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mercoledì 22 maggio 2024

Pioggia di maggio nella Città degli Specchi

Una giornata di maggio piovosa e buia, mentre fuori piove finisco di rileggere l'autobiografia di Janet Frame, ne copio dei passi relativi al periodo in cui andò a vivere in campagna nel Suffolk.

"Adesso pensavo di vivere la vera vita di una scrittrice, i miei due libri di racconti erano stati pubblicati e Giardini profumati per i ciechi lo sarebbe stato a breve; inoltre nel periodo trascorso a Grove Hill Road avevo avvertito un impercettibile spostamento della mia vita verso un mondo letterario in cui disponevo davanti a me tutto ciò che vedevo e sentivo, la gente che incontravo sull’autobus, per strada, nelle stazioni ferroviarie, e nel posto dove abitavo, mentre io sceglievo, fra i tesori sparsi, frammenti e momenti che si combinassero per formare il disegno di un romanzo, di una poesia o di un racconto. Niente era inutile. Avevo imparato a essere una cittadina della Città degli Specchi. L’unico motivo per continuare questa autobiografia è che, per quanto abbia usato, inventato, mescolato, rimodellato, cambiato, aggiunto, sottratto da tutte le mie esperienze, non ho mai scritto direttamente della mia vita e dei miei sentimenti. Senza dubbio mi sono mescolata ad altri personaggi che sono a loro volta il prodotto del noto e dell’ignoto, del reale e dell’immaginario; ho creato “esseri”, ma non ho mai scritto del mio essere. Perché? Perché se compio il pericoloso viaggio verso la Città degli Specchi dove tutto quello che ho conosciuto, visto o sognato è immerso nella luce di un altro mondo, a che serve tornare solo con uno specchio pieno di me? O, in verità, di altri che esistono benissimo nella comune luce del giorno? Il sé deve essere il contenitore dei tesori della Città degli Specchi, l’Inviato, per così dire, e quando viene il momento di catalogare quei tesori per dare loro una forma di parole, deve essere il sé a lavorare, a portare il peso, a scegliere, a sistemare e lucidare. E quando il lavoro è concluso e ci si deve rassegnare al non essere, il sé può prendersi una vacanza, anche soltanto per reintrecciare il paniere usato, in attesa della prossima visita alla Città degli Specchi. Sono questi i processi della narrativa. “Mettere giù tutto così come accade” non è narrativa: deve esserci il viaggio, fatto da soli, il cambiamento della luce concentrata sul materiale, la disponibilità dello stesso autore a vivere in quella luce, in quella città di riflessi governata da leggi, materiali e moneta diversi. Scrivere un romanzo non è soltanto andare a fare acquisti oltre frontiera in una terra irreale: sono ore e anni passati nelle fabbriche, nelle strade, nelle cattedrali dell’immaginazione per apprendere il funzionamento speciale della Città degli Specchi, i suoi cieli e il suo spazio, il suo sistema planetario, senza fermarsi a pensare che ci si potrebbe ritrovare senza casa al mondo, falliti, abbandonati dall’Inviato".


Janet Frame

Un angelo alla mia tavola

traduzione di Lidia Conetti Zazo

Neri Pozza Editore 2010

venerdì 17 maggio 2024

Una danza di polvere o raggi di sole



Mentre nei primi anni della mia vita il tempo era stato orizzontale, progressivo, un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro, con ricordi che costituivano una vera storia personale, con le sue date e i suoi anni, oppure era stato verticale, con gli avvenimenti che si accumulavano gli uni sugli altri, «sacchi su sacchi al mulino e ancora un altro piccino», l’età dell’adolescenza si trasformò in un vortice, e dunque i ricordi di quel periodo non si allineano pronti a essere osservati e descritti, bensì vorticano spinti da una forza sottostante, con ricordi diversi che salgono alla superficie in momenti diversi e negano così l’esistenza di un’autobiografia “pura” confermando, per ogni momento, una storia separata che si accumula in un milione di storie, tutte diverse e con alcuni ricordi che rimangono per sempre sotto la superficie. Siedo qui alla mia scrivania, scrutando nelle profondità della danza, perché questo movimento è una danza con i suoi passi, né buona né cattiva, ma con un’individualità propria: una danza di polvere o raggi di sole o batteri o note, o colori o liquidi o idee alle quali lo scrittore che cerca di scrivere un’autobiografia si aggrappa per un solo istante.


