martedì 7 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/548. La punta delle dita è in fiamme, allora scrivi e non fermarti sino a che l’alba non spegnerà questo fuoco

 



“Una cosa che mi piace di te, Alvaro, è che sei affidabile come un cucù svizzero. Sapevo che saresti arrivato da me oggi proprio a quest’ora e sei arrivato. Che grande soddisfazione non sbagliarmi mai. Certo che per essere uno scrittore riservi poche sorprese. Magari va meglio nei libri, ma nella vita sei proprio prevedibile”.

Erano trent’anni che conoscevo Lucente e da trent’anni lei mi faceva sempre la battuta sul mio essere un cucù svizzero. A volte con qualche piccola variante e così anziché un cucù ero una banca, sempre svizzera, l’apoteosi dell’ordine e della noia. Ma anche a ma piaceva che i nostri incontri cominciassero sempre allo stesso modo. E di anno in anno cercavo di memorizzare un paio di buone storie e se non mi era successo niente di speciale, cosa molto frequente nella vita degli scrittori, ecco che avevo una buona scusa per inventarmi una storia, pensata apposto per Lucente e Adelina che erano due ragazze dell’anteguerra e credevano ancora nell’amore e nel romanticismo.

“Vi ho mai raccontato della prima volta che Ilona mi ha notato? È successo molto prima che nel libro che poi ho scritto. Ero in una milonga di Buenos Aires con Abdul Bashur e lei era seduta dall’altro lato della pista con una sua amica altrettanto bella. Era impossibile non notarle, due bionde naturali in mezzo a tutte belle donne dai capelli color notte e dagli occhi di pece. Lei e Ilana, non ridete era il vero nome della sua amica, continuavano a fissarci aspettando che andassimo a invitarle. Ma nessuno si muoveva e allora sono state le ragazze a venire a prenderci. Se non le avessimo seguite gli altri milengueros ci avrebbero ricoperti di insulti, così nonostante fossimo entrambi arrugginiti, siamo scesi in pista. E la magia della milonga si è rinnovata una volta di più. Siamo partiti con il Libertango di Piazzolla e non abbiamo smesso per quasi due ore. Ilana e Bashur sono andati via prima di noi e Ilona aveva ancora voglia di ballare, così ha accettato l’invito di un tipo corpulento con dei baffi sottili che gli tagliavano in due la faccia. Quando la sua mano è scesa troppo sotto la vita, lei gli ha pestato un piede con un tacco a stiletto che avrebbe ammazzato un toro. Lui non ha proferito parola, ha iniziato a sudare e senza emettere un solo suono, se ne è tornato al suo tavolo. Ilona è andata a prendere il suo scialle nero ricamato di tralci di rose rosse che sembravano vere e mi ha fatto cenno di seguirla. Ma io ho esitato un attimo di troppo e quando sono arrivato in strada lei era già andata via. Poi ci siamo ritrovati, ma questo già lo sapete”.

“E dove sarebbe la storia?” chiese Lucente.

“La storia non è capitata a me ma a Bashur. Quando ha preso una stanza in un alberghetto con Ilana, quasi subito hanno bussato alla porta. Lui temeva che fosse un altro uomo che li aveva inseguiti. Invece erano due amiche di Ilana cui lei aveva telefonato. Bashur mi disse che quella notte aveva spalancato le porte del Paradiso, e che tutto gli angeli erano biondi dalla testa ai piedi”. Mi fermai a ripensare alla faccia del mio amico e ricordai che l’estasi esiste anche in questa vita e che lui ne era la prova.

“Quello che Bashur non mi confessò se non anni dopo, è che nel cuore della notte arrivò anche Ilona nella stanza d’albergo e sfrattò una delle ragazze per prendere il suo posto. Immaginai che non sarebbe stata una buona idea mettermi in competizione con lui e, infatti, non ci siamo mai invischiati in storie con le stesse donne, proprio per non rischiare confronti”.

