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giovedì 27 gennaio 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/690. Trovare in se stessi la stanza silenziosa per studiare e per scrivere


 


Per onorare la memoria di chi è stato strappato alla vita dai nazisti ricordo nel mio cuore, ogni anno ma non solo in questo giorno, la vita straordinaria e breve di Etty Hillesum il cui diario accompagna la mia vita sin dal 1985. Oggi sono andata a cercare brani sulla scrittura e sullo studio e sul posto che avevano nella vita di questa giovane donna.

 

“Non riesco ancora a scrivere. Voglio scrivere della realtà che si cela dietro le cose, ma questo è ancora fuori dalla mia portata. L’unica cosa che mi interessa davvero è l’atmosfera, si potrebbe dire l’«anima», ma la sostanza continua a sfuggirmi, con il risultato che mi manca un punto d’appoggio. Devi descrivere la realtà concreta, terrena, e illuminarla con le tue parole, con il tuo spirito affinché l’anima che sta dietro alle cose venga evocata. Se alludi direttamente alla cosiddetta anima, allora ogni cosa diventa troppo vaga, troppo informe. Se riesco a fissare nella mia mente in maniera sempre più salda che voglio scrivere, nient’altro che scrivere, allora devo anche rendermi conto che si sta preparando una vera via crucis per me: a volte la avverto con un certo timore sin da adesso. La domanda è se ho talento per la scrittura. Devo senza dubbio cominciare lentamente a modellare piccole figure nel grande blocco di granito intonso che mi porto dentro, altrimenti alla lunga ne verrò schiacciata. Se non cerco e scopro la mia forma congeniale, finirò a vagare nel buio e nel caos, è qualcosa di cui anche adesso avverto forte il rischio. E trovare quella «forma» non deve essere un’impresa: una storia breve, o un articolo su un giornale anche se poco prestigioso. In ogni caso, c’è qualcosa in me, qualcosa che desidera essere trascinata fuori da me con tutte le forze, ma non so dire che aspetto avrà, una volta emersa.”

Scrivere è davvero anche per me, una lotta per trovare una forma adatta per dire la realtà, ma anche per dare una forma a quanto di granitico e intonso si cela nella mia anima e forse è da questo luogo che scaturisce la poesia.

Stare seduta a un tavolo o alla scrivania, non solo per scrivere, ma anche per studiare e portare il mondo sconosciuto, esplorato da altre menti nella propria mente.

 

“Prima, quando stavo seduta alla mia scrivania, mi sentivo sempre molto in ansia, come se stessi perdendo qualcosa della vita. Così, non sapevo concentrarmi bene sui miei studi. E quando ero nella "vita vera", tra la gente, avevo sempre molto desiderio di tornare alla scrivania, e non ero per nulla felice tra la gente. Questa separazione innaturale tra lo studio e la "vita vera", ora è scomparsa. Adesso, alla scrivania ci "vivo" davvero. Lo studio è diventato un'autentica "esperienza di vita" e ha smesso di essere qualcosa che riguarda soltanto la testa. Alla scrivania sono immersa totalmente nella vita, e nella "vita" porto la pace interiore e l'equilibrio che ho acquisito dentro di me. Prima, ero obbligata a ritirarmi ogni volta dal mondo perché le sue troppe impressioni mi confondevano e mi rendevano infelice. Dovevo fuggire in una stanza silenziosa. Adesso, porto con me questa che possiamo chiamare "stanza silenziosa", e posso rifugiarmi là in qualsiasi momento, anche se mi trovo se un tram affollato o su un treno che si ferma con tutto il suo peso”.

 

Oggi è giovedì 27 gennaio 2022, il terzo anno senza Carnevale e questa Cronaca 690 se ne sta con me, seduta alla scrivania.

