martedì 31 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/541. Ogni notte è compagna di un fuoco che arde da millenni

 

Anche se crediamo di conoscere la notte, tutte le notti sono diverse una dall’altra. Anche nell’estrema ripetizione di eventi, perché passiamo la maggior parte della notte a dormire, le notti sono una diversa dall’altra, più lunghe o più corte, ci dicono che la stagione della fiamma si avvicina, o che presto i germogli esploderanno sui rami, che nuove pianticelle bucheranno la terra e si allungheranno a cercare il sole. In queste ore dove la luce è nell’altro versante del mondo, lasciamo questa realtà e ci addentriamo nel mondo dei sogni, magari dopo essere passati dal regno dell’immaginazione. Non sempre queste altre dimensioni della realtà sono benevole con noi, a volte sono incubi a venirci incontro, o il ricordo di persone che abbiamo amato e perduto. Ma se il ricordo è dolce, al risveglio saremo grati di avere sentito proprio quella voce, e porteremo quella dolcezza con noi nel giorno nuovo che seguirà questa notte felice. La notte è il regno degli amanti e degli innamorati, degli insonni e dei draghi. A tutti capita, prima o poi, di non riuscire a prendere sonno, o di svegliarsi molto presto, quando fuori è ancora buio. La notte è anche il luogo della nostra fragilità, come potevano sentirsi i nostri antenati, quando migliaia di anni fa erano in balia degli elementi e della natura? Quanto dovevano essere spaventose le notti? E quanto pericolose? Eppure la nostra specie ha superato quella barriera di notti perché ha presto capito che dopo il buio la luce sarebbe ritornata, una nuova speranza, la possibilità di cercare il cibo, di nutrirsi. Come sarà stato quando abbiamo capito che il fuoco scaldava, illuminava e migliorava il sapore del cibo? Quando abbiamo imparato ad accendere il fuoco, a ricoprirci di pelli? Era notte quando i primi artisti hanno dipinto un bue che salta? Cosa volevano esprimere? Il successo nella caccia o il timore dei grandi animali che ci attaccavano? Era notte mentre quell’uomo o quella donna hanno disegnato sulla pietra? Per millenni, fino all’invenzione dell’energia elettrica, abbiamo rischiarato la notte con olio vegetale o grassi animali. Tutti i grandi dipinti del passato sono stati realizzati dagli artisti sapendo che gli li avrebbero guardati non solo alla luce del giorno, ma anche alla luce delle candele.

Vincere il buio è stata una delle nostre più grandi conquiste, anche se a causa di ciò abbiamo perduto i cieli stellati, noi umani inurbati. Le grandi stellate che ho visto risalgono agli anni delle vacanze calabresi o ai cieli sgombri lontano dalle grandi città, in giro per tutta Italia, quasi tutta l’Europa, il Nord-America e Israele. Mi mancano tanti cieli e tante notti, l’anno scorso avrei dovuto ricominciare a viaggiare, andare in Russia e in Grecia, ma sono rimasta chiusa in casa come tutto il resto del mondo. Arriverà un tempo dove potrò andare di nuovo alla ricerca di quelle stellate che non conosco? Vedrò di nuovo l’alba in un luogo dove non l’ho mai vista?

 



 

Le parole della notte

 

La notte, il buio e le stelle,

le stelle, il buio e la notte,

sono inscindibili in me, nel

cuore e nell’occhio, nella

memoria. Per questo

tesso la mia poesia con

questa oscurità che mi

circonda e cerco pace

nelle parole che la notte

lascia sulla soglia della

mia immaginazione.

 

 

Ma so accontentarmi anche di notti già vissute, sotto il cielo di Milano o nel giardino della Casa delle Parole. Lì sono certa che vedrò le stelle, se le nuvole non arriveranno a proteggerle dal mio sguardo indagatore. Oggi è stata una buona giornata di silenzio e scrittura, e la notte è arrivata con il suo passo di pantera e mi ha colto alla sprovvista. Così l’ho invitata in questa Cronaca 541 di martedì 31 agosto del secondo anno senza Carnevale, una Cronaca notturna e stellata, piena di promesse per il domani che verrà.

lunedì 30 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/540. Oltre l’azzurrità del cielo, una goccia ostinata e la sua pietra

 