Lucente e Adelina sorridevano, ognuna persa nei suoi ricordi, poi la veggente si alzò a prendere il bollitore che aveva fischiato e versò l’acqua nelle tre tazze. Mentre io aspettavo che il mio tè raffreddasse un po’, lei buttò via l’acqua quasi subito e iniziò a scrutare nel fondo della tazza come se ci fosse qualcosa da leggere. Mi fece cenno di avvicinarmi e quello che vidi rimase un episodio senza precedenti e senza seguito. Le foglioline del tè si muovevano in vortici sul fondo della tazza e sulle pareti e ogni tanto formavano figure che lei descriveva con poche parole. “Il falcone, la donna di fuoco. Il fiume verde, l’uomo di paglia. Gli alberi non camminano coi piedi ma con le radici. Le nuvole cantano ma noi non riconosciamo la loro lingua e pensiamo che sia il vento. Ilona arriva con la pioggia. Maqroll sta tornando. Tu li aspetterai entrambi alle foci del Rio Blanco”.

“Cosa aspetti Mutis a scrivere un altro romanzo per noi? Queste sono le storie che ti stanno cercando”.

Continuai a sorseggiare il mio tè mentre Lucente era andata a guardare fuori dalla finestra sul retro. Anche lei dava sulla vallata e le piantagioni. C’era un vento molto forte, un falcone che volava basso e un incendio sul crinale del fiume che si era fermato perché non c’era altra erba secca da divorare. Erano immagini di cui avevo già scritto e ora Lucente mi dava indicazioni perché io le scrivessi ancora. Sentivo la punta delle dita in fiamme, dovevo tornare alla locanda a scrivere. Adelina si alzò senza bisogno che glielo chiedessi e ce ne andammo, non prima di avere promesso a Lucente che saremmo tornati l’indomani.

 

Che volete se a settembre continuo a pensare di essere con Mutis a guardare una piantagione di caffè? Oggi è martedì 7 settembre del secondo anno senza Carnevale e la Cronaca 548 sta ancora ballando il tango.

lunedì 6 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/547. Ci sono tre cose che non possono sottostare a nessuna legge perché vivono delle loro proprie ragioni: l’amore, la fame e la morte

 

“Cosa stai guardando Alvaro? Ci sono solo le piantagioni di caffè da quella parte”.

“Non è così Adelina, è che tu sei abituata a guardare questo paesaggio tutti i giorni e non vedi altro che l’insieme. Ma se guarderai con me ti mostrerò molto altro. Ci sono due falchi che volano da oriente a occidente ogni mattina. Se guardi bene i sentieri che dividono le piantagioni, ti accorgerai che alcuni sono più scuri di altri. È lì che passano i contrabbandieri ogni notte tra venerdì e sabato, quando le guardie di frontiera sono già ubriache e addormentate. Se guardi a destra della piantagione di Carrero, vedrai il sentiero tra le piante che suo figlio ha tracciato per andare a trovare la figlia di donna Catalina tutte le notti. Nessuno se n’è accorto ma se ne accorgeranno presto, perché la piccola è già incinta anche se loro non lo sanno. Catalina e Carrero prima si arrabbieranno moltissimo, ma poi si ricorderanno di quando erano giovani e non avevano potuto amarsi, destinati com’erano dalle famiglie a sposare altri figli di latifondisti. E quando parleranno dei figli si renderanno conto che adesso sono vedovi tutti e due. E allora l’amore fiorirà di nuovo come succede a certi cactus che fioriscono nel deserto di Atacama. Fioriscono quando hanno passato un anno sulla terra e la seconda volta il giorno prima di morire. Ma nessuno riesce mai a prevedere questo giorno e allora non è più possibile raccogliere il succo della pianta e farne quel pisco rosato che tanto piace ai banditi. Si sposeranno anche Catalina e Carrero, e lei avrà il suo ultimo figlio, ha solo quarant’anni la donna e lui pochi di più. A quanti la vita offre una seconda possibilità? Se guardi poi verso il picco di Salar, lì ci sono le capanne dei cacciatori di frodo. Tutti in questa terra campano infrangendo la legge. Tutti fanno cose che secondo le leggi del giorno sono inaccettabili, ma ci sono tre cose che non possono sottostare a nessuna legge perché vivono delle loro proprie ragioni: l’amore, la fame e la morte. Cos’altro c’è di importante oltre queste tre realtà che tutti primo o poi sentiamo?”.

