martedì 17 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/527. Ti regalerò temporali e una nuova storia da raccontare

 



In questa giornata gradevole, nel cuore dell’estate e cullata da immensa pigrizia, vi propongo un frammento del mio primo romanzo Frammenti del tredicesimo mese (2007). La voce narrante principale è la città di Milano e la protagonista si chiama Caterina. 

Nella fotografia c'è piazza Sicilia angolo via Sacco, proprio di fronte alla scuola elementare, dove negli anni Trenta, c'era la fabbrica tessile De Angeli-Frua, andata distrutta con i bombardamenti del 1943. Dopo anni di abbandono, un tentativo di speculazione edilizia nel 1991, quando volevano costruire un silos per auto di 7 piani fuori terra e di altri 3 sotterranei, della fabbrica è rimasto in piedi solo un pezzo di muro e l'ingresso degli operai, che ora porta a un palazzetto, frutto di un secondo tentativo di speculazione edilizia sempre all'inizio degli anni Novanta, ci volevano fare un ristorante ma dal 2004 c'è la Biblioteca Sicilia.

Buona lettura da me e da questa Cronaca ancor più pigra di martedì 17 agosto del secondo anno senza Carnevale.

§

 Agosto, il giardino di piazza Sicilia

Una mappa del cielo estivo disegnata scivolando per le vie della città, per le mie vie. Ma non del cielo diurno perché in esso sono visibili solo nuvole di passaggio, le ombre metalliche delle auto rarefatte, il segno dei lamenti che salgono dall’asfalto incandescente. È il cielo notturno che offre una possibilità di navigazione e con esso la necessità di una mappa buona per ritrovare la strada e il senno. Poche volte qui accade di scorgere sopra i tetti una luna rossa come le fiamme di una candela, un evento inaspettato che lascia i pochi residenti a bocca aperta. Quando la luna piano si avvolge nel suo scuro mantello e l’aria non è gravida di umidità, si possono scorgere le stelle. Bello sarebbe impararne i nomi, quel che non abbiamo fatto da bambini. Ma le stelle non bastano a dare un senso alle forme del cielo oscuro. Di notte

i fantasmi abbandonano i loro sentieri terrestri e si lasciano trasportare dalle brezze sottili fin sulle cime dei palazzi più alti. Qui stanno seduti tutta la notte a ripetere, senza stancarsi mai, le storie che hanno udito durante il giorno uscire dalle bocche dei vivi. Questo è quel che più di ogni altra cosa i fantasmi invidiano, la possibilità di vivere, così da avere poi delle storie da raccontare. Nelle notti d’agosto e solo in quelle, la città è interamente avvolta nei sogni dei dormienti. Ogni sogno è il filo di un tessuto, ogni sognatore telaio e tessitore insieme. Cosa ne verrà da questa notte d’estate, breve come un sospiro? Il primo sognatore cammina solo tra montagne altissime, le cui cime si perdono tra nuvole gravide di pioggia. Il secondo sognatore incontra sua madre giovane, abbracciata a un uomo che non sarà suo padre. Il terzo che viene avanti è una sognatrice perduta in un deserto di sabbia rossa che raccoglie e guarda un unico seme prima di piantarlo nel terreno. Poi è la volta di un uomo anziano che sogna, notte dopo notte, di tornare nelle terre che lo hanno visto bambino e lì ritrovare il padre che ha perduto prima di averne imparato il viso, la madre amorosa che gli portava cibo e panni caldi nelle lunghe notti di lavoro in campagna, i due fratelli maggiori partiti per il Brasile e mai tornati indietro. Di nuovo è una donna che lascia i suoi sogni liberi di vagare. Cammina in una piazza dalla forma circolare piena di mercanti e bancarelle colorate, di servi che fanno la spesa. Guarda se stessa nel sogno e scopre di abitare il corpo di un giovane uomo. I sogni di un bambino assomigliano a una favola che la madre gli ha letto la sera prima. Una bambina sogna

la strega di Biancaneve che cerca un’allieva, così si sveglia urlando nella notte.

Sognano tutti gli abitanti di questa città, ma mai nessuno che sogni di abitarci. E se sognano la città, è quella del passato, quella che li ha visti bambini ansiosi di diventare adulti. I fantasmi sono avidi di sogni, più di quanto non lo siano delle narrazioni dei vivi. Dei sogni ci si può appropriare e portarli con sé, perché si levano verso il cielo avvolti in sfere di cristallo.

