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martedì 19 aprile 2022

Cronache dagli anni senza Carnevale/772. Non so come portare la luce tra le mani

 

 


Il canto del giardino oggi è intonato a quello della città. Il rumore del traffico non disturba i cespugli e i germogli, l’acqua che zampilla nella fontana allieta anche il groviglio dei passanti che non riescono a capire da dove arrivi quel suono gradevole che associano così alla primavera e al canto delle rondini che sfrecciano nel cielo. È dipinta su ogni ramo, su ogni foglia e su ogni muro la primavera. È quella luce di tutte le cose nuove, che ci fa comprendere che davvero la primavera è arrivata, anche se l’aria è fredda e i germogli sugli alberi sembrano ali ripiegate a proteggere piccoli corpi inermi. Raccolgo le mani a coppa per raccogliere questa luce mattutina e portarla in casa con me. Perché il cielo è limpido, ma l’aria è troppo, troppo fredda per essere già oltre la metà di aprile. Non so come portare la luce tra le mani, così la lascio scivolare tra le pagine del libro che ho in borsa. Una volta arrivata a casa, sfoglio con pazienza per trovare in quale anfratto cartaceo la luce si nasconde. Pare che anche a lei piaccia il profumo della carta stampata, tanto quanto piace a me. Quando finalmente si decide a scivolare fuori dal libro, in un attimo è un zampillo e in quello successivo spicca in volo che pare un’aquila.

 

 

Non cerco risposte già le intuisco

 

La luce ama gli anfratti

nei libri, occupa anche

il più piccolo pertugio

tra le sillabe e poi aspetta

che il libro venga aperto e

lei posso tornare a diffondersi.

Ma chi l’avrebbe detto che

la luce è così giocosa?

Mi scivola fuori dalle dita,

la lascio andare, me la

trovo in testa, mi scompiglia

i capelli come un vento

occidentale. È luce, mi dico,

solo luce, senza un nome

preciso, senza un itinerario.

Così arriva e si piazza sul

foglio per rendere chiaro

il pensiero e veloce ogni

parola. Ama la poesia,

la luce? O sa che la poesia

è figlia più ancora dell’ombra?

Lascio che le domande si

appendano al soffitto,

non cerco risposte, già

le intuisco.

 

 

Oggi è martedì 19 aprile del terzo anno senza Carnevale e del primo anno di guerra, noi ci proviamo a resistere, noi che non abbiamo problemi materiali. Noi siamo lì, con loro, col pensiero e con la speranza. Questa Cronaca 772 ha indossato il suo costume di rondine e svolazza qua e là nel cielo.

 

sabato 18 luglio 2020

Cronache dall’anno senza Carnevale/132: chiamo il canto delle parole che stanno in silenzio

Per primo venne il vento e non lasciò tracce se non nei tuoi capelli. Vennero le rondini poi e fecero un nuovo nido proprio sopra il tuo orecchio sinistro.

La luce seguì il vento ed era dappertutto, prima l’aria poi il nitore di questo cielo estivo che non domanda e non risponde.

Il silenzio era già qui, ma nessuno poteva sentirlo, il silenzio sta sempre dietro le parole e le sorregge. Il silenzio precede la parola e la segue, ciò significa che ogni parola non è che un’interruzione del silenzio stesso.

Il mare risuonava negli occhi e nella memoria, un mare azzurro il mattino e verde scuro nel pomeriggio. Se chiudo gli occhi sento l’acqua ancora fredda pungermi coi suoi mille aghi. Mi lascio andare sotto la superficie e guardo la luce che mi insegue.

Un viaggio ciascuno di noi lo ha compiuto per arrivare sino alle Montagne della Nebbia. Sono stati tutti viaggi di scoperte inaspettate, di amori imprevisti dietro la coltre delle nuvole. Pure le stelle si sono innamorate e hanno accettato di scendere sul soffitto della tua nuova casa solo per poterti guardare da vicino.

La rosa fiorisce in questo giardino, fiorisce in ogni mio libro e in ultimo fiorisce sulla tua mano.
La tua rosa, proprio la tua rosa, quella che ti osserva mentre scrivi seduto al tuo tavolo ingombro di libri e taccuini. La rosa sapiente e profumata, quella che conosce tutte le tue poesie.