Adelina amava andare a trovare lo scrittore perché sapeva che a ogni visita, avrebbe ricevuto il dono di almeno una storia. A lui bastava guardarsi intorno perché le parole iniziassero a uscirgli dalla bocca come i vaticini di un oracolo, le venne in mente per associazione donna Lucente, la profetessa che aveva perso il dono di leggere il futuro e aveva avuto quello di capire la lingua dei morti.

“Hai mai sentito parlare di Lucente, scrittore?”.

“Quella che legge il futuro? Sì, le ho parlato diverse volte, ma sai che a me il futuro non interessa, mi piacciono le sorprese”.

“Dovresti tornare da lei allora, il futuro non lo sa leggere più, ma ha imparato a parlare con i morti. Certo, non le viene facile come prima, ma i morti sanno essere molto loquaci. Soprattutto la notte tra sabato e domenica, quando tutti si divertono prima di andare in chiesa la domenica mattina per confessarsi e poi comunicarsi”.

L’idea di parlare con un morto, al momento, non piacque allo scrittore. Ma poi pensò che forse avrebbe potuto parlare con qualche amico. Questa sì che era una buona idea.

“Che dici di accompagnarmi da Lucente nel pomeriggio? Possiamo passare prima nell’emporio di Antonio per comprarle un regalo. So che non accetta mai denaro, solo oggetti e animali vivi che poi rivende al mercato. Tranne i gatti che tiene sempre con sé”.

“Oh per questo, lei è una vera bruja, e nessuno oserebbe mai contraddirla. Anzi, non immagineresti neanche quanta gente le porta cibo per i gatti, anche se loro passano la giornata nei campi a cacciare e non hanno certo bisogno di cibo umano. Andiamoci verso le quattro, quando mi sarò svegliata dalla mia siesta. Sai che invecchiando non farei altro che dormire? Il meglio della vita sta tutto nei sogni alla mia età. Forse quando morirò diventerò una delle gatte di Lucente e potrò andarmene in giro senza dolori nelle ossa e senza uomini molesti che mi seguono, come mi succedeva quando ero giovane. E non provare neanche a sorridere, sai. Anche tu custodisci dietro quella tua pellaccia cittadina il ragazzino magro che seguiva le capre fino alle cime e correva e nuotava più veloce di chiunque altro. Chi se lo immaginava che saresti diventato uno scrittore. Però forse il tuo desiderio di allora di essere sempre in un altro luogo è lo stesso di oggi. Quando scrivi sei sempre in un altro luogo. Bene, adesso vado a dormire, ci vediamo dopo”.

Quando la vecchia si chiuse la porta dietro le spalle, Alvaro aprì il quaderno e iniziò a scrivere.