 

La prima citazione è tratta dal Diario 1941-1943, edizione integrale, traduzione di Chiara Passanti e Tina Montone, Adelphi 2012

La seconda da Il bene quotidiano. Breviario dagli scritti (1941-1942) traduzione di Lorenzo Gobbi, Edizioni San Paolo 2014.

martedì 9 marzo 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/366: un’anima è fatta di fuoco e di cristalli di rocca

 


Era l’otto marzo del 1941 quando Etty Hillesum, un’autrice che mi accompagna da oltre trentacinque anni, iniziò a scrivere il suo diario, la cui prima edizione risale all’autunno del 1985. Era uno dei periodi giovanili di più intense letture e scritture, soprattutto sulle vite degli scrittori e dei poeti, dato che io stessa stavo cercando la mia strada creativa. Leggendo i diari, le lettere, le biografie, le memorie cercavo delle tracce e dei segnali riconoscibili che mi permettessero, a mia volta, di capire se quello che io sentivo come un grande bisogno fosse una vera vocazione o un desiderio narcisistico. Quando ho letto il diario di Etty Hillesum sono stata folgorata: l’ho letto in poco più di un giorno, rubando il tempo a qualunque altra attività, perché già lavoravo e il tempo per me era davvero poco. È un libro che negli anni ho riletto, sia per intero che a brani, più volte e ne possiedo più di una copia perché ci sono stati dei momenti in cui ho sentito il bisogno di rileggerlo senza andare a vedere le annotazioni e le sottolineature della prima lettura, per capire anche che cosa, nei miei sentimenti e nella mia percezione, nel tempo fosse cambiato. La cosa che mi colpì, e che mi colpisce ogni volta che lo rileggo, è che questo diario è la testimonianza di un cambiamento profondo, ma non necessariamente di una maturazione. Quando noi pensiamo alle persone molto giovani pensiamo che siano destinate ad un processo di maturazione. Etty Hillesum, forse per i tempi che ha vissuto, forse perché tutto il suo mondo è imploso nel giro di pochissimi anni, era una donna straordinariamente matura. Matura al punto che, anche se ormai la giovane donna che scriveva queste parole potrebbe essermi figlia, la lettura me la fa sentire straordinariamente vicina. Lei ha vissuto intensamente ed ha voluto rendere testimonianza. Questo è il primo elemento importante nella storia di questa donna. Si è resa conto subito di quello che stava accadendo agli Ebrei in Europa. Si è resa conto perché ha ascoltato le testimonianze che arrivavano, c’erano tutti i segnali che facevano capire – a chi voleva – quello che era il progetto di sterminio della popolazione ebraica europea. Il diario inizia con delle riflessioni molto personali sulla sua vita sentimentale, sui suoi incontri erotici. Lei era nata il 15 gennaio 1914, si era laureata in giurisprudenza, studiava lingue slave all’università e la sua grande passione era il russo, che abbastanza rapidamente iniziò anche ad insegnare. Era figlia di una colta e benestante famiglia ebrea olandese, con due fratelli, Jaap e Mischa, entrambi geniali: uno ricercatore medico e l’altro musicista. Suo padre Luis era un coltissimo studioso, era preside del Liceo dalla cittadina olandese di Deventer dove Etty visse la maggior parte della sua gioventù. Sua madre Rebecca era una donna molto vivace, intelligente, ma particolarmente umorale, che spesso scaricava sulla figlia le frustrazioni della sua vita, in qualche modo, di donna non realizzata. Etty lascia la famiglia quando si laurea e si trasferisce ad Amsterdam. Qui va a vivere a casa di un uomo che lei chiama Pa Han e che diventa rapidamente il suo amante, evento che non impedirà ad Etty di avere una relazione sentimentale anche con il figlio di quest’uomo. Vivevano in cinque in questa casa, dove anche l’altra inquilina, ebbe a sua volta una relazione con Pa Han. Ma tutto questo veniva vissuto con grande spirito di condivisione e di allegria, senza moralismi, senza senso di colpa. Queste cose mi colpirono molto, quando lessi, quando lessi la prima volta il diario di Etty. Quello che accade, quando a mano a mano lei si rende conto degli avvenimenti, di quello che i Tedeschi stanno facendo in Europa agli Ebrei, anziché sprofondare nella depressione o in una rabbia sterile, questo dolore e questo rabbia che lei comunque provava le hanno permesso di scendere in profondità dentro se stessa, nel suo cuore, nella sua anima, e di scavare, scavare per arrivare proprio alle radici, alle radici più profonde di sé ed avere il coraggio di guardarsi per quello che lei era realmente, con la sua debolezza. Lei di questa debolezza si rende conto ma, ad un certo punto, nel diario scrive anche che, proprio perché sa di essere debole, e questa debolezza è la stessa che vede nelle persone che le stanno intorno, lei vuole diventare forte, perché deve essere forte non tanto per se stessa, ma per gli altri, essere forte per gli

