sollievo e la consolazione, insieme varchiamo i giorni e ci chiediamo se il prossimo equinozio, potremo celebrarlo all’ombra di alberi vivi e veri, prima che il nuovo autunno reclami a sé le foglie che ora sono i germogli che ci punteggiano lo sguardo.

Oggi è domenica 21 marzo del secondo anno senza Carnevale, una domenica di poesia e amicizia con Zina, Francesca, Danilo, Luigi, Luciana, Max e Patrizia, Silvana e Giò, Teresa e Ada con Annalisa e tutte le persone che gravitano intorno all’associazione Apriti Cielo e che hanno condiviso un’ora di gioia e di speranza. Pescare a mani nude l’ho scritta dopo il nostro incontro per questa Cronaca 378

mercoledì 17 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/374. Solo un’ape riesce a far tacere il fuoco

 

 

Oggi ho ascoltato molto, ho ascoltato frammenti di Platone e di Aristotele, ho visto gli antichi sapienti misurare la terra e sprofondare nel cielo stellato.

I misteri della natura, del cosmo, dell’amore, della vita e della morte, non sono cambiati da quei tempi lontani. Ora conosciamo meglio come le cose accadono, come la terra giri intorno al sole e il sole con tutta la galassia stia danzando quella danza che noi mai potremo vedere.

Conosciamo tanti come, ma non sappiamo ancora perché e i perché sono gli stessi di chi volgeva verso il cielo stellato quello sguardo pieno di stupore.

L’orizzonte delle nostre vite di contemporanei è molto più vasto di quello degli antichi filosofi Greci. Ma delle cose importanti loro sapevano già che non ci sono risposte universali, che la domanda si moltiplica e la verità si sfilaccia.

Dove non trovo risposte nelle stelle e nel cielo, nei libri e nel mare, apro caso un libro di poesie. E quando anche i libri tacciono, allora scrivo io.

 

 

Dov’è quella voce che più non sento

 

Una voce che scompare cambia

tutto il tono del nostro canto.

Non sarà mai più lo stesso

il coro, senza la tua voce a

mescolare le note al vento.

Ma non potrò tacere lo scandalo

di questo silenzio, per questo

ogni giorno dirò il tuo nome e

aspetterò che tu risponda. Solo

un’ape riesce a far tacere il fuoco.

 

 

Dal libro di Anne Perrier, che ho aperto a caso questa sera, ho strappato un verso che ho infedelmente tradotto e che dà il titolo a questa Cronaca 374 di mercoledì 17 marzo 2021, il secondo anno senza Carnevale.

venerdì 5 febbraio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/334: dove ogni parola cerca la giusta collocazione e una rana felice gracida alle stelle

 



Siamo immersi nel mondo e nelle cose del mondo, nelle relazioni e negli slanci e fermarsi a cercare i confini tra il mondo esterno e la nostra casa, tra il mondo che percepiamo con i sensi e quello che abbiamo interiorizzato con la memoria e l’immagine è un esercizio, da filosofo e da poeta.

Io che filosofo non sono, amo le brevi incursioni in un campo del sapere che ho arato solo in un piccolo appezzamento occidentale.

Mi lascio andare alle mie interpretazioni poetiche mentre aro il campo che meglio conosco e lascio che siano i buoi a trascinare l’aratro e io tengo i piedi ben saldi tra le zolle e guardo il cielo che rispecchia l’aratura e so che i germogli arriveranno anche dal suo lato.

Gli stretti legami tra poesia e filosofia mi hanno sempre attratto e affascinato, a partire dal noto libro di Maria Zambrano. Però, ho anche sempre pensato che i filosofi attraversano il mare della poesia in barca, mentre i poeti lo fanno a nuoto. Diversa la prospettiva, diverso il metodo.

La filosofia si è costituita in disciplina e ha storia, pensatori, epoche e strumenti. Non che la poesia non abbia protagonisti, storia, epoche e strumenti. Ma la poesia non viene trasmessa e sperimentata nelle aule universitarie e nei cenacoli, almeno non in Italia, mentre la filosofia sì.

In questa epoca di passioni fredde e tristi, di tristezza conseguente alla pandemia, di fatica, di sgomento, credo che poesia e filosofia possano continuare a illuminare con le loro luci che arrivano dal passato, proprio come le stelle illuminano il cielo notturno. Per sprazzi e sguardi fugaci. Poi ci sono gli astronomi e gli astrofisici che scrutano il cielo con i loro potenti telescopi e cercano regole e ragioni laddove noi non vediamo che luce.