“Quando Adelina era giovane, molto giovane e molto bella, uno straniero di passaggio rimase imprigionato nel suo sguardo e non fu più capace di ritrovare il cammino. Francisco era un avventuriero che viaggiava con una bisaccia d’oro e un revolver legati entrambi alla cintura. Adelina aveva occhi chiari e trasparenti come acqua di fonte, forse l’eredità di qualche straniero che era passato in quelle terre e fornicato con una delle sue antenate. Quegli occhi chiari prendevano il colore del cielo quando lei era in piena luce e della fiamma, quando la sera si sedeva vicino al camino a cucire. Diventavano verdi gli occhi di Adelina quando andava per campi e per boschi e Francisco iniziò a seguirla camminando sempre dieci passi indietro perché non voleva spaventarla. Dopo una settimana, gli sembrò che fosse passato abbastanza tempo e andò ad aspettarla sulla strada di casa. Lei lo guardò e capì prima che lui aprisse bocca. Gli disse solo che doveva chiedere il permesso a sua madre e a suo padre che li stavano aspettando. Tutto il paese di Santiago lo aveva visto e tutti si aspettavano che lui facesse una proposta. Quando Francisco chiese a don Isidoro se poteva avere la mano di sua figlia, l’uomo si girò a guardare la moglie donna Mariana. E lei disse solo “Dipende”, ma poi lo fecero accomodare in sala da pranzo, lo sfamarono e lui brillava come l’oro nella sua bisaccia. “Don Isidoro, ho molto viaggiato, sono un uomo abbastanza ricco da potermi fermare. E posso fermarmi solo qui dove c’è Adelina, se voi me lo permetterete”. Adelina, sorrideva tra sé, e poi lo guardò e lui alzò lo sguardo verso di lei e precipitò nei suoi occhi come si cade in un fiume in piena. Si sposarono dopo una settimana e lui non se ne andò mai più. Dopo mezzo secolo di matrimonio felice, le sue ossa riposano sotto il carrubo che c’è in fondo al giardino e Adelina va tutti i giorni a salutarlo e si ferma a chiacchierare con lui. Gli porta sempre una fiaschetta di pisco e lui sembra gradire, perché il carrubo non è mai stato così verde e forte, neanche quando era un seme finito chissà come nella sua tasca e che Adelina aveva messo nella terra sfidandola a far crescere un albero da quel seme straniero. E la terra aveva accettato la sfida e dato vita a quella pianta che dava frutti strani, ma utili. Il carrubo era vigoroso quanto Francisco che aveva fatto con Adelina cinque figli e aveva fatto in tempo anche a conoscere tredici nipoti. Il carrubo, che non era solo come sembrava, aveva lasciato andare i semi nell’aria che avevano incontrato altri semi o forse le api, e altre piante erano nate davanti alle case del paese e facevano una bella ombra quando la calura si faceva insopportabile”.

Dopo avere scritto quelle pagine iniziali di un racconto, lo scrittore andò a sdraiarsi nella sua amaca, c’era tempo prima che Adelina venisse a chiamarlo per andare da Lucente. Poteva continuare a leggere il paesaggio intorno e spremere qualche altra storia dalle nuvole e dal volo del falco. Ma si addormentò subito, allora le storie andarono a trovarlo in sogno, perché un patto è un patto e le storie vogliono essere raccontate quando hanno scelto lo scrittore che più piace loro.

 

Oggi è lunedì 6 settembre del secondo anno senza Carnevale e sono rimasta in compagnia dello scrittore Alvaro Mutis anche oggi e così la Cronaca 547 ha accolto questo nuovo racconto, molto compiaciuta dalla bella compagnia.

domenica 5 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/546. Un uomo che era pagliaio, una donna che era fuoco

 



L’uomo era arrivato quasi alla fine dell’altipiano, le montagne erano ancora uno sfondo lontanissimo, ma le piantagioni ai loro piedi poteva quasi toccarle. Il raccolto non doveva essere finito da molto, e non tutto il caffè era stato portato a valle. Quando arrivò al villaggio, la locanda dell’Ammiraglio era sbarrata con assi di legno. Chiese a dei ragazzini cosa fosse successo e loro spiegarono che il vecchio aveva perso la testa per una ballerina di flamenco e l’aveva seguita fino in città. Tutti in paese pensavano che sarebbe ritornato, ogni tanto lo faceva di innamorarsi di qualche bella donna di passaggio. La maggior parte di loro non era interessata alle sue lusinghe, ma poi finivano tutte per cedere ai modi eleganti e alle gentilezze cui non erano abituate. Tornava sempre l’Ammiraglio perché non era capace di vivere lontano dalla sua terra che non sfioriva mai, mentre l’amore, si sa, è un evento passeggero nella vita degli uomini.

 

 

Notturno

 

Respira la notte,

batte i suoi chiari spazi,

le sue creature in rumori minuti,

nello scricchiolio lieve dei legni,

si tradiscono.

Rinnova la notte

un certo seme occulto

nella miniera feroce che ci sostiene.

Col suo latte letale

ci alimenta una vita che si prolunga

più in là di ogni risveglio mattutino

sulle rive del mondo.

La notte che respira

il nostro lento alito di vinti

ci conserva e protegge

«per destini più alti».