Janet Frame

Un angelo alla mia tavola

(cap. 29 Immaginazione)

traduzione di Lidia Conetti Zazo

Neri Pozza Editore 2010

domenica 19 giugno 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/833. Un libro che si cancella mentre lo scrivi

 

 


 

È bello non ricordare da un giorno con l’altro le cose fatte o pensate, è molto riposante. Così non penso a niente di quel che è accaduto di piacevole nei giorni scorsi e mi concentro sulla vita cittadina, con le sue incombenze e richieste continue di fare e fare. Milano è fatta così, non ha requie e non è facile staccarsi dai ritmi frenetici, anche se da quando hanno chiuso le scuole tutto si muove al rallentatore e il quartiere si è svuotato. Anche oggi mi sono immersa nella poesia di Brezmes e questa è la mia preferita:

 

 

Autobiografia

 

 

Vengo da un luogo

che mi insegue;

vado verso un luogo

che mi sfugge.

 

Tra questi due luoghi io esisto:

questo spazio tra parentesi,

questi puntini di sospensione

nella neve

delle pagine di un libro

che si cancella mentre lo scrivi.

 

Impronte di qualcuno

che dice che sono io.

 

 

Oggi è domenica 19 giugno del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra e questa Cronaca 833 mi insegue per le vie vuote della città.

mercoledì 23 settembre 2015

Scrivere è sfuggire alla realtà reale

Ho scandalosamente distrutto l'illusione? No. I miei personaggi continuano a esistere, e in una realtà che non è meno, o più, reale di quella che ho appena distrutto. L'invenzione, come disse un greco circa duemilacinquecento anni fa, è intrecciata in tutte le cose. Io ritengo che questa nuova realtà (o irrealtà) sia più valida, e vorrei che voi pure condivideste la mia convinzione di non poter controllare del tutto queste creature della mia mente, come voi non controllate i figli, i colleghi, gli amici o addirittura voi stessi. 
Dite che questo è assurdo? Che un personaggio o è "reale" o "immaginario"? Se tu la pensi così, hypocrite lecteur, posso soltanto ridere. Tu non consideri del tutto reale neanche il tuo passato; lo agghindi, lo indori, lo diffami, lo censuri, lo rattoppi... in una parola lo romanzi e lo metti su uno scaffale, è il tuo libro, la tua autobiografia romanzata. Tutti noi non facciamo che sfuggire alla realtà reale.

John Fowles
La donna del tenete francese
traduzione di Ettore Capriolo
Mondadori 1970

lunedì 21 luglio 2014

Il poeta scava per scoprire gli altri in se stesso

Il poeta è un po’ come il minatore che dalla superficie, cioè dall'autobiografia, scava, scava, scava finché trova un fondo nel proprio io che è comune a tutti gli uomini. 
Scopre gli altri in se stesso