Anche i poeti hanno regole e ragioni che sono meno visibili di quelle della fisica e della storia della poesia stessa. Regole e ragioni sono venute meno durante tutto il Novecento, certe avanguardie, che non amo, hanno contribuito a una perdita di senso senza precedenti e a un confinamento della poesia ai margini del mondo.

Ma la poesia è pervasiva come la polvere: si infila in ogni dove, ne troviamo traccia anche dove non dovrebbe esserci e i poeti continuano a scriverne, come io stessa faccio quasi ogni giorno, perché il ritmo della poesia è qualcosa che appartiene al ritmo del respiro e dell’immaginazione. Inoltre, sono più che mai certa che per scrivere poesia, come per scrivere narrativa, si debba averne letta moltissima. L’orecchio e l’occhio poetico vanno educati come si fa per la musica e per la pittura.

Così me ne sto immersa nel mare della poesia e a volte emergo e salgo in barca con i filosofi e discuto, non solo tra me e me stessa, utilizzando gli strumenti che la mia arte mi ha concesso di forgiare con materiali sconosciuti.

Alchimia e poesia hanno molto in comune, credo. Scrivere poesia è un processo alchemico che si innesca anche solo con una piccola irruzione del mondo in noi. L’esito non è prevedibile, ma quando la poesia è buona e bella poesia, si stacca da chi l’ha scritta e vola via come fanno gli uccellini che lasciano il nido dopo che hanno imparato a volare. Il poeta, la poetessa sanno che una poesia che riconoscono e al contempo sentono distante, è una poesia riuscita.

Nella poesia continuo ad avere fiducia e a riporre la mia speranza perché i nostri cuori, le nostre emozioni continuino a essere permeabili al mondo e a desiderare.

 

La poesia ama il caffè e le sigarette

 

Ecco, ti vedo, mentre scrivi su

un taccuino intonso con gesti

rapidi e febbrili. La tazzina

del caffè non è ancora vuota,

la sigaretta accesa illumina

lo spazio ristretto che ti circonda.

Scrivi, poi ricopi, cancelli e

inizi da capo. Modifichi perché

la parola giusta reclama proprio

quella collocazione. Tu lo sai,

così cancelli, finisci il caffè e

accendi un’altra sigaretta.

 

Nel mio immaginario chi scrive ha sempre avuto un posto speciale. Un tavolino, una macchina da scrivere, taccuini intonsi o già fitti di annotazioni, un portacenere, molto caffè. Ecco la mia icona dello scrittore novecentesco. Poi ci sono le varianti di Proust steso nel suo letto che scrive febbrilmente, Jane Austen che scrive circondata dalla famiglia. Ci sono molti modi di essere poeta e scrittore, ci sono infiniti modi e ciascuno di noi ha il proprio. Ed è bello condividere questo essere donne e uomini di parola, innamorati della parola, della poesia, delle storie.

Tra le tante immagini una che mi diverte e mi piace, è quella della placida rana che regna sul suo placido stagno, seduta su una ninfea bianca e rosa, che gracida alla luna e alle stelle. Poi dorme, si sveglia e si tuffa e poi gracida al sole. È una rana felice, come sono felici i poeti che scrivono.

Questa è la Cronaca 334 di venerdì 5 febbraio del secondo anno senza Carnevale, la poesia è inedita ed è dedicata al mio amico poeta Danilo Bramati.

giovedì 26 novembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/263: da due continenti viene il vento che mi vortica intorno

 


Questo infinito, o che appare come tale, tempo tra il tempo di prima e il tempo che verrà è un tempo che ha bisogno di essere raccontato.

È un tempo, soprattutto, che ha bisogno di simboli, di un simbolo almeno per ciascuno di noi, perché l’io che eravamo possa consegnare all’io che saremo una traccia di ciò che era e ciò che non è più.

Portiamo nel tempo futuro che già ci appartiene quel che di noi appartiene al passato. Riusciremo a trovare il modo di far coincidere le due metà? O forse i pezzi sono più di due e potremo rimetterli insieme solo copiando la tecnica giapponese del kintsugi? Di che materia sarà fatto l’oro necessario a riempire le crepe?

Saremo di nuovo uno o saremo, in maniera ancor più evidente, un insieme di frammenti che ricordano l’unità di un tempo ma che esaltano la nostra molteplicità?

Dal mio io passato ricevo un libro di versi e un quaderno già scritto. L’io presente si trasforma ogni giorno nella scrittura di una Cronaca, l’io futuro si gira distratto verso di noi, perché abita un tempo e uno spazio che ancora non ci appartengono.