altri, dunque è uno dei principi che la sosterranno da quel momento. Questo diario, che è iniziato come un percorso di autoanalisi e di conoscenza di sé, diventa un percorso di testimonianza, proprio perché lei è consapevole di quello che sta accadendo. Non sa se sopravvivrà alla guerra, perché il piano di sterminio dei nazisti è ben chiaro in lei, e quindi decide di tenere questo diario, perché, se anche lei non dovesse arrivare alla fine della guerra viva, qualcuno, anche di sconosciuto, in futuro avrebbe potuto leggere quello che lei stava osservando e registrando, ma non con il piglio del giornalista o del saggista, ma con la forza di una scrittrice, intessendo questa scrittura con le letture che l’hanno accompagnata. Etty era una donna profondamente religiosa, addirittura mistica, ma essere profondamente religiosa per lei non significava appartenere ad una religione o frequentare la sinagoga; leggeva la Bibbia, sia il Nuovo che il Vecchio Testamento, e aveva alcuni scrittori e un poeta, sopra tutti, che sempre l’accompagnavano nel suo percorso di studio e di riflessione quotidiana. Gli scrittori erano Tolstoj e Dostoevskij, che cercava di leggere in russo, più Dostoevskij che Tolstoj, L’idiota, più di tutti gli altri romanzi del grande scrittore russo. Poi le Confessioni di Sant’Agostino, questa è un’altra lettura che lei più volte cita nel diario, e questo poeta straordinario Rainer Maria Rilke, che lei ci restituisce nel diario in maniera estremamente vivida. Tra l’altro, al di là di queste citazioni esplicite che lei fa nel diario tratte dal Libro d’ore, possiamo trovare riferimenti a questo legame tra la Hillesum e Rilke nella prefazione all’ultima traduzione fatta con pazienza e passione, da un carissimo amico, il poeta veronese Lorenzo Gobbi. Spesso Etty, infatti, trascrive citazioni senza indicarne la fonte, essendo le parole degli altri una fonte di ispirazione per la sua vita spirituale, citazioni che Lorenzo ha ben colto. Il Libro d’ore è un libro della gioventù di Rilke, come per la Hillesum gli anni in cui scrisse il diario furono anni della composizione folgorante, anche le poesie di Rilke esprimono la vitalità e lo slancio della giovinezza. Il Libro d’ore venne composto veramente in pochissimi mesi, e quindi c’è anche questa sorta di rispecchiamento e di ricerca, di dialogo ininterrotto con Dio da parte di quella che nel diario si è definita come “la ragazza che non vuole inginocchiarsi”, è lo stesso percorso che Rilke fa nel Libro d’ore. Etty, alla fine - lei non sa che la sua vita sta per finire, lo intuisce ma ovviamente non ne ha la certezza – arriva a dire che Dio è la parte più profonda e più autentica di sé. E questa parte profonda ed autentica di sé, è la parte profonda ed autentica degli altri esseri umani, delle persone con cui lei sta condividendo questa tragedia inimmaginabile. Questo percorso straordinario di cambiamento in Etty avviene non solo grazie alla consapevolezza di quanto sta accadendo intorno a lei, non solo grazie alle letture straordinarie di Rilke, di Dostoevskij e di Agostino, ma anche perché incontra un uomo. Ad alcune persone fortunate capita nella vita di conoscere qualcuno che radicalmente ci permette di cambiare, persone che diventano catalizzatori, persone che ci aiutano a rivelarci a noi stessi, a mostrare di noi quello che non sapevamo di essere o di avere. Quest’uomo si chiamava Julius Spier, era di origine svizzera, molto più anziano di lei: avrebbe potuto esserne il padre, aveva giù più di cinquant’anni quando si conobbero. Era