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mercoledì 6 gennaio 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/304: l’invisibile è il riflesso nello specchio della realtà


 

Ecco che è arrivato il giorno che chiude il periodo festivo. Tra Re Magi e Befana un tempo anche questa era una grande giornata di festa.

Oggi è stata una giornata quieta, di contemplazione del cielo nuvoloso dove, di tanto in tanto si insinuavano frammenti di azzurro che mi hanno fatto vivere in un quadro di Corot.

 

Dove arrivano le nuvole

 

Non è mai lo stesso il luogo

dove le nuvole arrivano e

chiamano l’alfabeto terrestre

a testimoniare la loro presenza.

Quaggiù gli alberi non possono

far altro che rispondere e

gioire di questa sorpresa, ogni

albero ha la sua nuvola, ogni

nuvola le sue radici. È così

che scopriamo che niente

scompare mai davvero, che

nessuno se n’è andato e

nessuno tornerà. L’invisibile

è il riflesso nello specchio

della realtà.

 

Posso continuare a stare acciambellata in poltrona, con il quaderno sulle ginocchia a respirare il profumo del tè, a scrivere poesie, a pensare ai giorni felici senza voltarmi indietro. E di questo scriverò domani.

Oggi è mercoledì 6 gennaio del secondo degli anni senza Carnevale, la poesia è inedita e l’ho scritta per questa Cronaca.

mercoledì 16 dicembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/283: le forze invisibili che governano il mondo

 



Abbiamo scritto il fuoco per scaldarci nei giorni più freddi e abbiamo scritto la luce per non arrenderci alla notte più oscura.

Abbiamo scritto il vento per respirare in più ampi spazi e abbiamo scritto la pioggia per dare ristoro agli alberi estivi e ai girasoli impazziti di luce.

Le altre creature, gli alberi e le piante, le montagne e le nevi, il mare e le tempeste, tutto esiste a prescindere da noi ed esisteva, anche se in forme diverse, ben prima che la nostra specie alzasse per la prima volta lo sguardo verso il cielo stellato e sentisse il cuore riempirsi di sgomento e di gioia allo stesso tempo.

Abbiamo imparato a disegnare, dipingere, cacciare, riconoscere i vegetali buoni da quelli letali. Abbiamo costruito utensili, capanne, scarpe, contenitori e pentole quando abbiamo capito che il fuoco è anche cosa buona.

Vi è mai capitato di pensare alla paura dei nostri più antichi antenati, quelli vissuti solo qualche migliaio di anni fa? Vivevano poco più di trent'anni, erano nomadi, e vivevano per procacciarsi il cibo e un riparo. Da Telmo Pievani soprattutto, ho imparato che noi Sapiens non eravamo l’unica specie umana, che eravamo una quindicina di specie sorelle, ma che noi siamo rimasti gli ultimi. Tutti gli altri si sono estinti, forse perché meno adattabili, forse perché i nostri pro-genitori li hanno sterminati.

Ma ora ci siamo noi qui sulla terra ed è vero che ne abbiamo depredato le risorse, è vero che i nostri antenati occidentali hanno messo a ferro e fuoco quasi tutto il mondo e sterminato, direttamente con le guerre e indirettamente con le malattie, decine di milioni di essere umani indigeni degli altri continenti.

Ma siamo qui, adesso, circa otto miliardi di creature umane, mosse dagli stessi istinti e dalle stesse ragioni degli antenati: cibo, sesso, sicurezza, speranza nel futuro.

Non esistono soluzioni semplici e facili per una società complessa e al contempo fragile come la nostra. Basta vedere le reazioni degli utenti al #Googledown di due giorni fa.

Tutta la storia dell’umanità testimonia che non ci siamo mai arresi, generazione dopo generazione, che le forze ctonie della natura sono state uno stimolo fondamentale e inarrestabile al progredire della conoscenza, della scienza e della tecnologia.

La nostra vita è molto più intessuta dalla forza dell’invisibile di quanto non non siamo disposti ad ammettere.

La maggior parte delle “macchine” funziona grazie a energie e forze invisibili, l’arte occidentale dai suoi primordi è, con le religioni, il legame principale con il mistero, con la trascendenza, con i diversi piani di realtà cui possiamo accedere.

