giovedì 26 agosto 2010

La finzione degli ulivi

Il dolore non è nido
alla verità. Nella finzione
degli ulivi non trovo
la ragione di tanta pervicacia
nutriti dalla luce più
che dalla terra sfidano
la nostra resistenza al
tempo. Vedi si sono piegati,
al vento hanno dato il loro
calice di immortalità, hanno
accettato la sfida. Mai
indietreggiano se chiedi
come, come possano nella
deformità dare frutti e
propagare luce pur in
forma diversa. Del loro
segreto non dicono neppure
all’acqua piovana.



Questa poesia è tratta dal mio libro Sillabario della luce

mercoledì 4 agosto 2010

Dopo gli ulivi

In primavera attraversava cespugli di cisto, macchie di timo, fazzoletti di erba, veronica, ciuffi di valeriana rossa aggrappati ai muri, lance d'origano e di timo, onde di lavanda e di ginestrini. mentre al riparo degli ulivi aglietti e iris blu rasentavano isolotti di borragine, acetoselle e piselli odorosi.
A giugno sotto gli ulivi c'è il giglio arancione di San Giovanni.
Dopo ulivi: querce, lecci, carpini, noccioli, castagne e sui prati primule, brughi, rose canine, crochi, timo, prugnoli e puiot di lavanda.


Questo è l'incipit del libro Il salto dell'acciuga di Nico Orengo, Einaudi 1997

mercoledì 28 luglio 2010

Mentre si scrive

Mentre si scrive non si pensa a nessuno in particolare, si scrive al buio, possibilmente sottovoce, a voce sempre più bassa, per quella che una volta era considerata l’anima degli uomini. Poi ci si accorge che nelle difficoltà delle rese stilistiche, nei dubbi e negli smarrimenti, a cui lo stile inevitabilmente approda, si cerca qualcuno, di cui si vorrebbe un assenso, un battito di ciglia, un cenno. Nel mio caso è Calvino, nella sua limpidezza, nella sua capacità d’essere semplice e cristallino. È dunque un morto a raccogliere la sparsa attenzione dei vivi. Ma a volte penso a lettori che conoscano « l’âge du fondamental», che abbiano conosciuto le delusioni e il crollo delle ideologie (la loro età non importa), che si regolino sul battito del sole, del cielo, del mare, sull’amore, sulla morte, su ciò che la vita ha di più primordiale, che abbiano conosciuto quel tanto che il vento porta via con la cenere degli astri.
Si scrive sul fondo di una prigione ideale, a cui si affacciano rari volti amici. Scrivere non è un colloquio, ma un soliloquio. Le ultime pagine di un testo di fantasia si scrivono quasi in ginocchio.