Alcuni ne fanno incetta per la loro collezione. Ma nessuno sa dove i fantasmi custodiscano i loro tesori, le case dei fantasmi sono ignote ai vivi. Man mano che il buio si attenua, i fantasmi scivolano giù dai tetti importunando i gatti ancora addormentati. Nell’ora incerta che tra la notte e il giorno sta, diventano per qualche attimo di nuovo tangibili. Così si lavano alle fontane che zampillano acqua fresca, camminano a piedi nudi sui prati, staccano le locandine delle edicole, sfogliano la prima edizione del Corriere della Sera. Dato che possono toccare le cose, qualcuno suona ai citofoni o fa suonare telefoni in case addormentate. Ma è solo questione di pochi momenti, non appena la luce sale, di nuovo diventano invisibili e anche i loro gemiti diventano inudibili alle orecchie umane. Chi erano i fantasmi che vivono nell’ombra dei miei cortili?

Forse quelli che hanno lasciato cose incompiute, saranno in molti a ritrovarsi su queste stesse strade in un tempo che chiamano futuro. Ora l’atmosfera è cambiata anche d’estate. Sarà perché le grandi fabbriche non ci sono più, sarà perché la gente ha imparato a fuggire la città anche in altri mesi, io non sono più un teatro di desolazione in agosto. Solo, che ora si esauriscono molto più rapidamente sia idee che risorse. Visitati i pochi musei aperti, visti i film perduti l’inverno precedente, letti tutti i libri accumulati, privi a dire il vero di qualsiasi energia, dopo tanto vagare. Però i mie abitanti potrebbero ancora cercare piume d’angelo sui tetti delle case e scarpe dei fantasmi fuggiti all’alba. Possono cercare se stessi bambini in luoghi che, a occhi chiusi, sono sempre uguali, così come accade solo quando si è bambini. Seduti ai tavolini all’aperto finiscono sempre con il chiacchierare con sconosciuti, come in altre stagioni non avrebbero fatto mai. Anche gli uffici aperti sono sonnolenti e inoperosi. Sfogliano il giornale sino a mezzogiorno, chiacchierano al telefono con l’amica che sta al mare. Contano i giorni che mancano alle ferie e rievocano quelle appena trascorse con i colleghi che si fingono interessati.

Soprattutto d’agosto possono godere di un silenzio sconosciuto in tutto il resto dell’anno. Di notte, con la finestra aperta, si sentono frusciare le foglie, si sente il ronzio dei lampioni e qualche sirena lontana che non allarma ma culla il sonno. E in questo silenzio ritrovano, poco a poco, il senso delle parole che credevano perdute e che invece ancora dimorano in loro. Così da alimentare i fili del telaio per i tessitori notturni e il fiato per i narratori diurni. Possono abbandonarsi alla furia del temporale e dimenticarsi di ogni cosa, e per questo farsi invidiare

dai miei palazzi, possono costruirsi una casa con i ricordi e le prime foglie cadute. Dare rifugio ai fantasmi e respirare l’odore di terra bagnata che sale sino alle finestre. Così cullati dal rombo del tuono e illuminati dalla folgore più vicina, possono avviarsi dentro se stessi, pronti a cercare la strada che porti alla scoperta del non ovvio e del non banale. E trovare così insediate molto in fondo, quasi vicino al loro cuore, molte città che stanno nell’attesa di essere scoperte, molte case che devono essere costruite, molte storie che vogliono essere vissute prima che narrate.

In questo scorcio di secolo che ha la fortuna di non avere bisogno di eroi. In questo tempo che si sforza di essere normale senza rivelare mai quale sia la pietra di paragone, quale lo scandalo da tacere. Agosto è l’ultimo mese dell’anno, qui in città lo sanno tutti che è settembre il mese degli inizi, l’inizio dell’anno nuovo. Ad agosto resta tutta la rassegna delle malinconie inspiegate, dei ricordi luccicanti d’acqua, dei cambiamenti repentini di direzione. Caterina in agosto non va mai via, i suoi occhi sono i miei occhi, i suoi passi quelli che non potrò segnare mai. Le regalerò temporali e una storia nuova da raccontare.

lunedì 16 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/526. Quel che accade nel mondo, oltre queste pagine

 

 


Oggi volevo pubblicare un brano dal mio primo romanzo Frammenti del tredicesimo mese, un brano che racconta un’estate a Milano in agosto. Ma come spesso accade, le mie intenzioni mattutine si piegano alla vicende e alla cronaca della giornata.