Così forse è meglio smettere di sbraitare contro il Natale consumista e riflettere sui motivi che ci spingono a creare, costruire, desiderare e consumare sempre cose nuove e in maggiori quantità. Forse è il momento di riflettere sul nostro bisogno di novità come a qualcosa di profondamente connaturato a ciò che siamo. 

Forse bisogna iniziare a credere che il bene è una scelta quotidiana che dobbiamo rinnovare, un contratto tra noi e noi stessi e poi con il mondo intero.

Fare del bene significa anche essere capaci di aiutare il prossimo a dotarsi di strumenti intellettivi e di conoscenza che lo aiutino a tenere a bada il male, a non fare male e a essere capaci di fare la differenza prendendosi cura di una creatura, di un oggetto alla volta, partendo da chi ci è più vicino.

Queste riflessioni vagabonde accompagnano mercoledì 16 dicembre dell’anno senza Carnevale e questa Cronaca 283 profuma di cibarie mentre apro un pacco natalizio ordinato in un momento di folle ottimismo, sperando che le feste avrebbero riportato pranzi e cene nelle nostre vite. Ma adesso devo capire come dividere e donare 1 kg di parmigiano reggiano, mezzo chilo di salmone selvaggio norvegese, 250 grammi di acciughe del Cantabrico, un salame di Felino e mezzo chilo di funghi porcini sott’olio, magari questa sera faccio qualche assaggino.


giovedì 26 novembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/263: da due continenti viene il vento che mi vortica intorno

 


Questo infinito, o che appare come tale, tempo tra il tempo di prima e il tempo che verrà è un tempo che ha bisogno di essere raccontato.

È un tempo, soprattutto, che ha bisogno di simboli, di un simbolo almeno per ciascuno di noi, perché l’io che eravamo possa consegnare all’io che saremo una traccia di ciò che era e ciò che non è più.

Portiamo nel tempo futuro che già ci appartiene quel che di noi appartiene al passato. Riusciremo a trovare il modo di far coincidere le due metà? O forse i pezzi sono più di due e potremo rimetterli insieme solo copiando la tecnica giapponese del kintsugi? Di che materia sarà fatto l’oro necessario a riempire le crepe?

Saremo di nuovo uno o saremo, in maniera ancor più evidente, un insieme di frammenti che ricordano l’unità di un tempo ma che esaltano la nostra molteplicità?

Dal mio io passato ricevo un libro di versi e un quaderno già scritto. L’io presente si trasforma ogni giorno nella scrittura di una Cronaca, l’io futuro si gira distratto verso di noi, perché abita un tempo e uno spazio che ancora non ci appartengono.

Il presente è come una chiusa sul fiume, ferma l’acqua, la fa rifluire, lascia che scorra e raggiunga il luogo dove il destino si compie. Le chiare, fresche e dolci acque possono essere il ristoro della terra assetata, possono fuggire di nuovo nelle nuvole e aspettare la prossima pioggia per ritornare. O possono lasciarsi andare, immemori, distratte, quiete fino al mare.

È lì che la bocca cambia sapore e in maniera così violenta, il troppo sale diventa amaro, ci ottenebra il gusto, a stento riconosciamo i sapori e i profumi.

Sale e corbezzolo, mirto e miele, sapori di una terra antica cui Antonella Anedda ci ha ridato la voce

 

Contra Scaurum

 

No ischio iscrivere de Roma.

Meda belluria, dechidu, mutas 'e linu.

Forzis gòi – sunt binti seculus – pessaint cuddos sardos

bennitos a dimandare zusstissia contra Scauro.

 

"Zente chene ide... terra ue peri su mele est 'ele"

 

Gòi nàrriat Cicero in faeddu suo. Ora, in mesu petras

bortat suo lumene, lestru, minutu. Ma sicutera

morint sos distimonzos, s'ape tribulat.

Reghet su mele: limba e 'lidone, gardu et sale.

 

 

*

 

Contro Scauro

 

Non so scrivere di Roma.

Troppa bellezza, eleganza, tuniche di lino.

Forse così – venti secoli fa – pensarono quei sardi

venuti a chiedere giustizia contro Scauro.