Oggi non mi sono mossa da casa, non sono uscita a respirare il giardino, non ho colto le rose né altri fiori, non sono andata nell’orto, non sono andata al mare. Troppo presa da quello che sto scrivendo, ho scelto di circoscrivere tutto il mio mondo in questo studio che zampilla parole, mie e di altri e non accetta rallentamenti o soste. Qui sono davvero a casa e penso alla città silenziosa quanto basta perché i suoi ricordi mi arrivino intatti. Vado a zig-zag tra libri scritti da altri e i miei, raccolgo i post-it sparsi, prendo appunti con la penna arancione e segno in verde le cose che vanno bene. Più verde che rosso su queste pagine, le ho rilette così tante volte prima di stamparle, anche se non amo leggere sullo schermo, ho imparato a farlo per comodità e per non sprecare carta. Ma la vera lettura è sempre l’ultima, quando sento il peso dei fogli in mano e mi rallegro, avvolta nell’azzurro dall’alba sino a questi momenti, poco prima del tramonto.

 

 

Perché le sillabe raggiungano le stelle

 

Lo spirito è azzurro questa

sera, come se avesse rubato

al cielo tutta la sua parvenza.

Sa lo spirito che dietro il cielo,

oltre l’azzurrità e le nuvole è

nero anche il cielo? Nero come

l’assenza e come la disperazione?

Se lo spirito non conoscesse

il nero, non avrebbe cercato quel

colore che suggerisce estate e

quiete, quel colore che sposa

le chiome degli alberi e allarga

il respiro. Quando è nero

lo spirito, se ne sta chiuso

in se stesso, e declina ogni

parola in sillabe, perché

così è sicuro che almeno

loro raggiungeranno le stelle

nel nero del cielo.  

  

Ci vuole un’ostinazione da goccia sulla pietra per scrivere solo perché si deve farlo, e questa ostinazione io la conosco molto bene. Mia madre mi chiamava gocciareddra nel suo dialetto pugliese che risentiva però di quello calabrese di mio padre. Com’è intuibile gocciareddra è una persona, spesso una bambina, ostinata, testarda e determinata. Qualcuno che goccia dopo goccia scava qualunque pietra, non importa in quanto tempo. Quel che importa è avere raggiunto il proprio obiettivo. Gutta cavat lapidem.

 

Una Cronaca questa, la 540 di lunedì 30 agosto del secondo anno senza Carnevale, che non ha reclamato movimento, ma solo parole. Che a volte sono ricordi, a volte solo promesse, a volte sono piccole gocce che hanno appena iniziato a scavare la loro pietra.

domenica 29 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/539. Brucerà l’ultima stagione nei fuochi della sera

 

 


 

Il mare, il mare finalmente! Non ci sono venuta che per pochi giorni e già mi mancavano l’aria profumata, il suono delle onde, la salsedine che ricopre di una lieve armatura tutto il corpo. Sono stata in spiaggia dall’alba sino a poco fa e non ho nemmeno più contato i bagni che ho fatto, perché so che sono gli ultimi della stagione, perché l’aria è diventata più liquida e la luce ha assunto quella sfumatura di un giallo tenue che è tipico di settembre. Potrei continuare a giocare con i bambini, saltellare su un piede solo, ma è arrivato il tempo di salutare i pesci e le conchiglie e iniziare a sognare come sarà ritornarci nella prossima estate. Magari ci tornerò ancora nei prossimi giorni, ma le fughe settembrine faranno parte di un’altra stagione e questa estate di quiete, sogni in giardino, scrittura e lettura, viaggi intorno alle mie stanze si chiude in questa giornata di sole e di caldo, ma non troppo. È sempre così la fine dell’estate nella terra ai piedi delle Montagne della Nebbia e poi a Milano, ma almeno non ci sono stati acquazzoni, solo questo lento declinare della luce e la nostalgia che si mescola con l’attesa dell’autunno.

 

 

 

Le polaroid di qualche decennio fa

 

Ho ascoltato le parole di

ogni stagione, le ascolto

da millenni ormai, e sempre

mi stupisco perché le voci

che io sento arrivano da

un silenzio che non ha inizio

e si perdono in questa

luce che illumina ogni

sillaba e ogni intenzione.

Lascio andare l’estate

verso la pace dei mesi,

accolgo l’autunno, sempre

in anticipo, come accade

a ogni nuovo inizio. Non

si ribella l’estate, scende

nel silenzio e nelle stesse

polaroid sbiadite di qualche

decennio fa.