un uomo, anche lui Ebreo, con una vita abbastanza movimentata - tra le altre cose aveva anche fatto il banchiere - e ad un certo punto aveva scoperto di avere un dono straordinario per la lettura della mano, cosa che può lasciare perplessi e far sorridere, però le testimonianze della capacità di quest’uomo nel leggere la mano tra quelli che furono suoi pazienti e sopravvissero alla guerra, raccontano di questa dote incredibile che aveva. Lui conobbe a Zurigo, Carl Gustav Jung, e fu proprio Jung che gli suggerì, dopo che fece un percorso analitico, di unire questo suo dono, quindi questa sua capacità di capire l’anima delle persone leggendo le linee della mano, con un percorso di analisi del profondo. E lui lo fece e ad Amsterdam fondò questo gruppo di studio e di terapia dove conobbe Etty. Julius si innamorò di Etty, all’inizio non furono amanti perché lui aveva già una donna che viveva a Londra, alla quale voleva essere fedele. Etty lo amava, benché continuasse ad avere la relazione con il suo amico e padrone di casa. Nel diario c’è quindi anche questa molteplicità di relazioni amorose. Amando Julius, lei per la prima volta capisce che si può amare senza possedere l’altro e senza volerlo possedere, soprattutto. Questo è un altro cambiamento profondo: l’amore senza possesso, l’amore senza controllo, l’amore senza desiderare che l’altro sia diverso da quello che è. Lei temeva tantissimo il destino delle persone che amava. Scrive in una delle lettere: “Io so di essere in grado di portare il destino che mi attende, quello che io non sopporto, quello di cui io ho paura: di dover sopportare il destino di coloro che amo, dei miei genitori, dei miei fratelli, dei miei amici e soprattutto di Julius”. Julius muore la notte prima che la Gestapo andasse ad arrestarlo, quindi non conoscerà l’umiliazione e l’annientamento del campo di concentramento; questo gli venne risparmiato. Quando Etty seppe che lui stava morendo, il primo uomo, la prima persona che lei, come racconta nel diario, vede morta, le dà un enorme sollievo, perché non voleva che lui dovesse affrontare quello che la sta aspettando. La vita quotidiana, all’inizio degli anni Quaranta ad Amsterdam, prima che i nazisti incominciassero a deportare gli Ebrei olandesi, verso Auschwitz, era una vita di privazioni materiali, ma ancora una vita piuttosto agiata. Uno degli elementi straordinari, in questa giovane donna, è la sua capacità di godimento delle piccole cose della vita, cercando continuamente la bellezza in quello che la circonda. Ci sono diverse descrizioni della sua scrivania davanti ad una finestra, degli alberi numerosi che vede sullo sfondo, di questi piccoli fiori che le vengono donati. Un giorno, addirittura, a una festa un suo amico le regala cinque rose Thea, che osserva quotidianamente fiorire e poi sfiorire, appassire e perdere poi i petali tra i fogli dei suoi libri. C’è il gusto del cibo, di ogni boccone, della cioccolata calda, del pane imburrato, della marmellata, dei pomodori freschi, dell’anguria. Ci sono sempre, in questo diario, straordinarie descrizioni delle cose, della materialità della vita, di quello che la circonda. Altrettanto straordinarie sono le descrizioni delle persone, non solo dei suoi amici, della sua famiglia, che lei a mano a mano che si avvicina alla fine, ci regala. Ad un certo punto, nel luglio del 1942, quando tutta la famiglia pare destinata alla deportazione, tramite degli amici lei riesce ad avere un impiego nel Consiglio Ebraico di Amsterdam. I Consigli Ebraici, che i nazisti