 

"Gente senza fede... terra dove perfino il miele è fiele"

 

Così diceva Cicerone nella sua orazione. Ora il suo nome

gira tra le pietre, minuscolo, veloce. Ma come allora

muoiono i testimoni, l'ape si affatica.

Resiste il miele: la lingua di cardo, corbezzolo, sale.

 

 

Qual è il simbolo di questo anno che si avvia all’ineludibile fine?

I balconi affollati di gente che canta, maratoneti solitari che girano intorno allo stesso giardino, il silenzio diurno che le città non hanno mai conosciuto, le scuole chiuse, il lavoro diventato un affare privato.

Quale miele addolcirà la nostra bocca? Quale ape tornerà dall’invisibile a portarci poesia e conforto?

Apro a caso il libro Luce ovunque di Cees Noteboom e una voce risuona subito, alta e chiara, una voce muta che arriva dall’immaginazione.

 

Albero


Sii me, diventa me

almeno una volta nella tua vita inquieta.

Da due continenti

viene il vento che mi vortica intorno

e che danza con me come un uomo.

 

Io non ho anima,

io sono la mia anima.

Nel linguaggio del mio ininterrotto pensare

oscillo e mi piego e mormoro,

albero esemplare

con la sua lingua di una sola parola.

 

Non sono solo i monaci

a cantare, con la loro voce di esseri umani,

ci sono anch’io, sempre qui in attesa

soffrendo per il male del mondo

nella mia forma irripetibile

senza colpa.

 

 

Il mio albero bellissimo, davanti alle mie finestre sarà il simbolo dello sgomento e della poesia di questi mesi, della poesia che da lui mi arriva e fluisce, che a lui ritorna e nutre questa terra malata.

Questa Cronaca 263 è frutto di un giorno intenso di lavoro e studio, di pensieri di libertà, di suggestioni arrivate dalle parole di Chiara Mirabelli e Romano Madera: “Il simbolo è reso possibile dalla mancanza”. In queste mancanze di futuro e vita vissuta in tutte le sue innumerevoli potenzialità, in questa vita cerchiamo il senso e creiamo laddove c’è una mancanza, una crepa, il luogo attraverso cui la luce può filtrare come scriveva l’amato poeta e cantautore Leonard Cohen. La poesia di Antonella Anedda è tratta dalla raccolta Dal balcone del corpo, Mondadori 2007.

 

lunedì 21 settembre 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/197: dove dormono le api? dove dorme il miele nelle stagioni prive di polline e fiori?

E così oggi è l’ultimo giorno d’estate, il cielo si è ingrigito, l’aria è umida e l’umore oscilla come le foglie sui rami.

Abbiamo ripiegato ombrelloni e sedie a sdraio, messo via i sandali e gli abiti leggeri di seta e lino. Anche il mare riconosce a prima vista l’autunno che arriva e si agita, spingendo le onde a cancellare le nostre orme sulla spiaggia.

 

Questa sera saluteremo con una cena e un falò la stagione bella. Ho chiesto a tutti gli abitanti della Casa delle Parole, agli amici e alle amiche che vivono nel mio bizzarro mondo di poesia, di scegliere un oggetto e dei versi da gettare nel fuoco per accompagnare la stagione splendente nel viaggio verso l’altro emisfero.

 

Non ci avevo mai fatto caso prima, la Terra è divisa in emisferi come il nostro cervello e se una stagione sta da una parte non può essere contemporaneamente dall’altra. E poi è divisa in spicchi come un’arancia dai meridiani e indossa pesanti crinoline costituite dai paralleli.