Ancora Francesco Biamonti, da Scritti e parlati
Einaudi 2008


venerdì 16 luglio 2010

Attesa sul mare


La luce e l’ombra sono due immagini, due parole che mi trascinano sempre in una esplorazione estatica quando ricorrono nella poesia e nella narrativa. Francesco Biamonti è scrittore della luce, del mare colore del vino, del paesaggio scarno di frontiera tra Ligura, un mondo intero, e la Francia quel che c’è di là. In questi giorni ho riletto il volume di racconti brevi, scritti sull’arte, presentazioni, interviste, intitolato Scritti e parlati (Einaudi 2008). Ci sono intuizioni magnifiche, il laboratorio dello scrittore raccontato dallo stesso artista. Non dirò altro sul perché io ami i suoi libri L’angelo di Avrigue (1983), Vento Largo (1991), Attesa sul mare (1994), Le parole la notte (1998), Il silenzio (2003), ma trascriverò alcuni frammenti da questo libro uscito postumo cercando di ricreare quella tessitura di parole che mi avvince nel suo universo narrativo. Inizio però dalla notevole prefazione del filosofo Sergio Givone.
La scrittura è una luce breve e intermittente. Destinata presto a spegnersi, stretta com’è fra il buio che sta prima e il buio che viene dopo. Però di tanto in tanto qualcosa fa resistenza: ed ecco, lungo il faticoso inanellarsi di pause e silenzi che le parole scandiscono, par di cogliere il senso delle cose. Naturalmente non è detto che questo equivalga a una conquista, a un’acquisizione irreversibile. Semmai è vero il contrario, poiché afferrare la verità ( o qualcosa che le somigli) e vederla dileguare è tutt’uno. Come nei sogni, quando la matassa improvvisamente si sbroglia, e gli accadimenti più strani, improvvisamente trovano una spiegazione, la quale tuttavia resta muta; e infatti non c’è chi al risveglio saprebbe ritrovarla.
Questa idea di scrittura come illuminazione e conoscenza, illuminazione che abbaglia e conoscenza che si contraddice, per Francesco Biamonti («Per me scrivere è un disastro luminoso») esprime una necessità e un dovere. Scrivere bisogna, poiché il mondo trova nella scrittura un testimone, sia pure a carico. La scrittura non è specchio del mondo. Semmai ha un valore di epifania. Scrivere significa assecondare il venire alla luce della vita non ancora pregiudicata dal sì e dal no, e cioè dal bene e dal male, ma che si sottrae all’opacità nell’istante in cui, come Biamonti afferma, oltrepassa la soglia della coscienza e si fa correlato oggettivo. Non che la coscienza proietti se stessa sulla realtà. È la realtà che entrando in contatto con la coscienza diventa metafora.
E ora Francesco Biamonti:
Tutta la vita psichica è investigazione, investigazione che cerco di tradurre in immagini. E ognuno è solo su questa terra si sfondi di cielo, di mare o montagne.
Stile e ispirazione
Cosa si fa prima dell’ispirazione? Ma che domanda è questa. Posso dire quel che ho fatto in questi giorni. Un mattino, ho guardato il cielo: era di un blu violento e vi passavano nuvole bianche che sembravano urtare alle rocce. Un altro giorno ho camminato tra gli ulivi. Un uomo stava falciando le terrazze prima dell’aratura. Le erbe si stagliavano su un fondo di anemoni che cominciavano a deperire; v’erano pure dei pennacchi d’argento, piegati dalla brezza, che sembravano lanciare una muta implorazione.
Si scrive sull’onda di ciò che si vede o di ciò che si ricorda. Scrivere è circoscrivere un’emozione, sognarne qualche altra omologa a quelle della vita.
La sera, sovente, vado a guardare il mare: si alza nel cielo e palpita prima di sparire. La notte, prima di scrivere, lo ricordo. Cerco lo stile, che garantisce l’avvenimento e l’illusione. Immagino il personaggio a contatto delle cose (nello sbalordito stupore che le cose gli danno) o in preda ai ricordi.
La giornata di chi scrive è fatta di contemplazione, l’azione è subito corrosa. In chi scrive si annida una sorta di monaco che sabota l’azione. La meditazione sulla vita si allarga nello spazio e nel tempo. Si sente piangere l’ora che passa nel vento, coi suoi diamanti estremi.
Attesa sul mare
Il mare con i suoi silenzi, la terra con i suoi disastri: ecco le ossessioni che mi hanno costretto a scrivere questo libro, dove tutto è attesa…
Ogni romanzo è un viaggio nel buio, intervallato da una luce cosmica e da una luce creaturale. Per essere più preciso, ho pensato a Cézanne e ho pensato a Rembrandt…
In questo libro l’uomo è l’essere delle lontananze. In una sorta di solidarietà, da vecchio equipaggio, che lo unisce alla terra, guarda al cielo e alla cenere degli astri.


