giovedì 7 luglio 2016

L'endecasillabo è il DNA della lingua letteraria italiana

Quello che per un organismo vivente è il DNA, per la lingua letteraria italiana è l'endecasillabo: una matrice, uno schema generante, un'origine perpetua. Un mistero, volendo usare un vocabolario mistico che alluda alla coincidenza, alla collaborazione del fato e della possibilità. Confinare l'endecasillabo alla storia della metrica è un infelicissimo errore di prospettiva. L'endecasillabo non è né l'alessandrino dei francesi né l'odioso decasillabo nostrano. E non basta dire, come si faceva nei vecchi manuali, che con le sue quattro o cinque varianti fondamentali è la misura aurea, la più adeguata al suono della lingua e così via. Gli altri metri si lasciano definire puramente e semplicemente dall'esempio che se ne può fare. Esistono perché qualcuno li ha scritti, la pratica esaurisce ogni possibile teoria.

Emanuele Trevi
Sul'arte della prosa
Nuovi argomenti nr. 73
Mondadori gennaio marzo 2016

mercoledì 6 luglio 2016

Io il mare l'ho sempre immaginato come un cielo sereno visto dietro dell'acqua

Il mare
    

   Alle volte penso che se avessi avuto il coraggio di salire fino in cima alla collina, non sarei poi scappato di casa. La notte di San Giovanni doveva esser passata da poco, perché già diverse volte ci eravamo messi per la strada del vallone e salivamo fino ai nocciòli a cercare il letto dei falò. Sapevamo che in cima ce n'erano di larghi come un prato. Ma un giorno Gosto si vantò che da ragazzo suo nonno era scappato di casa e andando per il vallone era salito così in alto che di lassù vedeva il mare.

   Noi il vallone ci portava dentro una vigna quasi piana, chiusa intorno dai càrpini. Che cosa facessimo là fino a sera, non so. Guardavamo le punte degli alberi. Io dicevo a Gosto che al mare non accendono falò, perché il mare è pianura, e disteso sull'erba mi annoiavo a guardare le nuvole. C'erano anche dei grilli in quella vigna, e avrei voluto essere uno di loro per restarci la notte e trovarmici al mattino con la prima luce quando il sole è ancora freddo. Il sole da noi spunta dietro le colline basse, dove il nonno di Gosto aveva visto da ragazzo il mare.

   Che il mare fosse da quella parte, l'avevo detto io a Gosto. I giorni di temporale, era là che si apriva lo slargo e il sole tornava a battere come sopra un gran campo di fiori, mentre da noi sgocciolava ancora. Io il mare l'ho sempre immaginato come un cielo sereno visto dietro dell'acqua. Lo stradone che scende verso quelle colline non è una strada di campagna; porta fuori della valle, in una pianura che scende sempre, che ha degli alberi che sembrano giardini. Già alla svolta, dopo lo sbocco nel vallone, dopo il ponte di ferro, c'è la casetta della Piana che ha un balcone di gerani. Laggiù non ci sono più vigne né boschi né stalle; di carretti tirati dai buoi non ne salgono di là; salgono invece i biroccini a tutta corsa e comitive coi parasoli.

Cesare Pavese
Feria d'agosto
Einaudi 1946

martedì 5 luglio 2016

scrivere significa anche attingere ai ricordi

Mi sono messa a scrivere davvero quando ho ritrovato la memoria della mia infanzia e della mia adolescenza. Quando ho smesso di pensare a me stessa come a un essere nato da nessuno, senza origini sociali o geografiche, il cui unico paese erano la letteratura e le cose intellettuali. Prima non avevo memoria, avevo solo ricordi. Intendo dire che ero attraversata da immagini slegate, fuggevoli, da luoghi e da volti, da singole scene. Scrivere significava attingere a questo serbatoio di ricordi per nutrire la trama di una storia inventata.

Annie Ernaux
incipit dell'articolo pubblicato su Repubblica oggi

lunedì 4 luglio 2016

La pazienza e la fatica necessarie per scrivere un romanzo

Non ho mai pensato che nei romanzi la lingua dovesse essere il risciò di sua maestà la narrazione, ma in passato mi è capitato di credere il contrario. Con sempre maggior frequenza i giornalisti culturali esaltano i romanzi in cui la "neutralità" (oserei dire l'imparzialità) della lingua rende la narrazione agevole e non pesante, scorrevole e non ostica, neanche la letteratura fosse una branca dell'economia dove ottimizzare il noto risultasse più importante di perdersi nell'ignoto allo scopo di risalire dal pozzo stringendo in bocca uno strano oggetto (perfino brutto o mostruoso) che l'umanità vede per la prima volta.
Io, al contrario degli ottimizzatori, credo che la letteratura abbia semmai più a che fare con la fisica teorica e con la stregoneria, con le Scritture (di cui molto spesso è la parodia, come sapeva bene Philip Dick) e con gli orologi guasti le cui lancette ferme segnano (per eccesso di spreco e di idiozia) almeno una volta al giorno l'ora di Dio.
Scoprire una verità nascosta (risalire dal pozzo con quell'oggetto) è tra le più belle ricompense che si possono ottenere grazie alla pazienza e alla fatica così spesso necessarie per scrivere un romanzo. Magari l'oggetto è inservibile. Magari è trascurabile e non rappresenterà mai una delle architravi su cui si reggerà la civiltà di domani, ma solo un fregio. E però quell'oggetto ha per me lo stesso un valore inestimabile. Ho parlato di "oggetti" ma forse sarebbe più calzante l'ipotesi di specie viventi, perché questo in un certo senso sono i romanzi. Specie viventi che ne contengono mille altre.

Nicola Lagioia
La lingua
Nuovi argomenti nr. 73
Mondadori gennaio marzo 2016

domenica 3 luglio 2016

La rosa non è più solo la rosa, il suo nome non è solo il nome: fiore del segreto, rosa immaginaria

La poesia fonda la nostra relazione col mondo.
Perché, contemplando la rosa ad un certo momento, non è più la stessa rosa che vediamo, ma un altro fiore, il quale, pur conservando il suo nome di rosa, richiama la nostra attenzione in quanto fiore del segreto: segreto in fiore, rosa immaginaria, che lascia libero corso alla nostra immaginazione.

Edmond Jabès
Poesie per i giorni di pioggia e di sole
a cura di Chiara Agostini
Manni 2002

sabato 2 luglio 2016

oltre le nubi ritagliate nel cielo denso che si oscura

I gatti

I gatti dormono in giardino
accanto ai vasi di oleandro.
Cala il sole. Non c’è più vento.
Apro le tende del balcone.
Fumo. La luce orizzontale
rade la terra, scava impronte
di presenze già passate…

Amici, amici che non vedo,
ombre sospese in controluce
oltre le nubi ritagliate
nel cielo denso che si oscura –
in questo vuoto che ci attraversa
voi, voi almeno, vi siete salvati?

Danilo Bramati
Chiaro enigma del mondo
Moretti & Vitali 2016

venerdì 1 luglio 2016

Dev'essere un dolore intollerabile sentir cessare la felicità

Preghiera al caso

«Possa tutto mutare e non mutarci;
che i nostri cambiamenti siano identici,
le nostre morti simultanee».

Dev'essere un dolore intollerabile
sentir cessare la felicità.

J. Rodolfo Wilcock
Poesie
Adelphi 1980