lunedì 7 aprile 2014

Fuga in lilla

Bisognava scrivere senza perché, senza per chi.

Il corpo si ricorda di un amore come un accendersi la lampada.

Il silenzio è tentazione e promessa.

Alejandra Pizarnik
La figlia dell'insonnia
a cura di Claudio Cinti
Crocetti editore 2004



domenica 6 aprile 2014

Spezzare l’orlo del vento

Se potessimo fare


Se potessimo fare quel che i bianchi uccelli
fanno:
spezzare l’orlo del vento con lama
d’ala dura,
frantumarlo come onda che si frange
sulle rocce, urlando forte:
«Posso prenderlo anch’io, se puoi tu», quasi ridendo;
e le spirali leggère del fumo
che salgono dagli incessanti
camini
stringendosi in una bianca nube,
possono essere apertamente
erudite.

Se potessi fare quel che i bianchi uccelli
fanno:
misurare ogni spazio di mare
con disinvoltura,
accogliere l’urto del tuono alle spalle
con cortesia
o plaudendo la vampa del mattino –
ciò sarebbe qualcosa per cui
ricordarci di noi,
che così meditiamo.

Marsden Hartley
da Selected Poems
The Wiking Press, 1945
Traduzione di Francesco Dalessandro


Marsden Hartley (Lewiston, Maine, 1877 – Ellsworth, Maine, 1943) fu pittore e poeta. Dipinse circa un migliaio di quadri e, alla sua morte, lasciò più di cinquecento poesie manoscritte, in aggiunta a tre piccoli volumi pubblicati in vita.  

dal blog Poesie senza pari

sabato 5 aprile 2014

Lettere a un giovane poeta



1.

La foto non ti renderà giustizia
i formicai umidi e gibbuti t’impediranno di puntare
la lente sulla palude

i cinque cigni che sorvolano stridendo
distraggono la tua sete di definizione
e fuga


2.

lascia che tiri la tua vestaglia gelida e che
ti dica una parola: Ineluttabile

– intendendo che a questo non sfuggirai:
la peggiore delle nuove nuove

la storia corre avanti e indietro
nel labirinto panico

– io non ti toccherò di nuovo:
tua la scelta se congelare o meno

voglio dire, tu ed io siamo chiusi
in un laboratorio senza scienza

3.

T’allieterebbe pensare
che la poesia sia pura e possa come niente

prendere posto sotto bagliori di lampi
o coltri di nebbia vivere la propria vita

sgridata, zittita
da un lacerto di viscere che gronda nomi

– compositori visitano Terezin, registi Sarajevo
Cabrini-Green o Edenwald Houses

    ineluttabile

se una donna intensa quanto un qualunque artista, né più né meno
può gettarsi in un qualunque giorno giù dal quattordicesimo piano

ti solleverebbe sostenere la poesia
con questo non ha a che fare?

4.

rivolta gli orli della tua distrazione
il suo rovescio sottomarino striato

dal flusso distruttivo del dolore
che erode e risucchia, tira e molla

avanti e indietro, un ordito di grotte, l’embrione della tua paura
che scalcia nel loro viscido lussureggiare protetto
dalla serra d’acqua

cercando, nella distrazione, di radicarsi saldamente
cercando di contrastare la corrente
di questo assurdo ripetersi

Guarda: con tutta la mia paura io sono qui
con te, a provare cosa comporta stare; cosa comporta andare

5.

Arenata. Barca a remi, piroga, presa
tra la più bassa e la più alta delle maree primaverili. Arenata. Avvenuta,
in stallo, arretrata, sí, essere generata
essere – l’infernale passivo
essere – come in Siedi, Stai, Sdraiati, Obbedisci.
Il desiderio terribile del cane che gli prende il cervello
e lo depone ai piedi calzati di stivali.

Tu puoi essere così per sempre – essere
come senza muoverti.

6.

Ma ecco come io, tuttavia, ne emergo:
spingendo in su da sotto
il capo avvolto in una sciarpa a scacchi
un casco con la torcia sulla fronte
spingendo fuori dal magma
questa faccia velata questa testa illuminata
che affronta il filtrare della morte
la bocca che ha nuotato tra i detriti
pronunciando con chiarezza
Ciao e addio


Tuttavia, chi vuole sapere
di questa bocca pallida, questo
rossetto cremisi Chi
delle mie corde vocali da travestito del mio amaro ritmare
l’occhiata in tralice che oltre la spalla getto
alle grandiose strofe e antistrofe
il mio canto, il mio ululato, i sacri resti delle mie unghie,
dei capelli, la mia dissenteria, la mia scandalosa gola allegra

la colonia penale del mio davanzale senza uccelli
la mia faccia giù in centro in film di Saffo ed Artaud?