 

 

 

Dispiaceva al vecchio scrittore che il suo amico non ci fosse, così decise di andare nell’altra locanda del paese da abuela Adelina. Lì sapeva che avrebbe mangiato bene, bevuto molto e avrebbe dormito come solo in quel luogo gli riusciva di fare. Si addormentò subito dopo cena, sdraiato nell’amaca del balconcino che dava sulla vallata. Sognò, come solo in quel luogo sognava, sognò di risalire il grande fiume su una barca piena di indigeni che scendevano e salivano senza mai avere aperto bocca. Solo Maqroll non dormiva mai e scriveva nel suo taccuino ricoperto di cuoio con una matita smozzicata, sembrava che le parole lo stessero aspettando nelle ceste che erano a prua. Dalla riva un uomo che era pagliaio e una donna che era fuoco, tennero gli occhi nei suoi sino a quando la barca fu troppo lontana. Lo chiamò Maqroll, gli disse di salire da lui, che presto ci sarebbe stato un altro libro. Al risveglio Alvaro Mutis, seppe che il libro c’era, doveva soltanto scriverlo. Allora chiese ad Adelina di portargli i pasti in camera e volle un tavolino, una poltroncina e un lume per poter scrivere anche dopo il tramonto. Solo quando pioveva lo scrittore si ritirava nella camera e mentre sentiva la storia espandersi, crescere, mutare pelle come l’antico serpente delle rocce, sapeva che la nuova storia di Maqroll non gli avrebbe dato requie sino a che non l’avesse scritta. Ma non temeva di non riuscirci, cosa mai altro avrebbe potuto fare se non scrivere? Nel circo della vita gli era toccato quel ruolo, il giocoliere con palline e birilli in bilico nell’aria e anche sul naso, come una foca ammaestrata. Non era lui a decidere il ritmo, erano le parole a farlo, ormai lo aveva imparato, aveva imparato che l’unica vittoria consisteva nell’arrendersi e di nuovo lo fece. Un uomo di mezza età che sapeva solo di voler scrivere sino all’ultimo respiro, che sapeva che ogni libro avrebbe potuto essere l’ultimo, che temeva di non riuscire a finirlo quell’ultimo libro. Ma poi ogni volta ci riusciva e ricominciava a respirare l’aria come fanno gli uomini e gli uccelli, non l’acqua profonda dell’oceano che viveva nei suoi ricordi, non il fuoco che è la materia respirata dalle stelle.

 

In questa domenica 5 settembre del secondo anno senza Carnevale, mi è presa la nostalgia dello scrittore Alvaro Mutis, così ho scritto per la Cronaca 546 questo brevissimo racconto dove ho inserito una sua poesia. E adesso vado a rileggermi le storie di Maqroll il gabbiere.

sabato 4 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/545. Quando l’estate si ritira avvolta in un sentore di miele e di lavanda

 

 


 

 

Ora che sono seduta e assorta nella quiete della casa, riprendo in mano le ultime pagine scritte, le rileggo e correggo, cancello, tolgo frasi, inserisco parole nuove. È sempre una sorpresa ritornare sui propri scritti e scoprire cose che neanche sapevamo di avere scritto. Intanto l’estate continua a ritirarsi dai luoghi e dagli oggetti, ma lascia dietro di se una luce che profuma di miele e lavanda.

 

Il mese della nostalgia dorata

 

Cosa nasconde la dolce luce di

settembre? Restiamo

affascinati dall’aura dorata che

circonda le cose, tutto sembra

avvolto dal miele, e per questo

non riusciamo a cogliere quanto

sia duro accettare gli ultimi bagliori

della vita che si ritira. Solo sulle

più alte montagne, nell’arido

panorama di pietre c’è scritto

il futuro di ogni stagione. Come

api impazzite ci fidiamo solo

di tutto l’oro che ci acceca e

quando saremo di nuovo

sobri, ecco che le foglie saranno

tutte a terra e non ci sarà

felicità se non nella fiamma che

arde nel camino. Per questo

affrontiamo la stagione fredda

in bilico tra il ricordo di quel che

è stato e la speranza di quel che

sarà. Ma dobbiamo abbracciare

il freddo e diventare seguaci

della neve, dimenticare che

non ci sono né api né rondini

e che le ultime rose sono gelate

in fondo al giardino.