Le immagini drammatiche dell’aeroporto di Kabul, il video della ragazza afghana che piange e dice “a nessuno importa di noi, moriremo lentamente nella storia” e per finire una fotografia manipolata, con la didascalia “New York 2001-Kabul 2021” dove vengono affiancate l’immagine degli uomini che cadono dalle torri gemelle nel 2001, con quella degli uomini che cadono dopo essersi aggrappati al carrello di un aereo che stava decollando. L’immagine prima è girata senza censure su Facebook e poi velata dalla quella copertina grigia sfumata con la dicitura “Contenuti riservati. Questa foto potrebbe mostrare immagini forti o violente. Scopri di più. Vedi la foto”.

La foto l’avevo vista stamattina, postata da un contatto che conosco a malapena, ma poi l’ho rivista con la copertina, postata da alcuni intellettuali dei quali ho grande stima. E mi sono davvero arrabbiata. Gliel’ho scritto nei commenti, cosa che faccio di rado commentare i post altrui, non ho tempo e non mi interessa, se ho visto o letto qualcosa che mi è piaciuto, metto il “mi piace” o un cuoricino. Chiunque abbia avuto la pessima idea di creare quell’immagine ha contribuito a rendere ancora più vani e inutili i nostri soliloqui sui social. Quando l’etica soccombe all’estetica, allora come possiamo cercare di asciugare le nostre lacrime di coccodrilli occidentali e pensare di poter davvero agire nel mondo? I social ci danno l’impressione di stare agendo, di stare leggendo e condividendo. La fruizione di ogni post varia dai pochi secondi per una foto, ai minuti necessari a leggere uno scritto. E a dimenticarlo subito dopo. Perché la nostra memoria si sbriciola sui social, ci relazioniamo quasi esclusivamente con persone che hanno i nostri stessi interessi, l’algoritmo onnipotente ci premia aumentando la visibilità dei nostri post in maniera direttamente proporzionale al tempo che trascorriamo e alla quantità di “mipiacciamenti” che mettiamo, e anche in base ai trending topic del giorno. Quando ho dedicato la mia Cronaca alla scomparsa di Calasso e ai suoi due ultimi libri, ho quintuplicato i miei lettori sia su Facebook che sul mio blog. Cosa c’è di reale in queste bolle che catturano la nostra attenzione? Possiamo in qualche modo trasformare dolore e indignazione in azioni efficaci e sensate? Non credo, non credo proprio. Mentre sto scrivendo queste poche righe è scoppiato un temporale. Bisogna fidarsi dei tuoni e delle saette, è un modo del cielo per ricordarci che siamo creature terrestri e mortali. E la maggior parte di noi occidentali, per quanto indignati e addolorati, siamo per lo più in vacanza, a guardare il mare o una bella vallata alpina.

 

Questa Cronaca 526 di lunedì 16 agosto del secondo anno senza Carnevale, è arrabbiata e triste, due volti della stessa medaglia che si chiama impotenza.

domenica 15 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/525. Ferragosto in giardino tra api e angurie

 



 

Ferragosto, una festività sia laica che religiosa, la feriae Augusti dell’imperatore Ottaviano Augusto e l’Assunzione in cielo di Maria. Festa del solleone, del colmo dell’estate, oggi il clima è stato consono alla tradizione, caldo e soleggiato. Potrei fare una delle mie solite liste dei giorni di Ferragosto passati che hanno tutti in comune abbondanti pranzi in campagna, in riva al lago o in riva al mare in compagnia durante l’infanzia con i familiari e poi anche con amiche e amici. L’importante era ed è festeggiare, come si fa a Natale quando festeggiamo non solo la Natività, ma anche il fatto di essere nel cuore dell’inverno, vivi e al riparo, in compagnia dei nostri cari.