Giorgio Caproni 

Che cos'è la poesia

martedì 28 gennaio 2014

Se hai il blocco della scrittura scrivi una biografia

La biografia è il racconto di una vita altrui, che ha valore per la bizzarria, il fascino, il significato storico o culturale. La vita altrui dovrebbe stare là, e tu dovresti stare qua. La distanza è data dall’analisi critica. Se sei uno storico, la regola funziona. Ma con uno scrittore non va mai a finire così. Il soggetto della biografia diventa personaggio di romanzo. Urta, sollecita, spreme e rende ambigue le coscienze. E lo scrittore non sta più lontano, chiuso in astratte disquisizioni, ma è dentro il mare dell’esistenza altrui, naviga a vista tra fascino e paura.
Emmanuel Carrère è uno scrittore di biografìe: Jean-Claude Romand, il bugiardo compulsivo che assassina moglie figli e genitore, Philip Dick lo
scrittore di fantascienza, e Eduard Limonov esule, poeta, carcerato e politico. Ma le biografìe si intrecciano incessantemente con la vita dell’autore, creando, in un certo senso, una propria an-ti-biografìa. Quasi che attraverso le vite degli altri si possa raccontare la propria, vista nelle sue zone di limite. Chi decide lo stato di eccezione? Questa era la domanda che si poneva Schmitt ragionando sul potere, e che poi ha definito la figura dell’homo sacer di Giorgio Agamben. Qual è quindi il nostro stato di eccezione, quale il confine fra normalità e follia? Cosa una vita altrui ci può dire sulle semplici cose della nostra vita: fare figli, andare a prenderli a scuola, scrivere un libro o intraprendere un viaggio. Perché la presenza altrui può essere così inquietante, e come si affronta la perturbazione personale con la scrittura? Nella sua opera, Carrère risponde con uno stile lucido a questi interrogativi. Spietatamente lucido, verrebbe da dire.

Molti scrittori in erba si chiedono come si sceglie un personaggio. Lei
come sceglie un soggetto a cui valga la pena dedicare una biografia?

Non ho un solo modo. Ogni volta uso un metodo diverso. Per quello che riguarda Romand, quando avevo letto i primi articoli sul fatto, la sua storia mi aveva appassionato, come penso avesse appassionato molta gente. Da qui è cominciato un processo molto lungo e molto complicato.
Per Limonov è diverso. Avevo scritto un reportage lunghissimo su di lui, e avevo l’impressione che ci fosse ancora molto altro da scrivere.
C’era un mélange che mi pareva eccitante fra romanzo di avventura e
libro di storia. Ma in fondo, in nessuno dei due casi ho mai pensato in termini di biografia. L’ho fatto una volta quando avevo scritto il libro su Philip Dick. Ero in un periodo in cui non riuscivo più a scrivere e mi ricordo che il mio agente mi aveva detto che quando un autore ha il blocco, deve scrivere una biografia.

incipit della conversazione di Alberto Garlini con Emmanuel Carrère
prima delle Lezioni di scrittura sul Fatto quotidiano del 2 dicembre 2013

martedì 5 novembre 2013

Le pietre potevano pensare, e Dio era ovunque

In principio, ogni cosa era viva. I più piccoli oggetti erano dotati di cuori palpitanti, e anche le nuvole avevano un nome. Le forbici potevano camminare, i telefoni e le teiere erano cugini primi, gli occhi e gli occhiali erano fratelli. Il quadrante dell’orologio era un volto umano, ogni pisello nella tua ciotola aveva una diversa personalità, e la griglia del radiatore sul muso della macchina dei tuoi genitori era una bocca piena di denti che ghignava. Le penne erano dirigibili. Le monetine dischi volanti. I rami degli alberi erano braccia. Le pietre potevano pensare, e Dio era ovunque.


In the beginning, everything was alive. The smallest objects were endowed with beating hearts, and even the clouds had names. Scissors could walk, telephones and teapots were first cousins, eyes and eyeglasses were brothers. The face of the clock was a human face, each pea in your bowl had a different personality, and the grille on the front of your parents’ car was a grinning mouth with many teeth. Pens were airships. Coins were flying saucers. The branches of trees were arms. Stones could think, and God was everywhere.

Questa è la prima mezza pagina (tradotta da me) del nuovo libro autobiografico così descritto sul risvolto di copertina:
 "Paul Auster now remembers the experience of his development from within, trough the encounters of his interior self with the outer world".

Paul Auster
incipit di Report from the interior
faber and faber 2013

sabato 29 dicembre 2012

Diario d'inverno


“Una porta si è chiusa. Un’altra si è aperta.
Sei entrato nell’inverno della tua vita”.