 

 

Tra questi oggetti e questi libri, le vecchie fotografie mi raccontano storie e io ascolto e scrivo. Ci saranno storie che chiederanno di essere raccontate, ci saranno nuove storie e nuovi quaderni nei giorni che verranno dopo questo sabato 4 settembre del secondo anno senza Carnevale e la sua Cronaca 545 che ancora si intinge nel miele e non si arrende al freddo che viene.

venerdì 3 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/544. Voglio solo stare in questa luce, in questo silenzio

 


 

 

Quanto era piccola l’isola, piccola come una mano stretta a pugno, come un fiore non ancora sbocciato, come una tazzina da caffè vuota, quanto era piccola l’isola dove ero appena sbarcata?

Sapevo da anni che un giorno sarei ritornata, lo sapevo dal giorno stesso in cui ero stata costretta ad allontanarmi. Quanto è lungo un anno? Tanto o poco, uno dopo l’altro erano passati gli anni, ed erano quaranta, tanti quanto la traversata del deserto. L’isola non era mai veramente uscita dal mio orizzonte, la vedevo apparire e sparire al centro del lago d’Orta, appariva e spariva in qualunque mare io stessi nuotando, ma sapevo che non ci sarei mai arrivata all’epoca, non in barca e non a nuoto, non nel tempo in cui più avevo desiderato di poterci andare. La prima volta che mi ci sono trovata è stato per caso, un’estate di tanti anni, tanti fa dove ho letto in sequenza e con la voracità tipica della giovinezza Anais Nin, Marie Cardinal, Virginia Woolf, Simone de Beauvoir, Hermann Hesse, Manuel Scorza, Gabriel Garcia Marquez, Roland Barthes, J. L. Borges, Thomas Mann, Franz Kafka, Albert Camus, Jean-Paul Sartre, Marcel Proust, Henry James, Jules Verne, Primo Levi, Luigi Pirandello, Dino Buzzati, John Steinbeck, George Orwell. E ho capito, ammirando l’arcipelago intorno a me, che quelle isole volevo esplorarle tutte e che un giorno avrei trovato la mia isola.

Ora che sono arrivata, scopro di conoscerla come la mia casa, questa piccola isola, ma di non conoscerla davvero fino in fondo. Perché è impossibile conoscere qualcuno o qualcosa fino in fondo. E l’isola muta di continuo il suo profilo, si confonde nella nebbia dell’alba, mi acceca nel riverbero del sole che tramonta. Ci sono raggi verdi che attraversano il fitto bosco e colpiscono questa casa, che è la casa di tutte le case, di tutti i libri e di tutte le librerie. Conosco la fonte di quest’isola, perché per quarant’anni mi ci sono dissetata, conosco la biblioteca, perché ho portato libri in questo luogo per poter preparare il mio ritorno, sempre divisa tra l’altra vita e questa vita monastica che tanto mi aveva attirato sin dall’infanzia. Amare il mondo rinchiuso tra pareti, cercare ristoro nei paesaggi intorno, camminare a piedi, viaggiare, ma poi sempre ritornare tra queste mura, ai quaderni e ai libri.

 

 

Conversazione con un’isola

 

L’isola era sempre uguale, mi

pareva, forse mi stava aspettando,

forse si era dimenticata di me. Io

di certo non di quel luogo protetto

cui davo del tu. Perché rispondono

le isole, anche nella distanza, ho

sempre saputo che questo tavolo,

la penna e il taccuino, mi stavano

aspettando. Mi ha salutato la mia

isola, io le ho risposto in questa

assenza di riferimenti tangibili,

cose e promesse. Qui dovevo

arrivare, qui resto.

 

 

Non è distante dalla terraferma questa piccola isola, ma ora voglio solo stare in questa luce, in questo silenzio che nutrono le parole che arriveranno. È miele questo silenzio e le parole sono le api operose che si preparano per la stagione fredda che già si annuncia mattina dopo mattina.