Se devo scegliere un simbolo per questa giornata non ho dubbi: l’anguria è la regina del Ferragosto e anche oggi la tradizione è confermata. Angurie tonde a strisce verde chiaro e angurie lunghe e pesantissime, tutte al fresco nella fontana insieme alle bottiglie di un vinello rosato da bere in quantità moderata. Non poteva mancare la pasta al forno, preparata questa mattina molto presto, quando accendere il forno era ancora possibile. La pasta al forno che ho imparato a fare in famiglia è fatta più con i tortiglioni che con le lasagne, il ragù è alternato a strati di prosciutto cotto, mozzarella e uova sode. A volta c’è anche la mortadella e una spolverata di parmigiano in superficie per fare la crosticina. In ordine sparso friselle condite con aglio, olio e origano, pomodori ben maturi con mozzarella e basilico, prosciutto crudo con melone, vitello tonnato, grigliata mista di carne o di pesce, zucchine fritte condite con aceto e menta, peperonata tiepida, fiori di zucca in pastella e fritti, riso, patate e cozze al forno, insalata di mare, impepata di cozze, torta salata con zucchine e ricotta, peperoni ripieni di riso o di carne o tutt’e due, per finire macedonia di frutta, crostata alla frutta e anguria come se non ci fosse un domani. Quest’anno la tavola era apparecchiata in giardino, all’ombra dei grandi fichi. Le api ronzavano nei cespugli di lavanda, una piacevole brezza ci ha accompagnato sino alla fine del pasto. Poi abbiamo continuato a chiacchierare, abbiamo giocato a carte – scala 40 e briscola, qualcuno è andato a fare la siesta, qualcuno è andato al mare. E qualcuno ha avuto anche il coraggio di fare merenda. È bello in certi giorni non avere niente di importante da dire, perché la vita è anche questa gioia di un giorno semplice e pieno di sapori e di profumi. Spero che abbiate passato tutti una bella giornata, qui si continua a giocare a carte in giardino e tra poco imbandiremo la tavola con gli avanzi del pranzo. Poi a mezzanotte ci saranno i fuochi d’artificio.

Buon Ferragosto del secondo anno senza Carnevale in compagnia di questa Cronaca 525 e delle sua corte di angurie.

sabato 14 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/524. L’estate è un’onda che dice memoria e poi oblio

 

 


 

Dolci pomeriggi estivi dove l’aria è calda ma sopportabile e nel giardino sento ronzare le api e nei campi le cicale. Dopo il picco dell’ora meridiana, il sole declina e possiamo continuare a restare in silenzio ma vicini. Qui nella terra ai piedi delle Montagne della Nebbia, l’estate è la stagione dei ritorni, più che le partenze sono gli arrivi degli abitanti che si erano dispersi nelle passate stagioni. Tutti avevamo molto da fare negli altri luoghi della nostra vita, ma sapevamo che ci saremmo ritrovati alla Casa delle Parole. E uno alla volta siamo arrivati, la badessa è arrivata dal monastero di Colorno, il re e la regina dal loro castello che sta sulla montagna più alta, il misterioso architetto e il sapiente guerriero sono arrivati insieme, perché insieme hanno viaggiato. Domani andremo alla Casa delle Tre Sorelle, in riva al mare, ma oggi siamo rimasti qui a salutarci senza neanche alzarci da amache e lettini. L’ombra del giardino è vasta come la notte e ci saluteremo dopo, quando farà meno caldo. A turno andiamo ad aggiungere ghiaccio nelle brocche di acqua e limone, aromatizzata con la menta. Le pesche ben mature sono nella grande ciotola di terracotta smaltata di bianco e di verde, sono protette da un coperchio retato e le vespe ronzano un po’ intorno e poi se ne vanno. Sono stata la prima ad alzarmi e con il poeta sono andata a raccogliere gli ortaggi per la cena: pomodori, melanzane, peperoni e basilico per aromatizzare sia il sugo che l’insalata. Ora che il sole è sceso possiamo anche fermarci a innaffiare senza rischiare che le foglie brucino, l’odore della terra sale verso di noi inconfondibile e tutte le estati della nostra vita esplodono in quei pochi istanti, perché la memoria è un profumo prima ancora che un sapore o un volto. Sul sentiero incrociamo anche la coppia dei lupi che non vedevamo dalla scorsa primavera, sono sempre maestosi e affettuosi, ci salutano e poi corrono via per arrivare a casa prima di noi. Ora che il vento è girato sentiamo il rumore del mare e anche l’aria si fa salata, qui mi dimentico di tutto e sono costretta allo stesso tempo, a ricordare tutto, perché questo giardino, questa casa, sono il riassunto di tutte le case e di tutti i giardini, questa estate che si srotola un giorno dietro l’altro, è la somma di tutte le estati. Domani è Ferragosto, festività laica e popolare, paragonabile forse al Primo Maggio, domani celebreremo il solleone, la pausa dalla vita ordinaria, domani sarà un giorno speciale. Ma oggi è la vigilia e stasera potremo iniziare a raccontare, perché è la notte che ci dispone a rievocare le cose che sono state e a immaginare quelle che potrebbero essere o che mai saranno.