 

 

È ora di andare, raccolgo la borsa di paglia intrecciata, l’asciugamano a righe bianche e rosse, le infradito dorate e il cappello comprato all’isola d’Elba in un’altra estate incorniciata nei ricordi. Guardo l’acqua che cambia colore, ci sono i bambini che danzano ancora al suono di una canzone che io non riesco più a sentire, ci sogni i sogni che si affollano sulle onde placide che sfiorano la riva, prima di svanire in sbuffi di schiuma bianca.

Brucerà la stagione nei fuochi della sera, bruceranno i ricordi e uno dei bambini si chiederà quando è stato, qual era l’anno in cui aveva ballato in spiaggia con le sue sorelline.

 

Oggi è domenica 29 agosto del secondo anno senza Carnevale, una giornata di mare, dove sono costretta a lasciare questa Cronaca 539 con i piedi a mollo, perché l’autunno – mi dice – non è ancora affar suo.

 

sabato 28 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/538. La fatica della luce e l’ombra del vulcano

 



Il profumo della menta selvatica sale dal giardino notturno, adesso che abbiamo appena innaffiato le aiuole. Il caldo della giornata si è disperso sia dalla superfice della terra che nell’aria e il canto dei grilli sovrasta il silenzio. Allora spengo le luci della veranda e possiamo andare a stenderci sulle sedie a sdraio, prima che l’umidità della notte le renda impraticabili. Guardiamo il cielo immenso, le costellazioni, l’intera via lattea che ruota. So che se fossimo in cima alle nostre Montagne della Nebbia vedremmo le luci delle città costiere brillare sull’altro lato del Golfo e una colonna di fuoco levarsi verso le stelle. Non si sente il rombo del vulcano quaggiù, ma la sua presenza è costante, un’ombra che non abbandona mail il profilo delle Montagne. Potremmo cantare il fuoco, potremmo evocare la luna e implorare il vento di unirsi al nostro canto, ma queste ultime giornate estive si portano dietro tutta la fatica della luce e del tempo vuoto, della vacanza dalla vita abituale. Abbiamo viaggiato tanto prima di tornare alla Casa delle Parole e abbiamo notato tutti i piccoli spostamenti che ogni racconto ha causato tra gli oggetti e i libri che avevamo lasciato indietro. È più dolce la partenza o è più dolce il ritorno? Vorrei chiedervelo amici miei, ma la notte tollera solo il canto dei grilli e non le nostre voci umane, forse ve lo chiederò domani.

 

 

Il silenzio e il ricordo di tutte le voci

 

 

Ora chiudo gli occhi, non

per chiamare il sonno, li

chiudo per tornare sul

sentiero e guardare se

ancora ci sono le tracce

del cervo e quelle del

cacciatore. È più veloce

il cervo, conosce meglio

il bosco, per quanto

ancora potrà fuggire?

Il cacciatore si è fermato

solo un istante quando

noi siamo arrivati, aveva

occhi verdi quanto il bosco

e non ha esitato, quando

ha messo l’indice sulle

labbra e poi se n’è andato.

Così fanno gli angeli prima

che noi nasciamo, per

essere certi che non porteremo

in questo mondo il racconto

di quel che accade prima

del tempo. Ma so che di

questo mondo porteremo

il silenzio e il ricordo di

tutte le voci.

 

 

Qual è allora la lotta più grande? È la corsa del cervo e del cacciatore? È l’ira del vulcano che irrompe nella notte? O sono sempre voci e silenzio a inseguirsi in una caccia senza fine, dove le storie restano in bilico, sino a che non le avremo scritte?

 

Oggi è sabato 28 agosto del secondo anno senza Carnevale e la Cronaca 538 sta come il vulcano prima della prossima eruzione, intrappolata nel silenzio delle stelle e in quello della luna, in quello del vento che riposa sul mare.

venerdì 27 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/537. Camminare per Milano in un’aria chiara e settembrina

 


Milano oggi era ventosa, luminosa e settembrina. A pranzo sono uscita con mio nipote Marco che ha appena letto il mio secondo romanzo In giornate identiche a nuvole, è stato piacevole parlare di quel libro che ha ormai qualche anno. E poi abbiamo anche parlato fitto, fitto di un sacco di cose e molto di letteratura.