istituirono praticamente in tutte le città occupate, furono uno dei più grandi inganni, perché introducendo questo metodo burocratico e spietato di registrazione, classificazione di tutti gli Ebrei, hanno permesso, a noi posteri, di sapere esattamente che cosa i Tedeschi abbiano fatto durante la guerra. Etty, quindi, diventa impiegata al Consiglio Ebraico, passa la giornata a battere a macchina delle pratiche e ogni tanto, però, quando è stanca, si allontana per leggere qualche poesia di Rilke. Questo le permette di rinviare la deportazione per qualche settimana. Ma, quando si rende conto del destino che incombe decide di andare a lavorare all’interno del campo di smistamento di Westerbork che per gli Ebrei olandesi era l’anticamera di Auschwitz.      Ogni settimana al campo di Westerbork c’era la selezione delle persone destinate ad Auschwitz. Etty riesce, per diversi mesi, per oltre un anno, a rimandare la partenza dei suoi genitori e dei fratelli. Amici olandesi le offrirono la salvezza, di nasconderla, di farla scappare, ma lei rifiuta sempre e decide di vivere la sua vita quotidiana definitivamente nel campo. Si allontanerà soltanto tre volte nel corso del tempo; tornerà ad Amsterdam per trovare un po’ di sollievo, non tanto morale quanto fisico, perché Etty soffriva di emicrania, le scarpe rotte le causavano delle vesciche tremende ai piedi, e spesso era costretta a camminare con grande dolore e grande fatica. Questo però non le impediva, all’interno del campo, di correre da una baracca all’altra a dare aiuto, conforto e sollievo alle persone che come lei erano prigioniere; prima di tutto ai suoi genitori, che erano in due baracche diverse, perché gli uomini e le donne erano tenuti separati. Scrive continuamente lettere, cosa che le diventa sempre più difficile, perché dalle quattro lettere alla settimana via via i nazisti le resero ancora più difficili i contatti con l’esterno. E nelle lettere racconta quello che accade e chiede che vengano mandati cibo e vestiti, soprattutto per i suoi genitori e poi per le altre persone che lei conosceva. Perché Etty fa questo? Perché si priva del cibo, perché si priva dei vestiti, perché presta la sua Bibbia? Etty non ha mai fatto carità, Etty non era una persona caritatevole. Gli atti di questa giovane donna sono dettati da un altruismo radicale. Questa definizione di “altruismo radicale” la dà Garlaandt, il curatore dell’edizione olandese di questo diario che ha vagato per circa trent’anni sulle scrivanie di vari editori prima di essere pubblicato. Etty non fa la carità, perché la carità presuppone la condizione di minorità in chi la riceve, in chi viene aiutato. L’altruismo, invece, ci mette sullo stesso piano, ed essendo così radicalmente altruista Etty diventa un modello di comportamento. La sua forza diventa la forza di quelli che le stanno vicino. Quando lascia il campo di Westerbork, nel settembre del 1943, riesce a buttare dalla fessura del vagone che la sta trasportando, una cartolina indirizzata ad un amico. Un contadino la raccoglie e la spedisce. Nella cartolina lei ha scritto: “Abbiamo lasciato il campo cantando”. Uno degli aspetti veramente importanti nella vita di questa donna, che ci parla con forza immutata a quasi ottant’anni dalla sua morte, è proprio l’esempio, è questo voler essere, come lei dice in uno dei passaggi più belli del libro: “Vorrei essere il cuore pensante della baracca, cioè non dimenticare mai chi sono, non dimenticare mai cosa il mio cuore prova e non dimenticare mai quello che la mia mente capisce”.