Un libro non è solo carta e inchiostro, è l’anima di chi l’ha scritto che è diventata materia. Un libro non è solo una storia, una lingua, una memoria. Mescola le sue sillabe e ti sarai perduto in una lingua nuova di cui non conosci le regole. Un libro è una promessa o una resurrezione.

Il tempo non si misura se non con i sospiri, con la lontananza cui siamo costretti, con la memoria comune che si arricchisce ogni giorno di parole mai dette prima e ancor meno scritte. È un cerchio il tempo, un pesce azzurro, un morso dell’eternità alla nostra mela.

La voce, la tua voce, conosco ogni sfumatura della tua voce, il suo colore. Ti riconoscerei anche tra mille anni e sempre potrei dirti “Ecco, finalmente sei arrivato”.

Non è facile ammettere che l’ombra è la nostra dimensione naturale. Non è facile perché ce ne accorgiamo solo quando è la luce che ci colpisce e il nostro essere precipita sulla terra e raddoppia il nostro cuore. Uno luminoso per quando sei con me, uno ombroso per quando ti sto cercando.

Scrivere è un gesto delle mani, poi della voce, poi dell’immaginazione, poi della memoria; poi del vento e della luce, poi del silenzio che sospira e del mare che lo culla; poi del viaggio che non si muove mai senza la rosa e della rosa che viaggia da una poesia all'altra; poi del libro che cerca il tempo e del tempo che trova sempre un libro dove sostare; poi ancora di nuovo, della voce che non crede a quel che pronuncia e dell’ombra che finge di non capire a cosa servano i colori.

Queste sono le mie prime parole preferite che mi vengono in mente:

1) Vento
2) Luce
3) Silenzio
4) Mare
5) Viaggio
6) Rosa
7) Libro
8) Tempo
9) Voce
10) Ombra
11) Scrivere


Sono solo undici, il vocabolario è lì che mi aspetta, come quando avevo sette anni e non sapendo come utilizzarlo iniziai a leggerlo dall'inizio alla fine.

Ho letto questa Cronaca 132 a voce alta agli altri inquilini della Casa delle Parole e chiesto a ciascuno di scrivere la propria lista. Perché le liste sono frammenti del sé e del mistero che cercano ordine in questa realtà e finiscono con il vivere in uno qualunque dei regni che già conosciamo.

La dodicesima parola è leggere, per questo vi saluto e torno a sdraiarmi all’ombra dei miei libri in fiore.

domenica 23 dicembre 2018

quel suono di foglie che ci manca tutto l'inverno

Il peso delle arance


Abito orti importanti.
(...) dagli altri dormo male
e la mia stessa vita non mi è vicina.

Osip Mandel'štam





La mia tazza ha lo stesso colore sabbioso del pane.
La pioggia ha il colore dell'edificio attraverso la strada,
ha strappato dalie rosse
e rovinato un libro appoggiato al davanzale.

La pioggia articolo la pelle di tutte le cose,
rosa di mattoni dal fuoco che li ha cotti,
foglie verde lucertola,
le lingue arricciate delle pigne.
È accurato il modo in cui non siamo mai,
tirando fuori il meglio
senza cambiare una sola cosa.
La pioggia che rende umidi i letti,
la nostra stanza una caverna la mattina,
una tenda nel tardo pomeriggio,
infiamma quel suono di foglie che ci manca tutto l'inverno.

Anne Michaels
Quello che la luce insegna
traduzione e cura di Francesca Romana Paci
Giunti 2000


The Weight of Oranges

My cup’s the same sand colour as bread.
Rain’s the same colour of a building across the street,
its torn red dahlias
and ruined a book propped on the sill.

Rain articulates the skins of everything,
pink of bricks from the fire they baked in,
lizard green leaves,
the wrinkled tongues of pine cones.
It’s accurate the way we never are,
bringing out what’s best
without changing a thing.
Rain that makes beds damp,
our room a cave in the morning,
a tent in late afternoon,
ignites the sound of leaves we miss all winter.

sabato 11 agosto 2018

Tutto scriveva nella casa quando scrivevo. La scrittura era ovunque.