 

Quello che per noi è stare ritti nello spazio, è la testa in giù dell’altro emisfero e gli antipodi sono il luogo dove sbucheremmo se potessimo scavare fino al centro della terra e oltre. Noi italiani sbucheremmo in mezzo ai pascoli neo-zelandesi e io cercherei il modo per andare a cercare le tracce delle loro due scrittrici più note che sono anche tra le mie preferite in assoluto e siedono nell’alto dell’Olimpo della Letteratura. Katherine Mansfield e Janet Frame sono due meravigliose disadattate alla vita e al mondo. Katherine era tubercolotica e alla ricerca di una salute impossibile, vagò per alcuni dei luoghi più belli d’Europa. Fu l’unica scrittrice invidiata da Virginia Woolf e il fuoco rosso e bianco della sua anima risplende ancora nei suoi racconti. Janet Frame l’abbiamo scoperta tutti grazie al meraviglioso film di Jane Campion Un angelo alla mia tavola, basato sui libri autobiografici della scrittrice. Janet soffriva, così dicono le più recenti biografie, della sindrome di Asperger, se questo sia vero non lo so, ma il suo fuoco è diverso da quello di Katherine, è un fuoco azzurro e verde, ma brucia con la stessa intensità.

 

Nel mio fuoco di questa sera, un fuoco arancione e rosso, getterò questa nuova poesia.

 

 

 

Un ricordo azzurro di lavanda, un ricordo giallo di girasoli

 

 

 

Dove dormono le api? Dove

dorme il miele nelle stagioni

prive di polline e fiori?

Restano, è vero, alcune rose

fuori stagione, ma l’ape non

ama le spine intorno a tutta

quella bellezza. E d’inverno

sono i fiori di ghiaccio a

risplendere nell’aria, ma l’ape

dorme nel profondo del favo,

circondata da miele, polline e

un ricordo azzurro di lavanda,

un ricordo giallo di girasoli.

È caldo sicuro quel luogo, tanto

che anche la luce vi cerca

rifugio per preservare il colore

dorato dell’estate. Basteranno

quelle poche lame che sono

riuscite a entrare, a mettersi

al sicuro, per garantire il colore

alla luce che sarà in primavera?

Ma tutta la luce che non ce l’ha

fatta? Sbiancherà con i tronchi

e i rami, sbriciolerà le foglie e

i pochi fiori. Mentre il re di

ghiaccio tornerà a cercare la

sua sposa e fioriranno i fiocchi

di neve, geometriche creature

che non sanno cosa sia rispecchiarsi

gli uni negli altri. L’autunno farà

resistenza, ma poi cederà e il passo

dell’inverno affonderà nel biancore

che tutto ripara, nelle steppe

siberiane dove le slitte corrono,

senza conoscere il giorno e la notte.

È tempo che anche noi scegliamo

un rifugio per la stagione bianca.

E scegliamo il luogo dove il miele

riposa accanto alle api e l’ultima

rosa ci accompagna nell’invisibile

che tutto circonda.

 

 

 

Forse di fuochi dovremmo accenderne due ciascuno, uno per ogni emisfero, perché un cervello non sia geloso dell’altro. Non so se riuscirò a farlo, ma vorrei che i miei fuochi seguissero per metà l’estate dall’altra parte del mondo e per metà scaldassero e mi accompagnassero verso il cuore della stagione fredda che tutti temono, in particolare, in quest’anno di pandemia.

 

Chissà, forse l’amore risplende e sceglie quella nostra metà di cervello che corrisponde a una metà precisa di quello dell’essere amato.

 

Questa storia dei due cervelli speculari e dei due emisferi terrestri mi appassiona. Ne parlerò stasera, quando saremo intorno al falò.

 

La Cronaca 197 è stata scritta il ventuno settembre, ultimo giorno d’estate dell’anno senza Carnevale. La poesia è mia ed è inedita. 

martedì 14 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/128: dietro il vento, la felicità ha occhi radiosi


Il mirto e la rosa amoreggiano in giardino, me ne sono accorta per caso mentre aspettavo il nuovo messaggero.

Cosa nascerà da questo amore inaspettato? Il mirto ha fiori bianchi, la rosa è rosa. Quale sarà il loro profumo? Nascerà un frutto?

La luce esplode sulle foglie che si sfiorano, non sembra sappiano che li stiamo guardando.

Ma io so perché, l’invisibile li protegge e presto, dolcemente, li porterà in quel luogo dove i nostri occhi mai potranno arrivare.

Solo la poesia potrà rendere visibile ciò che non lo è più o non lo è mai stato.