Nel pomeriggio ho camminato tantissimo in zona Paolo Sarpi e poi sono andata a visitare ADI Design Museum Compasso d’Oro, che è in una zona industriale degli anni Trenta del Novecento che è stata recuperata. Bello e vivace il quartiere, molto interessante il Museo, l’esposizione dei progetti e degli oggetti che hanno vinto il premio, i disegni, i manifesti, è stato tutto un bagno nella storia del design italiano. Che bellezza, che bellezza ritrovare segni e colori che ho visto da bambina e da ragazzina. Ci sono oggetti e fotografie, come quelle relative alla costruzione della prima linea della metropolitana, la M1 detta anche linea rossa, il cui design è opera di Bob Noorda e Franco Albini. Quante storie, quanto ingegno e quanto amo la mia città, quando riesce a tenere insieme le tracce di un passato interessante con le promesse di futuro. Se non lo conoscete, merita almeno una visita. E poi ho scoperto che ai bastioni di Porta Volta, c’è ancora la sede del Circolo Combattenti e Reduci, un luogo dove il XXI° secolo ancora non è arrivato, ci si può andare a bere un bicchiere di vino o a mangiare un classico della cucina milanese, come la cotoletta o il risotto con l’ossobuco. Poco lontano ci sono il palazzo della Fondazione Feltrinelli, dove un tempo sorgeva un vivaio della Fratelli Ingegnoli, e la Fabbrica del Vapore.

Un quartiere dove mancavo da tempo e dove ritornerò presto. È bello fare la turista nella mia città.

giovedì 26 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/536. Pioggia è il nome delle nuvole mentre stanno cadendo

 


 

Si può essere indifferenti alla pioggia? Lo chiedo al bosco e gli alberi mi rispondono ridendo e scuotendo i rami. Lo chiedo alla terra che si solleva in un vortice di polvere e lo chiedo alle nuvole che sono il nome della pioggia prima che cada. E la pioggia, la pioggia ripeto, è il nome delle nuvole mentre stanno cadendo. C’è un legame esile e spesso invisibile che lega gli elementi naturali nei loro diversi stati. E, infatti, fiume è il nome delle nuvole prima che salgano in cielo e anche mare è uno dei nomi delle nuvole, ed anche uno dei nomi del fiume e uno dei nomi dell’acqua. Chiamiamo vento l’aria intorno che non vediamo, dal refolo al tornado è l’aria che si scontra con gli altri elementi e cambia velocità, intensità e forma. Così il fuoco è fulmine o saetta o folgore quando risplende ancora nel cielo e incendio, fuoco, fiamma, brace e cenere dopo che ha incontrato la terra e l’aria. Nessuna forma, se non la pietra e non per sempre, mantiene si mantiene identica a se stessa a lungo. Anche noi creature coscienti e senzienti mutiamo nel tempo, nel vento e nel fuoco e il corpo bambino già tende la mano al vecchio che saremo. Anche il nostro volto muterà nel tempo e avrà in sé tutti i volti che abbiamo avuto e le rughe saranno i versi che quel bizzarro poeta avrà inciso sulla nostra pelle.

Così cammino sotto la pioggia e affondo i piedi nella terra già umida, così cammino in riva al mare e la pioggia diventa mare e il vento diventa onda e io divento io e un’altra allo stesso tempo, perché niente può essere fermato, niente avrà la stessa forma e anche queste parole che sto scrivendo e che voi state già leggendo, sono testimoni di un passato che era solo mio.

 

 

Il fuoco nel cielo e sulla terra, a Kabul

 

Apro la mano, ci sono

le tre nuvole di Paz e

queste poche parole,

una poesia di una poesia

che un altro poeta ha

già scritto. Apro la mano

e ci sono solo ombre, la

chiudo e la riapro e trovo

pioggia e nessuna parola.

L’apro di nuovo e cerco

l’innocenza delle parole,

ma niente è innocente,

non dopo essere caduto,

mi dice la pioggia, mi

grida il mare. E io sento

quelle voci che sovrastano

anche il vento e la pioggia

che sono diventate le nostre

lacrime che toccheranno

la terra, ma non avranno

cambiato la storia, nessuna

storia.