La solitudine della scrittura è una solitudine senza la quale lo scritto non si realizza o si sbriciola esangue nel cercare cosa scrivere ancora.
Ci vuole sempre una separazione dagli altri intorno a chi scrive libri. È una solitudine, la solitudine dell’autore, quella dello scritto. Tanto per cominciare, ti chiedi che cos’era quel silenzio intorno a te e praticamente a ogni passo che fai in una casa, a ogni ora del giorno, sotto tutte le luci, quella di fuori o quella delle lampade accese anche durante il giorno. La solitudine reale del corpo diventa quella, inviolabile, dello scritto.
Trovarsi in un buco, in fondo al buco, in una solitudine quasi totale e scoprire che soltanto la scrittura ci salverà. Essere senza alcun argomento di libro, senza alcuna idea di libro significa trovarsi, ritrovarsi, davanti a un libro. Un’immensità vuota, un libro eventuale. Davanti a niente. Davanti a una scrittura viva e spoglia, in un certo senso terribile, terribile da sormontare. Credo che la persona che scrive non abbia nessuna idea di libro, ha le mani vuote, la testa vuota e conosce dell’avventura del libro soltanto la scrittura asciutta e nuda, senza futuro, senza eco, remota, con le sue regole auree elementari: ortografia, senso.
Nella vita viene un momento, credo sia fatale, cui non si può sfuggire, in cui si mette tutto in dubbio: il matrimonio, gli amici, soprattutto gli amici della coppia. Non il figlio. Il figlio non è mai messo in dubbio. E il dubbio ci cresce intorno. Questo dubbio è solo, è il dubbio della solitudine, nato dalla solitudine. Si può già dire la parola. Credo che molti non potrebbero sopportare quello che dico, scapperebbero. Forse per questo ogni uomo non è uno scrittore. Ecco la differenza, ecco la verità, nient’altro. Il dubbio, è scrivere. Dunque è anche lo scrittore. E con lo scrittore tutti scrivono, lo si è sempre saputo.
Finché c’è il libro che esige di essere terminato, si scrive. Si è costretti a mettersi dalla sua parte. È impossibile buttare un libro per sempre prima che sia completamente scritto, vale a dire: solo e libero da te, che lo hai scritto. È intollerabile quanto un delitto. Non credo a quelli che dicono: “Ho strappato il manoscritto, l’ho gettato”. Non ci credo. O per gli altri non esisteva, ciò che era scritto, o non era un libro. Quando non è un libro, si sa, sempre. Quando non sarà mai un libro, no, non si sa. Mai.
Tutto scriveva nella casa quando scrivevo. La scrittura era ovunque.
Scrivere comunque, nonostante la disperazione. No: con la disperazione. Quale disperazione, non so darle un nome. Scrivere senza imboccare subito la via che porta allo scritto è pur sempre lavorarlo. E tuttavia si deve accettare questo: lavorare lo “scarto” significa tornare indietro verso un altro libro, verso un altro possibile di quello stesso libro.
«Quando un libro è terminato, un libro che hai scritto, intendo, non puoi più dire, leggendolo, che è un libro che hai scritto, né quali cose vi siano state scritte, né con quale disperazione o quale felicità, quella di una trovata oppure di un fallimento di tutta te stessa. Perché, alla fine, nel libro non si può vedere niente di simile. La scrittura è in certo qual modo uniforme, placata. Non succede più niente in un libro terminato e distribuito. Esso raggiunge l’innocenza indecifrabile della sua venuta al mondo».
Esser soli con il libro non ancora scritto, significa trovarsi ancora nel primo sonno dell’umanità. Significa anche esser soli con la scrittura ancora incolta. Significa tentare di non morirne.
Non so che cos'è un libro. Nessuno lo sa, ma si sa quando ce n’è uno. E quando non c’è, si sa, come si sa che si è, non ancora morti.
Marguerite Duras
Scrivere  
traduzione di Leonella Prato Caruso
Feltrinelli 1994


(grazie al blog Il mestiere di scrivere)