Ho riletto il Diario e le Lettere di Etty Hillesum per prepararmi all’incontro “Scrivere con gli altri: Etty Hillesum e le affinità letterarie con R.M Rilke, Lou Salomé, Lev Tolstoj e Fedor Dostoevskij” organizzato con l’associazione “Apriti Cielo” e ho scoperto ancora cose nuove in lei e in me, a partire dalla dimensione mitobiografica di colei che accompagna, una figura fondamentale per me e in me. Leggere Etty Hillesum è andare alla ricerca della propria invincibile estate, è acqua viva per dissetare il proprio giardino interiore.

Il titolo “un’anima è fatta di fuoco e di cristalli di rocca“ della Cronaca 366 di martedì 9 marzo del secondo anno senza Carnevale è una citazione dal Diario di Etty.

mercoledì 27 gennaio 2016

Scrivere significa conoscere lo sfondo sul quale ogni cosa vive e cresce

La realtà non è del tutto reale per me, ed è per questo che non riesco a concretizzare le cose, perché me ne sfuggono sempre l’importanza e il senso. Un singolo verso di Rilke mi sembra più reale, per esempio, di un trasloco o di cose simili. La vita, dovrei passarla seduta a una scrivania. Eppure non credo proprio di essere una folle sognatrice, anzi, la realtà mi interessa terribilmente, anche se solo da dietro la scrivania, e non per viverla, per agire. Se vuoi comprendere persone e idee, devi pur conoscere il mondo reale e lo sfondo sul quale ogni cosa vive e cresce.

Etty Hillesum
Diario 1941-1943
edizione integrale
Adelphi 2012


venerdì 19 settembre 2014

I giorni che siamo stati, l'ombra che siamo

Esperienza amorosa con una primavera
per Etty Hillesum

Dio è la sorgente sepolta dalla
sabbia, non sarà facile arrivare
nel centro della polla e ammirare
l’acqua che sgorga pura e incontaminata.
Possiamo scavare solo a mani nude e
nudi nella polvere, scalzi i piedi.
Se non tieni la terra ben salda contro
l’intero corpo, non potrai inginocchiarti
a scavare. Allora l’ombra che siamo si
ridurrà e darà sollievo alle mani ferite che
dividono sasso da sasso, il sì dal no.
I ciottoli che feriscono le ginocchia
saranno il monito, il memento del
tempo a dire che possiamo vivere
o lasciarci vivere, dal tempo farci
molare e frantumare, o resistere.
Quando la sabbia sarà fresca e umida
nelle mani il vento visiterà la terra e
asciugherà il nostro sudore sotto
la sabbia antica, sotto i frantumi dei
giorni che siamo stati, ci saranno ancora
rocce a difendere la sorgente. Allora
potremo spostare ogni pietra a lato e
circondare lo scavo da noi compiuto e farne
un bacino dove l’acqua potrà sostare
prima di dissetare una gola riarsa, incapace
di parole e di farsi attrarre dal sole e seguirne
i raggi fondersi nella nuvola pensierosa
e ricadere nel mare, guizzante tocco
ai pesci che mai conosceranno la vita
dell’aria. E così poter amare la fresca
carezza della mano di Dio che ci
soccorre, dopo che noi lo avremo
aiutato.
E tenere nell’incavo del ricordo
l’acqua, la sabbia, la nuvola
l’impronta di quelle ginocchia
e la preghiera che non ascende
al cielo, ma nella materia oscura
canta una ripetizione e la nostra
nostalgia contornata dall'ombra di
Dio.

Elena Petrassi
Figure del silenzio
Atì editore 2010

domenica 11 maggio 2014

In un'ora propizia lavorare ai frammenti

Tracce II

a Etty Hillesum


Non riesco a inginocchiarmi, scrivevi
e hai portato, dentro i giorni dannati dei campi,
per proteggere dio una gioia.

Forse pregare fu quello - le tue ginocchia,
ossa d'ombra sulla pietra, e tu
per questa terra a camminare in volo.