La vita narrata è quella di Paul Auster che si racconta non pronunciando mai la parola “Io”.
Per frammenti, a volte lunghi qualche pagina, a volte poche righe, lo scrittore ricompone in un mosaico quello che della sua vita è rimasto nella memoria.
Testimone e attore di avvenimenti, di casualità che lo hanno portato a essere Paul Auster, racconta dell’infanzia illuminata dall’amore materno, dei giochi sfrenati con gli altri bambini, dei cambiamenti di un corpo di cui conosce soprattutto le mani e i piedi, rassegnato a non sapere mai davvero nulla del suo viso che solo gli altri vedono in continuazione. Proprio il volto dello scrittore campeggia sulla copertina della traduzione italiana, come sempre dell’eccellente Massimo Bocchiola, un volto assorto, preso in chi sa quali pensieri, che si staglia su uno sfondo nero, da cui emerge come una scultura antica dove la pietra trasmette la consistenza della carne.
Un libro di frammenti e più ancora di liste che ricompongono la figura di Auster uomo, perché non molto viene detto dello scrittore, così come l’ebraismo che pur presente, non è uno degli elementi fondanti di questo libro. Liste di cicatrici, di luoghi visitati, di case abitate nel corso di tutta la vita, di viaggi, di donne amate, di malattie, di piccoli piaceri del corpo, dei cibi e dei dolci, del piacere del fumo e del buon vino, del camminare, del leggere, del tradurre gli amati poeti francesi. Tra tutte due sono le donne che emergono, la madre non bellissima ma carina e fascinosa, divisa da sempre in tre creature, oscillante tra l’estrema sicurezza del fascino e il panico che la paralizza e le impedisce di vivere una vita normale. Dopo la sua morte è Paul che conosce cosa siano gli attacchi di panico, quasi fosse un modo per tenere in vita dentro di sé, colei che lo aveva dato alla vita. L’altra è Siri Hustvedt, donna bellissima, “alcuni fra i luoghi più belli del mondo si trovano sul corpo di tua moglie", e talentuosa, scrittrice come lui, con la quale condivide, ancora con stupore la vita da quasi trentadue anni, “il grande amore che ti tese un’imboscata quando meno te lo aspettavi”. Una vita insieme lunga e piena di gioie e di dolori, caratterizzata soprattutto dal loro incessante conversare. L’amore coniugale è raccontato con delicatezza e passione, ancora grato al caso, non dimentichiamo che Auster, in ogni suo libro è il cantore del caso, per averli fatti incontrare. Lo stesso caso che in un giorno lontanissimo fa sì che un fulmine colpisca l’amico con cui sta giocando e risparmi lui. Così in una sequenza di eventi, di casualità, di scelte apparenti Auster uomo diventa Auster scrittore ed è lo scrittore, sullo sfondo ma sempre presente, che rende grazie all’uomo che lo ospita. Un uomo che riconosce l’inverno della vita ormai iniziato, un uomo simile a tanti altri uomini della sua epoca e che in qualche modo li rappresenta tutti. Un libro di poche reticenze e molto pudore che ci avvicina allo scrittore più che all’uomo perché anche in questo libro è l’uomo a essere creato dalle parole, perché senza parole che raccontano l’uomo, Paul Auster sarebbe solo un’ombra nel teatro della vita.

E.P.

mercoledì 19 settembre 2012

Scrivere prendendo se stessi come argomento

E poiché scoprii che non avevo nient'altro su cui scrivere, presi me stesso come argomento.

Michel de Montaigne

martedì 3 luglio 2012

Scrivere è tracciare la storia delle nostre nostalgie

L'idea che ogni scrittore scriva necessariamente di sé e dipinga se stesso nei propri libri è una delle puerilità lasciateci in eredità dal romanticismo. Invece non è affatto escluso che un artista si interessi in primo luogo agli altri, o al proprio tempo, o a dei miti familiari. E se anche gli capita di mettersi in scena, si può considerare eccezione il fatto che parli di quel che realmente egli è. Le opere di un uomo tracciano spesso la storia delle sue nostalgie o delle sue tentazioni, quasi mai la sua vera storia, soprattutto quando pretendono di essere autobiografiche. Nessuno ha mai osato dipingersi come è.


Albert Camus
L'enigma in L'estate 

Opere - Romanzi, racconti, saggi
a cura e con introduzione di Roger Grenier
traduzione di Sergio Morando 

Classici Bompiani 1988