martedì 11 aprile 2017

Scrivere significa corteggiare la Musa dell'Impossibilità

LE VIRTÙ DELL'ARTISTA IMPERFETTO

Un giorno di dicembre del 1919, il ventenne Jorge Luis Borges, durante un breve soggiorno a Siviglia, scrisse una lettera in francese al suo amico Maurice Abramowics a Ginevra nella quale, quasi en passant, gli confessava i sentimenti contraddittori che nutriva verso la sua vocazione letteraria: «Talvolta penso sia stupido avere l'ambizione di essere un creatore più o meno mediocre di frasi. Ma questo è il mio destino». Borges sapeva fin da allora che la storia della letteratura è la storia di questo paradosso. Se da un lato c'è l'intuizione profondamente radicata negli scrittori che il mondo esista, per dirla con l'espressione abusata di Mallarmé, per sfociare in un bel libro (o almeno in un libro mediocre, come pensava Borges), dall'altro permane la consapevolezza che a governare quell'impresa sia quella che Mallarmé chiamava la Musa dell'Impotenza, (o, per usare una traduzione più libera, la Musa dell'Impossibilità). Nell'Autobiografia Mallarmé aggiunse che chiunque si sia cimentato nella scrittura, perfino i cosiddetti geni, ha tentato di completare questo Libro ultimo, il Libro con la L maiuscola. E tutti hanno fallito.
Questa doppia intuizione scaturisce dalla letteratura stessa. Vi è un momento, quando ci accostiamo per le prime volte alla lettura, in cui scopriamo che dalle macchie di inchiostro sulla pagina emerge un mondo compiuto e magicamente vero.
Questa esperienza ci trasformerà e, da quel punto in avanti, il nostro rapporto con il mondo tangibile e quotidiano non sarà più lo stesso. Dopo aver toccato con mano la capacità creativa del linguaggio, grazie alla quale le parole non soltanto riescono a comunicare e a etichettare, ma a dare vita a quanto etichettano e comunicano - quando siamo diventati cioè dei lettori - non potremo più percepire il mondo con innocenza. Una volta nominata, la cosa non è più se stessa, nel senso platonico che Borges avrebbe poi elaborato con grande passione: la cosa si desume dalla parola che la definisce, contaminata o arricchita dalla storia, dalle connotazioni e dai pregiudizi che tale parola porta con sé (...).
Così le nostre creazioni sono, nella migliore delle ipotesi, una copia approssimativa di una vaga intuizione della realtà, essa stessa un'imitazione imperfetta di un archetipo ineffabile. Questa è la nostra sola e umile prerogativa.
Perciò anche lo scrittore, che immagina un uomo e non può che crearlo a parole come un povero Golem, deve recitare la parte del Golem, una creatura imperfetta e capace soltanto di imperfezione, una creatura incompetente che in compenso solleva dubbi blasfemi sulla competenza del suo Creatore. In questo gioco di specchi mutevoli, il difettoso Golem diventa la nostra modesta, manchevole, onnicomprensiva letteratura, e la letteratura diventa il Golem, destinata a sbriciolarsi in un mucchio di polvere. «Il nostro scopo nella vita», scrisse Stevenson, «non è riuscire, ma continuare a fallire nella migliore delle intenzioni». E allora il fallimento, così come lo avvertono gli scrittori, non è soltanto l'unico esito possibile di un'impresa letteraria, ma ne è il fine, la massima realizzazione. (...) Ogni opera d'arte o di letteratura, che sfugga alla nostra comprensione, tanto da farcela chiamare grande è, in quanto tale, incompleta, perché deve mantenere vive le domande sulla sua essenza e incerta l'intuizione dell'insieme. Deve prevedere incrinature e varchi in cui il lettore possa spingersi a esplorare e interpretare. L'epilogo mortale dei racconti epici non pone mai fine alle eterne battaglie intraprese dagli eroi; le tragedie di Edipo e di Oreste rimangono insolute dopo Colono e Delfi; il padre di Amleto e lo spettro di Banquo continuano a vagare nel nostro immaginario, irrequieti, dopo la morte dei rispettivi oppositori; il lieto fine di molte narrazioni di Dickens è sopportabile solo perché poggia su una miriade di personaggi irrisolti che continuano la loro quest ben oltre l'ultima pagina del libro. Le uniche conclusioni assolute appartengono a storie di sola facciata, narrative prive di spessore e di profondità, sterili oggetti consumistici di fattura perfetta che assiepano gli scaffali di bestseller delle nostre librerie. «La stupidità», faceva osservare Flaubert, «consiste nel desiderio di concludere».
I modelli utopistici del mondo e le tabelle statistiche che misurano la realtà hanno una chiarezza rasserenante. In letteratura, però, le cose non funzionano così. La letteratura segue regole che prevalgono su quelle della fantasia e della realtà: non è fatta né di rosee speranze né di riscontri scientifici, né di arcadiche illusioni né di dogmi catechistici. Infatti, nonostante il desiderio di Dante, Beatrice alla fine - come sottolinea Borges in un saggio magistrale - sfugge al poeta; e Virgilio, fonte di ispirazione dantesca, deve mostrarsi fallibile, così come vuole la logica di sovvertimento delle cantiche; amici e nemici devono talvolta occupare posti inaspettati nell'Aldilà.E perfino il poema, la meticolosa, sorprendente, illuminata e illuminante Commedia, deve autodistruggersi. Le parole vengono meno a Dante e rifiutano di testimoniare la gloria ultima, lasciando il lettore abbagliato dal fulgore finale, quando volontà e desiderio si riassestano, con la muta consapevolezza che qualunque cosa sia o sia stata questa suprema rivelazione, essa «move il sole e l'altre stelle». (...) 