Il vento si inginocchia per un attimo prima di correre verso il deserto, forse ha raccolto i fiori caduti o, forse, ha chiuso in una piccola bottiglia di vetro chiaro, tutto il profumo che è riuscito a farci stare e che spargerà sulle carovane in transito per inebriare gli amanti e farli cadere in quello stato dove la felicità ha occhi radiosi.



Solo il silenzio ha fiori assoluti

Solo il silenzio ha fiori assoluti,
non mutano colore, sbocciano e
sfioriscono nello stesso giorno,
la luce li ama come le api e
insieme cercano di svelare quel
segreto del nitore di un giorno
dove non ci sono false promesse
a ogni svolta del sentiero. Non
raccogliere il tuo fiore, lascialo
fiorire, eterno e pensoso nella
lingua d’amore che abbiamo
imparato.



Leggo la poesia, vado al cancello e torno. Arriva il messaggero con una nuova cartolina indirizzata alla Casa delle Stelle.


“Se anche verrò domani, non aspettatemi. Sono sciamato via con le mie stelle, devo capire quali verranno con me e quali continueranno la lenta orbita della galassia. Vi penso, ma questo giorno doveva essere mio. Sappiate che il mio nome, benché mi chiamiate il misterioso architetto, non è misterioso, mi chiamo Alexandre, nato in Francia e cresciuto nel deserto. Io e François ci siamo incrociati almeno una volta, lui non ricorda, ma ricorderà”.

La cartolina è una fotografia che mostra come sarà il mosaico della Casa delle Stelle una volta finito.

Il messaggero non si è allontanato, non solo per ascoltare la lettura fatta dal poeta, ma anche per consegnargli un’altra cartolina.

L’immagine è una pianura velata da una nebbia leggera che avvolge anche un pioppeto. Si intuisce l’acqua che dorme nelle marcite, è la pianura che circonda la città silenziosa.

“Ti ho scritto questa cartolina quando attraversavi i campi di grano accecati dalla luce. Sono rimaste intatte quelle spighe, nessuno le ha mietute, nessuno ha cancellato le tracce dei tuoi passi. Da un capo all’altro del tempo io aspetto ogni giorno una nuova poesia”.


Il poeta risponde così come chiesto e cammina leggendo e legge camminando e tutti ascoltiamo.


L’ultima promessa

Al bordo di quale fiume
ho attraversato il sonno dei canneti
con un piede oltre il confine?
Smarriti i limiti
ero platano fra i platani,
una sostanza verde,
una crescita incosciente
ma avevo sogni, figure come sfingi
mi traducevano gli oracoli.

Era l’ultima promessa. Ora
il fiume giace in un bicchiere,
la riva accoglie
creature di fumo
che prima erano respiri.



Il messaggero saluta e dice che tornerà presto. Nella luce calante del tramonto siamo rimasti solo io, il poeta e Alexandre.

Dalla casa qualcuno ci chiama e tutto il giardino si ripiega e posa il capo sotto l’ala della notte che viene.


Solo il silenzio ha fiori assoluti è una mia poesia inedita intorno a cui è nata questa Cronaca 128.

L’ultima promessa è una poesia inedita di Danilo Bramati che fa parte della raccolta omonima che uscirà a breve per Atì editore.

giovedì 26 ottobre 2017

Prendere appunti per vedere l'invisibile

Quand'è che smettiamo di imparare? Una volta usciti da scuola, quante occasioni perdiamo per restare allievi, per non dimenticare lo stupore dell’apprendimento? Quell'incanto di un attimo, di un’ora, che chiunque ha sperimentato. Sulla strada lunga e accidentata che separa la nostra ignoranza dal sapere, a un certo punto restiamo soli. Ogni tanto, se siamo fortunati, ci prende una strana nostalgia dei maestri; di qualcuno che sappia indicarci dove guardare, e come. Gente capace di fare scuola anche fuori dalla scuola, disponendo banchi e seggiole a portata di tutti, di colpo, con un gesto nemmeno troppo insistito. Così faceva Umberto Eco. Bastava andare a sentirlo una sera d’estate; bastavano i primi trenta secondi di un suo discorso — per esempio: «Questa volta il tema è l’invisibile; come si fa a far vedere l’invisibile?» — per ritrovarsi a fare, anche senza farlo davvero, il gesto più studentesco di tutti: prendere appunti. Mi viene da pensare a Sulle spalle dei giganti (La Nave di Teseo) — la raccolta degli interventi preparati da Eco anno dopo anno per lo stesso festival, La Milanesiana — come alle più smaglianti,  maestose dispense che un corso universitario potesse avere.