 

 

 

Ci immergiamo nella notte

 

Le voci si levano dal

buio, ci accompagnano

sul sentiero che ancora

non conosciamo. Perché

è nuova l’estate e siamo

nuovi anche noi, il sole

ha bruciato la nostra

pelle, scorticato le spalle,

ci ha tolto le forze e ci

ha compensati con altri

sogni mai sognati. Ci

immergiamo nella notte

come se fosse un mare

e non abbiamo paura

delle ore che verranno.

Intorno a noi escono

le lucciole e il buio ha

voci che ora riconosciamo,

ora che le stelle precipitano

nel giardino e anche

la fontana tace per ascoltare

la tua cara voce che amo

più di ogni altra al mondo.

 

 

Così scende la sera qui, intorno alla Casa delle Parole, entro in cucina e vado a lavare i pomodori e le melanzane per fare il sugo. Il profumo del basilico sovrasta ogni altro profumo, anche se nell’aria resta quel vago sentore di legna bruciata, di brace nel camino.

 

Oggi è sabato 14 agosto del secondo anno senza Carnevale e questa Cronaca 524 è rossa e tonda, un po’ bitorzoluta, come un pomodoro ben maturo.

venerdì 13 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/523. Il fuoco è una danza che inizieremo di notte

 


 

Storie del Mediterraneo/2

Eravamo ancora sdraiati intorno al fuoco, Philippe non parlava e Magali non gli chiese più niente. Le fiamme crepitavano e le scintille salivano verso il cielo stellato creando questo gioco di specchi, per cui sembrava che fossero le stelle a caderci negli occhi. Poi, Philippe iniziò a parlare.

-      Non ho molto da raccontare, nella vita ho sempre fatto le cose che mi venivano richieste dalla famiglia e dalla società. Ho studiato con ottimi risultati, sono laureato in economia, lavoro in una grande società di investimenti, ho avuto molte relazioni, ma solo due storie importanti. Qualche mese fa ho lasciato la mia ultima ragazza perché non avevo altro da dirle, non sapevo cosa dirle e anche lei con me si annoiava. Conosco Luis e Michel dai tempi dell’asilo. Siamo inseparabili come i tre moschettieri, abbiamo studiato sempre insieme sino all’università, quando loro due hanno preso strade diverse, Michel architettura e Luis medicina. Alla fine ognuno di noi ha seguito le orme paterne, come si diceva un tempo. A volte penso di essere nato vecchio, perché non ho mai avuto il desiderio di fare cose diverse da quelle che ho fatto. Non mi sono mai drogato, non bevo… sono un tipo troppo normale e banale e attiro solo donne normali e banali. Forse c’è qualcosa di più, forse posso aspettarmi qualcosa di più. Non sono mai stato un grande lettore, le storie mi interessano poco, però qualche romanzo, soprattutto i classici, li ho letti da ragazzo. Ma ho sempre sperato che la vita andasse oltre, che ci fosse un altrove dove sperimentare la felicità. E invece… adesso ogni tanto leggo qualche romanzo contemporaneo, e più ne leggo, più penso che il nostro mondo sia sempre meno interessante, sempre più banale e che sono stati fortunati quelli nati nei secoli precedenti. Certo, lo so che non avevano vite facili, ma credevano sempre in qualcosa, fosse Dio, il Re o la Scienza, o ancora l’Arte. Avevano principi solidi e obiettivi, i principi solidi li ho anch’io, ma perché me li hanno inculcati sin da bambino e mi chiedo sempre più spesso chi io sia davvero… un conformista, un uomo agiato che non ha mai dovuto rischiare nulla. Questa traversata del Mediterraneo in barca, con l’essenziale per vivere, senza una mèta precisa, ma solo con le mappe e il sestante per orientarci, è la cosa più avventurosa che mi sia mai capitata. Devo ringraziare i miei amici che in barca sanno andarci, fosse stato per me, sarei sdraiato sulla stessa spiaggia in Costa Azzurra anche quest’anno.