Ora tu credi che basterebbe un niente,
sedere ad un tavolo sgombro
in un'ora propizia, e lavorare ai versi
lavorare ai frammenti. Io sono fatta invece
di questo non scrivere giorno per giorno ;
dentro il sedimentarsi delle piccole
cose, e delle grandi, sono
l'anima ingombra del loro farsi mute.

Cristina Alziati
Come non piangenti
Marcos y Marcos 2011

venerdì 21 febbraio 2014

La quieta pausa tra due respiri profondi

E poi: si vive tanto, e la vita trabocca di esperienze. Eppure... si porta in se stessi, ovunque con sé, una grande e feconda solitudine. E talvolta, il momento fondamentale di una giornata è la quieta pausa tra due respiri profondi, quel tornare fino s se stessi in una preghiera di 5 minuti.
22 aprile 1942


Etty Hillesum nella traduzione di Lorenzo Gobbi
Il bene quotidiano
Breviario dagli scritti (1941-1942)
Edizioni San Paolo 2014

mercoledì 19 febbraio 2014

Stanza silenziosa

Prima, quando stavo seduta alla mia scrivania, mi sentivo sempre molto in ansia, come se stessi perdendo qualcosa della vita. Così, non sapevo concentrarmi bene sui miei studi. E quando ero nella "vita vera", tra la gente, avevo sempre molto desiderio di tornare alla scrivania, e non ero per nulla felice tra la gente. Questa separazione innaturale tra lo studio e la "vita vera", ora è scomparsa. Adesso, alla scrivania ci "vivo" davvero. Lo studio è diventato un'autentica "esperienza di vita" e ha smesso di essere qualcosa che riguarda soltanto la testa. Alla scrivania sono immersa totalmente nella vita, e nella "vita" porto la pace interiore e l'equilibrio che ho acquisito dentro di me. Prima, ero obbligata a ritirarmi ogni volta dal mondo perché le sue troppe impressioni mi confondevano e mi rendevano infelice. Dovevo fuggire in una stanza silenziosa. Adesso, porto con me questa che possiamo chiamare "stanza silenziosa", e posso rifugiarmi là in qualsiasi momento, anche se mi trovo se un tram affollato o su un treno che si ferma con tutto il suo peso. (...)
9 gennaio 1942

Etty Hillesum nella traduzione di Lorenzo Gobbi
Il bene quotidiano
Breviario dagli scritti (1941-1942)
Edizioni San Paolo 2014

giovedì 16 gennaio 2014

Dove creo sono vero

Per il centenario della nascita di Etty Hillesum trascrivo un frammento di una lettera di Rilke a Lou Salomé che Etty aveva copiato nel suo diario:
"dove creo sono vero, e vorrei trovare la forza per fondare la mia vita interamente su questa verità, su questa infinita semplicità e gioia che talvolta mi sono concesse".

Etty Hillesum
Diario 1941-1943
edizione integrale
Adelphi 2012 

sabato 2 marzo 2013

Le cose che facevano parte di me


a Etty Hillesum
Le cose che facevano parte di
me erano nel tuo lento accumulare:
api che ronzavano alla finestra,
il ramo di glicine addormentato
nel bicchiere, il libro d’ore di Rilke,
l’acero rosso che contava le stagioni,
il desiderio di poter dominare
tutte le parole e tutto mettere in
parole, suoni, immagini per
dare conto a quelli che verranno
della tua esperienza amorosa
con una primavera.

“Ma ci sono anche dei giorni in cui
egli invecchia, i minuti gli passavano
sopra come anni” scriveva il poeta
all’amico Ewald. E ora che gli anni
sono passati sui tuoi giorni ritornati
nella sabbia, come l’ultima onda prima
del tramonto seppellisce il mare,
tu che capivi la certezza della fine e
hai scelto di restare per essere il balsamo
di molte ferite.