 

 

Sono i gesti anche piccoli, sono le azioni, quell’uomo che ha dato l’acqua a un bambino assetato, l’altro uomo che ha premuto un pulsante e si è polverizzato e ha annientato altre decine di vite. Possono avere lo stesso nome questi due uomini? Io non credo, io non voglio crederlo e continuo a sperare nella scelta quotidiana di chi costruisce il bene ogni giorno e ha pietà dei poveri corpi che siamo, del dolore e delle lacrime, voglio credere in uomini com’era Gino Strada, voglio credere che prima o poi i portatori di morte si fermeranno o verranno fermati.

Oggi è giovedì 26 agosto del secondo anno senza Carnevale e questa è la Cronaca 536, dolorosa, come tutte le Cronache, anche di quelle che si celano in una poesia.

mercoledì 25 agosto 2021

Cronache dagli anni senza Carnevale/535. Ogni futuro è un seme portato dal vento e non sa ancora se sarà grano o papavero, o memoria



La luce del mattino non indica solo l’inizio del nuovo giorno, indica prima di tutto la fine della notte e gli incerti confini tra le ombre che vivono in solitudine, indipendenti e che il buio confonde con se stesso, e il chiarore dove le ombre sono costrette a vivere sempre attaccate ai corpi e alle cose che offrono loro una forma, una possibilità di esistenza.

 

Questa mattina mi sono svegliata molto presto, molto prima dell’ora in cui il traffico inizia a varcare le porte del silenzio, proprio quando la luce sfilaccia la notte. Ho aspettato poi, che ci fosse la luce piena e sono uscita a innaffiare le piante in terrazza, sul balcone e sulla ringhiera. È un piccolo rito che allieta l’inizio delle attività e mi piace respirare l’odore della terra bagnata e l’aroma del basilico che si spande intorno come se fossimo nell’orto. Ma il basilico non sa di crescere in un vaso, si allunga verso il sole e spinge i primi fiorellini bianchi a preparare la strada ai semi.

Tutto il presente è un incessante preparazione del futuro e questo accade anche se non ci pensiamo, come il grano seminato non pensa alla stagione fredda che dovrà attraversare prima di smettere di essere seme e di vedere di nuovo la luce.

Se nella natura la memoria vive rinchiusa nel presente, noi esseri umani passiamo molto del nostro tempo a rievocare il passato, cercando i segni di ciò che è stato memorabile o che vorremmo che lo fosse. Ma la memoria funziona con regole a noi sconosciute e quel che abbiamo dimenticato o rimosso è sempre molto di più di ciò che ricordiamo. Ma se è vero che senza memoria smettiamo di essere chi siamo, un eccesso di memoria ci costringe a rivivere la nostra vita come se fossimo dei Sisifo condannati a spingere un masso che continuerà a rotolare all’indietro.

La vita procede sul confine sottile e labile tra memoria e oblio. Ed è l’oblio a occupare lo spazio infinito di cui la memoria è solo un ritaglio, una parte infinitesimale che assomiglia molto alla parola che scardina il silenzio, lo scontorna e lo spinge più in là, oltre quel territorio che solo alla parola pertiene.

 

 

In che immagini e in che parole

 

Mi aspettano le parole alla

fine di ogni notte, mi aspettano

sui confini dove le immagini si

fermano e che non possono

varcare. Ma io so che le parole

sono figlie non solo del

silenzio, ma di tutte le immagini

che stanno dentro e fuori dalla

mia testa. Come la memoria

cerca il perdono, così ogni

storia sceglie che immagini

vuole e che parole. Mentre

tutto il resto galleggia nel

silenzio e nell’oblio. Scrivere

è sempre una lotta contro

l’inevitabile che ci circonda.

 

 

 

Queste riflessioni mi hanno accompagnato per la solita passeggiata in giro per il mio quartiere, che nella mente ho ricominciato a chiamare la Maddalena, il suo nome antico che la storia ha spazzato via. Man mano che il sole sorge e raggiunge lo zenit, mi preparo ad accogliere le parole e poi ne nasce una poesia e poi questa Cronaca 535 di mercoledì 25 agosto del secondo anno senza Carnevale dove ora potrò leggere senza che le mie stesse parole mi saltino intorno come cavallette nel prato o che svolazzino come api intorno ai cespugli di lavanda. È ancora estate, tutto intorno a me lo sussurra e mi allieta.