Era vero che ci conoscevamo da sempre, ma non avrei mai immaginato che Philippe vivesse con questo carico di noia esistenziale, con questa mancanza di senso e mi dispiaceva, perché né io né Luis lo avevamo capito o immaginato, perché noi facevamo un lavoro in cui ci riconoscevamo e avevamo ancora fede nella scienza se non in Dio.

Lasciammo che il fuoco si spegnesse, l’aria della notte era ancora tiepida e senza i bagliori delle fiamme intorno a noi, potevamo immergerci nella stellata che ci sovrastava e che, guardandola fissa, sembrava che stesse cadendo su di noi. Dagli alberi dietro il capanno di Magali i grilli iniziarono a sussurrare il loro canto e io pensavo a quanto ero fortunato ad amare le case e a poterne costruire e ristrutturare diverse ogni anno. Forse Philippe doveva cambiare lavoro, ma non avevo idea di cosa avrebbe potuto fare visti i suoi studi. Ero curioso di sapere cosa avrebbe raccontato Luis, ma nessuno parlava e ci addormentammo. Sognai di danzare in cerchio intorno a un fuoco enorme con i miei amici e Magali, eravamo vestiti di pelli e avevamo strisce rosse e nere sulle guance e sul petto e la parte superiore del viso era pitturata di bianco. Sembravamo dei selvaggi, forse erano solo le nostre anime che chiedevano di essere liberate.

Fu l’alba a svegliarmi, mentre tutti dormivano andai a bagnarmi alla fontana, non volevo allontanarmi, sentivo che fare tutto insieme fosse la cosa più importante in quel momento. Magali dormiva sul fianco destro, i lunghi capelli sparsi intorno come una coperta, aveva mani lunghe e bellissime che non avevo notato il giorno prima. Sapevo che avrei potuto innamorarmi di lei, ma forse sarebbe stata la cosa più scontata, non volevo che accadesse, almeno non volevo che accadesse subito.

Continua così questa nuova avventura nell’isola misteriosa con la Cronaca 523 di venerdì 13 agosto del secondo anno senza Carnevale. Con questo caldo scrivere è strappare ogni parola all’ombra del pomeriggio, ma non riesco a non farlo, devo scoprire anch’io chi sono queste persone e cosa succederà loro.

giovedì 12 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/522. Misteriosa, marina, sdraiata sotto un cielo stellato

 