Alberto Manguel
frammenti dell'articolo pubblicato su Repubblica del 2 settembre 2011

lunedì 2 gennaio 2017

Il poeta è un albero e la poesia è l'impossibile fatto possibile

Alle poesie complete di Antonio Machado


Vorrei lasciar in questo libro
tutto il mio cuore.
Questo libro che ha visto
con me i paesaggi
e vissuto ore sante.

Che pena quei libri
che ci riempiono le mani
di rose e di stelle
e lentamente passano!

Che tristezza profonda
guardare i pannelli
di pene e dolori
che un cuore porta!

Veder passare gli spettri
di vite che si cancellano,
vedere l'uomo nudo,
in Pegaso senz'ali,

veder la vita e la morte,
la sintesi del mondo,
che in spazi profondi
si guardano e si abbracciano

Un libro di poesie
è un autunno morto:
i versi son le foglie
nere sulla bianca terra,

e la voce che li legge
è il soffio del vento
che li affonda nei cuori
intime distanze -.

Il poeta è un albero
con frutti di tristezza
e con foglie secche
per pianger ciò che ama.

Il poeta è il medium
della Natura
che spiega la sua grandezza
con delle parole.

Il poeta capisce
tutto l'incomprensibile,
e chiama amiche
cose che si odiano.

Sa che i sentieri
son tutti impossibili,
e per questo la notte
li percorre con calma.

Nei libri di versi,
fra rose di sangue,
passano le tristi
e eterne carovane

che lasciano il poeta,
quando piange la sera,
circondato e stretto
dai suoi fantasmi.

Poesia è amarezza,
celeste miele che sgorga
da un invisibile favo
che fabbricano i cuori.

Poesia è l'impossibile
fatto possibile. Arpa
che invece di corde
ha cuori e fiamme.

Poesia è la vita
che attraversiamo in ansia
aspettando colui che porta
la nostra barca senza rotta.

Dolci libri di versi
sono gli astri che passano
nel muto silenzio
verso il regno del Nulla,
scrivendo nel cielo
strofe d'argento.

Oh! che pene profonde
e mai riparate,
le voci dolenti
che cantano i poeti!
Vorrei in questo libro

lasciar tutto il mio cuore...

7 agosto 1918

Federico García Lorca
Tutte le poesie
traduzione di Carlo Bo
Garzanti 1975

∗∗∗

A las poesías completas de Antonio Machado

Dejaría en este libro
toda mi alma.
Este libro que ha visto
conmigo los paisajes
y vivido horas santas.

¡Qué pena de los libros
que nos llenan las manos
de rosas y de estrellas
y lentamente pasan!

¡Qué tristeza tan honda
es mirar los retablos
de dolores y penas
que un corazón levanta!

Ver pasar los espectros
de vidas que se borran,
ver al hombre desnudo
en Pegaso sin alas,

ver la vida y la muerte,
la síntesis del mundo,
que en espacios profundos
se miran y se abrazan.

Un libro de poesías
es el otoño muerto:
los versos son las hojas
negras en tierras blancas,

y la voz que los lee
es el soplo del viento
que les hunde en los pechos
− entrañables distancias −.

El poeta es un árbol
con frutos de tristeza
y con hojas marchitas
de llorar lo que ama.

El poeta es el médium
de la Naturaleza
que explica su grandeza
por medio de palabras.

El poeta comprende
todo lo incomprensible,
y a cosas que se odian,
él, amigas las llama.

Sabe que los senderos
son todos imposibles,
y por eso de noche
va por ellos en calma.

En los libros de versos,
entre rosas de sangre,
van pasando las tristes
y eternas caravanas

que hicieron al poeta
cuando llora en las tardes,
rodeado y ceñido
por sus propios fantasmas.

Poesía es amargura,
miel celeste que mana
de un panal invisible
que fabrican las almas.