Il presente è come una chiusa sul fiume, ferma l’acqua, la fa rifluire, lascia che scorra e raggiunga il luogo dove il destino si compie. Le chiare, fresche e dolci acque possono essere il ristoro della terra assetata, possono fuggire di nuovo nelle nuvole e aspettare la prossima pioggia per ritornare. O possono lasciarsi andare, immemori, distratte, quiete fino al mare.

È lì che la bocca cambia sapore e in maniera così violenta, il troppo sale diventa amaro, ci ottenebra il gusto, a stento riconosciamo i sapori e i profumi.

Sale e corbezzolo, mirto e miele, sapori di una terra antica cui Antonella Anedda ci ha ridato la voce

 

Contra Scaurum

 

No ischio iscrivere de Roma.

Meda belluria, dechidu, mutas 'e linu.

Forzis gòi – sunt binti seculus – pessaint cuddos sardos

bennitos a dimandare zusstissia contra Scauro.

 

"Zente chene ide... terra ue peri su mele est 'ele"

 

Gòi nàrriat Cicero in faeddu suo. Ora, in mesu petras

bortat suo lumene, lestru, minutu. Ma sicutera

morint sos distimonzos, s'ape tribulat.

Reghet su mele: limba e 'lidone, gardu et sale.

 

 

*

 

Contro Scauro

 

Non so scrivere di Roma.

Troppa bellezza, eleganza, tuniche di lino.

Forse così – venti secoli fa – pensarono quei sardi

venuti a chiedere giustizia contro Scauro.

 

"Gente senza fede... terra dove perfino il miele è fiele"

 

Così diceva Cicerone nella sua orazione. Ora il suo nome

gira tra le pietre, minuscolo, veloce. Ma come allora

muoiono i testimoni, l'ape si affatica.

Resiste il miele: la lingua di cardo, corbezzolo, sale.

 

 

Qual è il simbolo di questo anno che si avvia all’ineludibile fine?

I balconi affollati di gente che canta, maratoneti solitari che girano intorno allo stesso giardino, il silenzio diurno che le città non hanno mai conosciuto, le scuole chiuse, il lavoro diventato un affare privato.

Quale miele addolcirà la nostra bocca? Quale ape tornerà dall’invisibile a portarci poesia e conforto?

Apro a caso il libro Luce ovunque di Cees Noteboom e una voce risuona subito, alta e chiara, una voce muta che arriva dall’immaginazione.

 

Albero


Sii me, diventa me

almeno una volta nella tua vita inquieta.

Da due continenti

viene il vento che mi vortica intorno

e che danza con me come un uomo.

 

Io non ho anima,

io sono la mia anima.

Nel linguaggio del mio ininterrotto pensare

oscillo e mi piego e mormoro,

albero esemplare

con la sua lingua di una sola parola.

 

Non sono solo i monaci

a cantare, con la loro voce di esseri umani,

ci sono anch’io, sempre qui in attesa

soffrendo per il male del mondo

nella mia forma irripetibile

senza colpa.

 

 

Il mio albero bellissimo, davanti alle mie finestre sarà il simbolo dello sgomento e della poesia di questi mesi, della poesia che da lui mi arriva e fluisce, che a lui ritorna e nutre questa terra malata.

Questa Cronaca 263 è frutto di un giorno intenso di lavoro e studio, di pensieri di libertà, di suggestioni arrivate dalle parole di Chiara Mirabelli e Romano Madera: “Il simbolo è reso possibile dalla mancanza”. In queste mancanze di futuro e vita vissuta in tutte le sue innumerevoli potenzialità, in questa vita cerchiamo il senso e creiamo laddove c’è una mancanza, una crepa, il luogo attraverso cui la luce può filtrare come scriveva l’amato poeta e cantautore Leonard Cohen. La poesia di Antonella Anedda è tratta dalla raccolta Dal balcone del corpo, Mondadori 2007.

 

mercoledì 10 giugno 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/94: bisogna essere lenti, amare le soste per guardare il cammino fatto


Sono tornata alla Casa delle Sorelle sulla spiaggia, in veranda c’è solo il ragazzo che sta leggendo un libro che conosco.

  
"Pensiero meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integrismi della terra (in primis quello dell'economia e dello sviluppo), quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l'altro diventa difficile e vera. Il pensiero meridiano infatti è nato proprio nel Mediterraneo, sulle coste della Grecia, con l'apertura della cultura greca ai discorsi in contrasto, ai dissoi logoi".