Oggi è venerdì 3 settembre 2021, il secondo anno senza Carnevale, il secondo anno incerto, vago, difficile e questa è la Cronaca 544, monastica e insulare.

giovedì 2 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/543. La luce sta alla parola, come l’ombra al silenzio

 


 

L’esperienza della luce inizia dall’attesa, già mentre il mondo e le cose sono ripiegati nell’opacità del loro vero essere, inizia, davvero inizia con trepidazione il momento in cui ciascuno ricomincerà ad avere un’ombra anziché essere un’ombra. Perché i poeti amano così tanto la luce e l’ombra? Perché amano il gioco degli opposti? Forse perché imparare a conoscere la soglia tra gli opposti, favorisce l’insorgere della poesia. Che arriva a volte da un suono, a volte da un’immagine a volte da un silenzio. Preme nel cuore di tutti la poesia, preme per sgorgare e scorre veloce con il sangue e lenta con il respiro di chi ha imparato a stare nel momento. La luce sta alla parola, come l’ombra al silenzio, questo è il segreto che sta in bilico in ogni riga scritta, in ogni riga letta. Mi chiedo sempre da dove arrivi il moto che spinge la poesia a rivelarsi, ma l’unica risposta che ottengo è quella del mare, quando le onde diventano un po’ più fragorose e ridono sincere di tutte le nostre preoccupazioni. Sono domande oziose e anche inutili, lo so, ma mi piace pensare che esista un luogo dove la poesia viva e cresca, come una pianticella nel giardino delle Esperidi, ricoperta di polvere d’oro prima che il vento Zefiro la soffi via. Così questa mattina, non appena la luce ha cominciato a sfilacciare il buio, sono scesa in riva al mare fino alla Casa delle Sorelle. Le luci erano tutte spente, così sono andata a dondolarmi sull’altalena che è rivolta verso la spiaggia, quella che loro chiamano l’altalena del ricordo, che è opposta a quella rivolta verso le Montagne della Nebbia, quella che è l’altalena della dimenticanza. Se vuoi pensare solo al futuro è lì che devi sederti, se cerchi la nostalgia di ciò che non è stato o di ciò che non è più, è verso il mare che bisogna guardare.

Cerco il futuro, ma il passato genera sempre un’attrazione particolare su di me, e più invecchio, più mi piace leggere libri vecchi e antichi, rileggere quelli che conosco e studiare storia e leggere romanzi storici, proprio quella storia che da ragazzina studiavo per dovere e non per piacere. Dall’altalena del ricordo, aspetto che la luce sia alta e il sole inizi a scaldare un po’ la sabbia. E poi, d’impulso, mi sfilo il vestito e corro a tuffarmi nell’acqua che è più argentea che azzurra. È fredda l’acqua del mattino, ma io nuoto veloce, mi immergo sotto la superficie, guardo le bolle d’aria che soffio fuori dai polmoni risalire verso l’alto e mi sorprendo, una volta di più, ad amare questo silenzio ritmato solo dal battito del mio cuore. Quando esco dall’acqua, le tre sorelle mi stanno aspettando al cancello della loro casa. Mi porgono un accappatoio e mi fanno strada verso la casa, che ora è illuminata e calda. Rabbrividisco, accetto volentieri la tazza di tè bollente e una fetta di torta sfornata da poco, perché è tiepida e si sbriciola tra le mie dita. Nessuna di noi parla, non ne abbiamo bisogno, lasciamo che siano il fumo e il vapore a dire qualcosa di questo momento che non sarà mai davvero passato. Un momento che sarà qui, su questa pagina, infinito, ripetuto ogni qual volta lo leggerete. Senza chiedere permesso vado a raggomitolarmi su una delle poltrone che stanno davanti al camino e il gatto nero, che ha mezzo musino bianco e che io chiamo Faucine (da fauci, dovreste vederle le sue fauci quando sbadiglia o cerca di mordicchiare) mi salta subito in grembo. Guardo il fuoco, accarezzo il gatto, mi assopisco e non mi sveglio se non dopo qualche ora. Quando il giorno è già alto, saluto e ritorno alla Casa delle Parole, dove mi aspetta il tavolo ingombro di carte, i libri aperti, pieni di sottolineature, il tempo che si è fermato, non ha voglia di andare, non ancora. Chiede una nuova storia e io inizio a raccontare di quella mattina in cui mi sono tuffata nell’acqua gelida, mentre l’altalena della dimenticanza, mi soffiava all’orecchio le cose che non volevo più sapere di avere saputo.