Francesco Biamonti
Scritti e parlati
Einaudi 2008

giovedì 15 luglio 2010

Il linguaggio della notte

 
L’estate è la stagione delle riletture. Ogni anno pesco dalla libreria dei libri da tenere e rileggo volumi che appartengono al passato, alla gioventù, all’apprendistato. Da ragazza leggevo sempre i libri dove gli scrittori parlano di libri, di scrittura, dell’arte di narrare, del perché si scrive, del come si scrive. Non che adesso non lo faccia più, anzi, ma l’occhio che guarda e lo spirito che esplora sono molto diversi da allora. Uno dei libri divorati nell’estate del 1986 è Il linguaggio della notte di Ursula K. Le Guin, pubblicato allora dagli Editori Riuniti e mai più ristampato. Mi piace rileggere e vedere se le sottolineature, i simboli e le note di lettura cadono sugli stessi temi o se sono cambiati i punti di attenzione. In questo caso la risposta è sì, molte cose sono cambiate, in me e nel mondo. La caduta del muro, la disfatta del comunismo reale, la globalizzazione, internet, matrix erano tutte cose inimmaginabili e a distanza di anni mi sembra che cercare di capire il mondo e i propri simili fosse davvero più facile. Non posso non chiedermi dove la storia ha scartato per portarci in un presente claustrofobico che non dovrebbe essere così, non dopo le due guerre mondiali, la Shoah, la Resistenza, il boom economico, il femminismo, il sessantotto. Perché le origini non hanno portato a un mondo più solidale e giusto? Perché le donne vivono in nazioni patriarcali pre-moderne e in Italia sono trattate per lo più come graziose gallinelle da compagnia e da decoro? Perché i vecchi non vogliono invecchiare e i giovani faticano a crescere? Perché tutti si rassegnano ai diktat della moda, della pubblicità, della chirurgia estetica? Credo che le donne dovrebbero ribellarsi, per se stesse, per il piacere di invecchiare senza patemi, per il privilegio di vedere i propri capelli diventare bianchi, noi che siamo cresciuti in tempo di pace e di prosperità economica. Credo che anche i giovani dovrebbero ribellarsi a questa società che non si cura di loro, che nega dignità agli anni di studio e fatica, che nega la dignità del lavoro e li costringe a essere eterni stagisti, minorenni a vita. Il libro della Le Guin da cui parte questa divagazione, è pieno di riflessioni politiche oltre che di spunti interessanti sulla scrittura, sulla fantascienza e sulla fantasy. La fantascienza negli anni sessanta e settanta pareva la letteratura del futuro. Invece siamo sommersi di letteratura gialla, omicidi e ispettori, come se la realtà fosse ridotta solo a questo. Intendiamoci anch’io leggo gialli e polizieschi, non d’estate però, di solito li accumulo e li leggo durante le vacanze di natale. Non mi perdo un libro di Camilleri e Montalbano, di Alicia Gimenez Bartlett e Pedra Delicado, di Fred Vargas e Adamsberg, di Carofiglio e Guido Guerrieri. Però nei libri cerco anche altro, cerco le cose che non so e quelle che non sapevo di sapere, e quelle che credevo di sapere ma erano sbagliate. Nella poesia l’eccedenza di senso, la ricerca di trascendenza sono ancora più forti. La poesia deve trascinarmi nella luce e elevarmi nell’oscurità. Sulla poesia contemporanea credo che tornerò perché qui la deviazione sarebbe troppo lunga. Chiudo con qualche frammento sparso della Le Guin della quale mi toccherà andare a rileggere i due libri più belli La mano sinistra delle tenebre, cioè The left hand of darkness, e I reietti dell’altro pianeta il cui titolo originale The dispossessed è tutta un’altra cosa. Chissà se la casa editrice Nord li ristamperà prima o poi.
E ora i frammenti:

Coloro che rifiutano di ascoltare i draghi sono probabilmente condannati a passare la loro vita nella rappresentazione degli incubi dei politici. Ci piace pensare di vivere nella luce del sole, ma il mondo per metà è sempre nelle tenebre; e la fantasia, come la poesia, parla il linguaggio della notte.

L’esercizio di un’arte significa continuare a cercarne l’orlo estremo.

Leggiamo i libri per scoprire chi siamo. Che cosa fanno, pensano e sentono altre persone, reali o immaginarie, o che cosa hanno fatto, pensato e sentito, o che cosa potrebbero fare, pensare e sentire, è una guida fondamentale per poter comprendere che cosa siamo e potremmo diventare noi stessi. Una persona che non abbia mai conosciuto un altro essere umano non potrebbe essere capace di introspezione più di un terrier o di un cavallo; può darsi (ma è improbabile) che riesca a mantenersi vivo, ma non potrà sapere niente di se stesso, per quanto a lungo abbia vissuto con se stesso. E la persona che non avesse mai sentito raccontare o letto un racconto, un mito, una parabola, o una storia, rimarrebbe ignara delle altezze e degli abissi dei suoi stessi sentimenti e del suo spirito, non saprebbe davvero pienamente che cosa sia essere umano. Perché il racconto, da Tremotino a Guerra e pace è uno degli strumenti fondamentali, inventati dalla mente dell’uomo, per conquistare il giudizio. Ci sono state grandi culture che non usavano la ruota, ma non ci sono state culture che non narrassero storie.

Essere liberi, in fondo, non vuol dire non avere disciplina. Direi che la disciplina dell’immaginazione in realtà può essere il metodo o la tecnica fondamentale sia dell’arte che della scienza. È il nostro puritanesimo, con il suo insistere che disciplina significa repressione o punizione, a rendere confusa la materia. Disciplinare qualcosa, nel significato corretto della parola, non vuol dire reprimerla, ma coltivarla, incoraggiarla a crescere, ad agire, a fruttificare, sia che si tratti di un albero di pesche che della mente di un uomo.

Di solito i maghi sono attempati o senza età, fatto decisamente corretto e fedele agli archetipi. Ma che cosa erano prima di avere barbe bianche? Come hanno imparato quella che è chiaramente un’arte erudita e pericolosa? Esistono istituti per l’istruzione di giovani maghi?
(Chissà se la Rowlings si è ispirata alla Le Guin per iniziare a scrivere la storia di Harry Potter???)