“I cieli si stendono dentro di me
come sopra di me” scrivevi, sapendo
che tu sola potevi essere misura a
te stessa: la ragazza che non voleva
inginocchiarsi, che aveva iniziato
a costruirsi una casa pietra su pietra.
Incantata dal glicine odoroso, hai aperto
le mani e lasciato rotolare melodiosamente
il mondo fino alla mano di Dio e ti sei 
immersa per cercare nel profondo i tesori
che vi giacciono senza possedere gli strumenti,
sapendo fabbricarli dal nulla delle parole.

Oggi io sono qui nel cuore luminoso
di un giorno invernale, a indovinare
il glicine che sarà fiorito nella tua
primavera amorosa.

Elena Petrassi
gennaio- febbraio 2013

lunedì 4 febbraio 2013

Le parole che sono rifugio

A volte vorrei rifugiarmi con tutto quel che ho dentro un paio di parole. Ma non esistono ancora parole che mi vogliano ospitare. È proprio così. Io sto cercando un tetto che mi ripari ma dovrò costruirmi una casa, pietra su pietra. E così ognuno cerca una casa, un rifugio per sé. E io mi cerco sempre un paio di parole.
Lunedì mattina, 20 ottobre 1941 

Etty Hillesum
Diario 1941-1943
traduzione di Chiara Passanti
Adelphi 1985

giovedì 5 aprile 2012

E' così che voglio scrivere: con altrettanto spazio intorno a poche parole

"Oggi pomeriggio ho guardato alcune stampe giapponesi con Glassner*. Mi sono resa conto che è così che voglio scrivere: con altrettanto spazio intorno a poche parole. Troppe parole mi danno fastidio. Vorrei scrivere parole che siano organicamente inserite in un gran silenzio, e non parole che esistono soltanto per coprirlo e disperderlo: dovrebbero accentuarlo, piuttosto. Come in quell'illustrazione con il ramo fiorito nell'angolo in basso: poche, tenere pennellate - ma che resa dei minimi dettagli- e il grande spazio tutto intorno, non un vuoto ma uno spazio che si potrebbe piuttosto definire ricco d'anima. Io detesto gli accumuli di parole. In fondo, ce ne vogliono così poche per quelle quattro cose che veramente contano nella vita. Se mai scriverò - e chissà poi che cosa?-, mi piacerebbe dipingere poche parole su uno sfondo muto. E sarà più difficile rappresentare e dare un'anima a quella quiete e a quel silenzio che trovare le parole stesse, e la cosa più importante sarà stabilire il giusto rapporto tra le parole e il silenzio - il silenzio in cui succedono più cose che in tutte le parole affastellate insieme. E in ogni novella, o altro che sia, lo sfondo muto dovrà avere un suo colore e un suo contenuto, come capita appunto in quelle stampe giapponesi. Non sarà un silenzio vago e inafferrabile, ma avrà i suoi contorni i suoi angoli la sua forma: e dunque le parole dovranno servire soltanto a dare al silenzio la sua forma e i suoi contorni, e ciascuna di loro sarà come una piccola pietra miliare, o come un piccolo rilievo, lungo strade piane e senza fine o ai margini di vaste pianure. E' buffo: potrei riempire dei volumi su come vorrei scrivere, ma può darsi benissimo che a parte le ricette non scriverò mai nulla. Però le stampe giapponesi mi hanno fatto capire a che cosa io aspiri, e mi piacerebbe camminare una volta attraverso paesaggi giapponesi, per capirlo ancor meglio. Del resto credo che un viaggio in oriente lo farò, in futuro - per trovare in quei luoghi, vissute ogni giorno, quelle cose in cui qui ci si sente soli, in dissonanza."

5 Giugno 1942

da Diario 1941-1943, Etty Hillesum, Adelphi

*Evariste Edgar Glassner era un musicista e organista tedesco. Avendo perso il proprio impiego come organista di chiesa a Berlino, (era un mezzo ebreo, secondo la classificazione nazista) era emigrato ad Amsterdam: qui conobbe Julius Spier, partecipando ai concerti organizzati dagli ebrei dopo la loro esclusione dalle sale pubbliche