incipit della recensione di Paolo Di Paolo pubblicata su Repubblica di sabato 21 ottobre  al volume di 

Umberto Eco
Sulle spalle dei giganti
La Nave di Teseo 2017



venerdì 11 marzo 2016

le parole non fanno l'amore fanno l'assenza

A Martha Isabel Moia



In questa notte in questo mondo
Le parole del sogno dell'infanzia della morta
Non è mai questo ciò che uno vuole dire
La lingua natale castra
La lingua è un organo di conoscenza
Del fallimento di ogni poema
Castrato dalla sua stessa lingua
Che è l'organo della ri-creazione
Del ri-conoscimento
Ma non quello della ri-surrezione
Di qualcosa in maniera di negazione
Del mio orizzonte di sofferenza con il suo cane
E niente è promessa
Tra il dicibile
Che equivale a mentire
(tutto quello che si può dire è bugia)
il resto è silenzio
solo che il silenzio non esiste
no
le parole
non fanno l'amore
fanno l'assenza
se dico acqua, berrò?
Se dico pane, mangerò?
In questa notte in questo mondo
Straordinario silenzio quello di questa notte
Quello che succede nell'anima non si vede
Quello che succede nella mente non si vede
Quello che succede nello spirito non si vede
Da dove viene questa cospirazione dell'invisibilità?
Nessuna parola è visibile.



Alejandra Pizarnik
Testi in ombra e ultimi poemi
1971-1972
traduzione di Samanta Catastini

dal sito della rivista Sagarana

De "Textos de sombra y últimos poemas" (1971-1972 )


en esta noche en este mundo 
las palabras del sueño de la infancia de la muerta 
nunca es eso lo que uno quiere decir 
la lengua natal castra 
la lengua es un órgano de conocimiento 
del fracaso de todo poema 
castrado por su propia lengua 
que es el órgano de la re-creación 
del re-conocimiento 
pero no el de la re-surrección 
de algo a modo de negación 
de mi horizonte de maldoror con su perro 
y nada es promesa 
entre lo decible 
que equivale a mentir 
(todo lo que se puede decir es mentira) 
el resto es silencio 
sólo que el silencio no existe 
no 
las palabras 
no hacen el amor 
hacen la ausencia 
si digo agua ¿beberé? 
si digo pan ¿comeré? 
en esta noche en este mundo 
extraordinario silencio el de esta noche 
lo que pasa con el alma es que no se ve 
lo que pasa con la mente es que no se ve 
lo que pasa con el espíritu es que no se ve 
¿de dónde viene esta conspiración de invisibilidades? 
ninguna palabra es visible

domenica 4 ottobre 2015

Il vuoto si difende. Non vuole che una forma lo torturi

ll vuoto e le forme

L’inseguimento, la lotta
sull'orlo invisibile,
le immagini afferrate, già credute
nostre, ed in un istante
ridivenute nebbia,
il deluso ritorno –
di cacciatore a cui toccò soltanto
uno stormir di frasche e il breve lampo grigio
della lepre che a balzi si salva tra i cespugli;
di pescatore la cui lunga attesa
finì in un guizzo ironico di carpa,
quella beffa d’argento sull'amo appena sfiorato…
Come siamo sconfitti!
Come ci cadono di mano le inutili armi!
La pietra resta pietra, il foglio una frusciante
assenza, la tastiera
ostinato silenzio.

Il vuoto si difende.
Non vuole che una forma lo torturi.

Margherita Guidacci
Il vuoto e le forme
1977 
in Le poesie 
a cura di Mauro Del Serra
Casa Editrice Le Lettere 1999

martedì 25 agosto 2015

Inondato di luce, ho seguito tutta la lunghezza della tenebra

Chinati, ti devo sussurrare all'orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia retina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.


Iosif Brodskij
Poesie italiane

traduzione di Giovanni Buttafava e Serena Vitale
Adelphi 1996