Poesía es lo imposible
hecho posible. Arpa
que tiene en vez de cuerdas
corazones y llamas.

Poesía es la vida
que cruzamos con ansia
esperando al que lleva
sin rumbo nuestra barca.

Libros dulces de versos
son los astros que pasan
por el silencio mudo
al reino de la Nada,
escribiendo en el cielo
sus estrofas de plata.

¡Oh, qué penas tan hondas
y nunca remediadas,
las voces dolorosas
que los poetas cantan!

Dejaría en el libro
este toda mi alma…

Federico García Lorca
Poemas sueltos 1917/1936 in 
Federico García Lorca, Obra Completa
Akal Ediciones 2008 

giovedì 8 dicembre 2016

L'aria è pronta. C'è uno spiraglio nel cielo

Frammento di tempesta

Per Sharon Horvath

Dall'ombra delle cupole nella città delle cupole,
un fiocco di neve, tormenta al singolare, impalpabile,
è entrato in camera tua e s'è fatto strada
fino al bracciolo della poltrona dove tu, alzando lo sguardo
dal libro, lo scorgesti nell'attimo in cui si posava. Tutto
qui. Null'altro che un solenne destarsi
alla brevità, al sollevarsi e cadere dell'attenzione, rapido,
un tempo tra tempi, funerale senza fiori. Null'altro
tranne la sensazione che questo frammento di tempesta,
dissoltosi davanti ai tuoi occhi possa tornare,
che qualcuno negli anni a venire, seduta come adesso sei tu,
                                                                possa dire:
«È ora. L'aria è pronta. C'è uno spiraglio nel cielo»

Mark Strand
L'inizio di una sedia
a cura di Damiano Abeni
Donzelli 1999

giovedì 20 ottobre 2016

Tutti i romanzi sono un unico libro che noi stessi abbiamo scritto

Di colpo mi son trovata dentro un libro su come leggere i romanzi, e non riesco a smettere di costruire frasi. È questo il libro che vedo quando sollevo il coperchio e guardo dentro. Sarà come leggere tutta la narrativa come se fosse un unico libro che noi stessi abbiamo scritto.
 5 febbraio 1927

Virginia Woolf
lettera a Vita Sackville-West 

giovedì 15 settembre 2016

io resto e me ne vado: sono una pausa.

Tra l’andarsene e il restare dubita il giorno,
innamorato della sua trasparenza.
La sera circolare è già baia:
nel suo quieto viavai oscilla il mondo.
Tutto è visibile e tutto è elusivo,
tutto è vicino e tutto è intoccabile.
I fogli, il libro, il bicchiere, la matita
riposano all'ombra dei loro nomi.
Palpitare del tempo che nelle mie tempie ripete
la stessa ostinata sillaba di sangue.
La luce fa del muro indifferente
uno spettrale teatro di riflessi.
Nel centro di un occhio mi scopro;
non mi guarda, mi guardo nel suo sguardo.
Si dissipa l’istante. Senza muovermi,
io resto e me ne vado: sono una pausa.

Octavio Paz
Il fuoco di ogni giorno
Albero interiore (1976-1987)
traduzione di Ernesto Franco
Garzanti 1992

lunedì 6 giugno 2016

gli olivi sulle basse colline, lasciate al vento e agli incendi

Misticismo per principianti

Il giorno era mite, la luce amichevole.
Il tedesco sulla terrazza del caffè
teneva un libricino sulle ginocchia.

Sono riuscito a vedere il titolo:
Misticismo per principianti.
Subito ho capito che le rondini
pattuglie sulle strade di Montepulciano
con i loro versi striduli
e le conversazioni pacate dei viaggiatori timidi dell'Est,
la cosiddetta Europa centrale,
e gli aironi bianchi fermi ieri? Il giorno prima?
come suore in campi di riso,
e il crepuscolo, lento e metodico,
che offusca i contorni delle case medievali,
gli olivi sulle basse colline,
lasciate al vento e agli incendi,
e la testa della Principessa sconosciuta
che ho ammirato al Louvre
e le vetrate delle chiese come ali di farfalla
spruzzate di polline,
e il piccolo usignolo che si esercita
nella sua recita vicino all'autostrada,
e ogni viaggio, ogni tipo di viaggio,
sono solo misticismo per principianti,
il corso introduttivo, propedeutico
per un esame che è stato rinviato.