 

Questa è la Cronaca 543 di giovedì 2 settembre del secondo anno senza Carnevale, il secondo di un’era che avrà un nome e sarà ricordata nei libri di storia.

mercoledì 1 settembre 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/542. Da qualche parte saremo seduti insieme, in silenzio

 


 

 

“C'è una casetta da qualche parte, circondata da verdi rami di cedro, dove stiamo mangiando biscotti d'avena con miele, intingendoli tre volte nel nostro tè per buon auspicio. Da qualche parte sono seduta con te in silenzio”.

 

Questa piccola casa è in riva a un lago, ci siamo arrivati ognuno da una strada diversa. Non è importante da quanto tempo la casa fosse vuota, forse non ci siamo mai stati, forse l’abbiamo solo sognata. Tu hai portato i biscotti, io il miele e il tè nero che tanto ti piaceva. Il lago è silenzioso, ancora non sono esplosi i colori d’autunno, le poche foglie che non muteranno colore, sono quelle del cedro che ombreggia la veranda della casa. Se fuori la temperatura è ancora piacevole, la casa è rimasta chiusa e all’ombra per troppo tempo. Faccio cambiare l’aria nelle tre stanze, metto il bollitore sulla stufa e accendo il camino. La luce intorno alla casa è dello stesso colore del miele. Il sentore del fumo, il profumo del tè, l’aroma del miele, le ombre dei bambini che corrono nel prato tra la casa e l’acqua, tutto grida nostalgia in queste ore. Ma è una nostalgia dolce che cerca il silenzio, non la nostalgia dell’assenza, quella che ci divora e non lascia scampo al futuro. Ti guardo mentre sei girato verso una delle finestre, sì sei proprio tu, riconosco il tuo profilo, la linea del collo e quella del naso, la barba che adesso porti più corta. Mentre metto i biscotti su un piattino decorato con fiori blu, tu prepari il tè e lo versi nelle tazze che avevamo lasciato qui millenni fa, l’ultima volta che ci siamo stati. Sono due tazze spaiate, una è decorata con un gatto nero seduto, l’altra con un tralcio di rose barocche. Nessuno deve averle usate, ci sono altri servizi di porcellana che non abbiamo mai visto. Prendiamo il primo biscotto e lo intingiamo tre volte nel tè scuro e bollente, come abbiamo imparato a fare da bambini. Vorrei dirti tante cose, spiegarti perché non sono mai tornata, ma sento che tu sai già tutto e che non cerchi spiegazioni e scuse. E neanche io voglio spiegazioni o scuse da te. Il tempo passato è passato, lontani siamo stati, come due nuvole che sono state portate via da venti diversi. Ma ora che i nostri passi hanno trovato la strada, possiamo stare vicini e non parlare. Ci guardiamo negli occhi e tutto il tempo scivola nel fondo delle tue pupille. Siamo ritornati, sempre ritorneremo. Da qualche parte sarò seduta con te in silenzio, da qualche parte ci saranno altre case, altre tazze e altre mani che serviranno il tè. Ma in questo luogo dove forse siamo davvero stati, o che abbiamo solo sognato, in questo luogo, noi saremo per sempre insieme, in bilico sulla stagione che muta, sulla soglia del freddo che cerca nuovi miracoli e nuovi prodigi, molto diversi da quelli che abbiamo già visto. Ritorna quando vuoi, ritorna se puoi. La Casa delle Parole la trovi anche in riva al mare, nel cuore della notte, sulla soglia del giorno nuovo, sulla soglia di un desiderio. Da qualche parte sarò seduta con te in silenzio, sorrideremo.

 

Questa cronaca 542 di mercoledì 1° settembre nasce dalla lettura di un frammento di Phoebe Wahl che ho letto su Facebook nella pagina di Robyn Gordon, che posta parole e immagini meravigliose. Di seguito il testo originale.

 

 

"There is a little house somewhere, surrounded by green cedar boughs, where we are eating oatcakes with honey, dipping them in our tea three times for good luck. Somewhere I am sitting with you in stillness".