(…)

Bisogna essere lenti come un vecchio treno di campagna e di contadine vestite di nero, come chi va a piedi e vede aprirsi magicamente il mondo, perché andare a piedi è sfogliare il libro e invece correre è guardarne solo la copertina. Bisogna essere lenti, amare le soste per guardare il cammino fatto, sentire la stanchezza conquistare come una malinconia le membra, invidiare l'anarchia dolce di chi inventa di momento in momento la strada.
Bisogna imparare a star da sé e aspettare in silenzio, ogni tanto essere felici di avere in tasca soltanto le mani. Andare lenti è incontrare cani senza travolgerli, è dare i nomi agli alberi, agli angoli, ai pali della luce, è trovare una panchina, è portarsi dentro i propri pensieri lasciandoli affiorare a seconda della strada, bolle che salgono a galla e che quando son forti scoppiano e vanno a confondersi al cielo. È suscitare un pensiero involontario e non progettante, non il risultato dello scopo e della volontà, ma il pensiero necessario, quello che viene su da solo, da un accordo tra mente e mondo."

Questo libro è sempre stato una grande fonte di ispirazione per me, il ragazzo mi mostra, senza parlare, i brani che ha sottolineato e che, a mia volta, copio per portarli in questa Cronaca.

Quando ho finito, mi fa cenno di entrare in casa e io lo seguo senza chiedere nulla.

Le tre sorelle sono intente a scrivere ognuna sotto una diversa finestra e non fanno cenno di voltarsi e salutare. Forse, anche per questo motivo, non mi accorgo che nell’ampio sofà davanti al camino spento, c’è un uomo dagli abiti di foggia orientale che ha in mano quel taccuino rosso.

- Buongiorno cara narratrice, bene arrivata! È lui a salutarmi per primo e io non posso fare altro che rispondere.

- Buongiorno architetto o come devo chiamarla?

- Architetto va bene, qui nessuno usa i nomi della terra di là. Vedo che ti piace proprio intrufolarti nelle case altrui. Ho giusto finito di copiare una poesia per te e stavo per tornare nella mia nuova casa, nella “tua” Casa delle Stelle, ma visto che sei qui puoi leggere davanti a me…

- Se è proprio necessario…

Mi porge il taccuino già aperto e io leggo la poesia che ha scelto per me.



Mattutino


Non solamente il sole ma la terra
stessa splende, fuoco bianco
che balza dalle montagne vistose
e la strada piatta
tremolante di primo mattino: è questo
solo per noi, per provocare
una risposta, o sei anche tu commosso, incapace
di controllarti
in presenza della terra? … Mi vergogno
di quello che pensavo tu fossi,
distante da noi, considerandoci
un esperimento: è
cosa amara essere
l’animale sostituibile,
cosa amara. Caro amico,
caro compagno tremante, cosa
ti sorprende di più in quel che provi,
il bagliore della terra o il tuo stesso piacere?
Per me, sempre
il piacere è la sorpresa.


- Non so perché tu abbia deciso di comunicare con me attraverso la poesia, ma sono molto curioso e vorrei scoprirlo. Accompagnami a casa, così ci diciamo.

Usciamo insieme, la giornata è ancora splendida.

Camminiamo allo stesso passo, vedo in lontananza i lupi che corrono e giocano, le aquile che custodiscono il cielo e le tigri alla foce del fiume.

Il re con la regina sta passeggiando nel Giardino delle Rose, il poeta li osserva poco distante.

La sacerdotessa e il sapiente guerriero stanno osservando con il solito cannocchiale uno spicchio di cielo in cui si intravede la luna calante.

Ogni cosa è al suo posto qui, ai piedi delle Montagne della Nebbia.

Cammino con l’architetto, con il suo stesso passo, respiro la sua stessa aria, sto bene.

La gioia mi sorprende dopo poche decine di passi. C’è qualcosa in questa giornata che fa presagire una svolta, una nuova forma del pensiero.

Con quale poesia potrò rispondere alla sua poesia? Perché le sorelle non si sono nemmeno girate a salutare?

Domani tornerò nella loro casa, qualcosa, di sicuro accadrà.



Mattutino è una poesia di Louise Glück, tratta dalla raccolta L’iris selvatico (Giano 2003)


Matins

Not the sun merely but the earth
itself shines, white fire
leaping from the showy mountains
and the flat road
shimmering in early morning: is this
for us only, to induce
response, or are you
stirred also, helpless
to control yourself
in earth’s presence – I am ashamed
at what I thought you were,
distant from us, regarding us
as an experiment: it is
a bitter thing to be
the disposable animal,
a bitter thing. Dear friend,
dear trembling partner, what
surprises you most in what you feel,
earth’s radiance or your own delight?
For me, always
the delight is the surprise.


La prima citazione è un frammento da un libro imperdibile: Il pensiero meridiano di Franco Cassano. Laterza editore 1996