L’artista che si spinge più profondamente dentro di sé, ed è un viaggio doloroso, è l’artista che più ci tocca nell’intimo, che più ci parla in modo chiaro.

martedì 13 luglio 2010

I colori, la luce

Ma i colori, quelli no, non sono cambiati.
I colori nel sud hanno una sola dimensione, schiacciati dalla luce e dall’estate, senza sfondo. I casali, i tetti, i maggesi, le chiome delle querce e degli ulivi, i campi di granturco con le pannocchie pendule tra le foglie, il greto argilloso dei torrenti in secca, le spiagge bianche che orlano le costiere.
Colore puro, cotto dal sole. E le strade di terra che viaggiano in mezzo al colore. Il celeste delle finestre chiuse sui muri ocra non intonacati. Il verde brillante dei castagni, il giallo dei covoni, il blu del mare. Perfino il mare, d’estate, sembra immobile, laccato, senza respiro.
La natura, sotto la luce del sud, ferma l’attimo e lo rende eterno nella sua silenziosa fissità.
Il silenzio ha i suoi rumori. Il martelletto delle cicale è uno di quelli. Quando sotto la calura la cicala arresta per un attimo il suo canto, il silenzio s’interrompe.
Un altro rumore del silenzio è l’abbaiare dei cani nella notte. Tu ti svegli quando tacciono e la luce della luna arriva con le sue ombre di tenerezza fino al tuo letto. Ti riaddormenti quando i cani riprendono ad abbaiare e il silenzio riempie di nuovo la notte sonora.

Dormono le cime dei monti
e le vallate intorno,
i declivi e i burroni.
Dormono i rettili, quanti nella specie
la nera terra ne alleva,
le fiere di selva, le varie forme di api,
i mostri nel fondo cupo del mare.
Dormono le generazioni
degli uccelli dalle lunghe ali.

Così vorrei che ogni sera un canto come questo cullasse il mio riposo e quello delle creature che abitano nella mia mente e nel mio cuore.

Questo brano è una citazione del libro autobiografico di Eugenio Scalfari L’uomo che non credeva in Dio (Einaudi 2008). La poesia è il Notturno di Alcmane nella bellissima traduzione di Salvatore Quasimodo.
Ho letto il libro oggi d’un fiato, senza mai chiuderlo e senza avere mai alzato gli occhi dalla pagina. A volte mentre cerchiamo nella natura una corrispondenza al nostro stato d’animo, la risposta arriva da un libro e dal ricordo di qualcun altro. Un ricordo che mi è così familiare perché quella di Scalfari è anche la mia memoria della Calabria. Il libro è pieno di sottolineature e note ai margini. Lo riporrò nello scaffale dei libri da tenere e da rileggere. Ora me ne sto quieta ad ascoltare le cicale e a rammemorare le estati della mia infanzia.

lunedì 12 luglio 2010

Canto dello spirito della specie


La mia specie viene dall’ombra,
da un’alba di foglie e cenere,
il suo passo scavò la cenere
e il fango degli acquitrini.
La mia specie è vaso d’argilla
Plasmato da un fuoco interno:
il sasso, il legno, la pioggia
alimentano questo fuoco.
Il solco: la prima immagine.
La pioggia: il primo strumento.
Una fiamma lambiva il cerchio
di selci, crepitando nomi.
Io aleggiavo non visto
Sospeso sulle acque dense,
mi avvolgevo in vapori torpidi,
nel cuore verde del vento.
Chiuso nel fiore dell’ombra
mi innalzavo sulle pianure,
vegliando sulla mia specie
plasmavo forme dei sensi,
stringevo nodi inscindibili
fra stelle e volti celesti,
fra radici e demoni oscuri,
fra il respiro e la terra ardente.
Soglia, confine, incantesimo:
non il mio volto vero,
ma un fiume di forme aperte
nelle vene vive del tempo.
Ora verrà un’altra specie,
viene, incalza alle soglie,
avrà occhi, ali di aquila,
volti, balzi di tigre,
avrà cuori d’acciaio, sensi
nudi, menti di ghiaccio,
scioglierà la visioni splendide
in bagliori di cifre spente…
Era questo il mio, il nostro limite.
Qui mi dissolvo e verso
piogge più fosche e gelide
degli umori di conche e grotte
mi dissolvo, torno alle grotte
dove, in ombra, sognai la specie…
Tu, presenza che passi,
non pensare al mio sogno ingenuo,
non pensare: “questa è una lapide
di foglie e di poca cenere”;
tu salva: non quella nube,
quel campo, quel fiume, quell’albero,
quel tramonto; salva lo sguardo
che vide in volto quei nomi!


Questa poesia che amo e ammiro è tratta dal libro Idioti nell'ombra di Danilo Bramati, ATI' Editore 2010