Storie del Mediterraneo/1

Pensiamo che sia il vento a condurci verso la mèta, ma è lui a lasciarcelo credere. Neanche il vento sa bene dove va e perché. Così quando sbarchiamo sull’isola il primo a stupirsi e a correre a giocare con i cespugli di mirto è proprio il vento della traversata e dello sbarco. Tutto è silenzio intorno a noi quando il vento si rifugia all’interno. La spiaggia ha piccole dune e si allunga a destra e a sinistra e sembra non finire mai. Abbiamo ancorato la barca e portato a riva solo le poche cose che ci servivano, più tardi andremo a pesca e coglieremo le noci di cocco, avremo di che mangiare e bere. Ma se riuscissimo a trovare una fonte d’acqua fresca, potremmo stare ancora più tranquilli e riempire i bidoni a bordo, anzi rinnovare tutta la scorta già che ci siamo. Ci sarà luce ancora per molte ore, anche se la verticale del mezzogiorno l’abbiamo già dietro di noi. Philippe e Luis decidono di andare oltre le dune a vedere cosa c’è, io preferisco restare a guardare il mare e buttare giù un altro schizzo nel mio taccuino. Quando torneremo a bordo per dormire userò gli acquarelli, ma adesso mi basta tracciare le linee che replicano quel che il mio occhio racchiude in un unico sguardo. Non passano che pochi minuti e il fischio di Luis perfora l’aria intorno. È il nostro segnale per dire che tutto va bene e di raggiungerli. Così metto a tracolla la mia borsa di cuoio che viaggia con me da un decennio e mi avvio seguendo le loro tracce. La spiaggia finisce poco oltre le dune e rocce nere, forse vulcaniche, circondano un bosco non troppo fitto nel quale mi introduco. Subito canti di uccellini invisibili mi circondano e sento anche il loro chiocchiolare. Dopo qualche passo ancora, è un rumore d’acqua che mi attira e mi trovo di fronte a un laghetto con due piccole cascate gemelle e rive pianeggianti. I miei amici si stanno lavando, si spruzzano, ridono e scherzano. L’idea di un bagno d’acqua dolce mi attira, abbiamo uno strato di sale sulla pelle che nessuna delle docce riesce mai a scalfire fino in fondo. Quel che nessuno di noi tre ha notato, è la donna vestita di bianco che se ne sta accoccolata dall’altro lato del laghetto e ci guarda. Ce ne accorgiamo solo quando inizia a rispondere ai canti degli uccelli e si alza in piedi. Ha capelli lunghi e ricci, scuri come il fitto del bosco, porta collane di conchiglie e una corona di bacche rosse. Anche i suoi occhi sembrano scuri nella distanza. Ci fa segno di raggiungerla e chi siamo noi per rifiutare l’invito? Ci avviciniamo con cautela e ammiriamo le cosce sode, le gambe lunghe, il seno florido e invitante. Sono mesi che non incontriamo una donna e lei è così bella! Pensiamo all’unisono la stessa cosa mentre ci avviciniamo. Chissà se uno di noi sarà così fortunato da unirsi a lei. Quando arriviamo, io a piedi e gli altri due a nuoto, lei si presenta con il nome. Magali parla la nostra lingua e ancora non è il momento di fare domande. Dice che anche lei è scesa al lago per fare il bagno e si leva con un solo gesto la tunica, mentre noi continuiamo a guardare il suo corpo magnifico appena coperto da un piccolissimo costume che sembra di pelle di daino. Nuota meglio di noi e nessuno riesce a prenderla, va fino alle cascate e si lascia sommergere dall’acqua. Lo facciamo anche noi tre ed è una sensazione bellissima. Così adesso siamo rinvigoriti, eccitati e affamati. La seguiamo fuori dall’acqua e andiamo verso la capanna dove vive. È decorata con le stesse conchiglie che porta al collo, ampia e con l’ingresso chiuso da una stuoia. In una buca coperta di foglie di palma, sta cuocendo del pesce. Ne riconosciamo l’aroma mescolato a quello delle erbe spontanee con cui l’ha ricoperto, timo e rosmarino. Mette sul fuoco cocco con il suo latte e curry, quello deve averlo portato dalla terraferma, e prepara un piatto abbondante per ciascuno di noi, una pietanza che è allo stesso tempo esotica e familiare. Mangiamo con le mani e non parliamo perché lei non parla e non lo farà se non dopo avere raccolto i gusci dentro i quali abbiamo mangiato e averci invitato a sciacquarci a una fontana fatta di bambù dove scorre la stessa acqua delle cascatelle. Il sole è ormai calato oltre le colline più alte e l’aria inizia a rinfrescare. È lei che accende il fuoco e dispone quattro stuoie intorno. Io sono l’unico che giù al lago non si è presentato. “Sono Michel” le dico e lei mi ripete il suo nome come se io non lo avessi sentito quando ci siamo visti giù alle cascate. Il fuoco è di piccole dimensioni ma diffonde intorno quel calore giusto che invita al racconto. “Ditemi di voi, raccontatemi chi siete e come siete arrivati qui nella mia isola. Io vi dirò di me, ma dopo. Inizia tu Philippe, sei il meno abbronzato e quello che nuota meno veloce. Non sei abituato a stare settimane in mare come loro due. Raccontami chi sei e svela anche ai tuoi amici almeno un segreto”. Così Philippe iniziò a parlare e mi trovai di fronte uno sconosciuto, non l’amico che frequentavo da oltre vent’anni.