Tutti.    Per poco

7.

Non è il déjà vu che uccide
è la preveggenza
la testa che parla dal cratere

Volevo andare dove
il cervello non fosse andato ancora
non volevo starci
così sola

(1997)

Adrienne Rich

La guida nel labirinto
traduzione di Stefania Portaccio
a cura di Maria Luisa Vezzali
Crocetti 2011

venerdì 4 aprile 2014

La scrittura, ombra interna di ogni scrittore

Oggi è il 100° anniversario della nascita di Marguerite Duras.

Per ricordarla ecco qualche citazione sulla scrittura, l'ombra interna di ogni scrittore.

«l’ombra storica di ogni individuo. Continuerò a chiamarlo così questo magma geniale, sempre, senza eccezione, che “rende” vive le persone, chiunque esse siano, in qualunque società e in ogni tempo. 
[…] 
Con i testi, si tratta di abbandonare all'esterno quello che per sua natura dovrebbe restare intrinsecamente legato alla persona e accompagnarla fin dentro alla morte. Lo scritto è sottratto alla morte. 
La morte viene mutilata da ogni poema scritto, letto, da ogni libro»
[…] 
«il terrore è sempre, ovunque, presso tutti i popoli, lo scritto. 
Dove non c’è niente c’è un foglio. 
È il cominciamento del mondo. Non c’è niente, è bianco. 
Poi, due ore dopo, è pieno. Fa concorrenza a Dio. 
Qualcuno osa creare qualcosa. Scrive. 
È contro la creazione che scrive. Fa questa cosa. È terribile, veramente»

Il nero atlantico
traduzione di Donata Feroldi
Mondadori 1998

giovedì 3 aprile 2014

Come scrivere una poesia

Devi prendere la lingua,
scuoterla bene, sottometterla,
reggerla, tenerla ferma.

Bloccala quando si agita.
Prendila a bastonate. Poi usa
lo scalpello, la lima.

Modella, scava,
falle la punta e rendila affilata,
cava, liscia e tonda.

Suzanne Vega
Solitude standing
Racconti, poesie e canzoni inedite
traduzione di Valerio Piccolo
minimumfax 2000

mercoledì 2 aprile 2014

Il giorno era d’aprile ventoso e celeste


Volevamo risalire alle sorgenti del Cinghio
il giorno era d’aprile ventoso e celeste
folate ci portavano via sbiancando i salici bassi
già dietro di noi perduti perduta la casa
dove s’erano dimenticati di noi fuggitivi
esploratori muniti di cibo e coltellini multipli
per una lunga assenza forse per un distacco
non per me che partecipavo all’impresa
da inviato senza la volontà liberatoria
degli altri senza la loro strenua fiducia
mentre attraversavamo proprietà sconosciute
seguendo l’incantagione sinuosa del Cinghio
avvicinandosi all’occhio lo scenario azzurro
delle colline rumoreggiando più e più
il Cinghio amato. Ma il tempo
era passato per me che sentivo
acuta la perdita della casa e di chi
forse si era ricordato di noi
soffrendo come soffrivo io del distacco
così che con l’astuzia persuasiva del poeta
li convinsi anime pure e schiette
volte al giusto di una fantastica impresa
a desistere a volgersi – compagnia
di soldati sconfitti – verso il quotidiano
il famigliare quanto io più desideravo
e che già si svelava intonacato di luce.

Attilio Bertolucci
da Verso le sorgenti del Cinghio

martedì 1 aprile 2014

Aprile, amore

Il pensiero della morte m’accompagna
tra i due muri di questa via che sale
e pena lungo i suoi tornanti. Il freddo
di primavera irrita i colori,
stranisce l’erba, il glicine, fa aspra
la selce; sotto cappe ed impermeabili
punge le mani secche, mette un brivido.
Tempo che soffre e fa soffrire, tempo
che in un turbine chiaro porta fiori
misti a crudeli apparizioni, e ognuna
mentre ti chiedi che cos'è sparisce
rapida nella polvere e nel vento.
Il cammino è per luoghi noti
se non che fatti irreali
prefigurano l’esilio e la morte.
Tu che sei, io che sono divenuto
che m’aggiro in così ventoso spazio,
uomo dietro una traccia fina e debole!
È incredibile ch'io ti cerchi in questo
o in altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora un’età, la mia
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.
L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.
La mia pena è durare oltre quest’attimo.

Mario Luzi
da Primizie del deserto, 1952