lunedì 31 dicembre 2012

Ogni città è sospesa tra realtà e immaginazione

Ogni città è sospesa tra realtà e immaginazione, governata da leggi assurde, con l'effetto di ricordare al lettore che una città può essere assorbita solo attraverso brevi sguardi, ciascuno dei quali si fissa a un oggetto, una storia o un ricordo.

Amal Hanano 
Aleppo città invisibile
su Internazionale 980 del 21 dicembre 2012

Ogni scrittore è sempre prima di tutto un lettore

Un'altra intervista, a uno scrittore in questo caso: l'autore di best-seller Ken Follett.

È vero che non poteva guardare la Tv?
sì. E non potevo andare al cinema o a teatro, per cui leggevo moltissimo. Credo che lo avrei fatto comunque, ho imparato a 4 anni, ma se sono diventato un divoratore avidissimo di libri e oggi faccio questo mestiere è anche per questa censura infantile. Ogni scrittore è sempre prima di tutto un lettore.

Può raccontare come scrive?
Ci siamo solo io e me stesso nella stanza, circondato da libri. E davanti a me ho due monitor. A destra il libro che sto scrivendo. A sinistra Google Earth con le strade, i fiumi. Il mio personaggio si muove e io seguo passo per passo ogni suo movimento. Scrivo così.

intervista di Laura Fiengo  a Ken Follett
Vanity Fair 28 novembre 2012

Poesia scritta con la mano sinistra

Inizio a chiudere il 2012 con due frammenti di un'intervista al poeta e premio Nobel per la letteratura dell'anno passato Tomas Tranströmer.

Riesce a scrivere ancora?
Sì, ho sempre usato la mano sinistra, l'unica che muovo dopo l'ictus. Il computer o altri supporti tecnologici non mi sono mai serviti. Scrivo sulla carta, fino all'elaborazione finale che invece avviene con la macchina da scrivere. Ovviamente ci sono delle difficoltà ma la forma dei miei versi ora è così breve e compatta che mi basta una mano sola.

(...)

In un'intervista ha definito le sue poesie dei luoghi di incontro in cui stabilire un legame inatteso tra parti di realtà.
C'è sempre una verità che esce e una che entra, l'ispirazione è data dall'incontro di entrambe, ma queste due verità non sono mai comode. E ciò che ha l'apparenza di un confronto svela un legame.

intervista di Sebastiano TriulziTomas Tranströmer
la Repubblica lunedì 24 dicembre 2012

domenica 30 dicembre 2012

In ogni passione avvengono prodigi

La filosofa Simone Weil era una donna di fragile durezza e di passioni estreme.
Una vita votata alla comprensione della condizione umana prima che con lo studio, attraverso la pratica e la condivisione della fatica di vivere di donne e uomini qualunque. Rigore, sobrietà, empatia, solitudine, amicizia, mente luminosa, la scelta estrema di privilegiare l'osservazione e l'esperienza diretta quasi a discapito dell'immaginazione e della speculazione filosofica. La dimensione essenziale di Simone Weil viene proposta con eleganza e partecipazione in un film toccante che ho visto ieri per la prima volta, Le stelle inquiete della regista e sceneggiatrice Emanuela Piovano
La scelta di un episodio fondamentale nella vita della Weil, cioè il mese trascorso in campagna ospite del filosofo contadino Gustave Thibon e di sua moglie Yvette. A Thibon la Weil affidò i suoi quaderni che diventarono poi, grazie alla sua cura, il libro più noto della filosofa, L'ombra e la grazia.
Il film è ricco di citazioni e immagini che colpiscono per la loro bellezza e semplicità. Il trascorrere del tempo è segnato da un tavolo di ferro in terrazza su cui si alternano mele e noci, ciclamini, ciliegie e pesche. A volte un'immagine che ci viene offerta da altri si sovrappone a qualcosa che è proprio sotto i nostri occhi. Così da due visioni sovrapposte, dall'eco delle citazioni weiliane, dalla contemplazione di un cielo stellato, eterno e in apparenza immutabile, è nata una poesia che si chiude con la citazione che apre il film.

Le noci e il melograno
ancora intatti sul tavolo,
due parole opposte che si
attraggono, le sto cercando
quercia e pietra uniche
a sfidare il tempo
troppo simili nella pervicacia
meglio la pioggia e il vento
che passano e non sanno
il sollievo della sosta.
Così saranno la quercia
e il vento i primi opposti
e la pietra con la pioggia
ad accompagnare ogni ricordo
che avrai lasciato, ogni parola
che avrò perduto.
In ogni passione avvengono
prodigi.
E.P.

sabato 29 dicembre 2012

Diario d'inverno


“Una porta si è chiusa. Un’altra si è aperta.
Sei entrato nell’inverno della tua vita”.