Adam Zagajewski
Dalla vita degli oggetti 
a cura di Krystyna Jaworska
Adelphi 2012

sabato 7 maggio 2016

Apriamo il libro della sera tra due nuvole e una pagina bianca

Luna

Apri il libro della sera alla pagina
in cui la luna, la luna sempre, appare
tra due nuvole, spostandosi così piano che parrà
siano trascorse ore prima che tu giunga alla pagina seguente
dove la luna, ora più luminosa, fa scendere un sentiero
per condurti via da ciò che hai conosciuto
entro i luoghi in cui quello che ti eri augurato si avvera,
la sua sillaba solitaria come una frase sospesa
sull’orlo del significato, in attesa che tu ne dica il nome
una volta ancora mentre alzi gli occhi dalla pagina
e chiudi il libro, sentendo ancora com’era
soffermarsi in quella luce, quell’improvviso paradiso di suono.


Mark Strand
Uomo e cammello
traduzione di Damiano Abeni
Mondadori 2007

sabato 16 aprile 2016

I fogli, il libro, il bicchiere, la matita riposano allombra dei loro nomi

Tra l’andarsene e il restare dubita il giorno,
innamorato della sua trasparenza.
La sera circolare è già baia:
nel suo quieto viavai oscilla il mondo.
Tutto è visibile e tutto è elusivo,
tutto è vicino e tutto è intoccabile.
I fogli, il libro, il bicchiere, la matita
riposano all'ombra dei loro nomi.
Palpitare del tempo che nelle mie tempie ripete
la stessa ostinata sillaba di sangue.
La luce fa del muro indifferente
uno spettrale teatro di riflessi.
Nel centro di un occhio mi scopro;
non mi guarda, mi guardo nel suo sguardo.
Si dissipa l’istante. Senza muovermi,
io resto e me ne vado: sono una pausa.

Octavio Paz
Il fuoco di ogni giorno
Albero interiore (1976-1987)
traduzione di Ernesto Franco
Garzanti,1992

mercoledì 6 aprile 2016

neve, il mutare delle stagioni, scrivere, viaggiare, essere gentili

Piaceri


Il primo sguardo dalla finestra al mattino
il vecchio libro ritrovato
volti entusiasti
neve, il mutare delle stagioni
il giornale
il cane
la dialettica
fare la doccia, nuotare
musica antica
scarpe comode
capire
musica moderna
scrivere, piantare
viaggiare
cantare
essere gentili.

Bertolt Brecht
Poesie
a cura di Guido Davico Bonino
Einaudi 2014

Vergnügungen

1954 (Gedichte 1947-1956)

Der erste Blick aus dem Fenster am Morgen
Das wiedergefundene alte Buch
Begeisterte Gesichter
Schnee, der Wechsel der Jahreszeiten
Die Zeitung
Der Hund
Die Dialektik
Duschen, Schwimmen
Alte Musik
Bequeme Schuhe
Begreifen
Neue Musik
Schreiben, Pflanzen
Reisen
Singen
Freundlich sein.

venerdì 25 marzo 2016

e gli olivi sulle basse colline, esposti ai venti e agli incendi

Mistica per principianti

Il giorno era mite, la luce amica
Quel tedesco sulla terrazza del caffè
teneva sulle ginocchia un libriccino.
Riuscii a leggere il titolo:
Mistica per principianti.
All'improvviso compresi che le rondini
pattuglie sulle strade di Montepulciano
in ricognizione
con striduli richiami
sulle vie di Montepulciano,
e i dialoghi sommessi degli intimiditi
viaggiatori dell'Europa Orientale detta Centrale.
e i bianchi aironi fermi - ieri? ier l'altro? -
nelle risaie come tante monache,
e il crepuscolo, lento e sistematico,
che cancellava i profili delle case medioevali,
e gli olivi sulle basse colline,
esposti ai venti e agli incendi,
e la testa della Principessa ignota
che vidi e ammirai al Louvre,
e le vetrate delle chiese simili ad ali di farfalla
cosparse del polline dei fiori,
e il piccolo usignolo che si esercitava nella dizione
proprio accanto all'autostrada,
e i viaggi, tutti i viaggi,
erano soltanto mistica per principianti,
un corso introduttivo, prolegomeni
di un esame rimandato
a più tardi.

Adam Zagajewski
Dalla vita degli oggetti 
a cura di Krystyna Jaworska
Adelphi 2012