 

Oggi mi è presa così, un nuovo filone narrativo, un’isola sconosciuta, una donna misteriosa. Chi sono quei tre giovani uomini? Chi è Magali? Magari lo scopriremo insieme nei prossimi giorni.

 

Oggi è giovedì 12 agosto del secondo anno senza Carnevale e questa è la Cronaca 522, marina, misteriosa, sdraiata sotto un cielo stellato.

mercoledì 11 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/521. Favola della rondine senza nido e del vento senza casa

 

 


 

Mi ha sempre colpito la dichiarazione di Michelangelo, di voler andare a cercare nella pietra le figure che erano vi erano nascoste, imprigionate. È proprio vero, è una qualità della materia tenere in sé altre forme, altri stati, altre possibilità di esistenza.

Il fiore in boccio tiene in sé il ricordo del seme, la foglia l’ombra dell’estate precedente e anche la nuvola nasconde la pioggia caduta giorni fa. Dunque l’unica verità di questa dimensione è l’eterno mutamento, le forme che cambiano con il cambiare della luce solare e della stagione.

È ancora la pietra che sembra poter essere uguale a se stessa, ma non è così, prima o poi il vento ne avrà ragione o Michelangelo che vuole scolpire lo schiavo che regge il mondo sulle spalle. È il nostro destino tenere il mondo sulle spalle, inutile cercare di sottrarsi perché ciascuno di noi è responsabile di quel che accade. Lottiamo contro la forza di gravità e contro il tempo per portare nel futuro la bellezza che abbiamo incontrato. Impariamo sin da piccoli ad avere cura delle persone e delle cose, le donne più degli uomini per via del retaggio culturale, ma ciascuno di noi ha un senso della cura e della gioia nel praticarla, metterla in atto. Non fosse che il curare delle piante o un gatto anziano. Siamo portati dall’istinto ad avere cura delle creature più giovani, più piccole o più anziane, indifese. Perché sappiamo di dover contrastare il male che abita il cuore degli uomini tanto quanto il bene e molto spesso è più forte. È difficile parlare ad alta voce di fronte alla sofferenza, e allora sussurriamo e facciamo ciò che va fatto. Anche di fronte al male estremo e assoluto del nazismo ci furono donne e uomini che dissero no, si opposero, salvarono vite ed ebbero cura del mondo. Avere cura è sempre un atto rivoluzionario, perché si oppone alla distruzione e si preoccupa e occupa in concreto delle creature e del pianeta a partire da chi e cosa ci è più vicino. Nell’astrazione e nella distanza non c’è cura ma solo fredde intenzioni e proclami. Nella strada dove abito c’era una signora, si chiamava Maria, non sapeva che ogni gesto fosse un gesto d’amore, ma bagnava i cespugli in giardino ogni mattina molto presto, prima che potesse il sole bruciare le foglie giovani, sfamava i gatti randagi del quartiere, lavorava ai ferri quadrati di lana per farne coperte,

leggeva favole ai bambini, chiacchierava con le vicine di casa e sorrideva ai negozianti. Era molto anziana e non so altro di lei, se non che un giorno ho smesso di incontrarla e i gatti hanno smesso di venire a cercarla e alle sue finestre non c’erano più i panni bianchi stesi, ma

vasi moderni con piante sempreverdi. Cosa è rimasto di lei se non questo ricordo, queste poche parole? È vero, ma il ricordo è potente e i gesti sono stati imparati. Ci sono altre mani che innaffiano i cespugli e la gente sorride quando si incrocia per strada, anche quelli che sono stati bambini e hanno ascoltato le favole lette da lei nei pomeriggi d’estate. Non hanno bisogno di leggerle, perché le hanno imparate a memoria e uno di loro stava con i suoi figli, sulle panchine nuove e recitava la storia della rondine senza nido e del vento senza casa che si incontravano ogni anno sotto lo stesso angolo di tetto.

Qualcosa rimane sempre e per sempre, anche se oggi non ci sembra che sia così. Ho innaffiato le rose e il basilico questa mattina, e poi sono andata a camminare e mi è sembrato di averla vista china con un ciotola di cibo in mano e un gatto rosso che la stava salutando.

 

Questa è la Cronaca 521 di mercoledì 11 agosto del secondo anno senza Carnevale, e Milano risplende nel silenzio e nella solitudine delle strade che hanno riscoperto le gioie della contemplazione.