La vita narrata è quella di Paul Auster che si racconta non pronunciando mai la parola “Io”.
Per frammenti, a volte lunghi qualche pagina, a volte poche righe, lo scrittore ricompone in un mosaico quello che della sua vita è rimasto nella memoria.
Testimone e attore di avvenimenti, di casualità che lo hanno portato a essere Paul Auster, racconta dell’infanzia illuminata dall’amore materno, dei giochi sfrenati con gli altri bambini, dei cambiamenti di un corpo di cui conosce soprattutto le mani e i piedi, rassegnato a non sapere mai davvero nulla del suo viso che solo gli altri vedono in continuazione. Proprio il volto dello scrittore campeggia sulla copertina della traduzione italiana, come sempre dell’eccellente Massimo Bocchiola, un volto assorto, preso in chi sa quali pensieri, che si staglia su uno sfondo nero, da cui emerge come una scultura antica dove la pietra trasmette la consistenza della carne.
Un libro di frammenti e più ancora di liste che ricompongono la figura di Auster uomo, perché non molto viene detto dello scrittore, così come l’ebraismo che pur presente, non è uno degli elementi fondanti di questo libro. Liste di cicatrici, di luoghi visitati, di case abitate nel corso di tutta la vita, di viaggi, di donne amate, di malattie, di piccoli piaceri del corpo, dei cibi e dei dolci, del piacere del fumo e del buon vino, del camminare, del leggere, del tradurre gli amati poeti francesi. Tra tutte due sono le donne che emergono, la madre non bellissima ma carina e fascinosa, divisa da sempre in tre creature, oscillante tra l’estrema sicurezza del fascino e il panico che la paralizza e le impedisce di vivere una vita normale. Dopo la sua morte è Paul che conosce cosa siano gli attacchi di panico, quasi fosse un modo per tenere in vita dentro di sé, colei che lo aveva dato alla vita. L’altra è Siri Hustvedt, donna bellissima, “alcuni fra i luoghi più belli del mondo si trovano sul corpo di tua moglie", e talentuosa, scrittrice come lui, con la quale condivide, ancora con stupore la vita da quasi trentadue anni, “il grande amore che ti tese un’imboscata quando meno te lo aspettavi”. Una vita insieme lunga e piena di gioie e di dolori, caratterizzata soprattutto dal loro incessante conversare. L’amore coniugale è raccontato con delicatezza e passione, ancora grato al caso, non dimentichiamo che Auster, in ogni suo libro è il cantore del caso, per averli fatti incontrare. Lo stesso caso che in un giorno lontanissimo fa sì che un fulmine colpisca l’amico con cui sta giocando e risparmi lui. Così in una sequenza di eventi, di casualità, di scelte apparenti Auster uomo diventa Auster scrittore ed è lo scrittore, sullo sfondo ma sempre presente, che rende grazie all’uomo che lo ospita. Un uomo che riconosce l’inverno della vita ormai iniziato, un uomo simile a tanti altri uomini della sua epoca e che in qualche modo li rappresenta tutti. Un libro di poche reticenze e molto pudore che ci avvicina allo scrittore più che all’uomo perché anche in questo libro è l’uomo a essere creato dalle parole, perché senza parole che raccontano l’uomo, Paul Auster sarebbe solo un’ombra nel teatro della vita.

E.P.

Scrivere è la musica del corpo


Per fare quello che fai hai bisogno di camminare. È camminare che ti porta le parole, che ti permette di sentire il ritmo delle parole mentre le scrivi nella tua mente. Un piede avanti, poi l’altro piede, il doppio battito di tamburo del tuo cuore. Due occhi, due orecchie, due braccia, due gambe, due piedi. Questo, e poi quello. Quello, e poi questo. Scrivere incomincia nel corpo, è la musica del corpo, e anche se le parole hanno significato, possono a volte avere significato, è nella musica delle parole che i significati hanno inizio. Siedi alla tua scrivania per scrivere le parole, ma nella mente stai ancora camminando, sempre camminando, e quello che senti è il ritmo del tuo cuore, il battito del tuo cuore. Mandel’stam: “Mi chiedo quante paia di sandali avrà consumato Dante mentre lavorava alla Commedia”. Scrivere come forma minore di danza.

Paul Auster 
Diario d'inverno
traduzione di Massimo Bocchiola
Einaudi 2012

Gli scrittori sono anime danneggiate


Nel libro scrive: "Sei senza dubbio un essere menomato e ferito, un uomo che si è portato dentro una ferita dalla nascita (altrimenti perché avresti passato la vita a sanguinare parole su una pagina?)" 
«Tutti gli scrittori sono persone ferite. Abbiamo bisogno di ricordare e creare altri mondi, perché quello in cui viviamo arreca dolore e comunque non è sufficiente. Siamo anime danneggiate».

Gli artisti sono sempre infelici? 
«Non sempre, ma è certo che trovano sollievo nell' arte che creano».

Antonio Monda intervista a Paul Auster
La Repubblica giovedì 29 novembre 2012